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Economia

Westfield, arriva a Segrate nel milanese il centro commerciale più vasto d’Europa

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A fine 2018 inizieranno i lavori per realizzare il centro commerciale più grande d’Europa che aprirà i battenti intorno al 2021 nell’area ex dogana a Segrate nel Milanese. Si tratterà del Westfield Milano, ovvero un mega centro commerciale che stando a quanto riferito dai costruttori, sarà il più grande dell’Europa continentale e secondo soltanto a quello londinese. Si stima che ogni giorno arriveranno circa 60000 visitatori Per un totale di 21 milioni ogni anno. Sarà Dunque un centro commerciale davvero dalle dimensioni esagerate, con all’interno circa 300 negozi, 50 boutique esclusive, 50 ristoranti di lusso, un cinema con 16 sale e circa 2500 spettatori. Si tratta di un investimento davvero da capogiro Infatti pare che questo progetto costerà circa 1,4 miliardi di euro e potrà generare ben 17000 nuovi posti di lavoro e 20.000 per l’edilizia.

A parlare è stato il sindaco Paolo Micheli, il quale ha riferito che a settembre apriranno in comune un moderno sportello lavoro, ovvero un punto di riferimento per tutto il sud est Milano anche e soprattutto per poter gestire le offerte occupazionali che arriveranno proprio dal centro commerciale che sono destinate ai segreti per la maggior parte.

“Questo gigante commerciale è destinato a cambiare la morfologia del nostro territorio e probabilmente le abitudini di noi segratesi. Nel 2009 l’Amministrazione comunale in carica ne approvò la collocazione definitiva nell’area dell’ex dogana dopo un lungo e acceso dibattito politico tra il fronte del sì e del no. Io appartenevo a quest’ultimo, e le principali ragioni della mia contrarietà sono tutt’oggi valide: l’anomalia di un’opera di queste dimensioni in un’area già fortemente urbanizzata, l’impatto ambientale del traffico indotto, le ricadute potenzialmente devastanti sul commercio locale. La mia Amministrazione si è trovata di fronte a un iter irreversibilmente avviato e ha dovuto quindi impegnarsi per affrontare le criticità e sviluppare al meglio le opportunità”, commenta il sindaco Paolo Micheli.

Stando a quanto riferito, secondo la convenzione urbanistica la società dovrà portare al Comune circa 55 milioni di euro e pare che già qualcosa sia stata versata come 16 milioni per oneri di urbanizzazione primaria scomputati in opera e oneri di urbanizzazione secondaria già versati che ammontano a circa 13 milioni. Restano Tuttavia da pagare i costi di costruzione ovvero 20 milioni dei 25 totali che dovranno essere versati in quattro rate e a questi si andranno ad aggiungere altri 25 milioni di standard qualitativo e serviranno per realizzare delle Infrastrutture sul territorio segratese.  Stando a quanto riferito, sembra che il Westfield di Milano accoglierà il meglio del Retail italiano ed internazionale proposto in circa 300 negozi e in un vero e proprio villaggio del lusso, aprendo la strada italiana a gallerie Lafayette ovvero il department Store del lusso. Non potranno mancare le ultime novità in termini di tecnologie digitali, shopping e servizi turistici.

Westfield Milano ha siglato un accordo con Inditex, il più grande gruppo del mondo dedicato alla moda, che prevede l’apertura di sei nuovi flagship store, in quella che diventerà la più grande e iconica destination per lo shopping e il tempo libero in Italia. Il Gruppo aprirà all’interno di Westfield Milano: Zara (3.473 m2), Zara Home (755 m2), Bershka (1,397 m2), Stradivarius (688 m2); Pull&Bear (957 m2) e Oysho (323 m2), occupando una superficie totale di oltre 7.593 m2. I nuovi punti vendita Inditex si uniscono ai retailer e operatori già annunciati come il department store Galeries Lafayette, che ha scelto Westfield Milano per la sua prima apertura in Italia, il Gruppo Coin con i suoi due più noti brand: Coin Excelsior e OVS; UCI Cinemas con 16 sale, 2.500 posti a sedere e un esclusivo servizio di ristorazione.

Peter Miller, COO di Westfield UK/Europe ha dichiarato “La firma dell’accordo con Inditex rappresenta una tappa fondamentale per il nostro progetto e conferma ancora una volta la fiducia e l’interesse che i più importanti retailer del mondo stanno dimostrando per Westfield Milano. La nostra strategia globale è quella di realizzare shopping destination iconiche che offrano alle persone la migliore esperienza di shopping, ristorazione, tempo libero, intrattenimento ed eventi, in cui i retailer scelgano di aprire i loro punti vendita. L’ingresso di Inditex conferma pienamente questa strategia. Westfield Milano offre ai brand un nuovo bacino di utenza nell’area a est del capoluogo lombardo, che vede la presenza anche di clienti internazionali grazie alla vicinanza all’aeroporto di Linate e alle più importanti autostrade europee.” Victor Busser Casas, General Manager di Arcus Real Estate ha commentato “L’accordo appena siglato con sei brand di uno dei più importanti gruppi al mondo del mercato retail, che include anche Zara, consolida ulteriormente il futuro di quella che sarà la più iconica shopping destination in Italia. Westfield Milano non sarà solamente il più grande centro commerciale italiano, ma diventerà anche uno degli attori più importanti nel mercato europeo.

Grazie alle sue dimensioni, a una gestione di qualità, al suo sorprendente brand-mix e all’offerta per la ristorazione e il tempo libero, Westfield Milano è destinato a cambiare il panorama retail in tutta la regione, attraendo visitatori e turisti. Siamo davvero orgogliosi che Inditex abbia scelto di far parte del nostro progetto, rendendo ancora più forte il nostro brand-mix e portando avanti la lunga relazione che ci lega in Italia.” Su una superficie di 185.000 metri quadrati, grazie a un investimento di 1.4 miliardi di euro, Westfield Milano ospiterà 380 negozi dei brand più importanti, compresi marchi del lusso, ristoranti, un cinema; spazi per il tempo libero e l’intrattenimento, 10.000 posti auto, le più avanzate tecnologie digitali e i migliori servizi per lo shopping e il turismo. Milano, pur avendo uno dei tassi di spesa pro capite più alti in Europa, sperimenta una limitata offerta di centri commerciali di qualità con una superficie superiore a 60.000 metri quadrati. Si prevede che Westfield Milano genererà vendite al dettaglio per oltre 1 miliardo di euro, rappresentando così una grande opportunità per i retailer. Westfield Milano ha un forte bacino di utenza con un totale di 6.3 milioni di abitanti e un potenziale di spesa superiore ai 50 miliardi di euro.

Westfield Milano è una joint venture tra Westfield Corp, uno dei gruppi di centri commerciali più importanti al mondo che detiene il 75% dello sviluppo, e Stilo Immobiliare Finanziaria (che opera attraverso Arcus Real Estate). L’inizio dei lavori è previsto per la fine del 2018, con l’apertura nella seconda metà del 2021. Westfield Milano Westfield Milano, con una superficie di 185.000 m2, sarà in Italia la più grande destinazione per lo shopping, la ristorazione e l’intrattenimento, con un focus sulla creazione della migliore esperienza per i consumatori. Westfield Milano è una joint venture tra Westfield Corp, uno dei gruppi di centri commerciali più importanti al mondo che detiene il 75% dello sviluppo, e Stilo Immobiliare Finanziaria (che opera attraverso Arcus Real Estate). L’inizio dei lavori è previsto per la fine del 2018, con l’apertura nella seconda metà del 2021. Arcus Real Estate Arcus Real Estate, controllata da Stilo Immobiliare Finanziaria, supporta lo sviluppo, il leasing e la gestione di punti vendita di lusso e progetti retail di alto livello, attraverso un portfolio di asset unici che vanno dalle formule Outlet Village, come Sicilia Outlet Village e Torino Outlet Village, ai centri commerciali di lusso come Westfield Milano, destinati a diventare i più grandi e innovativi centri commerciali in Italia e Orio Center. Con sede a Milano, Arcus Real Estate gestisce e coordina direttamente le attività del processo immobiliare: Leasing, Management, Retail, Marketing e Comunicazione.

Gli italiani vogliono l’auto elettrica, diesel in calo

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L’auto elettrica è nei sogni degli italiani, mentre il diesel subisce lo stigma dei recenti scandali e si allontana dall’essere oggetto del desiderio, nonostante gli studi dimostrino che i propulsori a gasolio più recenti sono amici dell’ambiente. E’ questa la conclusione cui si giunge dopo la diffusione all’Automotive Dealer Day in corso a Verona di un ampio studio commissionato da Unrae al Censis e di un sondaggio, elaborato da Quintegia. Su un pool di 1.366 potenziali acquirenti italiani d’auto tra i 25 e i 65 anni, si legge nel sondaggio, l’elettrico è desiderato dal 50% degli intervistati; meglio ancora fa l’ibrido (61%), mentre il Gpl conquista il 43%.

Una vera rivoluzione se si considera che questi tre tipi di alimentazione rappresentano nel primo quadrimestre 2018 appena il 10% del mercato. Il diesel diventa la Cenerentola e scivola in coda alle preferenze (è al 37%, oggi conquista il 54,8% dell’immatricolato). Le motivazioni che portano a preferire i motori alternativi a benzina e diesel sono numerose: più della metà (55%) degli intervistati orientati verso un’auto elettrica ritiene importante l’aspetto ecologico, mentre il 47% ne rileva i vantaggi economici (in particolare i risparmi sul bollo auto).

E se il 44% è affascinato dal possedere l’auto del futuro, il 32% apprezza la possibilità di muoversi in libertà, uno stimolo particolarmente importante in città come Milano e Roma, dove rispettivamente il 43% e 42% è attratto dalla possibilità di accedere alla Ztl ed evitare i blocchi del traffico. E’ vero anche però, sottolinea la ricerca di Unrae, che il diesel non è inquinante come si crede soprattutto dopo i recenti scandali: tenendo conto, infatti, dell’intero ciclo produttivo dell’energia, i propulsori a gasolio risultano ancora i più puliti.

L’energia elettrica necessaria per caricare le batterie dei veicoli con questo tipo di motorizzazione, infatti, è ben lontana dall’arrivare da fonti 100% rinnovabili. Pur non emettendo direttamente gas nocivi, dunque, anche le auto elettriche inquinano. Ma non basta: una ricerca del CNR a compendio del rapporto Unrae dimostra che le tecnologie motoristiche in sviluppo saranno in grado di proiettare i motori convenzionali a un livello di inquinamento praticamente trascurabile nel prossimo decennio e che il motore a combustione interna resta strategico per una efficace transizione verso una mobilità “CO2 Neutral” per i paesi europei. Al di là dei dati e delle ricerche, però, gli italiani sono frenati dall’acquistare un mezzo elettrico dalla mancanza di colonnine di ricarica, dal prezzo elevato e dall’autonomia ridotta.

Novità in arrivo nel settore delle auto elettriche e ibride. Da luglio 2019 tali veicoli dovranno fare rumore quando la loro velocità è inferiore ai 20 km/h. Non finisce qui: sembra che la United Nations Economics Commission for Europe stia valutando attentamente una norma (la UN R138) che obbliga tutti i proprietari di veicoli elettrici e ibridi ad installare sistemi di allerta acustica a partire dal 2021.

Niente rischi per ciclisti e pedoni

Perché le auto elettriche e ibride dovranno fare rumore al di sotto dei 20 km/h? La ragione è facilmente intuibile. Non si vogliono creare rischi per pedoni e ciclisti, soggetti vulnerabili della strada. E’ necessario, dunque, tutelare maggiormente chi va in bici e passeggia permettendo loro di avvertire anche la presenza di veicoli elettrici che, com’è noto, sono silenziosi.

‘I più grandi rischi associati ai veicoli elettrici ci sono quando viaggiano a basse velocità, come nelle aree urbane con limiti più bassi, dato che il rumore delle gomme e la superficie della strada, nonché quelli aerodinamici, sono minimi a quelle velocità’, afferma Kevin Clinton, membro dell’organizzazione britannica Royal Society for the Prevention of Accidents.

La nuova normativa prevede anche l’impossibilità, per gli automobilisti, di bloccare il sistema a bassa velocità. Gli esperti parlano anche di ‘rumore bianco’, che ogni casa automobilista potrà personalizzare. Al di sotto dei 20 km/h un’auto elettrica potrà, ad esempio, produrre un suono simile alla pioggia o al vento tra le foglie.

Chris Hanson-Abbott, membro della Brigade Electronics, esperta in sicurezza automotive, ha detto: ‘Il rumore bianco è molto piacevole, è il suono dell’acqua che cade. Ha due sole uniche caratteristiche: una è che è molto piacevole all’orecchio; la seconda è che la direzione della sorgente è istantaneamente riconoscibile. Nel modo in cui senti un rumore bianco puoi capire da dove viene’.

Auto elettriche e ibride: le differenze

Un tempo gli automobilisti potevano scegliere solo tra due tipologie di motore (benzina e diesel), oggi invece ci sono anche i veicoli ibridi ed elettrici, nati per combattere l’inquinamento atmosferico e far risparmiare la gente. Grazie ai progressi della tecnologia, oggi ci sono auto elettriche e ibride che garantiscono ottime prestazioni e consumi ridotti. Ma quali sono, in soldoni, le differenze più rilevanti tra auto elettriche e ibride?

L’industria dell’automobile sta cambiando, la mobilità del futuro sarà certamente più green. Più spine da attaccare, meno pompe di benzina in giro, più elettricità, meno petrolio. Qualche data della rivoluzione appena avviata è stata già fissata: la Norvegia e l’Olanda dovrebbero vietare l’immatricolazione delle auto a benzina e diesel a partire dal 2025, la Germania lo vieterà a partire dal 2030, la Francia e l’Italia a partire dal 2040, anche se il Belpaese non ha un piano certo su come affrontare la questione.

Articolo (quello della Gabanelli) piuttosto deludente e rassegnato… La diffusione delle auto elettriche comporterà non tanto un aumento significativo dell’energia richiesta (in Italia, per 10 milioni di EV, si avrebbe un incremento dei consumi dell’ordine del 5%!), quanto piuttosto la necessità di investimenti per rafforzare la capacità di trasporto delle reti di distribuzione. E poi, per fortuna, non c’è solo Tesla Motors a produrre modelli elettrici, ma anche altre Case (forse la Gabanelli non sa che l’auto elettrica più venduta al mondo è la Nissan Leaf).

Quello della Tesla è un grande equivoco, caro Lorenzo: si tende a pensare che solo quella sia l’auto elettrica. Mentre noi europei dobbiamo pensare anzitutto a macchine da città, lavorando sull’innovazione per avere batterie più capaci, leggere e meno ingombranti. C’è in giro molta pigrizia intellettuale, che fa guardare a tutte le novità con fastidio, spesso inventando problemi che non ci sono. Mentre invece bisognerebbe lavorare tutti sui problemi che ci sono, eccome se ci sono.

E se Tesla, guidata da Elon Musk, ci ha sempre creduto nella mobilità green, portando sul mercato auto di lusso a batteria e lanciando la Model 3 con un prezzo accessibile ai più, a sorprendere sull’entrata del mercato delle vetture a batteria sono soprattutto le case tedesche. Dopo lo scandalo dieselgate, Volkswagen prova a riabilitarsi sul mercato puntando all’auto elettrica. Secondo il piano strategico “Together – Strategy 2025”, la casa automobilistica tedesca dovrebbe lanciare entro il 2025 (una data ricorrente per i prossimi step del settore automotive), 30 nuovi modelli  di auto elettriche. Anche Mercedes-Benz prepara l’offensiva per il settore. Nei mesi scorsi, infatti, è stato raggiunto un accordo quadro per il processo di modernizzazione dello storico stabilimento di Untertürkheim (Stoccarda), centro di riferimento per la rete di produzione powertrain. Azienda e Consiglio di fabbrica assicureranno una costante crescita della produzione di motori tradizionali e, allo stesso tempo, intendono prepararsi alle future sfide dell’elettromobilità.

Proprio Mercedes è pronta ad ampliare la sua gamma di veicoli, entro tre anni, con 10 nuove vetture elettriche8. “Investiamo nei motori benzina, diesel, elettrici, a metano e idrogeno: non percorriamo un’unica strada perché le realtà, nel mondo, non soltanto in Europa, sono diverse. In 28 anni di lavoro in questo settore, mai come oggi ho avuto una visione così chiara del futuro della mobilità. La Comunità Europea ha stabilito dei limiti per abbassare le emissioni e passare dai 130 grammi di emissioni per chilometro, del 2014, ai  95 grammi per chilometro nel 2021 e     nel 2025 si sta discutendo se arrivare a 68 o 72 grammi. Negli ultimi 15 anni abbiamo fatto quanto possibile dal punto di vista tecnologico per ridurre le emissioni di un motore endotermico, raggiungendo livelli considerati impensabili solo qualche anno fa. L’unica soluzione per raggiungere gli obiettivi di emissioni che ci chiede l’Europa è l’elettrico, anche attraverso l’ibridizzazione dei nostri propulsori tradizionali. Entro il 2025 una quota compresa tra il 15 e 25% delle nostre vendite globali sarà rappresenta da automobili elettriche”9 raccontava Eugenio Blasetti, Press Relations and Communication Manager Mercedes-Benz Italia. E mentre BMW migliora e amplia la gamma “i”, quella dedicata alle batterie, Opel prova a conquistare il mercato con il nuovo modello Ampera. Ad entrare in partita anche l’italiana Fca, con un’auto a guida autonoma, la Portal. Secondo un report a firma di  McKinsey  e  Bloomberg New Energy Finance (BNEF) sul futuro della mobilità sostenibile in ambito urbano, entro il 2030, il 60% delle vetture in circolazione saranno elettriche. Due auto su tre, nelle grandi città, viaggerà a batteria. A credere in un futuro della mobilità a batteria è l’Agenzia Europea per l’ambiente, che ha provato a fare delle proiezioni sul numero futuro di veicoli elettrici.

In uno scenario ottimistico, la penetrazione delle auto elettriche, al 2050, sarà dell’80%. In uno scenario intermedio, le auto elettriche al 2050 rappresenteranno la metà del parco auto in circolazione. Si tratta, ovviamente, solo di calcoli teorici e di ipotesi, ma non è difficile credere in una rapida crescita delle vetture elettriche, visto che avranno un costo sempre più basso a fronte di prestazioni sempre migliori. Come si legge nel rapporto “Electrifying insights: how automakers can drive electrified vehicle sales and profitability10” di McKinsey, infatti, le innovazioni e la tecnologia hanno portato ad una significativa riduzione del prezzo della batteria, il cui costo è sceso dai circa 1.000 dollari/kWh del 2010 ai 227 dollari/kWh di oggi. Si stima che questa cifra continuerà a declinare, portando progressivamente il costo dei veicoli elettrici a livello delle auto convenzionali. E c’è chi si spinge oltre: secondo una ricerca condotta da Bloomberg New Energy Finance, a partire dal 2026 il costo dei veicoli elettrici sarà inferiore a quello dei veicoli endotermici, proprio grazie al crollo del prezzo delle batterie, che calerà di circa il 77% tra il 2016 e il  2030. E’ possibile che i consumatori opteranno più facilmente per una scelta più attenta all’ambiente già dal 2025, a parità di prezzo tra i due veicoli. Gilles Normand, senior vice president di Renault, è convinto che già dal 2020 i costi totali di proprietà dei veicoli elettrici saranno pari a quelli dei veicoli con motore a combustione interna convenzionali.

