Quotidiano Telematico di Viterbo

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Attualità - page 2

Malattie rare, scoperte 10 nell’ultimo anno

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Sono stati 30 anni senza avere una diagnosi certa e senza conoscere il nome della malattia con la quale stavano combattendo sin da piccoli. Unitamente dopo tantissimi anni adesso per Laura e Marco c’è una speranza perché finalmente sanno di cosa sono affetti. Dopo tanti anni di lavoro, i medici dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù pare abbiano identificato le mutazioni dei geni CLTC e DHDDS, che sono i responsabili delle due rare encefaliti da cui sono affetti i due pazienti sopra citati, ovvero Marco e Laura. Quest’ultima Ha 30 anni ed è in cura sin da quando era una bambina ed è affetta da una malattia rara con deficit cognitivo e disturbi del Movimento, una patologia che però non ha un nome. Marco anche lui trentenne, invece, soffre di un grave ritardo psicomotorio, epilessia e disturbi del Movimento fin da quando era piccolo e anche il suo disturbo è sconosciuto o meglio lo era visto che come già abbiamo riferito, i medici dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù e quelli di neuropsichiatria infantile del Policlinico Umberto Primo di Roma, hanno finalmente individuato le mutazioni genetiche che hanno stravolto le vite dei due giovani. Entra e Leggi

Klebsiella shock, nel 2050 i superbatteri Killer faranno più vittime del tumore: Italia maglia nera delle infezioni

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In Italia, secondo i dati della sorveglianza AR-ISS coordinata da ISS, per la maggior parte dei microrganismi sotto sorveglianza la situazione appare stabile, con un alto numero di infezioni causate da microrganismi multiresistenti, ma nuove resistenze riemergono.
La percentuale di MRSA (Staphylococcus aureus resistente alla meticillina) oscilla da anni (da quando è iniziata la sorveglianza alla fine degli anni 90’) intorno al 33-34%, pur con ampie variazioni da laboratorio a laboratorio. Ma – spiega in una nota l’ISS – nel corso del tempo sono comparsi e si sono aggiunti altri microrganismi multiresistenti, quali i ceppi di Enterobatteri resistenti ai carbapenemi (CPE). Tra questi, nel nostro paese è diffusa soprattutto Klebsiella pneumoniae che è resistente a quasi tutti gli antibiotici disponibili, e che, secondo il recente Report della Sorveglianza Nazionale delle batteriemie da CPE, provoca almeno 2000 casi di batteriemia per anno (leggi report). Anche Escherichia coli ha raggiunto da alcuni anni e mantiene le stesse alte percentuali di resistenza alle cefalosporine di terza generazione (30%) e ai fluorochinoloni (43%).

Una buona notizia dal fronte della sorveglianza è il dimezzamento della resistenza alla penicillina in Streptococcus pneumoniae, un microrganismo causa di polmoniti e sepsi che insorgono in pazienti che non sono ospedalizzati. Questo successo però non è da ascriversi ad un migliore utilizzo di antibiotici sul territorio, quanto all’implementazione della vaccinazione antipneumococcica, soprattutto a livello pediatrico, che ha portato alla riduzione od eliminazione di sierotipi di pneumococco resistenti alla penicillina.

Rimangono sempre problematici altri microrganismi multiresistenti, quali Pseudomonas aeruginosa ed Acinetobacter spp che provocano infezioni soprattutto in pazienti critici quali quelli ricoverati nei reparti di terapia Intensiva. Questi microrganismi, già intrinsecamente resistenti a molti antibiotici, sono spesso resistenti anche ad antibiotici essenziali per la terapia.
A questi microrganismi multiresistenti si sono aggiunti negli ultimi 2-3 anni gli Enterococchi resistenti alla vancomicina o VRE. I VRE hanno rappresentato un grosso problema clinico negli anni 90 e all’inizio del 2000, ma successivamente il problema è apparso sotto controllo. Oggi i VRE, rappresentati in Italia soprattutto da Enterococcus faecium, tornano ad essere una minaccia. Basti pensare che fino al 2013 la percentuale di E. faecium resistente alla vancomicina nelle batteriemie era il 5%. Questa percentuale nel 2016 è schizzata al 13%.
Sul fronte Europeo – conclude l’ISS – la resistenza non dà segni di declino, come evidenziato dal recente Report EARS-Net 2016 malgrado le iniziative politiche ed istituzionali si moltiplichino.

Diabete, nelle donne è molto più pericoloso che negli uomini: ecco perchè

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Martedì 14 novembre 2017, in occasione della Giornata Mondiale del Diabete, l’Ospedale di Cremona organizza nell’atrio principale punti informazione e consulenza, dalle ore 9 alle 13. Gli operatori del Centro Diabetologico (Medici Diabetologi, Infermieri e Dietista), in collaborazione con l’Associazione Diabetici Cremonesi, saranno a disposizione per consulenze informative gratuite in merito alla prevenzione e cura della malattia diabetica. Entra e Leggi

Dove vedere Sporting Lisbona-Juventus in Tv e in streaming Gratis rojadirecta

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La partita di Champions League fra Sporting – Juventus inizierà alle ore 20:45.  Come Vedere Sporting – Juventus Streaming Gratis è possibile per tutti oggi martedi 31 Ottobre alle ore 20:45 grazie a Mediaset e Sky che trasmetteranno la partita su Sky Super Calcio, Sky Sport 1 e Sky Calcio 1, anche in HD (alta definizione), e su Premium Sport e Premium Sport HD.

Juventus – Sporting Alle ore 20:45  il match tra Sporting – Juventus. Si gioca per la Serie A  edizione 2017-18. streaming gratis per gli abbonati con Sky Go e Premium Play, app alle quali possiamo accedere con laptop, computer, smartphone e tablet. Entra e Leggi

Perù, 24enne si sveglia durante il suo funerale ma poi muore davvero

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Una di quelle notizie che, almeno in un primo momento, potrebbe sembrare una bufala. A un certo punto il ragazzo, tra lo stupore generale, ha cominciato a muoversi. Hanno estratto immediatamente il corpo dalla tomba e l’hanno portato in ospedale. Una vicenda dai contorni macabri, degna di un film di Stephen King, il re dell’horror. Secondo il personale il giovane era morto durante la notte. Qualcosa deve essere andato storto, durante un intervento di norma senza particolari rischi per la salute.

Il 24enne era stato ricoverato con febbre e brividi di freddo dopo che gli era stato devitalizzato un dente.

Come riporta Leggo.it in seguito ad alcune complicazioni era stato trasferito all’ospedale di Contingencia di Tingo María dove i medici, per evitargli le convulsioni, gli avevano somministrato sei dosi di un forte sedativo che lo avevano reso incosciente per oltre 24 ore. Sul caso è stata aperta un’inchiesta.

Vegliano la madre deceduta da 6 giorni: “E’ morte apparente”

Palermo, la donna si è spenta mentre era in ambulanza. I medici: è morta. Ma i cittadini gridano al miracolo

Uno caso da film. E’ quello che sta accadendo a Villagrazia di Carini (Palermo), dove Grazia Bruno, una 68enne morta da sei giorni viene vegliata dai suoi figli nella bara aperta. Nonostante il medico legale abbia certificato che “è deceduta”, i suoi familiari non la vogliono seppellire: “E’ solo una morte apparente”, dicono.
Il mancato avvenimento del rigor mortis – il corpo non è ancora rigido e la sua temperatura è ancora costante – fa ben sperare. E anche se un cardiologo dell’Asp ha certificato nuovamente il decesso della signora, c’è chi grida al miracolo. “Non vogliano seppellire nostra madre viva, aspettiamo il medico legale della procura che venga a dirci che è veramente morta, ma al momento non lo sembra. Non c’è nessuna traccia di decomposizione. Nulla che faccia pensare alla morte. Qui non siamo pazzi, abbiamo solo l’evidenza di quanto sta succedendo da alcuni giorni”, dice Francesco Passalacqua, figlio di Grazia Bruno.

Nella casa di via Fondo Cicala 55, a Villagrazia di Carini, nessuno crede alla morte. Grazia Bruno per i medici è morta sei giorni fa. Ma in casa sua i quattro figli e i fratelli non la pensano così. La donna è avvolta in una coperta e accanto alla bara c’è un’immagine sacra. Sul corpo nessun segno di decomposizione. Nessun pallore mortale e nessun rigor mortis. I figli attendono che la madre si risvegli. “Se ci fossero segni di decomposizione la lasceremmo riposare in pace. Ma questo potrebbe essere un caso di morte apparente: abbiamo parlato con alcuni medici e ci hanno detto che è possibile”, spiega Francesco.

Grazia Bruno sarebbe morta in ambulanza durante il tragitto verso casa, dopo essere stata dimessa dalla clinica “Torino” in cui era ricoverata, perché ormai in fin di vita. La donna di 68 anni, malata terminale per un tumore al pancreas, era stata dimessa il 6 febbraio. La donna sarebbe deceduta durante il percorso per raggiungere la sua abitazione. Della mancata sepoltura si stanno occupando anche i carabinieri della stazione di Villagrazia di Carini che hanno chiesto l’intervento del 118. Il personale sanitario, in presenza del medico curante della donna, ha rifatto l’elettrocardiogramma e il tracciato era piatto.

