giovedì , dicembre 14 2017
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Cibi più pericolosi e contaminati: la black list di Coldiretti

La sicurezza alimentare, è un argomento molto importante specialmente in questi giorni dove molto spesso, ci sono continui ritiri di alimenti dannosi per la salute. Infatti, a causa della globalizzazione sulle nostre tavole, abbiamo molti alimenti provenienti da molti paesi i quali hanno differenti standard di sicurezza dal nostro. Tuttavia, come ogni anno la Coldiretti stila una black list dove vengono menzionati molti alimenti che sono più o meno dannosi per la nostra salute.

Il pesce spada il tono della Spagna inquinato da metalli pesanti, integratori e cibi dietetici con ingredienti non autorizzati dagli Stati Uniti e le arachidi dalla Cina contaminate da aflotossine cancerogene, salgono sul podio della black list dei prodotti alimentari più pericolosi per la salute. È quanto emerge dal dossier Coldiretti “la classifica dei cibi pericolosi” presentato al forum dell’agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio, sulla base delle rivelazioni dell’ultimo rapporto sistema di allerta rapido europeo.
Sono 2925, sottolinea la Coldiretti, gli alimenti scattati nell’Unione Europea, con la Turchia che il paese che ha ricevuto il maggior numero di notifica prodotti non conformi 276, seguita da Cina 256, in 184, Stati Uniti 176 e Spagna 171.

I cibi più dannosi

La Coldiretti ha pubblicato il dossier relativo alla qualità dei cibi nell’Unione e i risultati sono stati sconvolgenti. Il primo cibo più pericoloso della classifica è risultato il pesce spagnolo. Il prodotto è risultato contenere troppi metalli pesanti come ilmercurio e il cadmio. Non si tratta di pesce mediterraneo, parliamo di un prodotto, tonno e pesce spada, che viene pescato nelle acque oceaniche, acque molto inquinate e quindiricche di questi metalli pesanti.

Per questo motivo È scattato l’allarme per circa 2925 alimenti. Proprio nel corso del forum internazionale dell’Agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio, la Coldiretti ha presentato la black list 2017 dei cibi più pericolosi ricordandoci che scegliere il made in Italy è una garanzia di sicurezza. La maggior parte di questi prodotti presenti nella Black List provengono dall’estero è in primis pare che ci sia la Turchia, paese che ha ricevuto il maggior numero di notifica per prodotti non conformi. A seguire troviamo la Cina e poi l’ India, seguiti dagli Stati Uniti e dalla Spagna.

Ad ogni modo si tratta di paesi con i quali l’Italia commercia praticamente costantemente e solo nel 2013 L’Italia ha importato dalla Spagna circa 167 milioni di chili di pesce, circa 2 milioni di chili di pistacchi, 3 milioni di fichi secchi e 25,6 milioni di nocciole dalla Turchia. “Non c’è più tempo da perdere e occorre rendere finalmente pubblici i flussi commerciali delle materie prime provenienti dall’estero per far conoscere anche ai consumatori i nomi delle aziende che usano ingredienti stranieri”, ha sottolineato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. Lo stesso ha sottolineato che importanti passi in avanti sono stati ottenuti con l’estensione dell’obbligo di indicare la provenienza del riso, del grano impiegato nella pasta ma molto resta da fare perché  un terzo della spesa resta anonima dai succhi di frutta, il concentrato di pomodoro fino ai salumi.

Non sono mai stati così pochi i padroni del cibo con il potere concentrato nelle mani di un pugno multinazionali che controllano la filiera alimentare mondiale, dalle sementi ai pesticidi, dalla trasformazione industriale alla distribuzione commerciale. E’ l’allarme lanciato da una analisi della Coldiretti sul rapporto Ipes-Food presentata al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione dopo la rivoluzionaria acquisizione di Whole Foods Market da parte da parte di Amazon alla quale Google ha risposto con un’alleanza con ValMart, leader mondiale della distribuzione alimentare, mentre sul mercato delle sementi e dei pesticidi sono in corso tre megafusioni Dow-Dupont, Bayer-Monsanto e ChemChina-Syngenta.