A contribuire ad una sempre maggiore diffusione delle vetture a batteria saranno anche le prestazioni, sempre migliori, delle auto. Già oggi alcuni modelli promettono autonomia da record: si potrebbe viaggiare fino a 500km senza dover ricaricare. Dunque le auto elettriche possono tranquillamente rappresentare, già, una valida alternativa alle macchine endotermiche, senza che l’automobilista soffra della cosiddetta ansia da ricarica. La Nissan Leaf che a breve farà il suo debutto sul mercato, tra le altre, si è dotata di un accumulatore da 60 kWh per un’autonomia fino a 550 km che le consentirebbe un uso paragonabile alle auto attuali con motore a combustione interna. L’Ampera-e offre oltre 400 km di range, mentre il coupé-suv EQ permette di percorrere 500 km con una sola ricarica11. “Le batterie agli ioni di litio sono il fulcro di numerosi applicativi tecnologici, dagli electronic device fino all’automotive. Per quest’ultimo settore, l’attuale mercato è stato stimato da Navigant Research di essere pari a 7,8 miliardi di dollari, e raggiungerà nel 2020 circa 30,6 miliardi di dollari. La ricerca delle economie di scala nella produzione di batterie può essere una soluzione per il raggiungimento di un maggior livello di penetrazione del mercato e guidare il mercato verso l’adozione di massa del veicolo elettrico attraverso la riduzione del TCO e della range anxiety.

La eRoadArlanda in Svezia è il primo sperimentale tratto autostradale che ricarica le auto elettriche in movimento con un sistema che ricorda quello delle slot cars ad un prezzo decisamente conveniente.

Uno dei maggiori ostacoli alla diffusione delle auto elettriche nel nostro paese è la mancanza di postazioni da ricarica adeguate. La Svezia ha ben pensato di far fronte al problema facendo sì che fosse la strada a ricaricare le auto ancora in movimento.  L’idea è in fase di avanzata sperimentazione: sono stati inaugurati i primi km della prima strada elettrificata al mondo che potrebbe essere la risposta adatta a favorire lo sviluppo dell’elettrico.

Il suo funzionamento ricorda quello delle slot cars telecomandate sulle piste giocattolo oppure quello di una rete tranviaria: i due binari presenti sulla strada trasmettono elettricità alle batterie delle auto attraverso un braccio retrattile. In questo modo i veicoli verranno alimentati e allo stesso tempo ricaricati: questa iniziativa è legata al piano nazionale che prevede per la Svezia la rinuncia totale del carbon fossile ed è stato finanziato dall’Agenzia svedese per i trasporti. I veicoli sui quali verrà testata la nuova tecnologia saranno quelli del servizio postale PostNord.

Una strada elettrificata permetterebbe di concentrare lo sviluppo delle auto elettriche con batterie di dimensioni e portata ridotte potendo ridurre i costi di sviluppo e i costi di produzione: auto più economiche e con nulli problemi di ricarica. Il progetto eRoadArlanda stima una costruzione di circa 5000 km di autostrade elettrificate: questo permetterebbe di coprire tutto il paese, con distanze tra i tratti di circa 45 km, e quindi la possibilità di viaggiare in autonomia senza preoccupazioni al costo di circa 1000 euro per km di strada (50 volte meno di quanto necessario per la rete tranviaria).

L’eRoad è completamente automatizzata e addebita il costo di rifornimento direttamente al proprietario dell’autoveicolo. Un sistema incredibilmente pratico e vantaggioso di cui la Svezia non detiene l’esclusiva: la strada che ricarica le auto era stata inaugurata lo scorso dicembre in Cina nei pressi di Jinan. La tecnologia in quel caso era completamente diversa e sfruttava dei pannelli fotovoltaici al posto dell’asfalto: l’energia prodotta non viene utilizzata per ricaricare le auto, ma costantemente alimenta i lampioni lungo il tratto e le famiglie che abitano nei pressi dell’autostrada. Con circa 1km è possibile rifornire circa 800 abitazioni con dei costi contenuti.

Da segnalare un importante progetto del Politecnico di Torino che rappresenta la risposta italiana al progetto eRoad targato Svezia. La strada dell’elettrico sembra oramai spianata, cosa ci riserverà il futuro?

Negli ultimi mesi la questione del passaggio dai veicoli a propulsione tradizionale a quelli elettrici è venuta fortemente alla ribalta nel mondo. Anzi, ancor più che un tema tecnico, ha assunto la valenza economica e politica di svolta nel settore industriale più diffuso al mondo e nelle decisioni politiche per la lotta alle emissioni climalteranti e inquinanti.

Le auto elettriche utilizzano un motore elettrico, in grado cioè di trasformare l’energia elettrica in lavoro meccanico per la propulsione. Nel più diffuso motore a scoppio (o a combustione interna) è invece l’energia termica derivante dalla combustione del carburante a essere trasformata in lavoro meccanico, con efficienze però piuttosto modeste. Se infatti il motore a scoppio garantisce migliori prestazioni in termini di accelerazione e velocità massima, l’efficienza, cioè la percentuale di energia potenziale del carburante trasformata in lavoro effettivo, varia tra il 25 e il 40%. Nel caso del motore elettrico l’efficienza di utilizzo dell’energia immessa può superare il 90%.

Nelle auto elettriche attualmente in produzione il serbatoio energetico più comunemente utilizzato è costituito da una o più batterie ricaricabili, in particolare gli accumulatori piombo-acido, nichel-cadmio, litio-ione, o il più recente litiopolimero. Questi accumulatori sono analoghi nei loro principi di funzionamento alle più piccole batterie ricaricabili per apparecchi elettronici, telefonini e computer portatili. Le reazioni chimiche che avvengono all’interno di queste batterie ricaricabili sono reversibili: se si fornisce energia elettrica dall’esterno le batterie si ricaricano riformando i composti chimici iniziali che poi spontaneamente reagiscono producendo di nuovo energia elettrica al momento dell’uso della batteria. Nel caso delle auto elettriche la ricarica, effettuata collegando la batteria alla rete elettrica, può impiegare un tempo piuttosto lungo, generalmente una o più ore. Per ovviare in parte a questo problema a volte si utilizzano batterie modulari che possono essere sostituite immediatamente con batterie cariche, mentre si ricaricano le altre. In alternativa alle pile ricaricabili si possono utilizzare le pile a combustibile: si tratta di pile in cui il combustibile (tipicamente idrogeno gassoso) viene ossidato all’anodo, mentre al catodo l’ossigeno dell’aria viene ridotto ad acqua, che quindi è l’unico prodotto di scarico. L’utilizzo di un motore elettrico al posto di un motore a scoppio riduce fortemente l’inquinamento da gas di scarico, che anzi sono nulli per questo tipo di motori. Tuttavia, a meno che non si ricorra alle fonti rinnovabili viene comunque utilizzato combustibile per produrre l’energia elettrica con relative emissioni nocive. Infine, gli elevati costi delle vetture elettriche, e in alcuni casi la limitata autonomia, pongono limiti di mercato alla loro diffusione. Oggi esistono in commercio anche veicoli ibridi che utilizzano sia motori elettrici sia motori a combustione interna, da utilizzare in momenti diversi della marcia

Perché scegliere l’auto elettrica Le città sono croce e delizia dell’uomo. Se le aree metropolitane sono il motore dell’economia e il cuore pulsante delle economie del mondo, è vero anche che sono i luoghi dove si concentrano i principali problemi che interessano l’uomo contemporaneo. Disoccupazione, povertà, traffico, inquinamento. Quest’ultimo fattore riguarda i gas serra, i gas climalteranti e i particolati che vengono emessi in aria dal settore dei trasporti. Vivere in città, spesso, significa condannarsi ad un’aria poco salubre e per niente pulita. La principale causa, in particolare nelle città, è il traffico. Un quarto delle emissioni mondiali di gas serra, infatti, è legato al settore dei trasporti e “al miliardo di automobili che circolano sul pianeta” . Le più recenti  stime dell’Onu, aggiornate al luglio 2015, prevedono che nell’anno 2030 sul nostro pianeta ci saranno circa 8,5 miliardi di abitanti2 . La popolazione continuerà a crescere raggiungendo 9,7 miliardi nel 2050 e 11,2 miliardi nel 2100. Gli attuali scenari di urbanizzazione rendono necessaria una trasformazione radicale delle nostra economia. E bisognerà partire proprio dal sistema trasporti e dalla mobilità urbana. La risposta a tutto questo potrebbe essere rappresentata proprio dalla mobilità elettrica: silenziosa, a zero emissioni al tubo di scarico3 e con un consistente risparmio di carburante. La vettura a batteria, che vanta una storia di successi che risale alla fine del 1800 e che si sovrappone a quella dei veicoli a benzina, potrebbe fare il suo grande ritorno proprio a causa delle conseguenze negative prodotte dai veicoli endotermici. I policy-makers del settore ne sono convinti: sarà questa la tecnologia che dominerà il futuro della mobilità. La batteria può contribuire a combattere i cambiamenti climatici, a ridurre le emissioni di CO2 e altre polveri sottili e a rispondere alle esigenze strategiche degli approvvigionamenti energetici. Non solo: l’auto elettrica potrà rappresentare una risorsa importante per il sistema elettrico. Le vetture a batteria saranno un grande vantaggio per la collettività.

LE EMISSIONI DELLE AUTO ENDOTERMICHE Ciò che esce dal tubo di scarico delle auto endotermiche è davvero una miscela velenosa, che ogni anno in Europa provoca 467mila morti premature (i dati sono forniti dal rapporto “Qualità dell’aria in Europa 2016”, firmato dall’Agenzia europea per l’ambiente, Eea). Monossido di Carbonio E’ incolore, inodore, insapore, tossico e molto insidioso se inspirato.Si lega allo ione del ferro nell’emoglobina del sangue, impedendo l’arrivo dell’ossigeno nei tessuti. E’ sufficiente una concentrazione dell’1,28 % in natura per provocare uno stato di incoscienza. Idrocarburi incombusti Gli idrocarburi incombusti sono composti chimici costituiti da carbonio (C) e idrogeno (H). Alcuni di questi composti, come il benzene, sono cancerogeni. Il benzene, in particolare, se assorbito nel sangue può anche favorire l’insorgere di malattie ematologiche gravi, come la leucemia. Pericolosi anche i policiclici o Ipa (Idrocarburi Policiclici Aromatici), come il benzopirene. Ossidi di azoto Sono molecole composte da Azoto (N) e Ossigeno (O). Producono nell’uomo affezioni dell’apparato respiratorio aggravando significativamente le condizioni delle persone affette da asma. L’esposizione, anche per soli quindici minuti, a concentrazioni di NOx maggiori di 5 ppm determina tosse persistente e irritazione delle mucose delle vie aeree. Ossidi di zolfo (SOx) Il biossido (SO2) e il triossido di zolfo (SO3) sono i principali inquinanti atmosferici a base di zolfo. Il primo irrita le vie respiratorie e può causare faringiti, affaticamento e disturbi a carico dell’apparato sensoriale. Particolato (pm) Il particolato raccoglie tutte le particelle solide e liquide generate nel processo di combustione e portate in sospensione nell’aria dai gas di scarico. Vengono suddivise in base al diametro e quelle più pericolose per la salute umana sono quelle micrometriche, con diametro fra 0.5 e 10 μm e con alto contenuto di carbonio elementare prodotto dalla combustione4 . Queste potrebbero determinare patologie acute e croniche a carico dell’apparato respiratorio (asma, bronchiti, allergia, tumori) e cardio-circolatorio (aggravamento dei sintomi cardiaci nei soggetti predisposti). In Italia, secondo il rapporto Ispra 2016 “Qualità dell’Ambiente Urbano”, a superare ripetutamente il valore limite giornaliero sono i Comuni concentrati nelle regioni della Pianura Padana, caratterizzate da condizioni di maggiore stagnazione rispetto ad altre zone del Belpaese, tutte le province campane. Male anche Roma, Frosinone, Palermo e Siracusa.

Definiamo l’auto elettrica Negli ultimi anni i veicoli ibridi hanno conquistato sempre più quote di mercato. Si tratta di auto che sono sì provviste di batteria, ma questa va ad integrare una motorizzazione termica assistita. Nonostante la presenza di un motore/generatore elettrico e di una piccola batteria, non è possibile definire questa vettura elettrica in senso stretto. E allora, prima di addentrarci nel pieno di questa argomentazione, è bene definire le diverse tipologie di auto elettrica: Veicoli ibridi Plug-in (PHEV) Sono i veicoli ibridi, ovvero con doppia fonte di potenza per la propulsione, una elettrica ed una con motore termico (che nel sistema ibrido – parallelo è connesso alle ruote motrici) la cui batteria, normalmente dimensionata per una autonomia di poche decine di chilometri, può essere ricaricata dalla rete elettrica. Una volta scaricata la batteria – o non appena raggiunto un livello di carica minimale (30-40% del suo contenuto energetico), il veicolo, secondo il tipo di gestione del sistema, entra in funzionamento ibrido “normale”, analogo a quello dei veicoli ibridi non ricaricabili. Con un dimensionamento della batteria atto ad erogare un’autonomia di 30 km, si potrebbero soddisfare ad “emissioni zero” circa il 60% dei bisogni di mobilità delle automobili in Italia5 . Diverse auto di questo tipo hanno autonomia in funzionamento elettrico anche superiore a 50 km.

Veicoli ibridi Range-Extended (REEV) Sono veicoli ibridi con due motorizzazioni (una elettrica di trazione ed una endotermica di ricarica). Anche in questo caso la batteria, normalmente dimensionata per una autonomia attorno al centinaio di km o più, è ricaricabile dalla rete elettrica; una volta scarica, entra in azione un generatore elettrico alimentato dal motore endotermico di bordo che provvede al reintegro della batteria. In questo modo di funzionamento il veicolo si muove con il motore elettrico, o con più motori elettrici collegati alle ruote, ma opera in definitiva attraverso il carburante di bordo, anche se con minori emissioni rispetto al veicolo puramente endotermico convenzionale, perché il motore del REEV lavora ad un regime ottimizzato, con la batteria che agisce da livellatore dell’energia, che viene in parte trasferita alle ruote e in parte immagazzinata nella batteria stessa. Ve ne sono in commercio con autonomia di circa 150 km in funzionamento elettrico e altrettanti con il range-extender inserito. Veicoli bimodali elettrico – endotermico Sono veicoli provvisti di due motorizzazioni del tutto indipendenti, rispettivamente elettrica alimentata a batteria ricaricabile dalla rete elettrica, ed endotermica utilizzabile in alternativa a quella elettrica per consentire percorrenze elevate. Spesso ognuna delle motorizzazioni è connessa ad un asse del veicolo, che opera quindi a trazione anteriore o posteriore a seconda del propulsore attivato. Veicoli elettrici a batteria (BEV) Sono i veicoli con la sola motorizzazione elettrica alimentata da una batteria ricaricabile esclusivamente dalla rete elettrica. L’autonomia dei modelli già in commercio da alcuni anni è compresa per le autovetture tra i 150 e i 200 km ma, soprattutto nella fascia premium di mercato, vi sono già modelli da 400-600 km, che si ritiene potrà divenire uno standard diffuso nell’arco di pochi anni, con la graduale diminuzione di costo delle batterie. Veicoli a Fuel-cell a idrogeno (FCEV) Sono i veicoli con motorizzazione elettrica nei quali la sorgente di energia elettrica per la propulsione è costituita da una cella a combustibile (a volte assistita da supercapacitori) invece che da una batteria. La cella a combustibile viene a sua volta alimentata da idrogeno, stoccato a bordo del veicolo in bombole ad alta pressione o in sistemi fisico-chimici. Il vantaggio dei FCEV è che l’autonomia dipende solo dal dimensionamento del “serbatoio” di idrogeno. Lo svantaggio è che occorre sviluppare una apposita rete di distribuzione dell’idrogeno, oggi inesistente (salvo che in piccole aree territoriali in cui l’idrogeno ha altre applicazioni industriali).

Prospettive di evoluzione dei veicoli elettrici Il ruolo dell’auto elettrica sarà dunque quello di modificare, radicalmente e per sempre, il binomio trasporti-inquinamento. Le norme comunitarie in tema di emissioni impongono un cambio di rotta: meno diesel e benzina e più batteria. A recepire questa trasformazione sono state, in primis, le case automobilistiche. Da Tesla, pioniere della mobilità elettrica, a Nissan, da Renault a Volkswagen, a BMW e Mercedes: queste aziende hanno impegnato e impegnano importanti investimenti nell’auto a batteria. “Esiste ormai una consapevolezza che il futuro della mobilità non possa che essere elettrico: la tecnologia dell’auto 100% elettrica rappresenta oggi la soluzione tecnologica innovativa più efficace per ridurre l’impatto dei trasporti sull’inquinamento ambientale” sosteneva Gabriella Favuzza, Electric Vehicles Brand Manager Renaut Italia.

È la domanda di batterie sempre più prestazionali a spingere la ricerca di soluzioni tecnologiche in vista di soddisfare le performance di prezzo e autonomia richieste dagli utilizzatori del veicolo elettrico”12. 1.4 La tecnologia e le auto elettriche Se è vero che negli ultimi anni abbiamo visto crescere il numero di modelli di auto elettriche disponibili sul mercato, è anche vero che restano ancora troppi dubbi sulle auto elettriche e che uno dei timori più grandi che ne blocca la diffusione è l’ansia di finire la carica elettrica della batteria. Ma la tecnologia ci viene in aiuto. Grazie alla mappatura (mapping) è possibile reperire, in tempo reale, tutte le informazioni su dove si trovano le stazioni di ricarica. Le mappe possono anche fornire altri dati sulle strade, come la pendenza e la curvatura, sul traffico e sulle condizioni metereologiche: cose, queste, che possono influire sul consumo della batteria. In questo modo i vari sistemi di bordo possono meglio pianificare i viaggi senza il rischio di rimanere senza ricarica. “La geo localizzazione e la connettività (connected car) rende fruibile all’utente finale la possibilità di sapere dove è localizzata la colonnina, se è libera e se attiva”, sostiene Andrea Soncin, Managing Director Italy Here, il cui gruppo copre ben 39 Paesi nel mondo13. Non solo. Un esempio concreto di come la tecnologia possa modificare il settore trasporti è la partnership tra Here e Ford nello sviluppo di una piattaforma per la gestione dell’utilizzo del motore elettrico nelle “Green Zone” (zone a traffico limitato). L’auto userà il motore a scoppio durante la percorrenza in autostrada o al di fuori delle zone limitate e viaggerà in modalità elettrica all’interno delle zone a traffico limitato con tutto il supporto sopra descritto per la modalità elettrica. L’ingresso della tecnologia (e dei big tecnologici) all’interno del settore della mobilità non è solo legato al mondo dell’elettrico, anche se sarà fortemente connesso al futuro delle vetture a batteria. La mobilità sarà sempre più connessa, generando importanti risparmi di denaro. Si pensi che la nuova BMW è a prova di ladro (che cattura all’interno dell’abitacolo grazie all’Internet of things). Volkswagen, invece, è a lavoro per dare la possibilità al cliente di effettuare pagamenti senza scendere dalla vettura, cliccando un solo tasto sul computerino di bordo.

Lo studio Connected Car Effect 2025, realizzato da Bosch, sostiene che i veicoli connessi arriveranno su strada prima di quanto si pensi. Entro il 2025 vedremo le prime importanti conseguenze: una forte riduzione degli incidenti, minore inquinamento ambientale e un importante risparmio di denaro (per esempio, sul fronte carburante). Secondo questo report, infatti, le auto connesse riusciranno ad evitare oltre 260.000 incidenti che provocano lesioni personali. Ci saranno 360.000 feriti in meno e circa 11.000 persone che potrebbero potenzialmente essere salvate. Importanti, dicevamo, saranno i risparmi: secondo lo studio di Bosch, grazie ai sistemi di assistenza connessa, si potranno risparmiare fino a 4,3 miliardi di euro di costi relativi ai danni ai veicoli e ottenere un minore utilizzo di materiali ed energia a seguito della riduzione delle riparazioni. A rivoluzionare il settore trasporti è poi la guida autonoma, su cui i colossi tecnologici si danno battaglia per arrivare per primi sul mercato (si guardi a Google, a Uber, a Baidu).