IL SINDACO – “I carabinieri ci hanno confermato che l’iter è stato compiuto ed è stata dichiarata la morte sia dal medico curante che dal medico dell’azienda sanitaria. Cercheremo di convincere i familiari che ormai la salma deve essere portata al cimitero per essere seppellita. Se ci saranno resistenze farò un’ordinanza per seppellire la donna”. Lo ha detto il sindaco di Carini, Giuseppe Agrusa, responsabile dell’autorità sanitaria nel territorio.

Lega Nazionale Contro la Predazione di Organi Pass. C. Lateranensi 22 — Bergamo
Evidentemente i medici nel certificare la morte non hanno consapevolezza dei limiti loro e delle loro apparecchiature. Il sindaco nell’imporre la sepoltura, nonostante il corpo sia tiepido, manifesta la sua autoritaria ignoranza: non sa che è scientificamente provato che esiste la morte apparente, cioè il cuore e la circolazione sembrano fermi, ma la funzione circolatoria è presente subliminalmente. Speriamo che l’amore dei figli la proteggano dall’assurda burocrazia.
Tel 035/219255fax 035/235660 www.antipredazione.org

CONSTATAZIONE (O DIAGNOSI) DI MORTE
La constatazione (o diagnosi) di morte significa “dichiarare la morte” ossia affermare che la persona alla quale si presta in quel momento la propria opera, anche occasionale, è deceduta. Qualunque medico a cui venga segnalata la presenza di un corpo inanimato è tenuto a prestare la sua opera indipendentemente dagli orari e dagli obblighi lavorativi Contrattuali o Convenzionali. Solo il medico può affermare che una persona è effettivamente deceduta: fino a quel momento (eccettuati casi particolari, come la decapitazione o lo smembramento) va considerata persona viva bisognevole di assistenza. Nel caso che riscontri effettivamente l’avvenuto decesso, il medico può (generalmente DEVE) dichiararne la morte. Questo stadio non è codificato da norme specifiche contrattuali, ma rientra negli obblighi generali degli esercenti l’attività medica.
Accertamento della realtà della morte.
Secondo la scienza medica va effettuato verificando i parametri vitali fondamentali (cardio-circolatorio, nervoso e respiratorio) secondo certe regole codificate; tale compito è affidato al medico ospedaliero a ciò delegato o, fuori dell’ospedale, al medico necroscopo. Al fine di evitare casi di morte apparente la legge dispone che la visita del medico necroscopo vada sempre effettuata non prima delle 15 ora dal decesso, e la sepoltura deve avvenire dopo 24 ore, salvo casi particolari. La certificazione della realtà della morte costituisce atto pubblico, in quanto redatto da pubblico ufficiale. Le ASL, da parte loro, sono obbligate ad istituire un servizio di Medicina Necroscopica attivo in ogni momento.
Il decesso può verificarsi in tre circostanze:
a) decesso a domicilio.
In tal caso la diagnosi di morte deve essere posta dal Medico di Medicina Generale (negli orari di servizio) o dal Medico di Continuità Assistenziale (nei competenti giorni e orari), così come, peraltro, espressamente previsto per quest’ultimo dal comma 16 dell’art.67 dell’ACN del 23.03.2005. Nella eventualità che il 118 sia stato chiamato per un intervento urgente e subentri il decesso del paziente sarà il 118 ad effettuare la diagnosi di morte.
La diagnosi di morte deve essere effettuata nel più breve tempo possibile e comunque entro un termine di tempo congruo, in considerazione del fatto che dall’ora della morte possono trascorrere massimo 24 ore entro le quali è necessario compilare la scheda ISTAT ed effettuare l’accertamento della morte.
b) decesso in luogo pubblico.

Nella fattispecie la diagnosi di morte può essere effettuata, nel caso in cui non sia noto il Medico di Medicina Generale (soprattutto in città e nei grossi centri), dal “118” (mediante invio di autoambulanza medicalizzata), che in tal senso ha dichiarato la propria disponibilità.
c) decesso in Struttura Ospedaliera o RSA
In tale caso, il decesso è constatato ovviamente dal personale medico della struttura.
Le Imprese di Onoranze Funebri sono autorizzate all’effettuazione di tutte le attività di competenza (vestizione, collocazione in bara) solo dopo l’avvenuta diagnosi di morte posta dal medico; l’applicazione di sistemi refrigeranti può avvenire solo dopo l’accertamento della morte da parte del medico necroscopo e comunque non prima che siano trascorse 24 ore dal decesso (salvo i casi previsti dalla normativa vigente: decapitazione, avanzato stato di decomposizione o putrefazione, ecc…).

ADEMPIMENTI

Constatazione di decesso: si tratta della certificazione su carta semplice rilasciata ai parenti dal medico (qualsiasi medico: medico di assistenza primaria, guardia medica, 118, etc.) che constata il decesso. Non è prevista da alcuna disposizione di legge, pur essendo implicitamente menzionata dal TULS: dal momento dell’accertamento iniziano a decorrere i termini per gli adempimenti successivi.
Esempio corretto di constatazione di morte di Guardia Medica.

Esiste il diritto di morire, di rinunciare a esistere, quando proprio non ce la facciamo più e ammesso di non aver contratto debiti con la società? Esiste il diritto di chiedere a un medico, o a un amico, di aiutarci a compiere quel passo? E dopo che abbiamo abbandonato il nostro corpo, non lo abitiamo più, e la vita in lui non ha altro scopo di quello di far crescere la barba e stimolare la contrazione dell’intestino, -abbiamo ancora il diritto – noi per averlo lasciato scritto da qualche parte, le persone che ci hanno voluto bene per rispettare i nostri ultimi desideri – di imporre ai medici di smetterla di torturare inutilmente quel povero guscio vuoto e di lasciare che si spenga in lui anche l’ultima, inutile scintilla di vita biologica? Come tutti sapete c’è, su questi temi, una discussione acida e sgradevole; come sapete, questa discussione avviene tra chi sventola la bandiera dei diritti e chi agita lo stendardo degli interessi politici e appoggia le posizioni della religione di stato non per convinzione ma per mero calcolo. Ignobile, ma vero.

Oggi, nei paesi occidentali, oltre l’80% delle morti si verifica in Ospedale e le condizioni del morire sono cambiate in modo straordinario rispetto al passato. Essendo in grado di sostituire le funzioni di organi essenziali per la sopravvivenza del corpo- per quella della persona il problema è diverso – la medicina moderna si è messa in grado di controllare tempi e circostanze del morire. Le cose sono dunque cambiate. In meglio?

Certamente oggi possiamo fare molto per prolungare la vita di una persona, anche si tratta di una vita che non promette più niente e che, secondo quella specifica persona, non vale la pena di essere vissuta. La medicina deve affrontare, però, nuovi problemi, alcuni dei quali sono persino difficili da definire. Ci si chiede soprattutto: è possibile governare l’enorme potere che la medicina certamente possiede e che si manifesta nei suoi interventi sul processo del morire al solo scopo di evitare che questo potere privi il paziente del suo diritto di morire con dignità?
Le risposte sono molte, non tutte in grado di raccogliere consensi. C’è chi ritiene che sia arrivato il momento di rinunciare alla tecnologia, che è poi all’origine del problema. C’è chi si limita a chiedere regole per fermarla là dove cessa la possibilità di assicurare al paziente una condizione di vita decorosa e compatibile con lo stato della malattia, cioè nel momento in cui sta per trasformarsi in un inutile accanimento sul corpo e sulla persona del paziente. Ma se poniamo dei limiti è necessario stabilire regole che impediscano di superarli. Quali? Tutti concordano nel considerare invalicabile il limite dell’accanimento terapeutico, ma poi i criteri per definirlo non sono condivisi, e questo sarà il tema dominante nella prossima discussione parlamentare sul testamento biologico.

I giuristi pongono naturalmente molta attenzione al tipo di eutanasia al quale si fa ricorso, altro è parlare di una eutanasia attiva, altro è ragionare di una eutanasia passiva, cioè della sospensione di un trattamento che mantiene in vita un malato: in questo ultimo caso si tratta di un atto omissivo, la causa della morte di quel soggetto sarà la malattia, non la condotta del medico o dell’amico. Ma anche nel caso di eutanasia passiva bisogna saper distinguere gli eventi nei quali è stato comunque necessario un intervento – staccare una spina, togliere una fleboclisi – da quelli nei quali si è più semplicemente deciso di interrompere le cure prestate fino a quel momento, e bisogna distinguere tra i casi in cui la decisione è stata tutta del medico e quelli in cui è il paziente a richiedere la sospensione del trattamento.

Non c’è bisogno che ricordi che nel nostro Paese l’eutanasia è vietata e configura il reato di omicidio, ma che alla faccia di tutte le leggi moltissimi medici sono disponibili a eseguire interventi di eutanasia indiretta, somministrando quantità di farmaci – usualmente antidolorifici – così elevate da avere come effetto secondario quello di anticipare la morte.
Esiste su questi temi un conflitto aperto e i valori che si confrontano sono sin troppo evidentemente inconciliabili : il valore della vita umana, nell’accezione nella quale essa risulta indisponibile anche al suo titolare, e il valore dell’autonomia della persona, cui sono legati la libertà di poter autonomamente disporre del proprio corpo e il diritto di governarsi da sé nella sfera delle scelte personali. Entrambi i valori sono stati eretti a principi morali definiti, in questo contesto, come “ criteri di giustificazione delle credenze morali” .