Il miliardo e mezzo di produttori agricoli mondiali sono stretti in una tenaglia da pochi grandi gruppi multinazionali che dettano le regole di mercato nella vendita dei mezzi tecnici necessari alla coltivazione e all’allevamento nelle aziende agricole, a partire dalle sementi, ma anche – sottolinea la Coldiretti – nell’acquisto e nella commercializzazione dei prodotti agricoli e alimentare. La perdita di potere contrattuale – continua la Coldiretti – si traduce in difficoltà economiche e occupazionali per gli agricoltori a livello globale, ma l’elevata concentrazione mette a rischio anche la libertà di scelta dei consumatori e gli standard di qualità e sicurezza alimentare, oltre che la stessa sovranità alimentare dei vari Paesi. Non a caso la Fao ha lanciato l’allarme per la crescente uniformità delle colture mondiali che ha portato nell’ultimo secolo ad una perdita del 75 per cento della biodiversità vegetale e ha stimato il rischio dal qui al 2050 della perdita di un terzo delle specie oggi rimaste.

A monte della produzione agricola al termine delle tre mega fusioni in atto tra Dow-Dupont, Bayer-Monsanto e ChemChina-Syngenta (alle quali si aggiunge la pianificata fusione con Sinochem nel 2018), tre sole società – sottolinea la Coldiretti – potrebbero controllare più del 70% dei prodotti fitosanitari per l’agricoltura e più del 60% delle sementi a livello globale. Una situazione senza precedenti che ha fatto scattare le preoccupazioni della stessa Commissione Europea che ha deciso di aprire un’indagine approfondita sull’operazione per verificare se la fusione tra Buyer e Monsanto limiti la concorrenza nei settori delle sementi e degli agrofarmaci. A valle della produzione agricola all’incirca il 90 % del mercato globale dei cereali e’ controllato da soli quattro gruppi mondiali, vale a dire ADM-Archer Daniels Midland (USA), Bunge (USA), Cargill (USA), Louis Dreyfus Commodities (Francia) mentre nella trasformazione alimentare per cibo e bevande si stima che le 10 più grandi aziende di cibo e bevande possiedano il 37,5 % della quota di mercato mondiale delle prime 100. Nella distribuzione organizzata i 10 più grandi rivenditori di generi alimentari coprono il 29,3% delle vendite mondiali, che ammontavano in totale a 7,5 mila miliardi di euro, con il primo gruppo Wallmart che fattura da solo 262,5 miliardi di dollari. Di recente Amazon è sbarcata in questo mondo con l’acquisizione di Whole Foods e, considerando la sua capacità di intercettare i bisogni dei consumatori e di analizzare la domanda, ci si attende che possa entrare nella TOP 10 della distribuzione nell’arco di un decennio

Il risultato è che per ogni euro speso dai consumatori per l’acquisto di alimenti meno di 15 centesimi vanno a remunerare il prodotto agricolo mentre il resto viene diviso tra l’industria di trasformazione e la distribuzione commerciale che assorbe la parte preponderante del valore. Il prezzo di un prodotto aumenta quasi sette volte dal campo alla tavola per colpa delle distorsioni e delle speculazioni lungo la filiera anche se la situazione – sottolinea la Coldiretti – varia da prodotto a prodotto con le situazioni peggiori che si registrano per i prodotti alimentari trasformati   “Stiamo vivendo – ha sottolineato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo – un furto di valore aggiunto che, senza alcun beneficio per i consumatori, vede sottopagati i prodotti agricoli spesso al di sotto dei costi di produzione“. In Italia per pagare un caffè al bar, l’agricoltore tipo – continua la Coldiretti – dovrebbe mettere sul bancone 5 chili di grano o 3 chili di risone o 1,5 chili di mele o una dozzina di uova. Una ingiustizia da sanare – conclude la Coldiretti – rendendo più equa e giusta la catena di distribuzione degli alimenti anche con interventi per limitare lo strapotere contrattuale dei nuovi poteri forti dell’agroalimentare come ha annunciato lo stesso Commissario Europeo all’agricoltura Phil Hogan.

I SIGNORI DEL CIBO IN PILLOLE

Sementi e pesticidi – Dopo le fusioni di Dow-Dupont, Bayer-Monsanto e ChemChina-Syngenta, tre aziende potrebbero controllare più del 70% dei prodotti fitosanitari per l’agricoltura e più del 60% delle sementi a livello globale.

Commercio cereali – Il 90 % del mercato globale dei cereali e’ controllato da soli quattro gruppi mondiali, ADM-Archer Daniels Midland (USA), Bunge (USA), Cargill (USA), Louis Dreyfus Commodities (Francia).

Industria alimentare – Le 10 più grandi aziende di cibo e bevande possiedono il 37,5 % della quota di mercato mondiale delle prime 100.

Distribuzione organizzata – Nella distribuzione organizzata i 10 più grandi rivenditori di generi alimentari coprono il 29,3% delle vendite mondiali.