Le driverless car avranno certamente un impatto positivo sul settore mobilità e cambieranno radicalmente le nostre abitudini (si pensi al Car sharing con auto senza conducente), come dimostra lo studio “New urban mobility” di Fondazione Enel e Mit. Comodità, flessibilità e sicurezza saranno le parole chiave degli spostamenti in auto del futuro. A credere in un futuro driverless è, primo fra tutti, Google. Big G è quello che fino ad oggi ha investito maggiormente nel progetto dell’auto senza pilota, dando vita (negli ultimi mesi) anche ad una controllata dedicata, Waymo. Fca collabora con Google e ha fornito a quest’ultimo la Fiat Pacifica come struttura esterna per la tecnologia senza guidatore. Anche Uber ha avviato i suoi primi test delle sue auto senza pilota (a marchio Volvo) a Tempe, in Arizona e a Pittsburgh (Pennsylvania). La sperimentazione, al momento, però è stata sospesa, dopo che uno dei veicoli è rimasto coinvolto in un incidente (senza feriti, per fortuna). A giocare la partita delle vetture senza conducente è anche Baidu, il corrispondente cinese di Google, che ha portato le sue auto per effettuare i dovuti test anche in America.

Le norme e i documenti comunitari La Commissione Europea è a lavoro per una transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. La tabella di marcia di questo cammino prevede che entro il 2050, l’UE riduca le emissioni di gas a effetto serra dell’80% rispetto ai livelli del 1990, unicamente attraverso riduzioni interne (cioè senza ricorrere a crediti internazionali). Due le tappe intermedie di questo percorso: riduzione delle emissioni del 40% entro il 2030 e del 60% entro il 2040. Come è facilmente intuibile, tutti i settori dovranno contribuire a questa trasformazione. Le emissioni provocate dal settore trasporti, in particolare, potrebbero essere ridotte di oltre il 60% rispetto ai livelli del 1990, entro il 2050. E se in questi anni la maggior parte dei progressi in questo ambito è stata possibile grazie alle migliorie dei motori a benzina e diesel, a lungo termine, un cambiamento più radicale, potrà arrivare solo attraverso i  veicoli ibridi ed elettrici. I biocombustibili e il gas naturale liquefatto (Lng) saranno sempre più utilizzati nel settore dell’aviazione e del trasporto merci su strada, dal momento che non tutti i veicoli commerciali pesanti funzioneranno ad energia elettrica in futuro. A spingere per una mobilità più sostenibile, dunque, è anche l’Europa. “L’evoluzione della politica comunitaria nel settore dei trasporti in generale e nella mobilità urbana in particolare ha avuto una crescita esponenziale, in termini di attenzione al numero di interventi di policy. Da un primo periodo in cui il settore dei trasporti era considerato secondario all’interno dalle politiche comunitarie, si è passati ad una fase più recente in cui è forte l’impegno dell’Unione Europea a stabilire policy, misure e azioni per sviluppare una mobilità sostenibile sotto tutti i punti di vista, ambientali, economici e sociali”.

Due in particolare sono le normative che dovrebbero dare un forte impulso alla diffusione delle auto elettriche: n Strategia “Europa 2020”: mira a promuovere i veicoli “verdi” incentivando la ricerca, fissando standard comuni e sviluppando l’infrastruttura necessaria. Nello specifico, nella comunicazione intitolata “Europa 2020: una strategia per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”, la Commissione ha illustrato misure per migliorare la competitività e garantire la sicurezza energetica mediante un uso più efficiente dell’energia e delle risorse. n Strategia “Trasporti 2050”: è una roadmap per dar vita ad un settore dei trasporti competitivo, grazie ad obiettivi ambiziosi di sostenibilità, quali la riduzione del 60% delle emissioni di CO2 nei trasporti; il forte impegno sul fronte dei veicoli 100% elettrici e ibridi a basse emissioni; la presenza preponderante di veicoli ecologici nelle città europee. L’orientamento della UE verso una mobilità elettrica nasce da un percorso lungo fatto di tappe importanti. La Direttiva 2009/33/CE, del 23 aprile 2009, è relativa alla promozione di veicoli puliti e a basso consumo energetico nel trasporto stradale, che mira a ridurre le emissioni di gas a effetto serra e a migliorare la qualità dell’aria (in particolare nelle città). La stessa Direttiva sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili ha fissato un obiettivo del 10% relativo alla quota di mercato delle energie rinnovabili finalizzate al trasporto. Il Regolamento (CE) n. 443/2009 definisce i livelli di prestazione in materia di emissioni delle autovetture nuove da raggiungere entro il 2015 (sarà riesaminato entro il 2013, con obiettivo 2020: 95 g CO2/km) “Una strategia europea per i veicoli puliti ed efficienti sul piano energetico” del 28 aprile 2010 indica quali dovrebbero esssere le linee di sviluppo per i veicoli verdi, tra i quali i veicoli ad alimentazione elettrica e ibrida, promuovendo: n il sostegno alla ricerca e all’innovazione, n gli incentivi (troppo diversificati tra gli Stati membri); n la standardizzazione dell’interfaccia veicolo/rete n il potenziamento dell’infrastruttura di ricarica pubblica e privata n integrazione con le politiche pro-fonti rinnovabili.

Il Libro bianco europeo “Tabella di marcia verso uno spazio unico europeo dei trasporti – Per una politica dei trasporti competitiva e sostenibile” del 28 marzo 2011 ha esortato a mettere fine alla dipendenza dal petrolio nel settore dei trasporti. Di conseguenza la Commissione si è impegnata a elaborare una strategia sostenibile per i combustibili alternativi e la relativa infrastruttura. Il Libro bianco ha fissato inoltre un obiettivo del 60% in materia di riduzione delle emissioni di gas serra nel settore dei trasporti, da conseguire entro il 2050. A contribuire alla stesura delle norme europee, anche la relazione del gruppo di alto livello CARS 21 del 6 giugno 2012, che ha indicato che la mancanza di un’infrastruttura per i combustibili alternativi armonizzata a livello dell’Unione ostacola l’introduzione sul mercato di veicoli alimentati con combustibili alternativi e ne ritarda i benefici per l’ambiente. Dagli spunti dati, ne è nata una comunicazione della Commissione dal titolo “CARS 2020: piano d’azione per un’industria automobilistica competitiva e sostenibile in Europa”, in cui l’Unione prova a fare proprie le principali raccomandazioni del gruppo di alto livello CARS 21, presentando un piano d’azione che provi ad armonizzare le rete di ricarica europea.

DAFI, la direttiva sui carburanti alternativi Il 22 ottobre 2014 è stata pubblicata la Direttiva 2014/94/EU del Parlamento Europeo e del Consiglio sulla realizzazione di un’infrastruttura per i combustibili alternativi. Si tratta di un documento che prova ad inquadrare le principali opzioni in materia di combustibili alternativi, come l’elettricità, l’idrogeno, i biocarburanti, il gas naturale, in forma di gas naturale compresso (Gnc), gas naturale liquefatto (Gnl), o gas naturale in prodotti liquidi (Gtl), e gas di petrolio liquefatto (Gpl). La direttiva, poi, individua nell’assenza di un’infrastruttura per i combustibili alternativi il principale ostacolo alla diffusione sul mercato dei veicoli elettrici o comunque alimentati da combustibili alternativi. Sempre la mancanza di una infrastruttura, si legge nel documento della Commissione, impedisce la realizzazione di economie di scala sul versante dell’offerta. È necessario, dunque, dar vita ad una rete infrastrutturale idonea, puntando soprattutto sulle colonnine di ricarica per auto elettriche. È con questo obiettivo che la Direttiva stabilisce un quadro comune di misure per la realizzazione di un’infrastruttura, stabilendo anche i requisiti minimi per la costruzione dei punti di ricarica per veicoli elettrici e ad idrogeno.

Le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative necessarie per conformarsi alla direttiva dovevano essere attuate dagli Stati Membri entro il 18 novembre 2016 (in Italia la direttiva è stata recepita con il Decreto legislativo 257 del 16/12/16). Concentrandoci sulla mobilità elettrica, la Direttiva dispone che gli Stati membri garantiscano la creazione, entro il 31 dicembre 2020, di un numero adeguato di punti di ricarica accessibili al pubblico in modo da garantire che i veicoli elettrici circolino almeno negli agglomerati urbani/suburbani e in altre zone densamente popolate e, se del caso, nelle reti stabilite dagli Stati membri. Ogni Stato membro, poi, può anche adottare delle misure volte a incoraggiare e agevolare la realizzazione di punti di ricarica non accessibili al pubblico. E ancora. La Direttiva 2014/94/EU del Parlamento Europeo stabilisce che gli Stati membri assicurino che tutti i punti di ricarica di potenza standard a corrente alternata (AC) per i veicoli elettrici, escluse le unità senza fili o a induzione, introdotti o rinnovati a decorrere dal 18 novembre 2017 siano muniti, a fini di interoperabilità, almeno di prese fisse o connettori per veicoli del tipo 2, quali descritti nella norma EN62196. Mantenendo la compatibilità del tipo 2, tali prese fisse possono essere munite di dispositivi quali otturatori meccanici. A decorrere dal 18 novembre 2017, poi, i punti di ricarica di potenza elevata a corrente continua (DC), devono esser muniti, sempre a fini di interoperabilità, almeno di connettori del sistema di ricarica combinato “Combo 2”, quali descritti nella norma EN62196-3. Oltre a garantire le infrastrutture di ricarica per auto elettriche e altri veicoli da strada, gli Stati membri dovranno assicurare che sia valutata nei rispettivi quadri strategici nazionali la necessità di fornitura di elettricità lungo le coste per le navi adibite alla navigazione interna e le navi adibite alla navigazione marittima nei porti marittimi e nei porti della navigazione interna. In base alla direttiva, tale infrastruttura dovrà essere installata entro il 31 dicembre 2025, quale priorità nei porti della rete centrale della TEN-T, e negli altri porti. Faranno eccezione i Paesi in cui non ci sia alcuna domanda e i costi siano sproporzionati rispetto ai benefici.

Inquinamento

Inquinamento ambientale: un nemico invisibile che attacca su più fronti. A partire dall’aria che respiriamo: il nostro Paese si è già aggiudicato la maglia nera da parte dell’Agenzia europea dell’ambiente (Eea). Quest’anno, infatti, i blocchi del traffico per lo sforamento dei livelli massimi di PM 10, il particolato in cui si celano le ancor più temibili polveri sottili (il PM 2,5), sono scattati in molte città della penisola addirittura prima di accendere i termosifoni. E il satellite 5P, che ha fornito la prima mappa degli inquinanti dell’atmosfera, ha identificato nella Val Padana una delle aree più inquinate d’Europa per le elevate concentrazioni di monossido di carbonio. Allarme rosso anche da parte di Greenpeace: a novembre ha monitorato i valori del biossido d’azoto nei pressi di dieci scuole dell’infanzia ed elementari di Milano, scoprendo che erano ampiamente sopra il valore individuato dall’Oms per la protezione della salute. Già, perché i veleni dispersi nell’aria sono temibili killer, da cui non possiamo difenderci chiudendoci tra le mura domestiche: anche qui si cela un esercito di inquinanti, comprese le onde elettromagnetiche emesse dal wi-fi e dal pc, ormai immancabili in ogni famiglia, o il rumore che non sempre riusciamo a chiudere fuori dalla porta. Che fare allora? In queste pagine i nostri esperti rispondono a tutti i quesiti sulle insidie dei vari tipi di inquinamento e sui modi per fronteggiarle al meglio.

QUALI SONO GLI EFFETTI DELLO SMOG?

«I veleni dispersi nell’aria hanno come bersaglio privilegiato le vie respiratorie: creano uno stato infiammatorio cronico delle mucose di naso, gola e bronchi. Nello stesso tempo, le rendono più reattive e sensibili agli allergeni, come pollini e acari», spiega il professor Alessandro Miani, presidente della Società italiana di medicina ambientale (simaonlus.it) e docente di prevenzione ambientale all’Università di Milano. «Il risultato è una maggior incidenza di raffreddori, mal di gola, bronchiti e broncopolmoniti, ma anche di riniti e asma allergico». Ma i problemi non si fermano qui. Anche se il fumo di sigaretta è il primo killer dei polmoni, uno studio pubblicato sul Lancet sostiene che a ogni aumento di 10 microgrammi di PM 10 nell’aria il rischio di tumore aumenterebbe del 22%. «Una frazione del particolato (il black carbon), inoltre, è un nemico anche per il cuore perché riesce a superare la barriera degli alveoli e ad infiltrarsi nel sangue, aumentando la frequenza cardiaca e la pressione e facilitando, in chi già soffre di malattie del cuore, la formazione di trombi, con un aumento così dei casi di infarto o ictus», aggiunge il professor Miani. Sembrerebbe a rischio anche la salute del cervello: secondo una recente ricerca dell’università di Lancaster, pubblicata sulla rivista scientifica Pnas, i veleni delle città penetrano anche tra neuroni e sinapsi. Sul banco degli imputati i componenti metallici del particolato ultrafine, che possono addirittura essere tra i responsabili dell’Alzheimer.

CHE COSA SI PUÒ FARE PER RIDURRE L’INALAZIONE DI POLVERI SOTTILI &CO.?

«Bisognerebbe evitare di camminare nelle strade molto trafficate, dove oltre alle polveri sottili si concentrano gas di scarico come il benzene o idrocarburi policiclici aromatici, come il benzopirene che è cancerogeno, cercando percorsi alternativi dove la viabilità è meno intensa», suggerisce la professoressa Paola Fermo, docente di chimica analitica dell’università di Milano. «Prima di fare attività fisica o di andare in bicicletta, soprattutto se si vive in una città del Nord dove l’allerta smog è spesso in agguato, meglio verificare se la qualità dell’aria lo permette». Lo si può fare andando sui siti dell’Arpa della Lombardia, del Veneto e dell’Emilia Romagna che riportano bollettini, aggiornati in tempo reale, con i tassi dei maggiori inquinanti. Oppure si può consultare aqicn.org, sito che fa parte del progetto World Air Quality Index e che fornisce, in tempo reale, i dati sulla qualità dell’aria di più di 60 città italiane.

LA MASCHERINA, INDOSSATA IN BICI O IN MOTORINO, È UTILE?

«Purtroppo no», risponde la professoressa Fermo. «Non blocca il particolato, nemmeno quello più grossolano e anche quelle con filtro Epa che dovrebbero trattenere le particelle fini, di fatto si dimostrano poco efficaci. Andare in bici o a camminare dopo che ha piovuto, invece, riduce in parte i rischi perché abbatte per lo meno il PM 10, e quindi le particelle più grossolane, anche se non azzera quelle fini. Queste vengono invece spazzate via dal vento che, quando spira, decreta l’ok a fare attività fisica all’aria aperto. Comunque, per evitare sorprese, conviene sempre consultare i bollettini dell’aria e se è allarme smog, meglio “ripiegare” sulla palestra.

IN AUTO SI È PIÙ PROTETTI DALLO SMOG?

«Sì, a patto di rispettare alcune precauzioni: innanzitutto curare la manutenzione dei filtri di aerazione», spiega la professoressa Fermo. «In coda o sotto gallerie molto trafficate conviene mettere in funzione il ricircolo d’aria, spegnendolo però non appena si esce dall’ingorgo. L’abitacolo va poi arieggiato per evitare che al suo interno si concentri l’anidride carbonica che i passeggeri emettono respirando e che, senza un ricambio d’aria, viene nuovamente inalata, dando il via a sonnolenza e abbassamento dei riflessi».

CI SI PUÒ DISINTOSSICARE DAGLI INQUINANTI INALATI?

«Bisogna potenziare il lavoro dei naturali sistemi di detossificazione dell’organismo», suggerisce il dottor Antonio Maria Pasciuto, presidente di Assimas, Associazione italiana di medicina ambiente e salute (assimass.it). «Per facilitare il lavoro di fegato e intestino, perciò, a tavola via libera a frutta e verdura bio, legumi e cereali integrali, fonti di fibre e di antiossidanti, mentre per incrementare la diuresi e mantenere in perfetta efficienza i reni sì ad acqua e succhi naturali. Preziosa anche la curcuma, una spezia che migliora il lavoro del fegato: si può usare per insaporire i piatti o aggiungerne un pizzico alle tisane. Ok anche all’attività fisica regolare di tipo aerobico e ad almeno una sauna settimanale: favoriscono l’eliminazione delle tossine con la sudorazione. Per facilitare lo smaltimento dei metalli pesanti, si può ricorrere a integratori a base di zeolite: è un minerale che, grazie al suo effetto “scavenger” (spazzino), attraversa il tratto gastrointestinale senza essere assorbito, ma lega mediante scambio cationico i metalli pesanti, eliminandoli poi con le feci. Inoltre, ha un’azione detossificante, assorbente e antiossidante che riduce il danno da radicali liberi (per i dosaggi è bene chiedere consiglio al medico). Per controbattere l’infiammazione cronica e i processi di ossidazione innescati dai veleni che si inalano con l’aria sì anche alla vitamina C (1-2 grammi al giorno), a integratori a base di resveratrolo (100- 200 mg al giorno) o di glutatione: questi ultimi su consiglio e prescrizione del medico».

ANCHE L’ARIA DI CASA È A RISCHIO?

Può essere più inquinata di quella outdoor: può contenere un mix di sostanze chimiche ad alto rischio che esalano dall’ambiente domestico. «Tra le più temibili c’è la formaldeide, rilasciata dai mobili in truciolato, ma usata a volte anche come disinfettante e impregnante dei tessuti e del legno: l’International Agency for Research on Cancer (larc) l’ha classificata come sostanza cancerogena e responsabile di irritazioni delle mucose delle vie aeree, tosse, congiuntivite», spiega il professor Miani. «Non è però la sola: nell’aria degli appartamenti possono celarsi i vapori liberati dai prodotti per l’igiene della casa, soprattutto quelli profumati, le muffe, gli acari, e, non ultime, le onde elettromagnetiche emesse da wi-fi, pc, telefonini, babyphone e forni a microonde ormai onnipresenti nelle case italiane e temibili al pari degli altri inquinanti. Gli studi più recenti hanno dimostrato che queste radiazioni non hanno solo effetti termici. Producono anche un aumento dei radicali liberi, quindi dello stress ossidativo, e possono determinare anche rotture cromosomiche e alterazioni del Dna», spiega il professor Miani. «Secondo la larc sono potenzialmente cancerogene e non a caso l’Oms ha incluso l’elettro- smog tra le principali emergenze del Pianeta».

COME DIFENDERSI DAGLI INQUINANTI INDOOR?

«Bisogna arieggiare sempre i locali, indipendentemente dai tassi degli inquinanti esterni, aprendo le finestre 5 minuti, 3-4 volte al giorno, nelle ore di minor traffico», suggerisce la professoressa Fermo. «La temperatura domestica va mantenuta sui 19-21 °C e il tasso di umidità al 55% per evitare il proliferare di muffe, protozoi e batteri. Inoltre, occorre curare con attenzione la manutenzione della cappa di aspirazione della cucina e i filtri dei condizionatori». Attenzione anche alle pulizie: «Vanno fatte a finestre aperte, evitando mix di prodotti e utilizzando ogni detergente alle dosi consigliate», aggiunge il professor Miani. «Ok anche all’aspirapolvere, ma a patto che sia dotato di filtro Hepa, in grado di raccogliere le particelle con un diametro pari a 2,5 micron, e senza sacchetto.I sacchetti, se non vengono sostituiti frequentemente, vaporizzano nell’aria le polveri sottili, trasformandole in un pericoloso aerosol».