Ogni principio consiste in una affermazione generale su ciò che ha valore e su ciò che si deve fare e può scaturire da una teoria morale di riferimento, nel senso di rappresentare i cardini in base ai quali una certa teoria morale viene costruita, oppure riassumere una gamma di principi o di preoccupazioni morali, oppure ancora indicare radici differenti per la giustificazione delle preoccupazioni morali nel campo dell’assistenza sanitaria.
Secondo il principio della inviolabilità della vita il valore della vita umana è assoluto e speciale in sé, indipendentemente dalla sua qualità e dalla possibilità di poterla apprezzare e senza dare alcun peso ai desideri delle persone viventi.

La versione religiosa di questo principio pone la questione in termini di sacralità della vita, dal concepimento alla sua fine naturale ( e qui cosa significhi naturale alla luce dei progressi della medicina è tutto da stabilire). La vita dell’uomo è sacra in quanto egli è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio, quindi possiede una propria irriducibile dignità, che conferisce un senso intrinseco alla vita e le dona una specifica sacralità. Questa dignità diventa un carico da portare per sempre , un fardello da sommare alle piaghe da decubito, al vomito e alla diarrea indotti dalla chemioterapia, alla paralisi di un corpo ridotto a brandelli e di una mente devastata dal dolore, ai clisteri, ai sondini, ai cateteri, mi sembra che al confronto impallidisca l’immagine delle celle nelle quali i tedeschi torturavano i patrioti.

Comunque alla percezione soggettiva che ognuno ha della sua dignità personale non viene dato alcun peso.
Per il Magistero cattolico la vita umana è inviolabile, dio ne è l’unico signore, l’uomo non può disporne e tutto ciò è legato al principio dell’assoluto, i valori assoluti, i principi assoluti, i divieti assoluti, che non ammette eccezioni. In realtà se questi principi si svincolano dalla dimensione religiosa e vengono considerati solo nella loro dimensione razionale diventano molto incerti e, diciamolo, poco credibili. Solo i dogmi fideistici rendono accettabile questa visione del mondo: verrebbe da dire, ascoltando il buon senso, che la sacralità della vita dovrebbe essere interpretata come protezione della vita in senso biografico e non come tutela della sopravvivenza biologica. Per molti di noi essere vivi ha importanza solo se costituisce la possibilità di avere una vita, in assenza di una vita cosciente è indifferente vivere o morire.

Al polo opposto, il principio morale di riferimento è quello di autonomia o di autodeterminazione del paziente , la capacità di scegliere razionalmente la propria condotta, di imporre un certo corso alle proprie azioni e ai propri desideri, dei propri sentimenti e delle proprie inclinazioni, attraverso un volere capace di indirizzarli alla luce di una visione ideale di sé, alla ricerca di quella particolare identità che ognuno di noi desidera realizzare.

Nel Manifesto di bioetica laica, alla cui stesura ho collaborato più di dieci anni or sono insieme a Massarenti, Mori e Petroni, si può leggere: “ogni individuo ha pari dignità e non debbono esistere autorità superiori che possano arrogarsi il diritto di scegliere per lui nelle questioni che riguardano la sua salute e la sua vita”. Dunque l’autonomia è il punto centrale della riflessione bioetica sull’uomo, il principio che ispira e legittima il consenso informato: è da questo principio che nasce la richiesta ai medici di considerare sempre prioritarie le richieste dei loro malati, è questo principio che deve essere considerato guida e cardine della riflessione bioetica sull’uomo, anche perché è quello che ispira e legittima il consenso informato
Ha scritto recentemente Giovanni Boniolo che è necessario distinguere vita da esistenza e inizio e fine della vita da inizio e fine dell’esistenza. Cambiano evidentemente i livelli di analisi: descrittivo quello che riguarda la vita, assiologico quello che concerne l’esistenza.

Il quesito fondamentale, la domanda che prima o poi tutti gli uomini si pongono, è a chi appartiene la vita e a chi appartiene l’esistenza. Se si tiene conto del diverso significato dei due termini, la vita non è di nessuno: stabilire a chi appartenga l’esistenza dipende dal punto di vista da cui le si attribuisce valore. Ci sono vite cui non attribuiamo il valore di esistenza e non ci interessa il loro destino. Ci sono vite alle quali attribuiamo valore ed è a seconda della quantità di questo valore che ci preoccupiamo del loro destino..
Personalmente, da uomo laico, sono soprattutto interessato alla possibilità di essere libero di esistere, perché da questa discendono altre libertà, come quella di scegliere la mia morte, cioè la fine della mia esistenza, cioè ancora la fine della mia vita.

Certamente questo non può essere casuale: il problema fondamentale nella vita di un uomo laico è comunque e sempre la libertà: in fondo la laicità rappresenta l’atteggiamento intellettuale di chi considera primaria la libertà di coscienza, intesa come libertà di credenza, conoscenza, critica e autocritica.
Dunque, il quesito fondamentale resta sempre lo stesso: a chi appartiene la nostra esistenza, domanda certamente non oziosa, che chiama subito in causa il problema della religione, un problema destinato inevitabilmente a dividerci. Se l’esistenza è nostra, se è nostra la nostra vita, abbiamo il diritto di farne ciò che vogliamo, indipendentemente da quanto pensano gli altri e nei limiti che ci sono imposti dal fatto di vivere in una comunità e di aver potuto contrarre debiti con gli altri . Se l’esistenza non è nostra, se ci è stata donata, se dobbiamo comunque risponderne a qualcuno, allora le regole alle quali siamo tenuti ad attenerci sono evidentemente diverse.

Siamo di nuovo di fronte a definizioni differenti: la morte è la fine della vita o è invece in modo più complesso un passaggio ? Da questo primo quesito ne discende immediatamente un secondo : cosa è la cosa più importante della nostra esistenza, quella alla quale attribuiamo il maggior valore? E’ la vita in sé, perché sacra e inviolabile e dobbiamo perciò rispettarla e accettarla comunque sia, qualsiasi cosa ci faccia, senza neppure poter ritenerla responsabile delle nostre sofferenze? O possiamo apprezzarla diversamente, valutandola e giudicandola proprio in rapporto a quanto ci concede? E cosa ci aspettiamo da lei per poter assegnarle un valore? Dignità? Qualità? E’ una scelta difficile, che in alcune circostanza può divenire drammatica. La vita di un bambino nato con una malattia che altro non gli concede e altro non gli concederà se non sofferenza , vale la pena di essere vissuta? Nelle stesse condizioni, la mia vita, alla quale la malattia può aver tolto tutta la dignità di cui disponeva, vale la pena di essere continuata? E questo merita una doppia precisazione: la prima che la misura della dignità compatibile con l’esistenza è assolutamente soggettiva; la seconda che è molto più difficile intervenire sulla perdita di dignità che su quella del benessere fisico.