DISTRIBUZIONE COMMERCIALE

Azienda Vendite (in miliardi di dollari)
1.       Wallmart (USA) 262,5
2.       Schwarz group (Germania)(comprende Lidl, Kaufland) 82,2
3.       Kroger (USA) 78,6
4.       Aldi (Germania) 69,2
5.       Costco (USA) 66,4
6.       Carrefour 47,3
7.       Tesko (UK) 43,9
8.       Seven & I Co. Ltd (Giappone) 36,8

 

TOP TEN aziende Food & Beverage Quota di mercato di cibo e bevande
Anhauser – Busrsh in Bev. + SabMiller 15,2%
Nestlè 14,6%
PepsiCo 13,5%
JBS 10,6%
Coca Cola 9,3%
ADM 8,7%
Tyson 7,6%
Mondelez 6,9 %
Cargill 6,8%
Mars 6,7%

Dalle banane al caviale di storione, ecco il nuovo made in Italy

Dalle prime banane arrivate in Sicilia sotto la spinta dei cambiamenti climatici al caviale di storione il cui allevamento è stato da poco riconosciuto come attività agricola dopo che l’Italia ha conquistato il primato di principale produttore mondiale. Sono solo alcune delle new entry del made in Italy a tavola che fanno dell’Italia una realtà unica nel mondo. È quanto afferma la Coldiretti all’inaugurazione della più grande fattoria mai realizzata in Italia nel centro storico di una città a Milano al Castello Sforzesco, da Piazza del Cannone a Piazza Castello dove è stata apparecchiata la tavola della biodiversità tricolore con i cibi più antichi, i più rari, i più eroici, i più “volgari”, i più “puzzolenti” e le new entry arrivate in Italia per effetto dei cambiamenti climatici.

A contraddistinguere il cambiamento nelle campagne sono indubbiamente – spiega Coldiretti – i nuovi prodotti arrivati in Italia per effetto dei mutamenti climatici, come le banane e gli avocado coltivati in Sicilia, il finger lime (sorta di cetriolo da cui si ricavano piccole perle trasparenti dal sapore forte, aspro e piccante che ricordano il limone) e persino il vero caviale di storione che oggi è possibile produrre addirittura in Lombardia grazie all’innalzamento generale della temperatura che ha influito anche sulle acque.

Ma assieme alle new entry ci sono anche i cibi più antichi che tornano sulle tavole grazie agli agricoltori – sottolinea Coldiretti – come, ad esempio, la manna, che nella Bibbia viene mandata da Dio per salvare gli ebrei durante la traversata del deserto, e oggi è stata recuperata dagli agricoltori siciliani, che la estraggono dal frassino per essere usata dolcificante per i diabetici, nelle cure dimagranti e nelle terapie disintossicanti. Ha origini romane il vino cotto – continua la Coldiretti – bevanda marchigiana prodotta facendo bollire il mosto di uve bianche o rosse in caldaie di rame e lasciata quindi a fermentare e riposare in botti di legno per anni, mentre l’idromele è considerato addirittura bevanda fermentata più antica del mondo, più della birra.

Non mancano – sottolinea la Coldiretti – cibi rarissimi, come la pompia, sorta di cedro dalla buccia spessa e ruvida usato in Sardegna nella preparazione di dolci e liquori, il vino Loazzolo, la più piccola Doc d’Italia coltivata in un comune di appena 300 abitanti e meno di cinque ettari di terreno o lo spumante degli abissi, fatto invecchiare nelle profondità del mar Tirreno. Ma sono molti anche i prodotti della campagna che da nord a sud del Paese vengono considerati come elisir naturali dell’amore, ai quali sono attribuiti dalla tradizione straordinari poteri stimolanti, in alcuni casi addirittura confermati da prove scientifiche.

È poi solo grazie all’impegno e agli sforzi degli agricoltori che è oggi possibile portare in tavola i cibi “eroici”, ovvero prodotti in condizioni ambientali difficilissime. È il caso della lenticchia di Ustica, coltivata là dove i trattori non possono arrivare, tanto che tutte le operazioni vengono fatte a dorso di mulo, del pomodoro siccagno, che si pianta nei terreni aridi dell’entroterra siciliano, del “vino dei ghiacciai” prodotto dai vitigni più alti d’Europa in provincia di Aosta.