PUÒ “PURIFICARE” L’ARIA DELL’APPARTAMENTO?

«Sì, con un purificatore d’aria ad acqua», suggerisce il professor Miani. «È un apparecchio che aspira l’aria, la lava e la filtra con un filtro Hepa, liberandola da polveri con dimensioni sino ad 1 micron, pima di rimetterla in circolo. Nella scelta, però, è bene orientarsi su un prodotto validato scientificamente da un ente pubblico o no profit. Da evitare invece candele profumate e colorate per l’ambiente, soprattutto se di origine cinese: emanano metalli pesanti ed essenze profumate (limone- ne, in primo luogo) che si aggregano con altri inquinanti presenti in casa. No anche ai bastoncini d’incenso, spesso fonte di formaldeide». «Se si teme che in casa ci siano fonti nascoste di questa sostanza, però, se ne possono verificare i valori con un semplice test enzimati (Drager Bio-Check formaldeide) acquistabile on line», suggerisce il dottor Antonio Maria Pasciuto. «Se sono superiori a quelli considerati ideali, se ne può ridurre la concentrazione, mettendo in casa delle piante mangia- smog (vedi in basso) che riescono a eliminare anche ulteriori inquinanti domestici», conclude il professor Miani.

Va in pensione a 29 anni ha incassato 200 mila euro: bufera baby pensioni

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Sta facendo indignare non poco il caso della 64enne friulana che percepisce la pensione da quando ha 29 anni. Il caso è stato anche oggetto di un servizio di ‘Quarto Grado’. La signora friulana è una delle tante baby pensionate d’Italia. Da Quarto Grado si è capito che la 64enne ha smesso di lavorare a 29 anni, con soli 14 anni, 6 mesi e un giorno di contributi versati. La 64enne riceve da tanti anni il 94% della retribuzione che percepiva quando lavorava. Tanto basta per condurre una vita dignitosa e fare, di tanto in tanto, qualche regalino ai nipoti.

I baby pensionati italiani

Il caso della signora friulana andata in pensione a 29 anni è un po’ bislacco ma non unico. In Italia ci sono tanti baby pensionati in virtù di un decreto legge varato 45 anni fa che costa il 0,4% del Pil. La rabbia degli italiani è tanta davanti a casi del genere. Ci sono persone che hanno lavorato per molti anni ma non percepiscono nulla perché non hanno maturato i requisiti contributivi per ottenere la pensione. E’ giusto tutto ciò?

Gli italiani che sono in pensione da più di 37 anni sono circa 500mila; quelli da almeno 35 anni, invece, sono oltre 700mila. L’informazione è contenuta nelle tabelle degli Osservatori statistici dell’Inps sulle pensioni relative all’anno 2017. I soggetti che, in Italia, incassano assegni di vecchiaia, ai superstiti e anzianità contributiva da prima del 1980 sono 471.545. Si tratta di ex lavoratori del settore privato (413.157). Gli ex dipendenti pubblici invece sono 58.388. Se si fa riferimento alle pensioni erogate nel 1982 o precedentemente le pensioni sono più di 700mila.

Un trattamento che costa caro allo Stato

E’ di 49,9 anni l’età media di decorrenza delle pensioni di vecchiaia erogate anteriormente al 1980. Per quelle di anzianità e per i superstiti, invece, è rispettivamente di 46,4 e 41,5 anni. I baby pensionati del pubblico impiego sono quelli che stati in grado di lasciare il mondo del lavoro prima del 1992 con almeno 14 anni, 6 mesi e un giorno di contributi se donne coniugate con figli. Un vero bengodi per molti italiani che però costa caro allo Stato italiano e a tutti gli italiani che lavorano tanto e che, probabilmente, la pensione non la vedranno mai.

Due anni fa, il presidente dell’Inps Tito Boeri aveva detto riguardo ai 500mila italiani in pensione da oltre 36 anni: ‘Siccome son state fatte delle concessioni eccessive in passato e queste concessioni eccessive oggi pesano sulle spalle dei contribuenti credo che sarebbe opportuno andare per importi elevati a chiedere un contributo di solidarietà per i più giovani e anche per facilitare e rendere più facile anche a livello europeo questa uscita flessibile’.

Era il 29 dicembre 1973 quando l’Esecutivo di Mariano Rumor avviò il dibattuto periodo delle baby pensioni. Per farlo venne adottato un decreto del presidente della Repubblica (Giovanni Leone, ndr) rivolto agli impiegati pubblici che avevano lavorato per 14 anni, 6 mesi e un giorno, qualora donne sposate e con prole. Nonostante i requisiti stringenti, molti italiani riuscirono a beneficiare delle baby pensioni.

Il decreto firmato dal presidente Leone consentì a molti trentenni, o anche più giovani, di andare in pensione. Secondo un’indagine di Confartigianato sono 17mila le persone uscite dal mondo del lavoro a 35 anni; 78mila invece quelli che sono andati in pensione tra i 35 e 39 anni.

Assegno per disoccupati inizia il 3 Aprile: come fare domanda, a cosa serve

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Mancano pochi giorni al via. Dal 3 aprile parte l’assegno di ricollocazione, un ammortizzatore sociale introdotto dal Jobs Act. Si tratta di un voucher con cui lo Stato finanzia i programmi di formazioni per disoccupati. A gestirlo sarà l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (ANPAL). Punta ad aiutare le persone senza lavoro nella ricerca di un’occupazione, offrendo un servizio personalizzato e intensivo di assistenza nei Centri per l’impiego, agenzie per il lavoro accreditate e fondazione consulenti del lavoro. Queste strutture, per ottenere l’assegno, dovranno riuscire a trovargli un contratto a tempo indeterminato, a termine di 6 mesi, da 3 a 6 mesi in Basilicata, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) o un contratto part-time al 50%.

I BENEFICIARI – Può essere richiesto dalle persone disoccupate che ricevono la Nuova assicurazione sociale per l’impiego (Naspi) da più di 4 mesi e i beneficiari del Reddito di inclusione (Rei). Nel caso di Cassa integrazione sarà possibile richiederlo nel caso in cui l’accordo sindacale si sia concluso con un piano di ricollocazione. Verifica qui inserendo il codice fiscale se puoi richiederlo.

LA CIFRA – L’ammontare dell’assegno dipende dal livello di occupabilità della persona. Quindi, maggiore è la sua distanza dal mercato del lavoro, più alto sarà l’assegno e quindi più forte il sostegno per reinserirsi. I valori minimi e massimi che si possono ottenere combinando questi due criteri vanno da 1.000 a 5.000 euro in caso di risultato occupazionale che preveda un contratto a tempo indeterminato (compreso apprendistato); da 500 a 2.500 euro in caso di contratto a termine superiore o uguale a 6 mesi; da 250 a 1.250 euro per contratti a termine da 3 a 6 mesi (solo in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia).

COME FUNZIONA – Un tutor seguirà il disoccupato, proponendogli un programma di ricerca intensiva di una nuova occupazione. Il destinatario dell’assegno dovrà svolgere le attività individuate dal tutor e accettare le offerte di lavoro congrue, come definite all’articolo 25 del decreto legislativo 150/2015. Un eventuale rifiuto ingiustificato da parte del soggetto farà scattare dei meccanismi di graduale riduzione delle misure di sostegno al reddito. Il servizio sarà sospeso se la persona ottiene un’assunzione in prova o a tempo determinato e riprenderà nel caso in cui il rapporto di lavoro abbia avuto una durata inferiore a sei mesi.

Dati Istat disoccupazione in Italia

A luglio 2017 la stima degli occupati cresce dello 0,3% rispetto a giugno (+59 mila), confermando la persistenza della fase di espansione occupazionale. Negli ultimi due mesi il numero di occupati ha superato il livello di 23 milioni di unità, soglia oltrepassata solo nel 2008, prima dell’inizio della lunga crisi. Il tasso di occupazione sale al 58,0% (+0,1 punti percentuali). n La crescita congiunturale dell’occupazione interessa tutte le classi di età ad eccezione dei 35- 49enni ed è interamente dovuta alla componente maschile, mentre per le donne, dopo l’incremento del mese precedente, si registra un calo. Aumentano sia i lavoratori dipendenti sia gli indipendenti. n Nel periodo maggio-luglio si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +65 mila), determinata dall’aumento dei dipendenti, sia permanenti sia, in misura prevalente, a termine. L’aumento riguarda entrambe le componenti di genere e si concentra esclusivamente tra gli over 50. n Dopo il calo di giugno, la stima delle persone in cerca di occupazione a luglio cresce del 2,1% (+61 mila). L’aumento della disoccupazione è attribuibile esclusivamente alla componente femminile e interessa tutte le classi di età, mentre si registra una stabilità tra gli uomini. Il tasso di disoccupazione sale all’11,3% (+0,2 punti percentuali), quello giovanile si attesta al 35,5% (+0,3 punti). n La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni a luglio è in forte calo (-0,9%, -115 mila), confermando la tendenza in atto da metà 2013. La diminuzione nell’ultimo mese interessa principalmente gli uomini e in misura minore le donne, distribuendosi tra tutte le classi di età. Il tasso di inattività si attesta al 34,4%, in calo di 0,3 punti percentuali rispetto a giugno. n Nel trimestre maggio-luglio, rispetto ai tre mesi precedenti, alla crescita degli occupati si accompagna il calo sia dei disoccupati (-1,2%, -35 mila) sia degli inattivi (-0,3%, -35 mila). n Su base annua si conferma la tendenza all’aumento del numero di occupati (+1,3%, +294 mila). La crescita interessa uomini e donne e riguarda i lavoratori dipendenti (+378 mila, di cui +286 mila a termine e +92 mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-84 mila). A crescere sono gli occupati ultracinquantenni (+371 mila) e i 15-24enni (+47 mila), a fronte di un calo nelle classi di età centrali (-124 mila). Nello stesso periodo diminuiscono sia i disoccupati (-0,6%, -17 mila) sia, soprattutto, gli inattivi (-2,4%, -322 mila). n Al netto dell’effetto della componente demografica, su base annua cresce l’incidenza degli occupati sulla popolazione in tutte le classi di età.

Differenze di genere A luglio 2017 la crescita del numero di occupati è determinata esclusivamente dalla componente maschile (+0,6%) mentre l’occupazione femminile cala dello 0,3%. Il tasso di occupazione sale al 67,5% tra gli uomini (+0,5 punti percentuali) e scende al 48,6% tra le donne (-0,2 punti). L’aumento della disoccupazione nell’ultimo mese coinvolge esclusivamente le donne (+4,6%) a fronte di una stabilità tra gli uomini. Il tasso di disoccupazione maschile si attesta al 10,3% (-0,1 punti percentuali), mentre quello femminile sale al 12,8% (+0,5 punti). Il forte calo su base mensile degli inattivi tra i 15 e i 64 anni è determinato principalmente dalla componente maschile (-1,9%) e in misura minore da quella femminile (-0,3%). Il tasso di inattività maschile scende al 24,6% (-0,4 punti percentuali), quello femminile al 44,1% (-0,1 punti).

Nell’arco del trimestre maggio-luglio, il tasso di occupazione aumenta per entrambi i generi (+0,2 punti percentuali quello maschile, +0,1 punti quello femminile). Il tasso di disoccupazione cala di 0,2 punti per gli uomini e di 0,1 punti per le donne. Il tasso di inattività cala di 0,1 punti per gli uomini mentre rimane invariato per le donne. Nel confronto con luglio 2016, il tasso di occupazione cresce di 0,9 punti percentuali per gli uomini e di 0,5 punti per le donne. Il tasso di disoccupazione maschile cala di 0,5 punti mentre quello femminile aumenta di 0,2 punti. Il tasso di inattività diminuisce di 0,6 punti per gli uomini e di 0,8 punti per le donne. Occupazione dipendente e indipendente Nel mese di luglio 2017 crescono rispetto a giugno sia i lavoratori dipendenti (+0,2%, +42 mila) sia gli indipendenti (+0,3%, +17 mila). Tra i dipendenti l’aumento interessa sia i lavoratori permanenti (+0,2%, +23 mila) sia quelli a termine (+0,7%, +19 mila).

Nel periodo maggio-luglio l’occupazione cresce tra i dipendenti (+0,7%, +120 mila), sia permanenti (+0,1%, +10 mila) sia, in misura maggiore, a termine (+4,2%, +110 mila), mentre risulta in calo tra gli indipendenti (-1,0%, -55 mila). Anche su base annua la crescita interessa i soli lavoratori dipendenti (+2,2%, +378 mila) a fronte di un calo tra gli indipendenti (-1,5%, -84 mila). La crescita dei dipendenti riguarda sia i lavoratori permanenti (+0,6%, +92 mila) sia, soprattutto, quelli a termine (+11,7%, +286 mila). La partecipazione al mercato del lavoro per classi di età A luglio 2017 il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati), è pari al 35,5%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente. Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono per definizione esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perché impegnati negli studi. L’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è pari al 9,5% (cioè poco meno di un giovane su 10 è disoccupato). Tale incidenza risulta in aumento di 0,2 punti percentuali rispetto a giugno. Il tasso di occupazione cresce di 0,2 punti, mentre quello di inattività cala di 0,4 punti. Guardando alle altre classi di età, il tasso di occupazione a luglio cresce tra i 25-34enni (+0,2 punti percentuali) e gli ultracinquantenni (+0,3 punti) mentre rimane stabile tra i 35-49enni. Il tasso di disoccupazione rimane invariato tra i 25-34enni mentre cresce tra gli over 35 (+0,1 punti tra i 35-49enni, +0,3 punti tra gli ultracinquantenni). Il tasso di inattività cala in tutte le classi di età con variazioni comprese tra -0,1 punti dei 35-49enni e -0,5 punti degli over 50.

Con riferimento alla media degli ultimi tre mesi, il tasso di occupazione scende di 0,1 punti percentuali tra i giovani di 15-24 anni mentre cresce nelle restanti classi di età (con variazioni di +0,2 punti per i 25-49enni e +0,3 punti per gli ultracinquantenni). Il tasso di disoccupazione è in crescita di 1,0 punti tra i 15-24enni, mentre cala nelle restanti classi di età (con variazioni comprese tra –0,1 punti per i 25-34enni e -0,3 punti per i 35-49enni). Nello stesso periodo il tasso di inattività cresce tra i 35-49enni (+0,1 punti), mentre cala nelle restanti classi (con variazioni comprese tra -0,1 punti percentuali per i 25-34enni e -0,3 punti per i 15-24enni). Nell’arco di un anno il tasso di occupazione cresce in tutte le classi di età, con variazioni comprese tra +0,6 punti percentuali per i 35-49enni e +1,0 punti per gli over 50. Al netto dell’effetto della componente demografica, l’incidenza degli occupati sulla popolazione è in crescita su base annua in tutte le classi di età (+1,7% tra i 15-34enni, +0,9% tra i 35-49enni, +1,8% tra gli ultracinquantenni). Il calo della popolazione tra 15 e 49 anni influisce in modo decisivo sulla variazione dell’occupazione nei dodici mesi in questa fascia di età, attenuando l’aumento per i 15-34enni e rendendo negativa la variazione per i 35-49enni. Al contrario la crescita della popolazione degli ultracinquantenni ne amplifica la crescita occupazionale, con un conseguente aumento del divario generazionale.

La disoccupazione è prima di tutto uno spreco sciagurato. Il numero dei disoccupati è infatti misura dello spreco economico e sociale che risulta dalla sproporzione tra sviluppo delle forze produttive (ciò che consentirebbero di fare le risorse umane e materiali e le conoscenze scientifiche e tecniche disponibili), e i rapporti di produzione (i rapporti esistenti tra chi potrebbe dare lavoro e chi lo cerca). In termini puramente quantitativi, il prodotto sociale effettivo è inferiore a quello potenziale di una percentuale approssimativamente pari al tasso di disoccupazione. Almeno equivalente, se mai è possibile misurarla, è la quota dei bisogni sociali insoddisfatti, della domanda di valori d’uso cui sul mercato, luogo dei valori di scambio e del profitto, non corrisponde un’offerta adeguata.

Perché c’è la disoccupazione? La risposta banale è: Perché c’è la crisi! Domanda e risposta si potrebbero però invertire: Perché c’è la crisi? Perché c’è la disoccupazione! Se il lettore comune si aspetta dalla teoria economica una risposta non circolare, ne avrà almeno due. Prima risposta La prima e prevalente è questa. Le imprese assumeranno nuovi lavoratori se e soltanto se il salario non è maggiore della produttività del lavoro: se con la loro prestazione lavorativa i lavoratori rendono al datore di lavoro non meno di quanto gli costano. Dal punto di vista della singola impresa la risposta è sensata: la singola impresa contabilizza il salario soltanto come un costo, e il lavoratore deve meritarselo. Dunque, se c’è disoccupazione, è perché il salario è troppo alto rispetto alla produttività del lavoro. In breve: se c’è disoccupazione, è colpa dei lavoratori e delle loro organizzazioni, che chiedono salari troppo alti. Segue: se non ci fossero impedimenti giuridici o sindacali, cioè se il mercato del lavoro fosse flessibile così come si dice che il Mercato dovrebbe essere, sul mercato del lavoro si stabilirebbe un livello di equilibrio del salario, tale che non ci sarebbe disoccupazione involontaria, cioè tale che troverebbero lavoro tutti i lavoratori disposti a sottoscrivere un contratto di lavoro per quel salario. Risulterebbero non occupati soltanto quei lavoratori che pretendono un salario più alto della loro produttività, e dunque si tratterebbe di disoccupazione volontaria. Le imprese, d’altra parte, produrrebbero tutto quanto sono in grado di produrre, e tutto quanto venderebbero. Chi sostiene questa tesi, infatti, sostiene anche che tutta la moneta disponibile verrà impiegata per comperare merci, anziché trattenuta in forma liquida o usata a fini speculativi. Per eliminare la disoccupazione involontaria, basterebbe dunque una adeguata riduzione dei salari. La risposta sembra convincente; e lo è tanto che ha ispirato e ispira tutte le cosiddette riforme ‘strutturali’ del mercato del lavoro. Però è una risposta perlomeno incompleta.