Vorrei anzitutto ricordare a tutti che il concetto di dignità, quello che ognuno di noi intende per dignità, è assolutamente personale, non ci può essere insegnato dagli altri.
L’origine della parola è oscura, ricalca tra l’altro la parola greca assioma, che aveva un duplice significato. In modo molto generico indica una condizione di nobiltà morale nella quale l’uomo si trova soprattutto in ragione della sua stessa natura umana e insieme fa riferimento al rispetto che per tale condizione gli è dovuto dagli altri e che egli deve a se stesso. Ma si può pensare alla dignità anche come una sorta di cenestesi dello
spirito, ci rendiamo conto di averne una e riusciamo finalmente a valutarne l’importanza nel momento in cui viene ferita o minacciata. Che cosa poi ciascuno di noi intenda per dignità del morire dipende grandemente da come abbiamo interpretato e realizzato la dignità della nostra esistenza. Immaginate un uomo che per tutta la sua vita si è adoperato perché ai suoi cari giungesse una certa immagine di sé, e che questa immagine abbia cercato di rivestirla sempre e soprattutto di dignità. Il pensiero di vedersela strappare di dosso, questa veste misericordiosa, nel momento della sua morte, l’idea di lasciare ai figli e alla moglie come ultima immagine quella di un uomo privo di un qualsiasi controllo sul proprio corpo, completamente affidato agli altri, soffocato dal proprio vomito, sepolto dalle proprie feci, annegato dalle proprie urine, può essere intollerabile proprio perché incompatibile con il suo senso della dignità. Voi, nel nome di un dio al quale probabilmente lui ha smesso di credere o non ha mai creduto, potrete proibirgli di andarsene in un modo più decoroso e rapido, ma non potrete impedirgli di maledirvi.
Il secondo problema riguarda la possibilità di trovare mediazioni utili su questi temi così difficili e complessi. Io credo che gli interlocutori esistano e siano le persone religiose che riescono a discutere sulla base di principi razionali e laici, rinunciando all’idea di essere assistiti da una verità che sta dietro di loro e che illumina loro la strada. A queste discussioni non possono partecipare preti, sacerdoti e cultori della metafisica, poiché l’esistenza di un dio, che è l’unico sostegno delle loro ipotesi, è una tesi interessante ma impossibile da dimostrare e rimarrà per sempre, per molte persone come me, una romantica menzogna.
L’eutanasia riguarda, almeno in linea di principio, persone gravemente ammalate, senza ragionevoli speranze di migliorare e guarire, afflitte da terribili sofferenze o gravate da altrettanto dolorose sensazioni di perdita della propria dignità, che sono però generalmente coscienti e consapevoli e comunque in grado di comunicare agli altri le proprie scelte razionali. Questa seconda parte dell’articolo riguarda però persone che questa possibilità di comunicare l’hanno perduta e giacciono in uno stato di incoscienza. Si tratta dunque di ragionare sulla irreversibilità di questa privazione della coscienza e della capacità di comunicare e, insieme, di chiederci come consentire a un comune cittadino, che ha idee molto precise sulle cure e sui trattamenti che è disposto a ricevere e a subire e sa di poter imporre le proprie scelte ai medici finché è in grado di comunicare con loro, di veder rispettate le proprie scelte anche se non riesce a comunicarle ai sanitari perché è giunto incosciente in ospedale.
Lo stato vegetativo permanente appartiene alla famiglia allargata dei coma, definita anche degli stati neurobiologici a basso livello; forse il meno compreso e il più controverso disturbo della coscienza, segue in genere uno stato di coma causato da una grave lesione .E’ una condizione nella quale manca completamente la coscienza di sé e dell’ambiente , accompagnata dal mantenimento del ritmo sonno – veglia mentre sono mantenute, in modo completo o parziale, le funzioni autonomiche.
I medici sono da tempo giunti a un consenso per quanto riguarda le condizioni necessarie perché si possa perfezionare la diagnosi di stato vegetativo persistente:
-nessuna consapevolezza di sé o dell’ambiente:
-incapacità di interagire;
-nessuna evidenza di comportamenti riproducibili, finalizzati o volontari in risposta a stimoli uditivi, tattili o dolorosi;
-nessun segno di comprensione o espressione verbale;
-uno stato di intermittente vigilanza compatibile con il ritmo sonno veglia;
-il parziale mantenimento delle funzioni del tronco e dell’ipotalamo sufficienti a garantire la sopravvivenza in presenza di cure mediche;
-incontinenza;
-variabile conservazione delle risposte riflesse dei nervi cranici.
II primo problema da risolvere in caso di stato vegetativo è quello della sua irreversibilità: se ci fossero probabilità reali di vedere il malato tornare alla piena ( o anche solo alla parziale) coscienza, evidentemente si dovrebbe avere per la sua sopravvivenza tutta l’attenzione possibile. La medicina non ha però, per questo quesito, risposte sicure, parla solo in termini di probabilità statistica: ma sapere che dopo un certo periodo di permanenza in questa condizione ( diciamo, per eccesso, due anni) non sono mai stati descritti casi di ripristino della coscienza, avrà pure un significato!
Immaginiamo adesso di lavorare in un istituto di neurologia e di avere ricoverato un paziente che è, da un certo periodo di tempo , in uno stato neurovegetativo persistente. Ammettiamo di trovarci di fronte a un caso in cui il tempo trascorso in condizioni di incoscienza, il tipo di lesioni, gli accertamenti strumentali tutti, ci confermano nella quasi assoluta certezza che per quella persona non esiste la possibilità di un recupero. E, per intenderci, quello che è successo nel caso di Eluana Englaro.
Immagino che in una situazione siffatta dovremmo chiedere ai parenti e agli amici più cari del paziente se lo avevano mai sentito esprimersi su questo argomento, se aveva mai dichiarato, quando poteva farlo, la propria indisponibilità alle cure mediche nel caso fosse stato evidente che si trattava di interventi inutili, rivolti solo a mantenere un vita il suo corpo dopo che tutto quello che faceva di lui una persona – intelligenza, sensibilità, capacità di comunicare e di entrare in relazione con il mondo, dite voi- se ne era andato per sempre. E immaginate di scoprire che sì, in effetti quel paziente aveva dichiarato, più volte, di voler rifiutare, in quelle condizioni, ogni specie di trattamento e di cura.
Alla fine delle vostre indagini, dunque, vi trovate a dover gestire un corpo che è stato abbandonato dalla persona che lo ha abitato a lungo, un corpo nel quale tutte le cellule sono in grado di sopravvivere, ma che è ormai e per sempre privo di intelligenza, coscienza, sensibilità, di tutto quello per cui le persone che ora
piangono fuori dalla porta gli hanno voluto bene, lo hanno amato e apprezzato. E quella persona che se ne è andata per sempre vi invia anche, tramite i suoi amici, il suo ultimo messaggio, la sua ultima richiesta: rispetta il mio povero involucro, lascialo morire in pace.
Credo che una gran parte di noi, in queste circostanze, non avrebbe perplessità, saprebbe chiaramente come comportarsi. Nella realtà e nella pratica, però, non è così, e la maggioranza dei medici si ritiene obbligata a mantenere in vita quell’involucro, per permettere all’intestino di avere la sua peristalsi, alla barba di crescere, ai reni di filtrare urina.
Nel 1595, Un teologo di nome Domingo Banez introdusse una distinzione tra mezzi di cura ordinari e mezzi di cura straordinari, distinzione basata sulla sofferenza: la gangrena di un arto doveva essere trattata con l’amputazione, eseguita in assenza di anestesia e di antidolorifici e con minime probabilità di sopravvivenza, un trattamento certamente straordinario che il buon senso induceva a evitare. Questa distinzione è stata sostituita da quella più moderna tra mezzi proporzionati e mezzi sproporzionati, recepita nel 1980 nella dichiarazione sull’eutanasia della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede. Ciò non ha però cancellato l’accanimento terapeutico ed esistono teorie morali che sostengono che trattamenti come l’alimentazione e l’idratazione artificiale sono sempre dovuti e quindi obbligatori. La Dichiarazione li definisce “cure normali” anche se poi nella Carta per operatori sanitari ( che è del 1994) si aggiunge “ quando non divengano gravosi per il malato”. Ma quando mai si può verificare un evento del genere?
Secondo il Magistero cattolico dunque il cosiddetto sostentamento ordinario di base, la nutrizione e l’idratazione, per via naturale o artificiale, non rappresentano né un atto medico né un possibile accanimento terapeutico e interromperle rappresenta, da un punto di vista umano e simbolico, un crudele atto di abbandono del malato.
In questa attenzione esisterebbe una valenza umana che secondo le intenzioni dovrebbe essere un segno della solidarietà nel prendersi cura del più debole. Sospendere alimentazione e idratazione si configurerebbe come vera eutanasia omissiva , intervento illecito sia eticamente che giuridicamente.
Dunque, anche in queste condizioni la vita umana, la vita biologica del’uomo, è un bene indisponibile, anche in assenza totale e definitiva di ogni capacità cognitiva; l’idratazione e l’alimentazione artificiali sono sostentamento vitale di base la cui sospensione è lecita soltanto quando si configuri autentico accanimento terapeutico (cioè, in pratica, mai).
A tal riguardo, occorre sottolineare con forza che esiste una tendenza ormai costante, e sempre più diffusa nella comunità scientifica nazionale e internazionale, a favore della tesi inversa, ovvero che l’alimentazione e l’idratazione artificiali costituiscano a tutti gli effetti un trattamento medico, al pari di altri trattamenti di sostegno vitale, quali, ad esempio, la ventilazione meccanica. Ecco, ad esempio, quello che scrive la Società Italiana di nutrizione parenterale :
La miscela nutrizionale è da ritenere un preparato farmaceutico che deve essere richiesto con una ricetta medica e deve essere considerato una preparazione galenica magistrale, non essendo un prodotto preconfezionato in commercio. Si tratta comunque di un trattamento medico a tutti gli effetti tanto che prevede il consenso informato del malato o del suo delegato, secondo le norme del codice deontologico e che deve essere considerato un trattamento sostitutivo vicariante.
Si tratta dunque di trattamenti che sottendono conoscenze di tipo scientifico e che soltanto i medici possono prescrivere, soltanto i medici possono mettere in atto attraverso l’introduzione di sondini o altre modalità anche più complesse, e soltanto i medici possono valutare ed eventualmente rimodulare nel loro andamento; ciò anche se la parte meramente esecutiva può essere rimessa – come peraltro accade per moltissimi altri trattamenti medici – al personale infermieristico o in generale a chi assiste il paziente. Non sono infatti «cibo e acqua» – come affermato dalla maggior parte dei bioeticisti cattolici – a essere somministrati, ma composti chimici, soluzioni e preparati che implicano procedure tecnologiche e saperi scientifici; e le modalità di somministrazione non sono certamente equiparabili al «fornire acqua e cibo alle persone che non sono in grado di procurarselo autonomamente (bambini, malati, anziani)» . Questo linguaggio altamente evocativo ed emotivamente coinvolgente, del quale i documenti dei bioeticisti cattolici i sono intessuti, è finalizzato a sostenere la tesi del «forte significato oltre che umano, anche simbolico e sociale di sollecitudine per l’altro» rivestito dalla somministrazione, anche per vie artificiali, di «cibo e acqua».
A questo punto è obbligo chiedersi come sia mai possibile che uno stato laico si avvii ancora una volta ad approvare una legge che si ispira ad un principio sostenuto da una specifica fede religiosa. La risposta che viene data dal mondo cattolico è che si tratta di concezioni etiche che sono divenute parte , in questo momento storico, della coscienza giuridica complessiva, capisaldi pregiuridici che non possono non imporsi anche al legislatore laico. E’, ancora una volta, una menzogna, una sciocchezza e una prevaricazione.

 

Violenta e uccide un 13enne, il compagno di cella tortura il pedofilo terribilmente

in Attualità/Esteri by

Pedofilo torturato con l’acqua bollente dal compagnia di cella. Brett Cowan, 48enne australiano, è stato condannato a 30 anni per aver rapito, stuprato e ucciso un bambino di 13 anni, Daniel Morcombe, e in carcere ha avuto ritorsioni a causa del suo crimine.