Abbinano gusto a schiettezza popolare i cibi più “volgari” come il Bastardo del Grappa, formaggio che deve il suo nome al fatto di essere prodotto con il latte che non viene usato per fare un altro formaggio della zona, il Morlacco, o la Salsiccia Pezzente, un tempo destinata alle esigenze dei contadini e dei ceti meno agiati in generale, dal momento che viene preparata utilizzando tagli di carne poco pregiati, senza dimenticare le Patate cojonariis, tuberi di piccole e a volte piccolissime dimensioni diffuse in Friuli Venezia Giulia.

E se non si ha il naso troppo delicato è facile apprezzare i cibi più “puzzolenti”, a partire dal formaggio Puzzone di Moena la cui crosta rimane sempre unta e favorisce il riprodursi di una flora batterica, che gli conferisce il sapore inconfondibile e il colore rossiccio caratteristico, fino al Marcetto teramano, crema di pecorino affinata con le larve di mosca, e al Bruss – conclude la Coldiretti – prodotto con pezzi di formaggio riciclato e ricotte inacidite.

Gli accordi segreti nel negoziato Usa-Ue mettono a rischio le leggi a tutela della bontà di ciò che arriva in tavola. C’è la crisi, ma si eviti la svendita dei diritti.

Sareste contenti se qualcuno stesse decidendo cosa comprerete e cosa mangerete – voi – in futuro, tenendovene all’oscuro? E cosa direste, ancora, se quanto deciso portasse sulle vostre tavole pollo igienizzato con il cloro, carne piena di antibiotici oppure “Gorgonzola” che, in realtà, viene dall’Illinois? In pratica, è ciò di cui potremmo correre il rischio con il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership, Trattato Transatlantico per il commercio e gli investimenti), l’enorme patto economico su cui stanno trattando da un anno e mezzo Europa e Stati Uniti per scambiarsi più merci – tra cui anche prodotti alimentari – e servizi e che, negli obiettivi dei negoziatori, dovrebbe concludersi proprio nel 2015: la mancanza di trasparenza di queste trattative è già realtà, i rischi per la sicurezza delle nostre tavole sono un grosso timore, perché – nonostante le rassicurazioni dei negoziatori – i documenti su cui si lavora sono avvolti nella segretezza. Ma la posta in gioco per la nostra sicurezza è troppo alta, la pressione delle imprese che vogliono vendere a tutti i costi è troppo forte per permettersi di non mantenere alta la guardia.

Che cosa è il Ttip
Ora, un paio di scarpe italiane costa il 10% in più al consumatore americano a causa dei dazi, cioè le imposte che l’impresa deve pagare per esportare merce.
Ora, Stati Uniti e Unione Europea impongono requisiti di sicurezza – diversi, ma sostanzialmente equivalenti – per le auto (su fari, serrature, sedili ecc.) che impediscono alle aziende di vendere oltreoceano, se non costruendo modelli differenti, con costi e quindi prezzi finali elevati. Sono solo due esempi, ma il Ttip vuole cancellare barriere di questo tipo, eliminando i costi in più sulle merci che transitano (già bassi, in verità: in media il 4%) e soprattutto gli “inutili ostacoli normativi agli scambi”, come si legge nelle linee guida delle trattative (rese pubbliche solo a ottobre 2014, dopo mesi di pressioni dell’opinione pubblica e una sentenza della Corte di Giustizia Europea che richiamava a una maggiore trasparenza).

È questo il punto: ciò su cui si tratta, per arrivare a standard comuni, sono le tante differenze nelle leggi su sicurezza, ambiente e salute, che impediscono a molti beni e servizi made in Usa di essere ammessi in Ue e viceversa. Ma quanto, queste “barriere”, possono essere considerate davvero sempre “inutili”, visto che si parla di diritti dei cittadini?
Il Ttip riguarda praticamente tutti i tipi di prodotti, le sostanze chimiche che finiranno nei cosmetici, il settore finanziario, le telecomunicazioni, gli appalti, l’energia, le materie prime e l’e-commerce (unico settore escluso, per il veto posto dalla Francia, è quello degli audiovisivi). Gli interessi in gioco, insomma, sono stratosferici: si tratta sull’intera economia ma – soprattutto, visto che tutti questi beni e servizi alla fine li compriamo noi – si tratta sulla vita quotidiana dei consumatori: più di 800 milioni di cittadini, tra Europa e Stati Uniti ,che vivranno gli effetti delle decisioni dei tecnici della Commissione Europea e del Dipartimento del Commercio Usa.