La seconda risposta alla domanda: Perché c’è la disoccupazione? è questa. Supponiamo, per semplicità, che il salario possa scendere a zero. In verità ciò è impossibile: se gli operai potessero vivere d’aria, non si potrebbero comperare a nessun prezzo. Infatti la forza lavoro è una merce che il suo possessore, il salariato, vende al capitale. Perché la vende? Per vivere. Supponiamo dunque che i salari siano molto bassi: in questo caso, ci sarebbe piena occupazione? Ci sarebbe soltanto un tasso di disoccupazione ‘naturale’ o ‘frizionale’? È ovvio che così potrebbe essere se e soltanto se tutte le merci prodotte potessero essere vendute. Viene allora il dubbio che conti non tanto o soltanto l’offerta, ma anche e soprattutto la domanda; e se i salari sono bassi, bassa sarà la domanda da parte di chi vive di salario. La domanda aggregata è costituita dalla domanda per consumi, dalla domanda per investimenti, e dalla domanda estera. La domanda per consumi, a sua volta, è costituita dalla domanda di quanti hanno un reddito da lavoro e dalla domanda di merci di lusso da parte di quanti vivono di rendita o di profitti. In una situazione di disoccupazione e di bassi salari, aumenta la quota – sul prodotto sociale – delle rendite e dei profitti. Si può forse pensare che i maggiori consumi di lusso bastino a compensare i minori consumi dei lavoratori? Ovviamente no. Si può allora pensare che gli alti profitti indurranno le imprese a aumentare la produzione di beni di consumo, dunque l’offerta, dunque l’occupazione? No, perché le loro aspettative di vendita di beni di consumo saranno pessimistiche e liquideranno le scorte. Compenseranno dunque la minore domanda per consumi con loro nuovi investimenti? No: perché mai aumentare la capacità produttiva, se le prospettive di vendita sono pessimistiche? Dunque l’unico effetto di bassi salari saranno alte rendite e alti profitti, e l’impiego di questi e di quelle nella speculazione finanziaria. Speculazione finanziaria che nel migliore dei casi è un gioco a somma zero, in cui Tizio guadagna e Caio perde; ma talvolta, come oggi, sarà un gioco in cui perde anche Sempronio. Resta la terza componente della domanda aggregata, le esportazioni. La capacità di esportare dipende forse da un basso prezzo delle merci offerte sul mercato internazionale? Per un lungo periodo così è stato, per le imprese italiane: fino a quando hanno potuto godere di svalutazioni competitive (ma su cui non potranno più contare, nemmeno se l’Unione europea e dunque l’euro si sgretolano). Quanti prodotti ad alto contenuto tecnologico abbiamo nella nostra casa, di produzione delle imprese nazionali?

Intanto i giovani disoccupati rifiutano di andare all’estero

Abbiamo un record europeo di cui non sentivamo il bisogno. Ma dire europeo è una limitazione ingiusta, dovuta al fatto che l’Eurostat, come dice la parola stessa, analizza le statistiche solo dei 28 Stati, Gran Bretagna, dell’Ue. Ma dato che il nostro è il continente più vecchio e sedentario del pianeta, siamo certi che siamo i campioni mondiali del settore. Sei giovani disoccupati su dieci non hanno alcuna intenzione di accettare un’offerta di lavoro che implichi lo spostarsi da casina propria. I “giovani” sono intesi, dall’istituto di statistica europeo )come la popolazione nella fascia d’età tra i 20 e i 34 anni. Questo dato, a occhio e croce, spiega il perché i Cinque Stelle abbiano mietuto successo e superino il 50 per cento dei consensi giusto tra i nati dopo il 1985, e soprattutto al Sud dove i giovani disoccupati sono il 60 per cento del totale. Noi vorremmo porre una piccola domanda a Luigi Di Maio: il reddito di cittadinanza lo fate anche a questi che accetterebbero, forse, un impiego pur di non spostarsi dalla residenza a vita? Qui sta l’infamia pedagogica della propaganda elettorale che ha montato come la panna il successo grillino.

Non induce a rischiare ma a stare al calduccio nella propria tana e a lamentarsi: altro che i pacchi di pasta alla Lauro, ma una cuccagna recapitata a casa, non c’è bisogno di spostarsi, neppure per la domanda di riscossione. Prima di fornire altri numeri, conviene esaminare la situazione osservando il lato positivo. In Italia a essere poveri sono specie i vecchi soli, ma quelli dove scappano? Invece non pare proprio che la mancanza di speranza tra i millennials si esprima in una ricerca spasmodica di vie d’uscita. Certo in tanti si sbattono, cercano una strada fuori dai confini, ma la maggior parte si tormenta interiormente senza che il rovelli si traduca in viaggi della speranza:mica sono africani questi ragazzi di casa nostra, evitano con cura di alimentare lo schiavismo degli scafisti…

IL CONFRONTO Verrebbe quasi voglia di chiamare qualcuno dei ragazzi migranti – che pure ci costano un sacco -a sdebitarsi per le spese di soccorso e mantenimento, tenendo corsi di formazione a questi loro coetanei sedentari cui spiegare che per vivere meglio in tanti sono pronti persino a rischiare la morte e la schiavitù. Alt!Nessuno pretende che si emulino le traversate del Sahara o la deriva su gommoni cinesi:ma la disponibilità a prendere un treno, ad avventurarsi verso le fabbriche del Veneto dove cercano e non trovano manodopera, quello sì. Certo, sappiamo che ci sono ragioni serie che inducono i giovani a non gradire i trasferimenti: il costo dell’alloggio,la differenza del costo della vita tra zone d’Italia. Bisognerebbe introdurre di nuovo il sistema delle gabbie salariali, con stipendi più alti dove campare è più caro, ma chi li sente i sindacati? Resta il fatto che ora – paradosso ma mica tanto -le cinque province con i maggiori salari nominali sono Bolzano, Aosta e Como. Le tre con i maggiori salari reali sono Caltanissetta,Crotoneed Enna.

ALTRE STORTURE «Questa situazione produce altre storture, influenzando pesantemente il mercato immobiliare (al Nord case di maggior valore e affitti più difficili; al Sud tutto il contrario).Ma soprattutto le paghe uguali per tutti determinano direttamente “la più alta disoccupazione al sud”, disincentivando sia gli imprenditori ad investire, sia la ricerca del lavoro». Il virgolettato è tratto da una ricerca firmata anche daTito Boeri -con Andrea Ichino ed Enrico Moretti -quando non era presidente dell’Inps. Poi si è rimangiato tutto, ed è diventato il propugnatore dell’erogazione al Sud del reddito minimo, che se non è la zuppa del reddito di cittadinanza equivale al pan bagnato. Ha detto, candidandosi a ministro in quota M5S: «Il rischio di scoraggiare queste persone nella ricerca di un lavoro non si pone o si pone in modo del tutto irrilevante. C’è anche un messaggio culturale importante che deve essere dato, soprattutto al Sud: esistono amministrazioni dello Stato efficienti, come l’Inps, che sono in grado di affrontare il problema e alle quali ci si può rivolgere senza alcuna intermediazione e senza dover ricorrere al politico locale. Niente clientelismo, dunque. Il reddito minimo è un diritto». Detto questo, siamo certi che in futuro consolideremo il record mondiale più triste che ci sia:la mollezza di troppa gioventù, che fa coppia con l’opportunismo servile di sconfortanti maestri.

Vivere e lavorare in un altro paese sta diventando una scelta sempre più diffusa fra gli europei di tutte le età. Sempre più persone riconoscono i vantaggi derivanti dall’avere acquisito un’esperienza professionale in un altro paese europeo. Lavorare all’estero per qualche tempo può rafforzare le proprie competenze e ampliare le possibilità di trovare un lavoro migliore nel proprio paese. Il principio sancito dall’Unione europea (UE) della libera circolazione dei lavoratori ( 1 ) è considerato uno dei diritti più importanti dei cittadini dell’UE. Prevede che ci si possa spostare in uno qualsiasi dei paesi dell’UE, nonché in Norvegia, Islanda, Liechtenstein e Svizzera. Di conseguenza, le opportunità per coloro che sono motivati a cercare un lavoro anche trasferendosi in un altro paese sono ormai infinite e sono numerosi gli esperti che possono fornire consulenza e informazioni per tutto il percorso.

Un’occasione per acquisire nuove competenze in ambito sia professionale che personale. Imparare una nuova lingua, ampliare la propria esperienza professionale e migliorare la capacità di comunicare con gli altri. Vivere e lavorare all’estero è la soluzione ideale per coloro che vogliono dare un «valore aggiunto» al proprio curriculum vitae (CV). Una maggiore comprensione di altri paesi e altre culture. L’Europa è una regione eccezionalmente composita. Immergere la tua vita in un altro paese ti consente di scoprire nuove culture e nuovi stili di vita e ovviamente consente agli altri di saperne di più sul tuo paese. Non sei sicuro che lavorare all’estero sia la scelta giusta per te? Prendi in considerazione il lavoro stagionale o temporaneo. Non dovrai impegnarti in un contratto a lungo termine e potrai sempre acquisire esperienza preziosa e incontrare nuova gente.

L’assegno di ricollocazione: cosa è e come funziona

Un contributo figurativo che il disoccupato può spendere presso un centro per l’impiego o una delle agenzie private accreditate, che lo incasserà solo a risultato raggiunto. Sono circa 25mila i disoccupati da almeno quattro mesi che nei prossimi giorni riceveranno (via posta e anche via sms o e-mail) le comunicazioni relative all’assegno di ricollocazione, uno strumento pensato per favorire la ricerca di un lavoro da parte di chi è rimasto senza un’occupazione. È soltanto l’avvio della fase sperimentale (secondo la Fondazione dei consulenti del lavoro la platea potenziale è di 1,1 milioni di persone), ma almeno il meccanismo si è messo finalmente in moto. L’assegno di collocazione, infatti, è la misura conseguente al Jobs act che ancora mancava all’appello, quella che appartiene all’ambito cosiddette “politiche attive del lavoro” che nel nostro Paese, purtroppo, sono state sempre largamente deficitarie. Dall’approvazione del decreto 150 che riordina i servizi per il lavoro e l’accordo tra ministero, regioni e Anpal (la neo-costituita Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) ci sono voluti oltre un anno e quattro mesi per arrivare all’accordo che il 7 febbraio scorso ha sbloccato la situazione. Un tempo enorme se si considera la drammaticità e l’urgenza del problema disoccupazione e tenuto anche conto che dall’inizio dell’anno non sono più disponibili due strumenti come la mobilità e la cassa integrazione in deroga che finora hanno contribuito a tamponare le situazioni più acute. L’Anpal conta di portare a regime il sistema dell’assegno di ricollocazione entro l’estate. Ma vediamo in sintesi di che cosa si tratta. L’assegno è un contributo figurativo (nel senso che non vengono erogati materialmente soldi) che il disoccupato può spendere presso un centro per l’impiego o una delle agenzie private accreditate. In pratica è una sorta di “premio” che uno di questi enti, scelto dal disoccupato, incasserà soltanto a risultato raggiunto, cioè alla stipula di un contratto di lavoro. Gli importi sono variabili a seconda del tipo di contratto: da 1.000 a 5.000 euro per i rapporti a tempo indeterminato (compreso l’apprendistato); da 500 a 2.500 euro per i rapporti a termine di almeno 6 mesi e oltre; da 250 a 1.250 euro per i rapporti a termine da 3 a 6 mesi. Quest’ultima possibilità è prevista solo in Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, regioni in cui il problema della disoccupazione è ancora più grave che altrove. L’altro criterio che influisce sull’importo dell’assegno, oltre al tipo di contratto, è infatti il profilo di “occupabilità” del disoccupato, cioè la sua minore o maggiore distanza dal mercato del lavoro. Più difficile è la situazione di partenza, più alto sarà l’assegno e viceversa. Nel determinare il profilo concorrono sia le caratteristiche individuali (genere, età, titolo di studio, durata della disoccupazione ecc.) sia quelle relative al territorio in cui la persona risiede (tasso di disoccupazione, incidenza delle famiglie a bassa densità di lavoro, densità delle imprese, ecc.). Presso il centro che avrà scelto secondo certi criteri, il disoccupato sarà seguito da un tutor che lo aiuterà a compilare il curriculum, ad aggiornare le sue competenze anche con corsi di formazione e a prepararsi ai colloqui con le imprese. Il sistema prevede delle sanzioni, fino alla perdita dell’assegno, per incentivare il suo impegno. L’ente prescelto percepirà una somma minima (fino a 106 euro) in rapporto alle azioni svolte anche in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo. Ma per evitare che giochi al ribasso, “parcheggiando” i disoccupati per i 6 mesi previsti dalla normativa così da lucrare comunque l’importo fisso, tale importo sarà erogato soltanto se la sede coinvolta nella ricerca di un lavoro raggiungerà un certa soglia di successi. Il buon funzionamento del meccanismo, del resto, è fondato proprio sulla convenienza che tutti i soggetti coinvolti hanno nel trovare un lavoro per il disoccupato. L’interesse di quest’ultimo è evidente, ma è evidente anche l’interesse economico dei soggetti (centri degli enti locali o privati) che in caso di esito positivo incasseranno l’assegno. C’è anche un interesse economico pubblico generale (al di là, ovviamente, del beneficio sociale complessivo) perché per ogni contratto stipulato si risparmieranno i costi dei trattamenti previsti per i disoccupati. Insomma, almeno sulla carta l’assegno di ricollocazione sembra essere uno strumento importante e innovativo. Bisognerà verificare in concreto la sua attuazione e il modo in cui sarà coordinato con gli altri interventi di politica attiva del lavoro promossi dallo Stato e dalle Regioni, nonché con tutto quanto la società civile ha saputo mettere in campo in questo settore. Nessuno ha la bacchetta magica.

L’assegno di ricollocamento – spiega Gentiloni – “non si sostituisce a forme di sostegno al reddito ma è una specie di incentivo per il futuro che servirà ad un’impresa che darà un contratto di lavoro e ad avere, a seconda delle qualifiche, un assegno più o meno consistente”. Il periodo transitorio necessario per permettere di utilizzarli a chi li ha già acquistati.

Sono partite oggi le 30mila lettere che l’Anpal, l’Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro, ha inviato ai destinatari della sperimentazione del cosiddetto assegno di ricollocazione.

Possono usufruire dell’assegno di ricollocazione anche i lavoratori a rischio disoccupazione, ossia coloro che sono posti in cassa integrazione straordinaria a seguito di una cessazione dell’attività dell’azienda, chi è posto in cassa integrazione in deroga e i lavoratori con contratti di solidarietà. Può essere richiesto dalle persone disoccupate che ricevono la Nuova assicurazione sociale per l’impiego (Naspi) da almeno 4 mesi.

Questo istituto di tipo sperimentale è stato ovviamente pensato per supportare il lavoratore involontariamente disoccupato e che tenta di inserirsi di nuovo nel mondo del lavoro. Secondo la dirigente sindacale “le politiche attive non hanno vita lunga se non sono accompagnate da politiche di sviluppo nazionali e territoriali capaci di attrarre e generare nuovi investimenti e, di conseguenza, nuove opportunita’ occupazionali”.

LAVORATORE TENUTO AD ACCETTARE PROPOSTE DI FORMAZIONE O LAVORO PENA LA PERDITA DELLA NASPI: “Lei si impegnerà – si legge nella lettera inviata ai primi 30.000 disoccupati – a partecipare alle iniziative di politica attiva che le saranno proposte e sarà tenuto ad accettare le offerte di lavoro che le saranno fatte sempre che siano congrue ai sensi della normativa vigente”.

Il percorso di ricerca di lavoro con l’affiancamento di un tutor avrà durata semestrale, che potrà essere prorogato per ulteriori 6 mesi, per un totale di 1 annodi ricerca di lavoro con il finanziamento dello Stato tramite assegno di ricollocazione.

DISOCCUPATI: arriva l’assegno di ricollocazione

Il 2017 vede il debutto dell’assegno di ricollocazione, un nuovo strumento di politica attiva veicolato dall’Agenzia Nazionale delle Politiche Attive e del Lavoro – ANPAL e finalizzato a migliorare l’occupabilità dei soggetti disoccupati.
Introdotto dal Jobs Act, l’assegno non consiste in una somma di danaro, ma in un voucher da spendere presso i Centri per l’impiego o presso gli altri operatori autorizzati per ottenere un servizio personalizzato di assistenza intensiva nella ricerca di lavoro. A gestire l’assegno di ricollocazione sarà l’ANPAL, alla quale il soggetto disoccupato potrà volontariamente richiederlo.
Soggetti interessati dalla procedura
Attraverso il Portale appena avviato:
I soggetti in cerca di impiego potranno depositare la «Dichiarazione di immediata disponibilità» prevista dalle norme citate per l’avvio dell’iter;
I soggetti pubblici e privati abilitati potranno “accettare” gli incarichi di assistenza e supporto da parte di chi sia in cerca di occupazione;
I soggetti privati operanti nell’intermediazione, potranno avanzare domanda di accreditamento per l’erogazione delle prestazioni di servizio previste.
Dalla NASpI all’assegno di ricollocazione
L’assegno di ricollocazione può essere richiesto da quei soggetti che, dopo quattro mesi di fruizione della Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego (NASPI), non abbiano ancora trovato un nuovo lavoro.
Possono richiedere all’INPS di fruire della NASpI i lavoratori con rapporto di lavoro subordinato che:
1) si trovino nello stato di disoccupazione involontaria: ossia che non sia frutto di dimissioni o risoluzione consensuale del rapporto.
2) siano in possesso dei seguenti requisiti contributivi e lavorativi:
• tredici settimane di contribuzione contro la disoccupazione nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione;
• almeno 30 giornate di lavoro effettivo, a prescindere dal minimale contributivo, nei dodici mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione.
Per confermare lo stato di disoccupazione, i disoccupati devono contattare i centri per l’impiego entro 30 giorni dalla data della dichiarazione di immediata disponibilità.

Cosa è l’assegno di ricollocazione

L’assegno è un “credito” riconosciuto al fine di ottenere un servizio di assistenza intensiva nella ricerca di lavoro presso i centri per l’impiego o presso i soggetti privati accreditati.
Misura dell’assegno
L’assegno di ricoNocazione sarà il seguente:
• da 1.000 a 5.000 euro in caso di risultato occupazionale che preveda un contratto a tempo indeterminato (compreso apprendistato);
• da 500 a 2.500 euro in caso di contratto a termine superiore o uguale a 6 mesi;
• da 250 a 1.250 euro per contratti a termine da 3 a 6 mesi (questi ultimi previsti solo nelle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia).
A chi viene versato
L’assegno viene concretamente erogato agli enti che hanno fornito il servizio di assistenza alla ricollocazione, ma solo se il disoccupato trova un nuovo lavoro:
S con contratto a tempo indeterminato;
S con contratto di apprendistato;
S con contratto a tempo determinato di durata pari ad almeno sei mesi, ridotti a tre nelle regioni del Mezzogiorno (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia)
S contratto in part time (almeno pari al 50%).
Enti erogatori
I soggetti presso i quali può essere fruito l’assegno di ricollocazione sono: o i Centri per l’impiego;
o le Agenzie per il lavoro accreditate ai servizi per il lavoro; o la Fondazione dei Consulenti del Lavoro.
Richiesta e durata
La richiesta dell’assegno è, comunque, volontaria e può essere proposta – a libera scelta del richiedente – presso qualsiasi Ente erogatore accreditato sulla base della personale valutazione anche in ordine ai diversi servizi da ciascuno offerti.
L’assegno ha una durata di sei mesi, prorogabile per altri sei nel caso non sia stato consumato l’intero ammontare dell’assegno, per ogni periodo di fruizione della NASpI.
Programma per la ricerca attiva di lavoro
Una volta selezionato l’Ente erogatore, entro il citato termine di due mesi, il disoccupato concorda un primo incontro con l’Ente stesso con il quale l’interessato elabora e sottoscrive un programma intensivo di ricerca attiva del lavoro.
II programma include:
o l’assegnazione di un tutor
o l’attivazione diretta e personale del disoccupato nella ricerca di lavoro o l’elaborazione di un percorso di assistenza intensiva alla ricollocazione o la programmazione di periodici incontri di verifica o l’analisi e la ricerca di opportunità occupazionali.