Secondo la ricostruzione, l’uomo stava giocando a carte nel Wolston Correctional Center del Queensland, in Australia, quando è stato colpito a secchiate da un altro detenuto. il 30enne Adam Davidson. L’uomo gli ha versato sopra acqua bollente, ustionandolo. Come riporta Metro, l’uomo ha subito ammesso il suo crimine aggiungendo di averlo fatto per vendetta nei confronti del povero ragazzo ucciso: “dovevo farlo, è un malato»”. Il detenuto ha poi aggiunto di aver desiderato che il 48enne provasse lo stesso dolore inferto al bambino.

Cowan confessò dopo il ritrovamento del corpo del ragazzino, rinvenuto a pezzi nel dicembre 2003. Il giudice lo condannò all’ergastolo proprio per la ferocia dell’omicidio e il caso rimbalzò su tutti i giornali scandalizzando e indignando l’opinione pubblica. Tra loro Davidson, in carcere per una condanna di 3 anni, che adesso dovrà rispondere del nuovo crimine.

2. COS’È LA PEDOFILIA?
La pedofilia è una parafilia, ovvero un disturbo della sfera sessuale riconosciuto nel DSM (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali), messo a punto dall’American Psychiatric Asso- ciation. E’ una diagnosi clinica: non si tratta dunque di una categoria giuridica, ma psichiatrica.
Perché possa essere formulata diagnosi di pedofilia devono essere soddisfatti i criteri contenuti nel box che segue.
BOX – LA PEDOFILIA COME DISTURBO MENTALE
Secondo il DSM-IV-TR (20001), la pedofilia è definita dai seguenti criteri:
A. Durante un periodo di almeno 6 mesi, fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente, che comportano attività sessuale con uno o più bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli).
B. Le fantasie, gli impulsi sessuali o i comportamenti causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa, o di altre importanti aree del funzionamento.
C. Il soggetto ha almeno 16 anni ed è di almeno 5 anni maggiore del bambino o dei bambini di cui al Criterio A.
Nota:
Non includere un soggetto tardo-adolescente coinvolto in una relazione sessuale perdurante con un soggetto di 12-13 anni Specificare se:
• Sessualmente Attratto da Maschi
• Sessualmente Attratto da Femmine
• Sessualmente Attratto da Entrambi Specificare se:
• Limitato all’Incesto Specificare il tipo:
• Tipo Esclusivo (attratto solo da bambini)
• Tipo Non Esclusivo

Chi è dunque il pedofilo?

Un molestatore? Forse, ma non sempre. Un pericolo per i nostri bambini? Senza dubbio.
Una precisazione a questo punto è dobbligo: il termine “pedofilo” viene spesso utilizzato in -modo improprio ad indicare qualsiasi soggetto adulto che ricerchi il coinvolgimento sessuale con un minorenne. Comunemente, dunque, si tende a sovrapporre la figura di chi abusa sessualmente di un bambino a quella di un pedofilo. In realtà, non tutti coloro che abusano dei bambini sono pedofili, così come non tutti i pedofili abusano dei bambini. Bisogna, infatti, distinguere la pedofilia in senso stretto – che come abbiamo visto è un disturbo – dalle altre forme di abuso sessuale su minori che possono essere commesse da soggetti non pedofili (ad es. l’induzione alla prostituzione, la tratta di minorenni a scopo sessuale).
Il pedofilo è una persona che mostra una preferenza sessuale verso bambini e, generalmente, non ha interesse sessuale per gli adulti. Non sempre e non necessariamente questa preferenza si traduce in un atto sessuale con un bambino.

Se il pedofilo può limitarsi a fantasie o pensieri ricorrenti riferiti a bambini, senza arrivare a molestarli direttamente, il child molester (o molestatore di bambini) è colui che invece mette in atto comportamenti di natura sessuale coinvolgendo bambini in età pre-pubere.
In generale, tra coloro che molestano i bambini, è possibile distinguere tra:
• child molester preferenziali: di fatto, sono i pedofili in azione, cioè coloro che commettono abusi sessuali su bambini perché li preferiscono agli adulti;
• child molester situazionali: tendono a mettere in atto molestie sessuali verso più persone, e possono abusare anche di bambini, ma senza avere una preferenza sessuale esclusiva per loro.

IL PROFILO DEL PEDOFILO

Nonostante si parli di diagnosi di pedofilia, occorre ricordare che non si tratta di un fenomeno unitario. Dietro a questo termine possono configurarsi scenari differenti che è necessario indagare, al fine di individuare le specifiche caratteristiche di queste persone, in modo da poter predisporre le più efficaci azioni di prevenzione e di cura.
Benchè la categoria dei pedofili non sia omogenea, diverse ricerche3 dimostrano che è possibile individuare un profilo ricorrente:
• nella maggior parte dei casi, sono di sesso maschile;
• l’attrazione sessuale verso i bambini inizia a manifestarsi nel corso dell’adolescenza e della prima età adulta;
• nel 50-60% dei casi, alla diagnosi di pedofilia si affianca quella di abuso di sostanze;
• nel 50-70% dei casi, alla diagnosi di pedofilia si accompagna quella di un’altra para filia, intesa come disturbo della sfera sessuale (es. esibizionismo, voyeurismo, sadismo);
• si collocano generalmente nella fascia di età compresa tra i 40 e i 70 anni;
• in generale, non presentano marcati deficit cognitivi ma mostrano buone capacità di pianificazione dei propri comportamenti4;
• fanno raramente ricorso all’uso della forza o di armi per coinvolgere bambini/adolescenti in atti sessuali, ma ricorrono piuttosto a forme più sottili (es. toccamenti inappropriati);
• molestano soggetti di entrambi i sessi;
• molestano principalmente vittime conosciute;
• tendono a giustificare e/o minimizzare il loro comportamento.

Recenti progressi nelle neuroscienze hanno permesso di analizzare il cervello dei pedofili: sono state così individuate specifiche alterazioni strutturali e/o funzionali che si riscontrerebbero con una certa frequenza nel cervello di questi soggetti. In particolare:

> diminuzione del volume di materia grigia nei circuiti frontostriatali, che si manifesta conun’incapacità di inibire comportamenti ripetitivi ;
> riduzione della materia grigia nell’amigdala destra e nell’ipotalamo, regioni cerebrali critiche per lo sviluppo sessuale;
> disinibizione sessuale a seguito di un deficit del lobo frontale o ipersessualità a seguito di deficit sottocorticali;
> nel corso di stimolazione visiva con immagini di bambini nudi, aumento della risposta cere brale in aree note per essere generalmente coinvolte nell’elaborazione di stimoli sessuali (in particolare, insula e giro cingolato). La risposta cerebrale dei pedofili di fronte a bambini nudi è simile a quella di soggetti adulti non pedofili di fronte ad immagini di adulti nudi8;
> nel corso di stimolazione visiva con immagini erotiche di adulti, una ridotta attivazione in regioni del cervello, che invece, si attivano normalmente in soggetti non pedofili. Questo dato rifletterebbe, a livello cerebrale, la mancanza di interesse sessuale verso gli adulti;
> più in generale, quindi, una ridotta risposta neurale di fronte a stimoli sessuali rappresentanti adulti, e viceversa un aumento di essa di fronte a stimoli sessuali in cui erano presentati bambini.

Questi dati indicherebbero la presenza di deficit strutturali e funzionali nel cervello di soggetti pedofili, con conseguenti effetti sull’orientamento e sul comportamento sessuale di queste persone.
Recenti ricerche hanno permesso di osservare che, analizzando la risposta cerebrale di fronte a differenti stimoli sessuali, è possibile capire le preferenze sessuali di un individuo, in maniera molto accurata e meno intrusiva di un test fallometrico . Grazie ai progressi nelle neuroscienze e alle sempre più precise tecniche di neuroimmagine associate a stimolazione visiva, è oggi possibile individuare precocemente le preferenze sessuali di una persona. Le implicazioni di queste scoperte scientifiche sono molto importanti, perché potrebbero consentire di individuare nuove modalità di identificazione precoce dei pedofili e di cura di questa patologia.

Pedofili online: un nuovo tipo di pedofilia?
Una specifica categoria è rappresentata dai pedofili e dagli abusanti che operano in Internet e che si servono della rete per soddisfare la propria sessualità deviante.
Lo sviluppo delle nuove tecnologie e della comunicazione tramite Web ha sicuramente favorito, da un lato, l’accesso a materiali pedopornografici (vale a dire pornografia in cui sono coinvolti minori), dall’altro ha moltiplicato le possibilità di entrare in contatto con bambini e adolescenti, di parlare ed interagire con loro. Ciò ha contribuito alla crescita e alla diffusione di una vasta gamma di comportamenti sessuali devianti e, in parallelo, di sottoculture che sostengono e approvano questi comportamenti.
Con il termine pedofilia online, molto utilizzato anche in ambito giornalistico, si intende non solo il comportamento di adulti pedofili che utilizzano la rete per incontrare altri pedofili, per rintracciare o scambiare materiale fotografico/video a contenuto pedopornografico, ma anche di adulti che la utilizzano per ottenere contatti o incontri con bambini e adolescenti. Con il termine “pedofili online” si intende dunque il complesso di quegli individui che commettono reati sessuali su minori attraverso la Rete.
I pedofili online sono effettivamente una nuova tipologia di abusanti? Gli studi sembrerebbero propendere per una risposta afermativa. Sono state, infatti, individuate alcune caratteristiche proprie dei pedofili online, che sembrano, almeno in parte, differenziarli rispetto agli altri pedofili:
• sesso maschile, razza bianca, appartenenti a differenti background socio-economici;
• età compresa tra i 18 e i 25 anni (quindi più giovani dei pedofili “tradizionali”);
• generalmente non hanno commesso precedenti crimini sessuali.
Coloro che ricercano materiale pedopornografico:
• utilizzano principalmente reti peer-to-peer (solo in una minoranza di casi ricorrono a siti web e chat) e detengono materiale più “estremo” (bambini di età inferiore ai 3 anni) e quantitativamente più numeroso;
• possiedono una notevole capacità di autocontrollo.
Coloro che compiono tentativi di adescamento online, invece:
• tendono ad evitare relazioni dirette, spendono la maggioranza del loro tempo in chat alla ricerca di contatti sociali/sessuali finalizzati ad una immediata gratificazione sessuale;
• sono più empatici e in grado di entrare emotivamente in sintonia con la vittima;
• sono compulsivamente impegnati in attività sessuali.
Recenti ricerche 13hanno contribuito a definire due profili distinti: coloro che si limitano alla detenzione e allo scambio di materiale pedopornografico e coloro che, oltre a detenere questo materiale, cercano di coinvolgere bambini e adolescenti direttamente in atti sessuali.