Per ora può sembrare solo una sigla difficile e lontana, di cui poco si parla, che interessa solo burocrati e imprese, ma il Ttip sarà presto sugli scaffali dei nostri supermercati, presto nelle nostre case e sulle nostre tavole. E non può succedere che si decida della vita dei cittadini, dei loro diritti alla sicurezza e alla salute, senza pretendere che i loro interessi vengano messi al centro delle trattative, in modo pienamente trasparente.

Chi dice “sì” e chi dice “no”
Insomma, più prodotti americani arriveranno in Europa e viceversa, più società potranno fornire i loro servizi sull’altra sponda dell’Oceano anche partecipando agli appalti per i servizi pubblici, più norme diventeranno comuni. Così – sono convinti i negoziatori – ci sarà più export, più crescita economica, più posti di lavoro. Secondo le loro stime, ci sarà un aumento del PIL pari a mezzo punto percentuale per l’Unione Europea (120 miliardi l’anno) e pari a 0,4% per gli Stati Uniti (90 miliardi); Confindustria, l’unione delle nostre industrie, prevede un aumento dell’export di 2 miliardi per l’Italia.

Anche il nostro governo è entusiasta: il Ttip ha il nostro “appoggio totale e incondizionato”, ha dichiarato il premier Matteo Renzi, che si attende “un salto di qualità” per il Paese. Non la pensano così gli oppositori: ad esempio, la campagna Stop Ttip Italia (di cui fanno parte decine di associazioni, sindacati, reti agricole) si appoggia a studi opposti, come quello della Tufts University del Massachussets, secondo cui ci sarà una perdita di 600mila posti di lavoro e un calo del reddito procapite tra i 165 e gli oltre 5mila euro in tutta Europa. Anche il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz sostiene che l’accordo “potrebbe rivelarsi molto negativo per l’Europa”, rischiando di approfondirne la recessione e garantendo “campo libero a imprese protagoniste di attività economiche nocive per l’ambiente e la salute”.

I due lati della medaglia
I vantaggi, per i consumatori, possono esserci: più scelta di prodotti e servizi, prezzi più bassi, una maggiore cooperazione tra le agenzie di allerta rapido e tracciabilità di prodotti alimentari e non, di cui entrambi i Paesi avrebbero bisogno. Ad esempio, armonizzare le norme Ue agli standard Usa per l’immissione in commercio di dispositivi medici (valvole cardiache e protesi varie), potrebbe portare a un miglioramento per il Vecchio Continente, dove i controlli sulla sicurezza di questi prodotti sono relativamente carenti. Insomma, se ci fosse un negoziato che punta ad armonizzare le regole verso il meglio ne avremmo tutti da guadagnare. Ma, nell’eventualità che ciò non accada, i rischi per i consumatori europei sono troppi: si lascerà che le piccole e medie imprese italiane vengano fagocitate dalle grandi multinazionali americane che sbarcheranno in Europa, costringendoci a dire addio alle nostre tipicità ed eccellenze?

Si lascerà che le 1.328 sostanze chimiche vietate nei prodotti e nei cosmetici europei perché considerate nocive (contro le 11 proibite negli Usa) abbiano accesso al nostro mercato per fare un piacere alle imprese degli States? Si lascerà che i nostri severi standard sulla protezione dei dati e sulla privacy facciano spazio alle regolamentazioni molto più blande a stelle e strisce? In tante cose siamo diversi. È chiaro che le forti lobby delle imprese americane stanno già premendo e premeranno ancora per non doversi adeguare a normative più stringenti, che impedirebbero di esportare i loro prodotti senza adeguarsi. Cosa succederà allora? La nostra impressione è che, a causa della crisi, pur di aumentare punti di PIL e di chiudere le trattative al più presto, l’Europa possa essere disposta ad accettare qualsiasi accordo. I nostri politici e le nostre aziende si aspettano moltissimo dal Ttip e per ottenere, in queste situazioni – si sa – bisogna cedere.

Preoccupazioni nel piatto
Tra tutti i settori più critici coinvolti dal Ttip, di cui vi continueremo a parlare nei prossimi mesi, ce ne è uno che sin dall’inizio ha suscitato grande allarme, su cui i negoziatori continuano a rassicurare, ma su cui – in realtà – non si sa ancora nulla di certo: si tratta dell’agroalimentare, un settore in cui le differenze tra Usa e Ue sono ancora più nette. Va detto che in alcuni casi gli States sono più efficienti: ad esempio, da loro, le etichette nutrizionali e con lo stesso schema sono obbligatorie già da tempo, mentre da noi solo dal 2014; anche le norme sui microrganismi ammessi negli alimenti, frutta, verdura e prodotti bovini sono più rigide, limitando il nostro export. Ma su tante cose il sistema Europeo è molto più severo e, per quanto possa essere migliorato, garantisce un elevato livello di protezione e informazione su cui non si può cedere solo per raggiungere un accordo economico: su tutti i temi, fondamentali per l’Europa, non potremmo ammettere nessuna omologazione al ribasso dei nostri standard, né tantomeno l’accesso di prodotti che non li rispettino.