MANOVRA FINANZIARIA PER IL 2017: L’IMPATTO SUI DIRIGENTI

La legge di bilancio per il 2017 (che fa parte, insieme al decreto fiscale, della manovra di 27 miliardi approvata dal consiglio dei ministri del 15 ottobre scorso) è stata approvata. Va subito detto che il provvedimento non contiene misure penalizzanti per la categoria, come l’introduzione di contributi di solidarietà o il tanto temuto ricalcolo delle pensioni con il metodo contributivo. L’azione portata avanti da Manageritalia, tramite Cida, è stata quindi efficace sotto questo profilo, in attesa del giudizio avviato contro il blocco della perequazione promosso dalla Cida stessa. La legge di bilancio introduce dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018 l’Anticipo finanziario a garanzia pensionistica (Ape), che consiste in un prestito concesso da un soggetto erogatore, coperto da polizza assicurativa obbligatoria, a chi possiede un’età anagrafica di 63 anni, che maturerà il diritto alla pensione di vecchiaia entro 3 anni e 7 mesi e ha un’anzianità contributiva di 20 anni. Tale prestito sarà restituito con rate di ammortamento mensili per una durata di 20 anni e l’assegno anticipato sarà esentasse. Oltre all’Ape volontaria e aziendale, c’è anche l’Ape sociale, un’indennità a favore di alcune categorie in condizioni di disagio, con un tetto massimo di 1.500 euro. Manageritalia ha sottolineato come gli interventi introdotti dal governo siano apprezzabili. Alcuni esponenti della compagine governativa hanno chiarito che i dirigenti possono usufruire sia dell’Ape social sia dell’Ape volontaria, sia di entrambi gli strumenti contemporaneamente, anche in forma parziale se si hanno i requisiti. I dirigenti potranno far ricorso anche alla Rita, l’erogazione anticipata delle prestazioni dei fondi di previdenza complementare. La Rita può essere richiesta dai soggetti, cessati dal lavoro, in possesso dei medesimi requisiti previsti per l’accesso all’Ape, certificati dall’Inps. Una novità di rilievo per i nostri associati è quella che prevede la possibilità di cumulare, senza oneri, tutti i contributi previdenziali maturati in gestioni pensionistiche diverse, inclusi i periodi di riscatto della laurea. Gli spezzoni contributivi potranno essere fatti valere sia per la pensione di vecchiaia sia per la pensione anticipata, se si è già maturato un diritto autonomo in una delle gestioni. La legge di bilancio affronta anche il tema della crescita: vengono agevolate sul piano fiscale le componenti della retribuzione legate a incrementi di produttività, le somme erogate come partecipazione agli utili di impresa e il welfare aziendale, tutte misure che Manageritalia ritiene apprezzabili. Le nuove norme innalzano i limiti dell’imponibile ammesso al beneficio fiscale fino a 3mila euro (4mila in caso di coinvolgimento paritetico dei lavoratori nell’organizzazione del lavoro) ed elevano anche la soglia di reddito percepito nell’anno precedente fino a 80mila euro: in tal modo si includono i quadri e una fascia della dirigenza. Opzione donna, nuove assunzioni, giovani Viene infine allargata la platea delle potenziali beneficiarie dell’opzione donna includendo le lavoratrici nate nell’ultimo trimestre del 1958, purché abbiano accumulato 35 anni di contribuzione entro la fine del 2015. Infine viene ampliata da 27.700 a 30.700 persone la platea di chi potrà accedere all’ottava salvaguardia degli esodati, posticipando dal 31 dicembre 2012 al 31 dicembre 2014 la data utile per l’ingresso nella mobilità. Per le nuove assunzioni (dal 1° gennaio 2017 al 31 dicembre 2018) la legge di bilancio stanzia solo 135 milioni nel prossimo triennio a favore dei giovani che svolgono un tirocinio con l’alternanza scuola-lavoro o periodi di apprendistato. Lo sgravio è nel limite massimo di 3.250 euro su base annua per un periodo massimo di 36 mesi. Tale misura suscita qualche perplessità: fermo restando che la misura dello sgravio contributivo per le nuove assunzioni è – e resta – lo strumento che maggiormente ha giovato all’innalzamento del tasso dell’occupazione negli ultimi anni, va tuttavia sottolineato che nel 2017 il progetto dell’alternanza scuola-lavoro non sarà ancora concluso: i primi giovani che ne avranno usufruito termineranno gli studi ed entreranno nel mondo del lavoro nel 2018. La norma rischia quindi di restare lettera morta. Sgravi per il Mezzogiorno In aggiunta alla misura contenuta nella legge di bilancio è stato annunciato un decreto del ministro del Lavoro che prevede sgravi contributivi per le assunzioni dei giovani, ma limitatamente al Sud. Lo sgravio sarà totale fino a un massimo di 8.060 euro per 12 mesi a favore delle imprese con sede nelle regioni meridionali che, nel 2017, assumeranno a tempo indeterminato o in apprendistato giovani tra i 15 e i 24 anni, ma anche disoccupati over 24 e fino a 49 anni disoccupati da almeno sei mesi. Le risorse, pari a 530 milioni di euro, provengono da fondi comunitari destinati al Programma nazionale per l’occupazione e non rientrano quindi nella manovra di bilancio 2017. Tali risorse saranno gestite dall’Anpal.

Con la notizia di ieri che saranno anticipata dal premier Gentiloni che sono pronte a partire le prime 30mila lettere di assegno di ricollocazione, ora si pone il problema di andare a capire chi sono i beneficiari del contributo e soprattutto come si può richiederlo.

Al via la fase sperimentale dell’assegno di ricollocazione, lo strumento messo a disposizione dal Jobs Act per aiutare i disoccupati nella ricerca di un nuovo impiego.

LAVORATORE TENUTO AD ACCETTARE PROPOSTE DI FORMAZIONE O LAVORO PENA LA PERDITA DELLA NASPI: “Lei si impegnerà – si legge nella lettera inviata ai primi 30.000 disoccupati – a partecipare alle iniziative di politica attiva che le saranno proposte e sarà tenuto ad accettare le offerte di lavoro che le saranno fatte sempre che siano congrue ai sensi della normativa vigente”. I 30 mila soggetti coinvolti nella fase sperimentale, che permetterà di testare il funzionamento della misura, sono stati scelti mediante campionamento stocastico. L’Anpal conta di portare a regime il sistema dell’assegno di ricollocazione entro l’estate. “Partiamo dalla realtà di un Paese – ha detto ancora il Presidente del Consiglio – che pur avendo nel proprio codice genetico la consapevolezza dell’ importanza del lavoro non ha modernizzato a sufficienza questo tipo di strumenti”.

Un buono per accedere a un percorso personalizzato di accompagnamento al lavoro con un tutor dedicato. Quindi, un Centro per l’Impiego o un ente scelto dallo stesso disoccupato, a risultato occupazionale acquisito, potrà ricevere l’assegno. L’altro criterio che influisce sull’importo dell’assegno, oltre al tipo di contratto, è infatti il profilo di “occupabilità” del disoccupato, cioè la sua minore o maggiore distanza dal mercato del lavoro. L’entità dell’assegno sarà decisa a seconda delle condizioni di partenza dei disoccupati più o meno favorevoli. Il sistema prevede delle sanzioni, fino alla perdita dell’assegno, per incentivare il suo impegno. A loro andranno assegni fino a cinquemila euro.

L’assegno avrà un importo da 250 a 5000 euro e sarà erogato a chi è rimasto senza lavoro, permettendogli di investire per potersi creare nuove opportunità. Puntando in un futuro non lontano a estendere il progetto a tutti i lavoratori disoccupati d’Italia. Insomma, almeno sulla carta l’assegno di ricollocazione sembra essere uno strumento importante e innovativo.

Prosecco, guerra al glifosato eliminato grazie al geranio, video shock inchiesta Iene

in Economia by

Dalla pianta di geranio un erbicida naturale. L’acido pelargonico punta ad imporsi tra gli agricoltori trevigiani quale alternativa naturale al glifosate. Storicamente usato dai viticoltori delle colline del prosecco e oggi bandito dai 15 Comuni della DOCG e dal disciplinare del Consorzio del prosecco DOC, il glifosate negli ultimi anni è balzato alle cronache per i suoi effetti negativi su salute e ambiente. E oggi si cercano alternative. Estratto dalla pianta di pelargonio, l’erbicida naturale nella sua forma commerciale è stato autorizzato dal Ministero della salute già da qualche anno, ma ancora tra gli agricoltori trevigiani rimane sconosciuto, tanto che è stato al centro di una conferenza formativa organizzata da Coldiretti Treviso nell’aula magna del seminario vescovile a Ceneda.
‘I livelli di efficacia dell’acido pelargonico sono tutt’ora in fase di verifica – non nasconde Francesco Faraon di Coldiretti – non possiamo ancora dire che sia un pieno sostituto del glifosate. È un erbicida che funziona, ma che ha la necessità di essere testato ulteriormente’. Il suo spettro d’azione non è così ampio come quello del potente glifosate. ‘Il punto di forza dell’acido pelargonico – sottolinea Faraon – è che è completamente biodegradabile, non lascia residui e si trasforma in acqua e anidride carbonica. Necessita però di essere integrato con pratiche di diserbo meccanico’.
(fonte: Claudia Borsoi, Il Gazzettino, edizione di Treviso)

Un rapporto ONU del gennaio 2017 afferma che l’esposizione cronica ai pesticidi è pericolosa per gli effetti sulla salute che ne risultano: agiscono come interferenti endocrini, sono correlati al manifestarsi di cancro, Alzheimer, Parkinson, disturbi ormonali, problemi della crescita e dell’apprendimento, sterilità maschile e femminile, genotossicità, cui si aggiungono disturbi neurologici, come perdita della memoria. Per quanto riguarda la valutazione tossicologica delle diverse Agenzie che si occupano di pesticidi è da sottolineare la mancanza di un limite miscela sia per l’ambiente che per gli alimenti. Mentre per i luoghi di lavoro si utilizza da sempre un TLV (Threshold Limit Value) miscela in caso di presenza di più sostanze inquinanti, per gli inquinanti ambientali ogni sostanza viene considerata da sola, senza porsi il problema del carico che la miscela esercita complessivamente sull’ambiente o sulla persona. Il Dossier riserva una grande parte al GLIFOSATO Il glifosato è una minaccia reale o una paura remota? La domanda è quanto mai attuale dopo la classificazione dell’erbicida più utilizzato al mondo come probabile cancerogeno da parte della IARC e l’assoluzione dell’ECHA, l’Agenzia Europea delle Sostanze Chimiche. Per la assoluzione da parte di ECHA pesa con ogni probabilità la composizione del Comitato per la Valutazione dei Rischi -RAC- che elabora i pareri sugli effetti che le sostanze chimiche hanno per la salute umana e l’ambiente, essendo composto per il 71% da rappresentanti delle Associazioni Industriali e quindi con possibili conflitti di interesse.

Nel caso del Glifosato, ad esempio, sostanza base dell’erbicida Roundup, l’EFSA dichiara nell’ottobre 2015 che “rispetto al glifosato, in tutti i punti finali esaminati sono stati osservati effetti tossici significativi del suo coformulante l’ammina di sego polietossilata”. Talmente tossico che nell’agosto 2016 è stata disposta la revoca dell’autorizzazione alla commercializzazione e all’impiego dei prodotti contenenti tale coformulante. Nel 2016 l’istituto per l’ambiente di Monaco ha condotto un’indagine sulla presenza di glifosato nella birra e in ben 14 marche tra le più diffuse sono state rilevate tracce della sostanza attiva, con livelli che oscillano tra 0,46 e 29,74 microgrammi per litro.

Negli U.S.A. nel 2015 la Boston University e Abraxis LLC hanno trovato tracce di glifosato nel 62% del miele convenzionale e nel 45% del miele biologico analizzati. In Argentina il pesticida è stato trovato anche nell’85% delle garze sterili e dei tampax; risultato analogo su prodotti per l’igiene personale è stato rilevato in Francia dalle analisi della rivista di consumatori 60 Millions de Consommateurs, costringendo al ritiro del lotto di 3.100 salvaslip di Organyc (dell’azienda Corman) . Nell’aprile 2017 l’Agenzia canadese di ispezione degli alimenti ha pubblicato i dati 2016 sulla contaminazione da glifosato nei cibi. Tracce del pesticida sono state rinvenute in frutta e vegetali freschi (7,3%) e nei prodotti trasformati (12,1%). Ad allarmare è la presenza di glifosato nel 36,6% dei campioni di grano analizzati, di cui il 3,9% oltre i limiti canadesi delle 5 ppm . Nell’agosto 2016 il Ministero della Salute ha recepito il Regolamento 2016/1313 del 1° agosto 2016 dell’Unione Europea emanando il Decreto che revoca le autorizzazioni all’uso di prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva glifosato: • nelle aree frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili; • per l’impiego in pre raccolta al solo scopo di ottimizzare il raccolto o la trebbiatura; • in caso di impiego extra agricolo, sui suoli contenenti più dell’80% di sabbia, nonché in aree vulnerabili e zone di rispetto. A fine agosto è stata poi revocata l’immissione in commercio dei prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva glifosato e il coformulante ammina di sego polietossilata. È stato tuttavia ammesso un periodo di tolleranza per permettere la vendita delle giacenze.

Va ricordato che l’adozione del PAN con decreto 22 gennaio 2014 già prevedeva che: “Ai fini della tutela della salute e della sicurezza pubblica è necessario ridurre l’uso dei prodotti fitosanitari o dei rischi connessi al loro utilizzo nelle aree frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili, ricorrendo a mezzi alternativi (meccanici, fisici, biologici)”- “ i trattamenti diserbanti sono vietati e sostituiti con metodi alternativi nelle zone frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili” Un capitolo viene riservato al GLUFOSINATO, è un erbicida attualmente utilizzato in 82 stati commercializzato sotto vari marchi come “Liberty” e “Basta”, prodotto dalla multinazionale tedesca Bayer Crop Science. Nel 2005 l’EFSA aveva dichiarato che il glufosinato presenta: • un elevato rischio per i mammiferi • un possibile pericolo per i feti • un potenziale rischio di ridurre la fertilità. In Italia la sospensione cautelativa dell’autorizzazione di impiego del prodotto fitosanitario Basta 200, a base di glufosinate ammonio, è stata revocata nell’aprile 2012 introducendo nuovamente il prodotto sul mercato, con un permesso valido fino al 30 settembre 2017.

Un capitolo viene riservato al “PESO DELLE MONOCOLTURE”, sempre più diffusa nel tipo di agricoltura industriale moderna: usano di norma grandi quantità di fertilizzanti e pesticidi, utilizzano spesso sementi modificate e resistenti ai diserbanti, sono fra le principali cause della progressiva perdita di biodiversità a livello globale, manifestando una scarsa resilienza e, anzi, enorme vulnerabilità ai cambiamenti climatici. Per molte comunità indigene comportano la perdita della sicurezza alimentare imponendo una dieta sempre più standardizzata a discapito della biodiversità e della tipicità delle diete locali UNA I.C.E. EUROPEA PER BANDIRE IL GLIFOSATO L’iniziativa dei cittadini europei (ICE) è uno strumento di democrazia dal basso relativamente recente (i relativi regolamenti sono stai approvati nel 2011). L’iniziativa consente di formulare un invito formale alla Commissione Europea, affinché questa proponga un atto legislativo in una delle materie di competenza dell’UE. Affinché la richiesta sia valida deve essere firmata da almeno un milione di cittadini dell’Unione europea con soglie minime raggiunte in almeno sette Stati membri. Non è uno strumento “vincolante”, ma la Commissione Europea è obbligata a rispondere e quindi a dare risalto anche politico all’argomento che i cittadini intendono porre. È uno strumento la cui forza è proporzionale al coinvolgimento e alla capacità di mobilitazione che lo accompagnano. In questo momento è in corso in UE l’ICE “fermiamo il glifosato”, per chiedere alla commissione di vietare il glifosato, di riformare il processo di approvazione dei pesticidi UE e di impostare obiettivi vincolanti per ridurre l’uso dei pesticidi in Europa. Ad oggi il milione di firme previsto è stato raggiunto.

Cosa succede in ITALIA Il 23 novembre 2016 la Giunta della Regione Calabria ha approvato la delibera 461/2016, contenente l’aggiornamento dei Disciplinari di produzione integrata delle infestanti e pratiche agronomiche. In questo modo la Calabria è diventata la prima Regione italiana a escludere le aziende agricole che utilizzano il glifosato dai finanziamenti del Piano di Sviluppo Rurale (PSR). Nel marzo 2017 il Consiglio regionale della Toscana ha approvato all’unanimità una mozione che impegna la Giunta a rimuovere il glifosato da tutti i disciplinari di produzione e a escludere immediatamente dai premi del PSR le aziende che ne fanno uso. La mozione impegna la Giunta regionale anche a sostenere sul territorio approcci agro-ecologici per migliorare la fertilità dei suoli e a intervenire presso il governo per l’applicazione del principio di precauzione a livello nazionale ed europeo, vietando definitivamente la produzione e l’uso di tutti i prodotti fitosanitari che contengano il glifosato come principio attivo. Nel 2010, successivamente alle analisi effettuate da un comitato di cittadini, è risultato che i bambini della Val di Non presentavano valori nelle urine da metaboliti di pesticidi più elevati degli adulti e che gli stessi valori della sostanza attiva Clorpirifos etile (un insetticida organofosforico) erano 4 volte maggiori rispetto a quelli di riferimento della popolazione media. Diverse giunte comunali della provincia di Belluno, hanno approvato un nuovo regolamento di Polizia Agraria che prevede di utilizzare nei trattamenti solo prodotti alternativi a quelli classificati H 300 tossici per l’uomo.

Assunzioni Anas 2018: 100 mila assunzioni entro il 2020

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In arrivo 100.000 assunzioni entro il prossimo triennio da parte dell’Anas.

L’azienda italiana autonoma che gestisce molte strade italiane all’obiettivo di investire tra l’anno 2018 / 2020 nuove assunzioni, per ingrandire i numerosi cantieri sparsi su tutto il territorio nazionale.

Vi forniamo alcune informazioni su come candidarsi per essere assunti da Anas

A divulgare la notizia è stato il quotidiano messaggero, mediante un articolo recente. Il quale riportava un’intervista fatta all’amministratore delegato della società, Gianni Vittorio Armani, intervista è stata rilasciata durante il convegno #Connectivity, un evento organizzato dai sindacati Fillea e Filt.

L’Anas, ha l’obiettivo di investire 30 miliardi di euro nel prossimo triennio.

PROSPETTIVE OCCUPAZIONALI

Considerando che almeno la metà degli investimenti previsti sarà destinata alla manutenzione delle strade e delle autostrade, è facile immaginare che buona parte delle assunzioni Anas riguarderà profili tecnici, operai e addetti. Con ogni probabilità non mancheranno le opportunità di lavoro anche per altri profili.

L’AZIENDA

Vi ricordiamo che l’Azienda Nazionale Autonoma delle Strade, conosciuta anche con l’acronimo Anas, è una società per azioni italiana integrata, da gennaio 2018, nel Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane. Nata nel 1946, come azienda pubblica, e divenuta SpA nel 2002, con unico socio il Ministero dell’Economia e delle Finanze, gestisce la rete stradale ed autostradale di interesse nazionale. Oggi l’Anas, che ha sede principale a Roma, è guidata dal Presidente Ennio Cascetta e dall’AD Gianni Vittorio Armani, e conta oltre 6mila collaboratori.

CANDIDATURE

La raccolta delle candidature per le assunzioni Anas viene effettuata, generalmente, attraverso la pagina dedicata alle carriere (Lavora con noi) della società. Gli interessati alle opportunità di lavoro Azienda Nazionale Autonoma delle Strade possono visitarla per prendere visione delle posizioni aperte e candidarsi online, inviando il cv tramite l’apposito form.

Mettiamo a vostra disposizione anche questa breve guida su come lavorare in Anas. Al suo interno troverete tante informazioni utili sull’azienda e sulle modalità di recruiting.