All’interno di questo secondo profilo, è stata individuata14, nello specifico, la presenza di due sottogruppi:
• fantasy-driven: motivati a coinvolgere adolescenti in sesso virtuale senza richiesta di un incontro diretto;
• contact-driven: motivati ad intraprendere relazioni sessuali con adolescenti al di fuori della rete.

Ma quanti di coloro che ricercano materiale pedopornografico online cercano anche un contatto vis à vis con i bambini? Secondo un recente studio che riporta i risultati di due distinte meta-analisi, solo il 12% di un campione di soggetti che erano in possesso di materiale pedopornografico era stato in precedenza accusato di violenza sessuale. In un’altra ricerca, solo il 4,6% degli abusanti online veniva segnalato per avere commesso successivamente un diverso reato sessuale. Viene quindi ipotizzata l’esistenza di un distinto sottogruppo di pedofili online, che manifestano un rischio molto ridotto di commettere atti sessuali su minori ricercando un contatto diretto.
Ricerche future aiuteranno a comprendere meglio il profilo dei pedofili online e quali siano i fat- _tori che possono indurre un soggetto che detiene materiale pedopornografico alla ricerca di un contatto sessuale diretto con bambini/adolescenti.

Come agiscono i pedofili online?
Al di là del profilo, è importante capire come agiscono gli abusanti online e quali tecniche di adescamento adottano. Secondo uno studio condotto dall’Università di Lancashire (2003)16, sono ipotizzabili cinque fasi dell’adescamento:
• Formazione dell’amicizia (Friendship forming stage): fase in cui, a seguito del primo contatto, l’abusante inizia ad instaurare un rapporto con il minore e, nella maggior parte dei casi, si fa inviare una sua foto (anche non sessualmente esplicita); per fare ciò l’adulto può fingersi una donna, modificare la propria età, inventare un lavoro che preveda l’invio di foto e video (ad esempio, talent scout di modelle/i);
• Formazione del rapporto di fiducia (Relationship forming stage): l’adulto inizia a manipolare il minore al fine di instaurare un rapporto di fiducia e comincia a carpire informazioni sulla sua vita privata;
_• Valutazione del rischio (Risk assessment stage): l’abusante inizia ad indagare sulle possibilità _di essere scoperto, interrogando il minore sulla posizione del computer in casa, sulla presenza in casa dei genitori e sugli eventuali controlli da parte loro;
_• Fase della relazione esclusiva (Exclusivity stage): qui inizia la vera e propria manipolazione del minore, in cui l’adulto cerca di creare una situazione di intimità per indurlo a confidarsi e poi procedere con l’abuso;

• Fase sessuale vera e propria (Sexual stage): in quest’ultima fase, l’adulto con cui un bambino/ adolescente sta conversando in chat potrebbe:
– introdurre conversazioni sessualmente esplicite;
– incoraggiare il bambino/l’adolescente a commettere atti sessuali su di sé (autoerotismo) e descrivergli cosa sta facendo;
– incoraggiarlo a praticare autoerotismo davanti ad una webcam, così che l’interlocutore possa guardare;
– inviare al bambino/adolescente immagini sessualmente esplicite e chiedergli di inviarne a sua volta;
– assumere un atteggiamento offensivo, minaccioso, ridicolizzante o molesto nei confronti del bambino/dell’adolescente, per indurlo a fare quello che gli dice;
– chiedere un appuntamento per incontrare il minore vis a vis con scopi sessuali.

PEDOFILI TRA FALSI MITI E REALTA

Di seguito riportiamo alcune delle idee più diffuse sui pedofili, che però, non corrispondono al vero:
• I pedofili hanno relazioni sessuali solo con bambini, mai con adulti > FALSO: nonos tante manifestino una preferenza sessuale per i bambini, molti di loro hanno relazioni con adulti (ad esempio, per ragioni di convenienza sociale)
• I pedofili scelgono le loro vittime a caso > FALSO: tipicamente conoscono le loro vittime e hanno già fantasticato su di loro.
• I pedofili sono solo uomini > FALSO: come abbiamo visto, benché in minoranza, esistono anche casi di donne pedofile.
• I pedofili sono facili da individuare ed è logico sospettare di loro > FALSO: molti autori di abusi sessuali su minorenni sono apparentemente insospettabili e ben integrati nella società.
• I bambini sono sempre spaventati dai pedofili > FALSO: spesso queste persone riescono a creare un rapporto di vicinanza e di fiducia con i bambini.
• Tutti i pedofili ricevono un trattamento dopo avere scontato la pena in carcere > FALSO: la maggior parte di loro non riceve mai alcuna forma di trattamento.

I pedofili e più in generale gli abusanti, possono essere persone apparentemente rispettabili, gentili, accudenti e premurose nei confronti del bambino; possono cercare di avvicinarlo senza destare sospetti, conquistandosi la sua fiducia e quella dei suoi familiari. Spesso, infatti, il modo migliore per avere accesso a bambini in assenza dei loro genitori è guadagnare la fiducia di questi ultimi.
Spesso sottovalutano la gravità di ciò che stanno compiendo, convincendosi di non arrecare alcun danno al bambino e, anzi, facendogli credere stesso di stare giocando con lui, dimostrandogli il proprio affetto.
Inoltre, il rapporto di conoscenza tra bambino e abusante rende il fenomeno dell’abuso sessuale nell’infanzia particolarmente complesso e difficile da riconoscere: i bambini stessi possono nutrire sentimenti contrastanti nei confronti dell’abusante, che come è evidente nel caso dei familiari, può essere una persona a cui sono affezionati e di cui si fidano.

E’ POSSIBILE CURARE LA PEDOFILIA?

Come abbiamo visto, la pedofilia, secondo il DSM, è un disturbo mentale da curare, ma nella maggior parte dei casi i pedofili che vengono accusati di avere commesso atti sessuali con bambini scontano la loro pena in carcere (in una sezione specificatamente dedicata ai condannati per reati sessuali), spesso senza che vi siano interventi di cura o prevenzione della recidiva.
E’ evidente come la pedofilia sia un fenomeno complesso, con implicazioni sia di tipo clinico sia di tipo legale, ma che questi due ambiti non siano sovrapponibili. Essi devono, piuttosto, procedere in sinergia, anche se attualmente l’aspetto di cura e prevenzione del disturbo mentale è spesso in secondo piano, a fronte di un prevalente, se non esclusivo, interesse volto alla punizione e al controllo sociale.
Tuttavia, se partiamo dal presupposto che il benessere del soggetto non va disgiunto da quello della società in cui vive, in particolare nel caso della pedofilia questi due aspetti possono coincidere: lungi dal cercare giustificazioni o attenuanti, il riconoscimento della dimensione psicopatologica della pedofilia e la messa a punto di strategie che aiutino i pedofili a gestire le loro pulsioni potrà essere di beneficio non solo per i soggetti che ne sono direttamente destinatari, ma per la società tutta e, in particolare, per tutti i bambini la cui tutela è l’obiettivo principale. La letteratura internazionale evidenzia come l’efficacia dei trattamenti per i pedofili sia subordinata alla volontà di questi ultimi a sottoporvisi. I risultati migliori, infatti, si ottengono con quei soggetti che si sottopongono volontariamente al trattamento, rispetto a quelli che lo fanno perché obbligati. In assenza di una consapevole e attiva partecipazione al progetto di trattamento, dunque, esso è destinato a fallire.
Analizzando la letteratura scientifica sul tema, emerge che i trattamenti farmacologici principalmente utilizzati sul panorama internazionale per gli autori di reati sessuali sono:
• castrazione chirurgica (attualmente in uso in Europa solo in Germania e in Repubblica Ceca; è una pratica irreversibile, recentemente criticata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa)
• castrazione chimica (o terapia anti-androgena, utilizzata in USA, Canada ed Europa, ma non in Italia; è il trattamento maggiormente utilizzato). I risultati ottenuti relativamente all’efficacia di questi trattamenti, tuttavia, sono al momento discordanti tra loro .