La Commissione ha dichiarato che le leggi europee che riguardano la tutela dei consumatori (come quella sugli ormoni nella carne o l’igienizzazione del pollo con la clorina), non saranno toccate; d’altro canto, però, l’ambasciatore americano in Italia, Anthony Luzzatto Gardner, ha dichiarato che “senza un programma ambizioso sull’agricoltura è difficile che il Ttip venga approvato dal Congresso”. Il potere e le pressioni politiche delle aziende agroalimentari statunitensi, d’altronde, non sono un segreto e non lo sono neanche gli interessi delle nostre imprese e dei nostri politici nel vedere abbattutti i limiti americani ed esportare, così, più formaggi, prosciutti, olio e via dicendo. Ma su cosa cederemo per ottenerlo? Nel momento in cui scriviamo, i negoziati non sono ancora entrati nel cuore del capitolo agroalimentare: visto che è tra i nodi più difficili, potrebbe essere lasciato alla fine, ma chissà se è la strategia migliore. Sul tavolo, ci saranno già tante decisioni prese in altri settori: ci auguriamo che l’Europa non si ponga nelle condizioni di dover cedere sull’alimentazione pur di conservare i vantaggi conquistati da altre parti.

Le leggi non le fanno le imprese
C’è un altro rischio che va scongiurato in questo trattato e si tratta della clausola Isds (Investor-State Dispute Settlement), secondo cui un’azienda estera può fare causa allo Stato in cui esporta dinanzi a un collegio arbitrale, cioè – non fatto di magistrati – ma da esperti nominati dalle parti, quindi con conflitti di interesse innati, che giudicherebbero a porte chiuse: di fronte a questo “tribunale”, l’azienda potrà pretendere un risarcimento se ritiene che i suoi interessi vengano danneggiati dallo Stato.

Significa che, se dopo l’accordo l’Italia approva una norma – ad esempio a tutela dei consumatori – che ostacola gli affari di una società americana, quest’ultima potrà metterla in discussione, chiedendo miliardi di dollari di danni che, in ultima istanza, saranno i contribuenti a dover pagare. Il tutto mentre, paradossalmente, un’azienda italiana sarebbe tenuta a rispettare la nuova legge. Vuol dire che la nostra autonomia e la nostra sovranità sarà sempre sotto il ricatto degli interessi delle multinazionali americane; vuol dire che, per paura delle loro contestazioni, i Paesi ci penseranno due volte prima di legiferare, anche su temi come la sicurezza e la salute. Ma perché, poi, gli interessi di un’azienda dovrebbero essere tutelati con un diverso sistema giuridico (se giuridico si può definire), più facile da gestire rispetto a quello valido per i normali cittadini? Un sopruso, che è già parte di altri trattati internazionali e che ha già dimostrato più volte la sua iniquità (basti pensare all’azienda francese Veolia che ha fatto causa all’Egitto per aver introdotto il salario minimo o al caso Philip Morris che, grazie a questa clausola, sfida le leggi anti-fumo di Uruguay e Australia).