Bufala dei conti ‘lasciati’ dai morosi, purtroppo è vero, ma non sono 35 euro

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Vi avevamo parlato, solo pochi giorni fa, dello scandalo furbetti del contatore, cioè della notizia per la quale a pagare le fatture della luce per i clienti morosi saranno i consumatori onesti. Purtroppo questa notizia è più che vera. C’è però una fake news che sta girando in queste ore sul web, secondo la quale già dalla prossima bolletta i consumatori in regola si troveranno ben #35 euro in più. Non solo, questa #bufala che viaggia via whatsapp invita i consumatori a non pagare questa fantomatica cifra. Cerchiamo di fare chiarezza perché in questo modo si rischia solo di danneggiare gli onesti.

Le bollette della luce sono giù aumentate, ecco perché troveremo diversi euro in più, ma non i famosi 35

La prima cosa che va chiarita è che le #Bollette, già da inizio anno, sono effettivamente aumentate, e questo in parte giustifica la bufala che sta girando sul web.

Abbiamo già spiegato quali sono le voci che incidono sugli aumenti a volte poco chiari e mal digeriti. Si tratta di farsi carico degli sgravi che le compagnie elettriche danno agli energivori. Spieghiamo meglio: esistono delle società chiamate energivori, cioè che letteralmente mangiano energia. Sono quelle società di servizi che per dare appunto servizi ai cittadini consumano tantissima energia. Non si capisce perché li dobbiamo pagare noi quegli sgravi, ma tant’è. E qui entrano in campo i morosi.

I morosi ci hanno già fatto addebitare i loro conti non pagati

E qui sta la conferma della veridicità della notizia per la quale dovremo pagare anche per i ‘furbetti del contatore’. Non pagare le bollette non è una novità, e per questo motivo c’è giù un buco di circa 200 milioni di euro per colpa di chi non salda i propri conti. Questa morosità va ad incidere su quelli che si chiamano ‘oneri di sistema’, tra i quali ci sono appunto gli incentivi alle fonti rinnovabili.

Il problema è che se non paghiamo il nostro fornitore, lo mettiamo sul lastrico perché lui dovrà comunque anticipare i soldi fatturati ad una terza entità. Si tratta della GSE, cioè il gestore dei servizi energetici. Quindi noi paghiamo il fornitore e lui paga il GSE. Se noi non paghiamo il fornitore, lui dovrà comunque pagare GSE, e così finisce in bancarotta. Quindi ecco cosa andremo a pagare. Il punto è che non saranno 35 e non sarà da subito.

I soldi in più si pagheranno, ma tra qualche mese e non 35 euro al mese

E’ impossibile, senza una sentenza o una legge o una qualunque delibera, che i nostri fornitori abbiano già stabilito quanti soldi dobbiamo pagare pro capite ed emesso già le fatture corrispondenti. Lo spiega molto bene il Codacons, che afferma che il provvedimento secondo il quale (e questa purtroppo è la brutta notizia) dovremo pagare per i morosi, non scatterà da subito. Riguarderà poi solo gli oneri di sistema (e non tutte le bollette insolute) e non sarà di 35 euro in più al mese.

Tuttavia è vero, dovremo pagare per i disonesti.

Le associazioni di consumatori ci tutelano?

Ci provano naturalmente, come sempre, anche perché in questo caso a stabilire che gli onesti pagheranno per i disonesti è stato proprio il Governo. Il Codacons stesso sta lavorando per far sospendere per motivi di illegittimità la decisione di Arera (il garante per gas e luce) che impone ai clienti in regola di coprire le morosità degli altri, anche se solo nella parte che riguarda gli oneri di sistema.Per questo è importante, per ora, saldare le bollette, per non incorrere in guai dovuti a notizie false. Vi terremo aggiornati su come fare, eventualmente.

Se vuoi rimanere aggiornato sulle novità che riguardano le bollette e i tuoi diritti,iscriviti al canale.

Marshmallow ritirati dal commercio per presenza di topi nella fabbrica: ecco la marca

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Ikea sta richiamando uno dei suoi prodotti alimentari a causa di una possibile infestazione da topi. Si tratta dei marshmallow Godis Paskkyckling venduti nelle confezioni da 100 grammi. Il colosso svedese dei mobili low cost invita tutti i clienti a non mangiare le caramelle e di riportarle in negozio per avere il rimborso. Secondo quanto fa sapere Ikea, il prodotto è stato ritirato per precauzione nel Regno Unito dopo che nella fabbrica in cui i marshmallow vengono prodotti sono stati trovati dei topi che potrebbero aver contaminato il prodotto alimentare. Gli articoli a rischio sono appunto quelli in confezioni da 100 grammi con data di scadenza prevista tra il 23 ottobre 2018 e il 26 gennaio 2019. La data di scadenza, ricorda l’azienda, è stampata sul retro della confezione. La Food Safety Authority ha avvertito che tutti i prodotti acquistati nel 2018 sono interessati dal richiamo.

“La sicurezza alimentare è una priorità per Ikea” – Ikea ha detto che i clienti riceveranno un rimborso e che non è necessario presentare lo scontrino d’acquisto per averlo. “La sicurezza alimentare è una priorità per Ikea e, come misura precauzionale, stiamo ritirando i marshmallow Godis Paskkyckling venduti nelle confezioni da 100 grammi”, ha spiegato Lorena Lourido, Country Food Manager di Ikea Uk e Ireland. Sul sito di Ikea Uk ci sono tutte le informazioni sul prodotto ritirato.

Gli alimenti possono divenire fonte di guai per il nostro organismo, per effetto di errori alimentari o per la presenza, all’interno dell’alimento, di “qualcosa” di nocivo per la nostra salute, ossia: • batteri patogeni o loro tossine; • virus; • altri micro e macroparassiti (funghi, protozoi, vermi); • sostanze chimiche nocive; • contaminanti radioattivi. Gli alimenti contaminati non sono più sicuri per la salute ed espongono al rischio di malattie di vario tipo: • intossicazioni e avvelenamenti; • tossinfezioni alimentari; • malattie infettive; • tumori e altre malattie degenerative. La contaminazione è, nella maggior parte dei casi, accidentale e avviene durante i vari “passaggi” dell’alimento, dal momento della sua produzione fi no al momento in cui viene consumato. Per alcuni alimenti, le sostanze tossiche sono naturalmente presenti nell’alimento (per esempio i funghi velenosi), per altri ancora le sostanze tossiche sono state aggiunte volontariamente all’alimento, in genere nell’ambito di una frode commerciale (adulterazione, sofi sticazione).

Frodi alimentari La frode è un inganno commesso da una persona (o più persone) ai danni di altri. La frode in commercio è un reato, perseguibile per legge, compiuto da chi consegna a un acquirente una cosa per un’altra o comunque diversa da quella dichiarata, per origine, provenienza, qualità e quantità. Il termine frode alimentare si riferisce alla produzione e al consumo di alimenti che non corrispondono alle prescrizioni di legge. Ogni alimento e prodotto alimentare è definito per la sua composizione, per la sua origine e per le sue caratteristiche organolettiche; ha una sua data di produzione e un limite di tempo entro il quale va consumato. Se l’alimento prodotto e messo in commercio non corrisponde a quanto previsto dall’etichetta, si ha una frode alimentare.

Le frodi si classificano in: 1) alterazioni: vendita di alimenti che hanno subìto modificazioni nella loro composizione originaria per effetto di processi spontanei: per esempio, vendita di latte inacidito, o di vino andato in aceto; 2) adulterazioni: produzione/vendita di alimenti la cui composizione è stata modificata quantitativamente riducendo così il valore commerciale e nutritivo che il prodotto dichiarato dovrebbe avere; tale modificazione viene ottenuta sottraendo, in tutto o in parte, sostanze nutritive (per esempio, levando il grasso, ossia la “crema”, dal latte, vendendolo però come latte intero) oppure aggiungendo sostanze simili ma di minor qualità e pregio (e quindi di minor costo per il produttore o commerciante che guadagnerà di più alle spalle dell’ignaro consumatore), come nel caso dell’aggiunta di acqua al vino o al latte; 3) sofisticazioni: prodotti sottoposti a trattamenti per renderli simili ad altri prodotti più pregiati; per esempio, l’aggiunta di un colorante giallo a una pasta di semola per farla assomigliare alla pasta all’uovo e venderla come tale; 4) contraffazioni: prodotti sostituiti in tutto o in parte con altri meno pregiati; per esempio, vendere margarina per burro; vendere come olio di oliva una miscela di olio di oliva e di olio di semi. Le frodi alimentari vanno perseguite perché, oltre al danno economico, esse sono spesso causa di gravi attentati alla salute del consumatore. La vendita di prodotti alimentari che hanno subìto un’alterazione e l’utilizzo di ingredienti avariati nella produzione di alimenti rappresentano un fatto particolarmente grave perché in grado di danneggiare la salute di più persone contemporaneamente.

La contaminazione microbica Gli alimenti rappresentano, per molte specie di microrganismi, un ambiente molto adatto per la loro sopravvivenza e per la loro riproduzione. Quando un alimento è contaminato da un microrganismo, questo si riproduce rapidamente, cosicché già dopo alcune ore il numero di germi presenti nell’alimento è enorme. I germi si nutrono delle sostanze che compongono l’alimento e producono sostanze di rifiuto che si accumulano nell’alimento, rendendolo poco adatto per la nostra nutrizione (alterazione delle caratteristiche organolettiche: sapore, odore, consistenza ecc.). Se i microrganismi sono patogeni, inoltre, possono produrre tossine e rendere l’alimento nocivo per la salute. Tra i microrganismi che possono contaminare gli alimenti, particolare importanza hanno i lieviti e le muffe, e i batteri. Anche i virus possono contaminare i cibi e causare malattie infettive, come l’epatite virale di tipo A. Lieviti e muffe Lieviti e muffe sono organismi microscopici che appartengono al regno dei funghi. I lieviti sono funghi unicellulari di forma rotondeggiante dalle dimensioni di 5-10 micron; come tutti gli altri funghi, sono eucarioti (le cellule hanno nucleo visibile e provvisto di membrana nucleare. Si riproducono per gemmazione: la nuova cellula si sviluppa come una gemma, una piccola protuberanza della cellula madre, dalla quale poi si stacca. I lieviti si sviluppano in presenza di zuccheri e sono importanti nel settore alimentare perché fermentano gli zuccheri producendo alcool (fermentazione alcolica) e anidride carbonica. Vengono perciò utilizzati nella produzione del vino e della birra e per far “lievitare” il pane: infatti, l’anidride carbonica prodotta è un gas e fa “gonfi are” la pasta del pane, della pizza e di tutti gli altri alimenti lievitati (brioches ecc.). Il lievito ha un alto contenuto di vitamine del gruppo B e viene utilizzato anche come integratore alimentare. Tra i vari lieviti vanno ricordati quelli appartenenti al genere Saccharomyces, come il lievito di birra (Saccharomyces cerevisiae), utilizzati sia nella produzione del vino e della birra, sia nella panificazione. Le muffe sono microrganismi pluricellulari, costituiti da un intreccio di ife, alle cui estremità si sviluppa lo sporangio, che contiene le spore riproduttive. Si sviluppano facilmente in ambiente acido (pH 5,5) e a temperature di 15-30 °C; muoiono a 60-65 °C, per cui vengono distrutte, eliminate col trattamento della pastorizzazione.

Le muffe sono responsabili dell’alterazione di molti alimenti, come il pane, le farine, i cereali in generale, il latte e i suoi derivati (burro, formaggi, yogurt), la carne, la frutta e le verdure. Le muffe del genere Penicillium si ritrovano spesso sugli agrumi (arance, limoni) dove formano una patina blu-verdastra; allo stesso genere appartiene il Penicillium notatum, che produce la penicillina (il primo antibiotico scoperto da Alexander Fleming) e i Penicillium camemberti e roqueforti, che intervengono nella maturazione di alcuni famosi formaggi francesi (Camembert e Roquefort). Un altro genere di muffe è l’Aspergillus, che contamina farine e cereali e può produrre sostanze molto tossiche, come le aflatossine.

I batteri I batteri sono organismi unicellulari invisibili a occhio nudo, sono cioè dei microrganismi. Per osservarli è necessario utilizzare il microscopio ottico e, per studiarli nei più fi ni dettagli, il microscopio elettronico. La cellula batterica è detta procariota, perché il suo nucleo (carios, in greco), costituito da un solo cromosoma (costituito a sua volta da un fi lamento di DNA circolare), non è visibile al microscopio ottico: manca, infatti, la membrana nucleare, che nelle cellule eucariote (animali e vegetali) separa il nucleo con i suoi cromosomi dal citoplasma. Il citoplasma è delimitato dalla membrana cellulare e all’esterno della membrana cellulare è presente una parete cellulare rigida (che dà la forma ai batteri) e, a volte, una capsula gelatinosa protettiva. Diverse specie (batteri sporigeni) sono in grado di resistere in condizioni ambientali sfavorevoli (temperature elevate, fi no a più di 100 °C, oppure temperature molto basse, carenza di materiali nutritivi, radiazioni ultraviolette, disinfettanti ecc.), trasformandosi in spore

batteri possono essere distinti, in base alla loro forma, in: • cocchi, di forma sferica; • bacilli (o batteri propriamente detti), di forma cilindrica, a bastoncino; • vibrioni, ricurvi, a virgola; • spirilli e spirochete, avvolti a spirale. Cocchi e bacilli, quando si riproducono, rimangono spesso uniti a formare coppie (diplococchi e diplobacilli), catenelle (streptococchi e streptobacilli) o grappoli (stafilococchi) di batteri. Tutti i batteri, coltivati con opportuni terreni di coltura in apposite piastre, formano colonie visibili a occhio nudo. La colorazione di Gram (ideata nel 1884 da Christian Gram), consente di distinguere al microscopio ottico i batteri in due categorie: • batteri Gram positivi (Gram +), colorati in blu-viola; • batteri Gram negativi (Gram -), colorati in rosa-rosso.

Ciclo vitale dei batteri. Come tutti gli organismi viventi, anche i batteri necessitano di sostanze nutritive per crescere e riprodursi. Le esigenze nutritive dei microrganismi variano da specie a specie, poiché ogni specie batterica è in grado di produrre enzimi diversi e utilizzare sostanze più o meno complesse. Tutti necessitano degli elementi di cui sono composti: carbonio, idrogeno, ossigeno (acqua), azoto, zolfo, fosforo; tuttavia possiamo distinguere i batteri in due grosse categorie in base alla capacità di utilizzare il carbonio dell’anidride carbonica (CO2): • gli autotrofi che utilizzano l’anidride carbonica come fonte di carbonio; • gli eterotrofi che necessitano, come fonte di carbonio, di composti organici, come il glucosio. Dai composti organici del carbonio tutti i microrganismi ricavano, per ossidazione o fermentazione, energia utilizzabile per il loro sviluppo: gli autotrofi possono produrre questi composti a partire dal carbonio inorganico (CO2); gli eterotrofi , invece, devono introdurli già preformati.

La temperatura è un fattore importante per lo sviluppo microbico. Oltre una certa temperatura (60 °C), la maggior parte dei batteri muore. Al di sotto degli 0 °C la riproduzione batterica viene bloc cata. Tutti i germi hanno una loro temperatura ottimale, alla quale si riproducono più velocemente. Essi vengono perciò distinti in: mesofi li, termofi li, psicrofi li e psicrotrofi . I mesofili hanno temperatura ottimale di sviluppo compresa tra i 20 e i 40 °C: tra questi vi sono molti germi patogeni che crescono bene alla temperatura corporea (37 °C). I termofili hanno temperatura ottimale compresa tra 45 e 60 °C; alcuni si riproducono (ma più lentamente) anche a temperature più basse (20-40 °C), altri sono invece termofi li obbligati, cioè si riproducono solo in quell’intervallo di temperature più elevate. Gli psicrofili crescono meglio a 15-20 °C, ma possono riprodursi anche a temperature di 0 °C o meno e quindi anche nei cibi refrigerati, dove possiamo trovare anche gli psicrotrofi, che crescono solo a temperature inferiori a 15 °C (alcuni anche a meno di –7 °C). Alcuni metodi di conservazione utilizzano le basse temperature per bloccare la riproduzione dei germi, altri le alte temperature per distruggerli (oltre i 70-80 °C). Le basse temperature dei frigoriferi consentono lo sviluppo dei microrganismi psicrofi li, che possono alterare l’alimento; fortunatamente i germi patogeni per l’uomo sono mesofi li e non si riproducono alle basse temperature (4-5 °C). Mantenere il cibo “in caldo”, a temperatura di 30-40 °C, favorisce, invece, lo sviluppo dei germi patogeni. Una temperatura di 60-65 °C consente, invece, la distruzione della maggior parte dei microbi, anche se le spore sopravvivono a temperature superiori a 100 °C. Ossigeno e anidride carbonica infl uenzano la crescita dei microrganismi che perciò sono suddivisi in 4 gruppi: • aerobi obbligati: crescono bene in presenza di ossigeno (si procurano energia dalla ossidazione dei principi nutritivi); • anaerobi obbligati: crescono bene solo in assenza di ossigeno, producendo energia dalla fermentazione degli zuccheri o dalla putrefazione delle proteine; • aerobi-anaerobi facoltativi: si riproducono sia in presenza sia in assenza di ossigeno; • microaerofili: crescono solo se l’ossigeno è presente in piccole quantità, inferiori a quelle normalmente presenti nell’aria. La presenza di ossigeno, ossia il contatto con l’aria è necessario per la sopravvivenza delle muffe e dei batteri aerobi; tuttavia, alcune delle più gravi intossicazioni alimentari sono causate da batteri anaerobi, che si moltiplicano proprio in alimenti isolati dall’aria e dall’ossigeno. Anche l’acqua (umidità) è indispensabile per la riproduzione dei microrganismi: a bassa umidità possono riprodursi solo le muffe e i germi osmofili; crescendo la percentuale di acqua vediamo riprodursi i lieviti e infi ne i batteri. Gli alimenti ricchi d’acqua (latte, creme ecc.) sono perciò più facilmente contaminati dai microrganismi, e devono essere conservati in frigorifero (a basse temperature) e consumati entro un numero limitato di giorni; alimenti più poveri di acqua, come i legumi secchi, i cereali, le paste alimentari secche si mantengono più a lungo nel tempo ed è meno probabile la loro contaminazione microbica. L’essiccamento, ossia la sottrazione di acqua dall’alimento, è un effi cace metodo di conservazione utilizzato per molti alimenti. Infi ne, anche il grado di acidità (pH) dell’ambiente infl uenza le capacità di sopravvivenza e riproduzione dei batteri, essendo la maggior parte di essi incapace di sopravvivere in ambienti fortemente acidi.

L’acidità rende perciò un alimento più resistente alla contaminazione. Alimenti acidi come le fragole, i mirtilli, i limoni (pH basso: 2-2,5) vengono contaminati più raramente rispetto ad altri come il latte, la carne, i formaggi. La conservazione sott’aceto, rendendo l’alimento più acido, lo preserva dalla contaminazione, anche se è frequente lo sviluppo di muffe (che prediligono un ambiente leggermente acido) nei barattoli di sottaceti aperti. In condizioni ambientali favorevoli (in presenza cioè di ampia disponibilità di nutrienti, di temperatura, umidità e pH adatti) la crescita dei batteri è molto rapida: essi sono in grado di riprodursi in soli 20-30 minuti. Così, in poche ore, da una singola cellula batterica si possono ottenere miliardi di batteri. Il tempo che intercorre tra la preparazione e il consumo dell’alimento è un altro fattore di notevole importanza per la contaminazione microbica, sia perché più tempo passa e più occasioni di contaminazione si possono verifi care, sia perché, una volta contaminato l’alimento, più passa il tempo e maggiore sarà il numero di germi in esso presenti. Le spore In condizioni ambientali sfavorevoli, la maggior parte dei batteri muore. Alcune specie (batteri sporigeni) sono, invece, in grado di sopravvivere, producendo un guscio protettivo detto spora. Le spore dei batteri possono così sopravvivere per anni, come in letargo, senza riprodursi; quando le condizioni ambientali tornano a essere favorevoli, i batteri si liberano dalla spora (germinazione) e riprendono la loro attività. Le spore sono particolarmente resistenti alle alte temperature (non vengono distrutte neanche a 100 °C) ed è per questo che i batteri sporigeni sono spesso responsabili di tossinfezioni alimentari.