E’ importante tenere presente che la maggior parte degli studi che hanno valutato l’efficacia dei trattamenti in pazienti con parafilie presentano numerosi limiti: in particolare, si basano principalmente su case-report (cioè su studi su singoli soggetti) o su ricerche di tipo osservativo, in assenza di adeguati gruppi di controllo.
La terapia anti-androgena viene somministrata con l’obiettivo di ridurre i livelli di testosterone nel sangue, con conseguente riduzione delle fantasie sessuali devianti. Tuttavia, l’efficacia di questo tipo di trattamento è ancora incerta, in quanto esso ha effetto primariamente in termini di riduzione dell’attivazione a livello genitale, ma non sugli aspetti mentali legati al desiderio sessuale.
Le nuove conoscenze, derivanti anche dal campo delle neuroscienze, aprono quindi nuove possibilità per la cura e il trattamento della pedofilia. Come abbiamo visto, valutare accuratamente la preferenza sessuale (esclusiva verso i bambini oppure no) è un aspetto molto importante a cui prestare attenzione ai fini del trattamento dei soggetti che abusano sessualmente dei minori. Individuare precocemente un orientamento sessuale deviante permette di ipotizzare strategie di intervento da mettere in atto prima che esso si renda esplicito nell’azione.

La letteratura, accanto a trattamenti di tipo farmacologico, sottolinea inoltre l’importanza dei trattamenti psicologici e psicoterapici (soprattutto la Terapia Cognitivo-Comportamentale18 19 con interventi di prevenzione della ricaduta) e, in particolare, l’efficacia dei trattamenti combinati20. Attualmente, i trattamenti per pedofili sono per lo più mirati ad impedire la reiterazione di reati sessuali contro i minori da parte di soggetti che già li hanno commessi, piuttosto che a modificare l’interesse sessuale deviato di queste persone verso i bambini e quindi prevenire l’attuazione di reati. Inoltre, i servizi di sostegno e terapia, ove previsti, sono al momento rivolti a quei soggetti che già sono stati accusati di avere commesso atti sessuali con minori. Poco è stato fatto, finora, a fini preventivi, per aiutare quei pedofili che non sono ancora entrati in contatto con il sistema giuridico.

Ai fini della prevenzione dell’abuso sessuale in danno di minori è importante:
• diffondere informazioni precise e favorire il dialogo come strumento per aiutare le vittime a denunciare e i pedofili ad accedere alle cure;
• potenziare le occasioni di formazione di bambini e adolescenti mirate a prevenire gli abusi;
• prevedere programmi di trattamento realmente efficaci per gli autori di reati sessuali;
• promuovere nuove ricerche.
Come si legge in una recente opinione (2011) del Comitato economico e sociale europeo sulle “Misure preventive per la protezione dei bambini dall’abuso sessuale”, la partecipazione dei bambini e dei ragazzi è vitale per assicurare che il loro punto di vista sia tenuto in considerazione ed integrato nella messa a punto di strategie preventive. Infatti, i bambini e gli adolescenti possono svolgere un ruolo importante nel plasmare i servizi di supporto loro dedicati. Il contrasto al fenomeno dell’abuso non può essere realmente efficace se non si ascolta la parola dei ragazzi e se non li si fa partecipare alla definizione del problema e alla ricerca delle sue soluzioni21.
Oltre a contrastare, come accennavamo, il clima da “caccia alle streghe”, è indispensabile sviluppare anche in Italia nuovi servizi e nuovi progetti.
In particolare, sarebbe importante aiutare coloro che riconoscano di avere fantasie pedofile a chiedere aiuto; ciò è particolarmente importante se si considera che molti di questi comportamenti emergono in adolescenza.
A questo proposito, in Europa e negli USA gli esempi sono diversi: in Germania, il “Progetto Dunkelfeld” si serve di campagne mediatiche per pubblicizzare servizi di cura per persone che si auto-definiscono pedofili ma sentono di avere bisogno di aiuto22. Nel Regno Unito, NSPCC (National Society for the Prevention of Cruelty to Children) ha predisposto un servizio telefonico che gli abusanti possono chiamare nel momento in cui temono di poter commettere nuovamente un reato sessuale verso un bambino, per avere consigli o assistenza immediata. Il servizio provvede ad informare immediatamente la polizia e i servizi sociali della chiamata in modo da garantire protezione al bambino prima che sia coinvolto.
In Danimarca è stato messo a punto un sito web rivolto ad adulti che riconoscono di avere un interesse sessuale verso i bambini descrivendone i differenti comportamenti e invitandoli a cercare aiuto psicologico, chiamando una linea telefonica dedicata, prima che commettano abusi. Anche negli USA, l’organizzazione B4UACT24 (Before You Act) promuove servizi di aiuto e assistenza per soggetti (adulti e adolescenti) che riconoscono di essere sessualmente attratti da bambini.

CONSIGLI PER I GENITORI

Prevenire significa innanzitutto favorire e potenziare tutte quelle condizioni individuali, familiari e sociali che proteggono un bambino, ostacolando il verificarsi di un abuso.
È importante ricordare che una prevenzione efficace parte, ancor prima che da interventi strutturati e focalizzati sul tema dell’abuso o della pedofilia, da un contesto educativo e familiare capace di dare ascolto al bambino e ai suoi bisogni, nelle differenti fasi evolutive.
L’ascolto e l’educazione emotiva costituiscono, dunque, i capisaldi della prevenzione primaria: ascoltare i bambini, ogni loro curiosità, dubbio o paura, è la prerogativa fondamentale per comprenderne i bisogni ed offrire loro risposte adeguate. Allo stesso modo, se un bambino è aiutato a riconoscere le emozioni, ad esprimerle e a gestirle, più facilmente saprà riconoscere una situazione di difficoltà e saprà chiedere aiuto.
Poiché il primo dovere di un genitore è quello di proteggere i propri figli, ricordiamo di seguito alcuni suggerimenti utili:

1. costruite con vostro figlio le premesse per un dialogo sincero, mostrandogli sempre la vostra disponibilità ad ascoltarlo e ad accogliere le sue emozioni; create le condizioni affinché – nell’eventualità in cui sorgano problemi – si senta libero/a di condividere le sue preoccupazioni con voi, sicuro di trovare un interlocutore attento;
2. interessatevi e partecipate alle attività che svolge, impegnatevi a conoscere le persone e i luoghi che frequenta. È importante prestargli/le attenzione mentre gioca, mentre fa i compiti, mentre guarda la tv; cercate momenti per stare insieme, anche se il tempo a disposizione può essere poco, lasciando per un po’ da parte altri pensieri e problemi;
3. prestate attenzione anche ai piccoli cambiamenti che avvengono nel suo comportamento e nei suoi atteggiamenti, ancor più se improvvisi; solo così potrete accorgervi se qualcosa lo/a turba;
4. evitate che resti solo/a e privo/a di supervisione;
5. scegliete con attenzione a chi affidarlo/la (ad esempio, babysitter, vicini di casa, etc.);
6. mantenete un dialogo sempre aperto con gli insegnanti e la scuola;
7. stabilite con lui/lei alcune semplici regole di sicurezza da seguire sempre (ad esempio, non accettare inviti da parte di sconosciuti, informare regolarmente i genitori se c’è qualcuno che gli/ le offre dei regali o gli/le chiede di mantenere dei segreti, etc.)

Un altro compito cui un genitore è chiamato è quello di insegnare come evitare e riconoscere situazioni che possono configurare un abuso.
Di seguito, vi indichiamo alcuni concetti che è importante trasmettere ai bambini affinché raggiungano sempre maggiori livelli di consapevolezza rispetto al proprio corpo, al suo linguaggio e alle sensazioni positive e negative, di benessere o di disagio, che esso invia.
Tali acquisizioni costituiscono il primo passo perché il bambino impari a difendersi da situazioni per lui pericolose, come gli abusi sessuali.
“Il mio corpo è mio e solo mio”
Riconoscere la dimensione corporea è alla base di uno sviluppo armonico della personalità, oltre che primo e fondamentale tramite per la relazione con gli altri.
Garantire ai bambini la possibilità di sperimentare la sicurezza degli affetti attraverso il corpo è fondamentale per il loro benessere, e dunque nella prevenzione di esperienze negative.
È importante che il bambino capisca che il corpo è suo e che quindi gli altri hanno il dovere di rispettarlo; in particolare, è necessario trasmettere al bambino il messaggio che ci sono alcune parti del corpo intime e “private”, che vanno protette e tenute per sé e che nessuno può toccare senza il suo permesso.
I genitori posso insegnare ai bambini la semplice Regola del Qui-non-si-tocca : un bambino non deve lasciarsi toccare le parti del corpo che sono generalmente coperte dalla biancheria intima e non deve toccare gli altri in quelle parti. I bambini non riconoscono sempre se un palpeggiamento è appropriato o meno: va dunque spiegato loro che non va bene permettere a qualcuno di guardare o toccare le loro parti intime, o di accettare di guardare o di toccare le parti intime di qualcun altro. La biancheria intima rappresenta un limite evidente e facile da ricordare e può aiutare gli adulti ad avviare un dialogo con i bambini al riguardo.
Inoltre, un dialogo aperto e diretto fin dalla più tenera età sulla sessualità e le “parti intime”, utilizzando i nomi corretti per i genitali e le altre parti del corpo, aiuterà i bambini a comprendere quello che non si deve fare.
“Se il mio corpo prova sensazioni spiacevoli, ho il diritto di dire NO”
Lo sviluppo di competenze affettive e la capacità di riconoscere sensazioni ed emozioni aiuterà il bambino a difendersi in alcune situazioni.
I bambini possono essere aiutati a identificare la loro volontà e rinforzati nella loro capacità e nel loro diritto di dire “Sì” ad alcuni gesti/comportamenti e “No” ad altre forme di contatto e di relazione, esprimendo disapprovazione e rifiuto. I bambini possono così imparare ad accettare gli stimoli che rispettano il loro benessere e opporsi a stimoli che li turbano. Si deve insegnare ai bambini a dire “No”, immediatamente e con fermezza, a contatti fisici inappropriati, a fuggire da situazioni a rischio e a parlarne con un adulto fidato. Questo “No” può essere detto anche ad un adulto, sebbene ciò possa risultare comprensibilmente difficile per un bambino, soprattutto nei casi in cui l’adulto eserciti su di lui un particolare ascendente. Il bambino deve sapere che ha il diritto di rifiutare qualsiasi cosa lo faccia sentire male, lo impaurisca o che percepisca come sbagliato.
Può essere utile stimolare il bambino a rispondere a domande del tipo “Cosa faresti se…?” (ad esempio: “Cosa faresti se un signore ti chiedesse di abbracciarlo e tu non ne avessi voglia?”; “Cosa faresti se una persona che non conosci ti chiedesse di fare un giro in macchina?”), riflettendo poi insieme a lui sulle soluzioni proposte.