Trasparenza? Solo di facciata
Con tutti i rischi che ci sono all’orizzonte, ci chiediamo come sia possibile che su queste trattative non ci sia stata una adeguata trasparenza sin dall’inizio e che solo recentemente – dopo mille pressioni – ci sia stata un’apertura da parte dell’Ue: i colloqui veri e propri si sono sempre svolti a porte chiuse, i testi su quanto si decide di volta in volta sono sempre stati segreti. Mentre altri trattati (come il Wto, Wipo e Unfcc) consentono l’accesso ai documenti negoziali, nel caso del Ttip, la possibilità di dare un contributo importante da parte della società civile viene impedita.
E questo ci fa essere ancora più scettici sulle dichiarazioni rassicuranti delle autorità. Ancora di più se pensiamo ai dati sull’attività di lobbyng (cioè di pressione sulle decisioni) delle imprese. Il Corporate Europe Observatory dimostra come lo sbilanciamento nei confronti dei loro interessi sia stato chiaro sin dagli incontri preparatori del 2013: su 560 consultazioni del Dipartimento Commercio Ue, 520 (il 92%) sono state fatte con le aziende. E di questi, ben 113 con l’industria agroalimentare, la più potente a Bruxelles. Solo 26 ( il 4%) sono stati, invece, gli incontri con rappresentanti di interessi pubblici (il restante 4% con singoli o istituzioni). I numeri non sono confortanti e ci spingono a esigere più chiarezza. La recente creazione di un gruppo consultivo da parte dell’Ue (Ttip Advisory Group, di cui fanno parte imprese, associazioni e consumatori) è stato un miglioramento, ma non basta. Noi ne facciamo parte, in quanto membri del Beuc, l’organizzazione dei consumatori europei. Il direttore, Monique Goyens, che partecipa in prima persona, ci racconta – nell’intervista in alto – quanto, in effetti, non siano incontri pensati per avere un reale contributo, quanto piuttosto solo informativi: una trasparenza, insomma, solo di facciata.

Consumatori al centro dei negoziati
Vera partecipazione, nessun indebolimento per i diritti dei consumatori americani ed europei su sicurezza, salute, lavoro e ambiente, eliminazione della clausola Isds utile solo a proteggere gli investimenti delle aziende. Sono queste le nostre richieste, su questo stiamo lavorando, sia a livello internazionale (in quanto parte del Beuc e del Tacd, Trans Atlantic Consumer Dialogue, il forum di consumatori americani ed europei), che a livello nazionale, chiedendo ufficialmente al governo – in particolare al viceministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda – di essere tenuti più informati e di essere ascoltati. Vogliamo più concorrenza e sviluppo con il Ttip, posto che arrivino, ma senza rinunciare alle tutele, per questo dobbiamo essere certi che i negoziatori eliminino solo le differenze regolamentari davvero “inutili”, rendendo comuni gli standard più severi dei due Paesi e non quelli più chini agli interessi delle aziende. I diritti dei consumatori, che dovranno trarne solo benefici, non possono essere considerati barriere da abbattere, ma devono essere il cuore di questo rapporto commerciale: si tratta di cultura e democrazia, prima ancora che di scambio di merci e servizi. •

IL CIBO SICURO NON SI TOCCA: ECCO SU COSA NON SI PUÒ CEDERE

Il principio di precauzione. Dopo lo scandalo della “mucca pazza” l’Europa si è dotata di un sistema legislativo piuttosto rigido sulla sicurezza alimentare: se c’è un rischio molto elevato che un prodotto possa far male, le autorità possono intervenire in attesa di accertamenti scientifici; negli States, invece, vige il principio praticamente opposto, per cui alimenti e procedure sono sicuri fino a prova scientifica contraria.
È impensabile che, nel negoziato, il principio di precauzione possa essere scalfito.
Severità sulla filiera. In Europa la sicurezza alimentare deve essere garantita lungo tutta la filiera produttiva, “from farm to fork” (dai campi alla tavola), con prerequisiti igienici dei produttori, tracciabilità del prodotto ecc.; il sistema Usa, invece, verifica per lo più la sicurezza del prodotto finito (ecco perché i trattamenti di decontaminazione chimica delle carni, come la clorina, sono così diffusi). Un cambio di approccio non sarebbe ammissibile.

Meno potere alle imprese. Anche le procedure di controllo sono diverse: le autorità americane si fidano molto delle aziende, che possono autodichiarare la sicurezza dei prodotti informandone la Fda (Food and Drug Administration, l’autorità americana per la sicurezza alimentare e dei farmaci), che non ha alcun obbligo di rivedere la loro valutazione.
In Europa, invece, i prodotti regolamentati (ad esempio gli Ogm) vengono autorizzati solo dopo i controlli dell’autorità competente, l’Efsa (European Food Safety Authority) e dopo l’approvazione della Commissione Ue, del Parlamento e dei singoli Paesi membri.

Niente ormoni nella carne. In Europa è proibito somministrare ormoni al bestiame per farlo crescere di più, perché mancano sufficienti studi circa la loro sicurezza. Negli Usa invece è ammesso l’uso di queste sostanze che riducono i tempi di allevamento e quindi fruttano moltissimo alle industrie. Il nostro divieto si applica naturalmente anche alle importazioni: nonostante le insistenti richieste degli Usa, la carne americana che si vende da noi, è solo quella che rispetta i nostri standard. Esigiamo che continui ad essere così.

Meno antibiotici. Negli allevamenti americani gli antibiotici possono essere usati in dosi maggiori, anche per far crescere di più gli animali.
In Europa i limiti sono più restrittivi e questi farmaci possono essere usati solo per proteggere il bestiame dalle malattie. Il problema legato agli antibiotici comunque sussiste: quello che sta succedendo è che usandone sempre di più negli allevamenti, i batteri diventano sempre più resistenti e questa resistenza può trasferirsi anche agli antibiotici usati per gli uomini, che perdono il loro effetto (25mila morti all’anno in Europa e 23mila negli Stati Uniti per problemi legati alla restistenza dei batteri).
Da tempo chiediamo all’Ue ancora più severità, figuriamoci se potremmo mai accettare una deregolamentazione per far entrare più carne americana.
Pollo igienizzato con la clorina. Per eliminare i batteri, negli Usa, le carcasse del pollame vengono disinfettate con prodotti chimici come il cloro. Una procedura vietata per l’Ue che, sempre sulla base del principio “farm to fork”, deve garantire l’igiene a monte, con severi regolamenti da rispettare negli allevamenti e nel trasporto.
Oltre a non esserci certezza sulla sicurezza di questi trattamenti, è proprio il principio che riteniamo scorretto. Non si può pensare di tralasciare l’igiene nella filiera, perché tanto poi la carne verrà lavata prima della vendita con disinfettanti chimici. Anche perché non saranno mai pienamente efficaci. Le autorità dicono di non preoccuparci di questo, che non si tratterà sull’igienizzazione del pollo, ma visti i precedenti con l’acido lattico per il lavaggio delle carni bovine (approvato dall’Ue nel 2012, dopo una richiesta degli Usa), non ci fidiamo senza vedere i documenti ufficiali.

Latte e carne dai figli dei cloni. La clonazione per la “riproduzione” animale (creando embrioni-copia in laboratorio) è una tecnologia relativamente nuova: gli studi sono ancora pochi per sapere se è sicura dal punto di vista alimentare (l’unica cosa, non rassicurante, che l’Efsa ha potuto verificare è che i cloni hanno più problemi di salute e muoiono prematuramente).
Non essendoci sicurezze, in Europa non è ammessa la vendita di carne e latte di animali clonati né di loro discendenti. Oltreoceano, invece sì, per i discendenti, senza informazioni in etichetta.
Si torna sempre allo stesso punto: il principio di precauzione contro l’immissione sul mercato di tutto ciò che non è nocivo sulla base di prove scientifiche. Due visioni completamente opposte.
Ogm senza etichetta. In Europa i prodotti che contengono più dello 0,9% di Ogm – organismi geneticamente modificati (tra i più diffusi soia e mais) – devono dichiararne la presenza in etichetta: pretendere l’informazione per avere diritto di scelta è stata una grande battaglia e vittoria delle associazioni di consumatori, a cui non si potrebbe mai rinunciare (anche se, dobbiamo ricordarlo, molti dei nostri 52 Ogm vengono usati nei mangimi animali e quindi li assumiamo lo stesso senza potercene accorgere, cosa su cui l’Ue dovrebbe legiferare in futuro).

L’indicazione in etichetta non è obbligatoria mai, invece, negli Stati Uniti, dove questi organismi sono anche molto più diffusi.
Ogni prodotto, prima di essere venduto sul mercato europeo, deve superare i duri controlli dell’Efsa; negli Usa, invece, la Fda riconosce gli Ogm come equivalenti ai non Ogm e quindi non c’è obbligo di certificarne la sicurezza: ci si basa sulle autodichiarazioni delle imprese.

Sono piuttosto note le pressioni delle grandi aziende biotecnologiche d’oltreoceano affinchè gli Ogm targati Usa possano entrare anche nell’Ue, bypassando i nostri controlli. Anche questo, se messo sul tavolo dei negoziati, sarebbe inaccettabile.
Le denominazioni d’origine non importano
Cosa succederebbe se gli States potessero esportare i tanti prodotti che rubano il nome delle nostre 250 Dop e Igp (ad esempio il “Parmesan” o il “Gorgonzola” qui a fianco)? Per noi il nome deve restare garanzia della provenienza e della qualità degli alimenti.
Più prodotti poco sani. Nonostante i recenti sforzi degli States, l’immenso mercato alimentare Usa resta fatto, mediamente, di prodotti meno sani: non sarebbe certo un bene vedersi invasi da cibi molto più zuccherati, molto più colorati, in cui sono presenti molti più grassi trans, i più nocivi.

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