“Ci sono segreti buoni e segreti cattivi”
Spesso per i bambini la dimensione del segreto è importante, soprattutto nel rapporto con i coetanei: condividere un segreto con un amico crea complicità, rafforza il rapporto e lo rende esclusivo.
È però necessario che i bambini capiscano la differenza tra segreti che fanno sentire bene e non creano disagio (ad es. preparare una sorpresa) e segreti che riguardano qualcosa che li fa stare male o li rende infelici, o ancora segreti che vengono imposti attraverso la minaccia o promettendo qualcosa in cambio.
Se il bambino ha il diritto di tenere per sé i primi, è importante che parli con i genitori o con un adulto di cui si fida di quei “segreti” che riguardano episodi spiacevoli e che causano tristezza e disagio.
La dimensione del segreto è particolarmente forte nell’abuso sessuale e nella pedofilia, dato che spesso l’abusante impone al bambino di non riferire a nessuno quanto è accaduto, facendo leva sull’ingenuità del bambino e sul rapporto di fiducia instaurato con lui.

“Ci sono delle persone adulte che mi credono, di cui mi posso fidare e a cui posso raccontare se mi succede qualcosa di spiacevole”
Gli adulti devono cercare di evitare di creare tabù intorno alla sessualità e accertarsi che i bambini sappiano a chi rivolgersi se sono preoccupati, ansiosi o tristi. I bambini possono avere la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato. Spetta agli adulti essere attenti e comprendere i loro sentimenti e i loro comportamenti.
È importante dimostrare ai bambini che si è sempre pronti ad aiutarli nei momenti di difficoltà, ascoltando ciò che raccontano senza giudicarli o ridicolizzarli. Lo è altrettanto rinforzare la fiducia del bambino verso le altre figure di riferimento, ad esempio gli insegnanti.
Il bambino deve potersi sentire ascoltato, compreso ed aiutato quando racconta qualcosa che l’ha messo a disagio o che non gli ha fatto piacere. È bene dunque che i genitori insegnino ai bambini a riconoscere eventuali situazioni di pericolo e ad individuare le persone che possono aiutarli, al tempo stesso evitando di indurre nei bambini una generica paura degli adulti.
“Ci sono dei numeri telefonici creati apposta per i bambini e che posso chiamare per avere consigli o per parlare con qualcuno se mi trovo in situazioni spiacevoli”
E’ importante informare i bambini e i ragazzi dell’esistenza del numero gratuito di Telefono Azzurro 1.96.96 e del numero gratuito 114 Emergenza Infanzia, che possono chiamare ogni volta che si trovano in una situazione di disagio, di pericolo o semplicemente per parlare con qualcuno di cosa è accaduto loro. I bambini e gli adolescenti devono sapere che 24 ore su 24 ci sono persone disposti ad ascoltarli.

CONSIGLI PER GLI INSEGNANTI
L’insegnante è la figura che, all’interno della scuola, si trova più vicina al bambino, instaura con lui una relazione di fiducia, ha la possibilità di osservarlo quotidianamente, di notare cambiamenti nel suo comportamento e nel tono del suo umore, di parlare con lui. Ciò costituisce una grande risorsa ai fini della tutela del bambino, e anche una grande responsabilità.
La scuola è chiamata ad intervenire nell’ambito della prevenzione in termini di promozione del benessere globale del bambino, di un clima sereno e cooperativo, basato sul rispetto reciproco, offrendo supporto in particolare agli alunni che manifestano un disagio.
Anche a scuola, il bambino va accompagnato nell’acquisizione delle abilità necessarie ad affrontare le diverse situazioni e le grandi e piccole difficoltà quotidiane. A questo proposito, è possibile realizzare nel contesto scolastico programmi specifici che mirino alla prevenzione degli abusi sessuali in età evolutiva.
L’insegnante può non essere specificamente formato su questa tematica; è opportuno quindi chiedere la consulenza di persone esperte che si occupano di realizzare percorsi su questo argomento.
Le strategie di prevenzione dell’abuso sessuale si focalizzano sulleducare i bambini ad evitare situazioni potenzialmente pericolose: generalmente questi programmi sono mirati alla presa di consapevolezza delle proprie sensazioni corporee, all’acquisizione di abilità di comportamento e al rafforzamento di abilità volte all’auto-protezione. Riprendendo quanto già accennato nei consigli per i genitori, i programmi scolastici sono focalizzati sulle quattro “R” alla base di qualsiasi intervento di prevenzione dell’abuso sessuale vogliono aiutare i bambini a:

• Riconoscere possibili situazioni di rischio, distinguendole da situazioni innocue
• Reagire al potenziale abuso tramite strategie assertive verbali e comportamentali
• Riferire l’abuso a figure di riferimento di cui ci si fida
• Rassicurare il bambino e l’adolescente nel caso in cui si senta responsabile o in colpa per quanto accaduto.
Sarebbe inoltre opportuno che nelle scuole venissero organizzati percorsi di educazione all’affettività, rivolti sia ad alunni della scuola primaria che secondaria, ovviamente adeguati all’età e allo sviluppo psico-fisico, orientati ad aiutare i bambini più grandi e gli adolescenti ad acquisire maggiore consapevolezza del proprio corpo e dei propri diritti.
Secondo recenti ricerche, i bambini beneficiano della partecipazione a programmi scolastici di prevenzione dell’abuso, poiché acquisiscono conoscenze che li aiutano a proteggersi e abilità che possono aiutarli ad allontanare un possibile abusante. I programmi di questo tipo, a dispetto di quanto molti, soprattutto in Italia continuano a credere, non creano ansia nei bambini né inducono comportamenti sessualizzati.
E’ importante infine che, anche a scuola, i bambini e i ragazzi vengano informati dell’esistenza del numero gratuito di Telefono Azzurro 1.96.96 e della ch@t, che possono contattare ogni volta che sentono il bisogno di parlare con qualcuno o si trovano in pericolo.
Inoltre, un insegnante che si trovi a confrontarsi con situazioni potenzialmente problematiche per i suoi alunni o di difficile gestione, può cercare risposte ai suoi dubbi e confrontarsi con persone esperte chiamando la linea istituzionale per adulti di Telefono Azzurro, al numero 199.15.15.15.

Cibi più pericolosi e contaminati: la black list di Coldiretti

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La sicurezza alimentare, è un argomento molto importante specialmente in questi giorni dove molto spesso, ci sono continui ritiri di alimenti dannosi per la salute. Infatti, a causa della globalizzazione sulle nostre tavole, abbiamo molti alimenti provenienti da molti paesi i quali hanno differenti standard di sicurezza dal nostro. Tuttavia, come ogni anno la Coldiretti stila una black list dove vengono menzionati molti alimenti che sono più o meno dannosi per la nostra salute.

Il pesce spada il tono della Spagna inquinato da metalli pesanti, integratori e cibi dietetici con ingredienti non autorizzati dagli Stati Uniti e le arachidi dalla Cina contaminate da aflotossine cancerogene, salgono sul podio della black list dei prodotti alimentari più pericolosi per la salute. È quanto emerge dal dossier Coldiretti “la classifica dei cibi pericolosi” presentato al forum dell’agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio, sulla base delle rivelazioni dell’ultimo rapporto sistema di allerta rapido europeo.
Sono 2925, sottolinea la Coldiretti, gli alimenti scattati nell’Unione Europea, con la Turchia che il paese che ha ricevuto il maggior numero di notifica prodotti non conformi 276, seguita da Cina 256, in 184, Stati Uniti 176 e Spagna 171.
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Streaming Gratis Juventus – Sporting Live Tv Rojadirecta

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La partita di Champions League fra Juventus – Sporting inizierà alle ore 20:45.  Come Vedere Juventus – Sporting Streaming Gratis è possibile per tutti oggi mercoledi 18 Ottobre alle ore 20:45 grazie a Mediaset e Sky che trasmetteranno la partita su Sky Super Calcio, Sky Sport 1 e Sky Calcio 1, anche in HD (alta definizione), e su Premium Sport e Premium Sport HD.

Juventus – Sporting Alle ore 20:45  il match tra Juventus – Sporting. Si gioca per la Serie A  edizione 2017-18. streaming gratis per gli abbonati con Sky Go e Premium Play, app alle quali possiamo accedere con laptop, computer, smartphone e tablet. Entra e Leggi

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