Batteri, alimenti e malattie I batteri sono diffusi ovunque. Come decompositori hanno una notevole importanza nei cicli biologici, perché degradano le sostanze organiche degli organismi morti, liberando nell’ambiente (suolo, acqua, aria) le sostanze inorganiche, che verranno poi assorbite dalle piante, ritrasformate in composti organici e reintrodotte nella catena alimentare. Molti batteri eterotrofi trovano negli alimenti l’ambiente ideale per la loro riproduzione e alcuni di essi vengono sfruttati proprio per la produzione e trasformazione di particolari alimenti, come lo yogurt. Tuttavia, la contaminazione degli alimenti da parte dei batteri (o di altri microrganismi) può alterare le loro caratteristiche organolettiche (odore, sapore, colore, consistenza) rendendoli inadatti al consumo. Se contaminati da batteri patogeni, gli alimenti possono diventare veicoli di trasmissione di malattie (malattie infettive come il tifo o il colera, intossicazioni e tossinfezioni alimentari). I batteri patogeni si riproducono facilmente all’interno dell’organismo umano e la loro azione dannosa è determinata dalla produzione di sostanze tossiche dette tossine, distinte in esotossine ed endotossine. Le esotossine sono sostanze termolabili (vengono distrutte dal calore), prodotte da alcuni batteri come il Clostridium botulinum, che produce la tossina (esotossina) botulinica, responsabile della più grave intossicazione alimentare, il botulismo.

Poco tempo fa anche le Brioche di NaturaSi erano state ritirate per plastica

Dopo il richiamo effettuato da parte del mistero su azione dello Sportello dei diritti riguardante diversi lotti di latte senza lattosio Accadì prodotto da Granarolo, adesso tocca proprio ad un altro prodotto. Nello specifico ad annunciare il ritiro di due Lotti di brioche a marchio ecor è stata NaturaSi per la possibile presenza di frammenti di plastica dura. Questo richiamo riguarda perlopiù le confezioni di brioche con farina integrale macinata a pietra 5 x 35 g Ecor,con data di scadenza 3 marzo 2018 e brioche all’albicocca con farina integrale macinata a pietra 5 X 45 g Ecor,  da consumarsi preferibilmente entro il 3 marzo 2018. Le brioche Sono entrambe prodotte per Ecornaturasì Spa da Fraccaro Spumadoro Spa di Castelfranco Veneto.

Nello specifico il richiamo riguarda le brioche all’albicocca con farina integrale macinata a pietra, in confezioni da 5 merendine da 45 grammi le quali riportano il termine di conservazione del 3 marzo 2018. L’azienda invita tutti gli acquirenti a controllare le scorte in casa e qualora abbiano le confezioni sopportate Sono pregati di non consumare il prodotto, ma di restituirlo al punto vendita dove sono state acquistate, che provvederà immediatamente a sostituirlo ed eventualmente chiarire ogni tipo di dubbio.

Giovanni D’Agata presidente dello sportello dei diritti intervenuto nella giornata di ieri ha dichiarato che non si esclude che il prodotto possa provocare un pericolo per la salute e dunque mettere in guardia la popolazione. “Chiediamo a tutti gli acquirenti di controllare le scorte in casa e di NON consumare il prodotto suddetto ma di restituirlo al proprio negoziante che provvederà a sostituirlo o rimborsarlo oltre che a chiarire eventuali dubbi”, scrive Naturasì.  In questi lotti di brioche, pare vi sia la possibilità di trovare frammenti di plastica dura che sono stati inglobati nelle confezioni durante il processo di produzione e proprio per questo motivo si è disposto l’immediato ritiro, invitando tutti coloro che non sono entrati in possesso a restituire la confezione presso il punto vendita Dove è stato effettuato un acquisto.

Sono state davvero tante le segnalazioni arrivate nell’ultimo anno riguardanti alimenti ritirati dal mercato a seguito di controlli qualità o addirittura Perché potrebbero essere potenzialmente pericolose per la presenza di alcune sostanze contenuti. Proprio per questa ragione è consigliabile controllare con frequenza i siti online che si pongono come obiettivo proprio la salute dei consumatori come lo Sportello dei diritti dedicato ai medicinali e ad altre anomalie riscontrate nei cibi. Ci sono stati circa 100 alimenti infetti e contaminati in Italia negli ultimi due mesi, due mesi e mezzo dal formaggio con muffe e pesticidi, a dei vini con il rame a pollo e pancetta con salmonella, all’acqua in bottiglia per arrivare poi al caso molto grave ed eclatante delle uova con Fipronil.

Le industrie alimentari e gli importatori devono avere procedure in atto per il richiamo e il ritiro dal mercato di alimenti pericolosi o non idonei al consumo. I rivenditori devono rimuovere il cibo ritirato dalla vendita.

Che cos’è il richiamo dal mercato?

Il richiamo di un alimento dal mercato si verifica quando questo crea una minaccia immediata alla salute pubblica e alla sicurezza e viene quindi rimosso dalla vendita. I richiami dal mercato sono di solito effettuati dal produttore o importatore e devono essere segnalati alle autorità statali e federali. Che cos’è il ritiro dei prodotti alimentari? Un ritiro è un’azione intrapresa per rimuovere un prodotto alimentare dalla vendita anche se non ci sono problemi di salute pubblica e sicurezza. Questo può avvenire per due ragioni :

1. il prodotto ha un difetto di qualità, ha un peso ridotto o ha un’irregolarità nell’etichetta che non comporta rischi per la salute pubblica.

2. come precauzione, per un potenziale rischio di salute pubblica, in attesa di ulteriori indagini. Se viene stabilito un rischio per la salute pubblica, l’alimento deve essere ritirato. I richiami non devono necessariamente essere notificati alle autorità. Quando avvia un ritiro dal mercato il Food Standards Australia New Zealand (FSANZ) coordina tutti i ritiri di alimenti a livello nazionale.

La NSW Food Authority è responsabile del monitoraggio dei ritiri di alimenti e di assicurare la collaborazione con i produttori nel NSW. La Food Authority ha anche il potere di ordinare un ritiro di alimenti se necessario. La maggioranza dei ritiri di prodotti alimentari vengono iniziati dalle aziende quando il monitoraggio della produzione alimentare identifica un difetto, in seguito a reclami pubblici oppure come risultato di una verifica governativa.

Se il problema è abbastanza serio da richiedere un ritiro del prodotto, il coordinatore dei ritiri della Food Authority lavorerà con il produttore per assicurare che il ritiro venga effettuato efficacemente. Tipi di richiami A livello commerciale: comporta il recupero del prodotto dai centri di distribuzione e dai grossisti e può anche comprendere ospedali, ristoranti e altri maggiori stabilimenti o punti vendita che vendono cibi prodotti per il consumo immediato o cibi preparati sul posto. A livello del consumatore: comporta il ritiro del prodotto lungo l’intera catena di produzione, distribuzione e vendita, inclusi i prodotti interessati che siano in possesso del consumatore. Ritiro intrapreso dalle aziende: dove il produttore o l’esportatore intraprendono il ritiro. Ritiro obbligatorio: quando l’amministratore delegato della Food Authority ordina al produttore/ importatore di ritirare un prodotto alimentare.

Effettuare un richiamo Secondo la norma 3.2.2, clausola 12, delle Food Safety Practices and General Requirements del Food Standards Code, un produttore, impresa all’ingrosso o importatore di prodotti alimentari deve: • avere un sistema per assicurare il ritiro di alimenti pericolosi • stabilire questo sistema tramite documento scritto che possa essere mostrato agli ufficiali autorizzati su richiesta e • rispettare questo sistema quando gli alimenti pericolosi vengono ritirati. Per assistere le aziende nello sviluppo di un piano per il ritiro di prodotti alimentari, FSANZ ha un opuscolo intitolato Food Industry Recall Protocol – Information on recalling food in Australia and writing a food recall plan.

La sicurezza alimentare. L’interesse generale per la salute pubblica ha indotto la commissione europea ed il ministero della salute a emanare norme per garantire elevati standard di sicurezza alimentare, mediante: i controlli integrati nella filiera produttiva, i piani di autocontrollo, il sistema H. A. C. C. P. la traccia abilità per lasciare traccia di ogni passaggio e informare i consumatori, e la rintracciabili da del prodotto.

I controlli integrati nella filiera

In base al regolamento dell’unione europea numero 882 del 2004, ciascuno Stato membro elabora un piano di controllo nazionale pluriennale di integrato riguardante le filiere produttive, è basato sul coordinamento tra le azioni dei vari enti responsabili. I controlli sono finalizzati all’accertamento di conformità o meno alla normativa in materia di mangimi e di alimenti e alle norme sulla salute e sul benessere degli animali.

Il sistema HACCP

Queste norme impongono all’imprenditore di adottare un piano di autocontrollo che riguarda: la progettazione e la pulizia dei locali la manutenzione delle attrezzature e dei macchinari, la preparazione la conservazione dei prodotti alimentari, l’igiene del personale che lo smaltimento dei rifiuti. Sono tenuti a dotarsi di un piano di autocontrollo tutti gli operatori della ristorazione e gli esercizi commerciali che trattano alimenti comprese le farmacie.

La tracciabilità

La tracciabilità dei prodotti alimentari è un insieme di norme che obblighi diversi operatori ad assicurare una corretta e trasparente informazione al consumatore e alle autorità competenti mediante indicazione sulla confezione o l’etichetta del prodotto.

La rintracciabili tra due prodotti

La rintracciabilità è la capacità di ricostruire il processo produttivo di un alimento a ritroso, da valle a monte. Consiste nell’utilizzare le impronte ovvero la documentazione raccolta dei vari operatori coinvolti nel processo di produzione per controllare varie situazioni di pericolo di intervenire rapidamente.

I regolamenti comunitari in materia di sicurezza alimentare scaturiscono tutti da un principio fondamentale: evitare in tutti i modi che siano messi in commercio prodotti per l’alimentazione umana inadeguati o nocivi alla salute. Chi più di ogni altro deve garantire che siano messi in commercio solo alimenti non nocivi per i consumatori sono le imprese che operano nella produzione, distribuzione e vendita di prodotti alimentari.

Queste aziende sono tenute a monitorare tutte le fasi che vanno dalla materia prima alla cessione al consumatore, facendo in modo che gli alimenti rispondano alle disposizioni sulla sicurezza alimentare. Com’è emerso più volte in passato, il mero controllo del prodotto finito non è sufficiente a garantire la sicurezza degli alimenti, da un lato perché al momento in cui si concludono le analisi di laboratorio, di solito l’alimento è già stato consumato, e dall’altro perché è impossibile sottoporre tutti i prodotti circolanti a controlli preventivi. A queste considerazioni si aggiunge il fatto che le analisi di laboratorio sono quasi sempre più costose delle misure preventive che si possono adottare durante le fasi di lavorazione in un’azienda. Consapevoli di questi fattori, le autorità comunitarie hanno stabilito che le aziende che lavorano con alimenti (ad eccezione della produzione agricola primaria) sono tenute a eseguire dei controlli autonomi interni nelle fasi di lavorazione più importanti per la sicurezza degli alimenti, sui prodotti semilavorati e nell’ambiente lavorativo, in base alle regole internazionali dell’HACCP. Questo principio consente di: – prevenire sul nascere eventuali pericoli per la salute, – eliminare le fonti di pericolo esistenti con misure adeguate, – comunque ridurre il rischio per il consumatore a un livello ragionevolmente accettabile. Il responsabile aziendale, quindi, è tenuto a predisporre nella propria struttura produttiva un piano di HACCP adeguato col quale eliminare o tenere sotto controllo ogni eventuale punto critico per la sicurezza degli alimenti. Tale piano va aggiornato e adeguato in loco alla realtà specifica dell’azienda in questione.

Cos’è la microbiologia? La microbiologia è la scienza che studia esseri viventi piccolissimi non visibili ad occhio nudo. Questi esseri viventi si trovano ovunque in natura: nell’uomo, negli animali, nell’aria, nell’acqua, sugli alimenti, ecc.. Alcuni di questi microorganismi, se vengono in contatto con l’uomo possono provocare malattie di varia gravità. 3.2 Quali sono i principali microorganismi? La maggior parte dei microorganismi si divide in una delle seguenti quattro categorie:

– LIEVITI E MUFFE: di norma questi microorganismi non provocano malattie, ma sono responsabili dell’alterazione degli alimenti causando la comparsa di cattivi odori e sapori. In alcuni casi possono essere aggiunti intenzionalmente agli alimenti (p.es. formaggi) per ottenere dei sapori particolari.

– BATTERI: sono i principali responsabili delle malattie trasmesse dagli alimenti. Possono usare gli alimenti come fonte di energia, ma per sopravvivere e moltiplicarsi hanno bisogno di un ambiente idoneo che può essere differente da specie a specie; per ambiente si intende la temperatura, la quantità d’acqua disponibile, la presenza o meno di ossigeno, l’acidità e la presenza di sostanze nutritive. – VIRUS: non crescono e non si sviluppano sugli alimenti, ma gli alimenti possono essere utilizzati per trasferire i virus da persona a persona (norovirus, sapovirus, rotavirus, adenovirus, virus dell’epatite A, virus dell’epatite B). Virus associati agli alimenti possono essere contagiosi, anche una dose minima basta per contagiare una persona. I virus vengono eliminati con una semplice cottura. 3.3 Come fanno i microorganismi a trasmettere malattie attraverso gli alimenti?

– INFEZIONE: Per alcune specie di microorganismi è sufficiente che il virus o il batterio sia presente nell’alimento. Attraverso il cibo essi penetrano nel corpo umano e provocano la malattia. Per ammalarsi nella maggior parte dei casi non basta ingerire un singolo microorganismo, ma un numero minimo (dose infettante) che varia da specie a specie.

– INTOSSICAZIONE: Alcune specie di microorganismi, se riescono a vivere all’interno di un alimento per un tempo sufficiente e in condizioni favorevoli, possono produrre delle sostanze dannose chiamate tossine che se ingerite possono provocare malattie e che possono resistere a temperature di cottura anche molto elevate.ì

Come si manifestano le malattie causate da microorganismi e trasmesse attraverso gli alimenti? Di solito il tempo che passa dal consumo dell’alimento alla comparsa della malattia è abbastanza breve e va da 2 a 36 ore, solo in casi particolari si può arrivare ai 3 giorni. I sintomi principali sono vomito, diarrea, nausea, dolori addominali e febbre. 3.5 Come prevenire queste malattie? Abbiamo già detto che i microorganismi per sopravvivere, ed eventualmente produrre tossine, hanno bisogno di un ambiente adatto. Vedremo ora quali sono le caratteristiche ambientali che, se tenute sotto controllo, contribuiscono a conservare gli alimenti.

BASSE TEMPERATURE La REFRIGERAZIONE intesa come conservazione ad una temperatura tra 0° e +4°C blocca la moltiplicazione e lo sviluppo dei batteri che si trovano sulla superficie o all’interno dell’alimento. I batteri non vengono uccisi, la loro crescita è solo arrestata o rallentata. Pertanto un alimento, seppur contaminato con una piccola carica di microorganismi, potrà non essere un pericolo per la salute, poiché i microrganismi non arriveranno mai a moltiplicarsi fino ad arrivare ad una quantità tale da provocare una malattia e non saranno in condizione di produrre tossine pericolose. Mentre nel frigorifero i batteri si moltiplicano solo lentamente, a temperatura ambiente il numero si moltiplica ca. 20 volte tanto. Per questo motivo, sia le materie prime e anche gli alimenti altamente deperibili o già pronti, se adeguatamente conservati in frigorifero, possono avere una durabilità anche di 3-4 giorni.

La SURGELAZIONE, ovvero la conservazione a temperature inferiori ai -18°C, blocca la vita dei microorganismi e consente una durabilità degli alimenti fino a molti mesi. Per effettuare una corretta surgelazione si devono utilizzare materie prime di ottima qualità. Gli alimenti una volta preparati dovranno essere sottoposti, in tempi molto rapidi, a temperature molto basse. Meglio quindi, se tale operazione viene effettuata per piccole pezzature e piccole quantità e con l’impiego di apposito abbattitore di temperatura. Per non danneggiare l’alimento surgelato e mantenerne le caratteristiche organolettiche, è molto importante che il successivo scongelamento venga effettuato in frigorifero, che l’alimento sia al più presto utilizzato e che non venga più ricongelato.

ALTE TEMPERATURE MANTENIMENTO A CALDO: Poiché le temperature comprese tra i 30° ed i 40°C sono le più favorevoli alla sopravvivenza ed allo sviluppo dei microorganismi pericolosi, è opportuno che un alimento, già preparato in attesa di essere successivamente consumato caldo (es. banco ristorante self service) , sia conservato ad una temperatura non inferiore a +60°/+65°C, impiegando idonei dispositivi (es. sistema a bagnomaria, piastre o lampade riscaldanti). A questa temperatura i batteri non crescono più. I microorganismi di norma vengono distrutti dal calore durante una normale cottura, ma non sempre le temperature elevate riescono a distruggere anche le tossine prodotte dai microorganismi. Alimenti freschi, cotti e mangiati ancora caldi, non dovrebbero presentare un rischio di natura microbiologica. La cottura di un alimento si può considerare adeguata, quando venga raggiunta una temperatura di almeno +75°C, in ogni sua parte e so prattutto nel suo interno (si raccomanda l’uso di termometro a sonda per la verifica). Bisogna fare molta attenzione alla preparazione di alimenti di grossa pezzatura (p.es. carni, pollame) e/o preparati con ingredienti molto pericolosi (p.es. uova fresche, frutti di mare, molluschi). Anche un alimento già cotto, conservato in frigorifero, e successivamente da consumarsi caldo, deve essere riscaldato ad una temperatura di + 70°/+75°C per alcuni minuti. Per alcuni alimenti liquidi, come per esempio latte, uova sgusciate e succhi di frutta, che sarebbero un ambiente ottimo per la crescita dei batteri, la pastorizzazione rappresenta un buon sistema per aumentarne la conservabilità. La pastorizzazione consiste nel portare l’alimento a temperature che variano dai 65° C fino a 80° C, per alcuni minuti nel caso si utilizzino le temperature più basse, per alcuni secondi per le più alte. I vantaggi della PASTORIZZAZIONE consistono nel fatto che il sapore delle sostanze trattate non viene modificato eccessivamente e che la durabilità dei prodotti aumenta da alcuni giorni, come nel caso del latte, fino ad alcuni mesi come nel caso della birra. Una volta trattati i prodotti devono essere immediatamente inseriti in contenitori puliti a chiusura ermetica in modo da evitare la possibilità che entrino nuovamente in contatto con batteri.

Il consumatore, inoltre, se le circostanze concrete lo consentono, può pretendere la risoluzione per inadempimento del venditore del contratto di compravendita del bene, rispetto al quale sia stato tratto in inganno, o chiedere l’annullamento del contratto. Infine, il codice del consumo prevede la c.d. class action. Istituto di nuova creazione nel diritto italiano, essa è un’azione giudiziaria che può essere promossa, a tutela degli interessi collettivi dei consumatori e degli utenti, dalle associazioni di consumatori iscritte in un apposito elenco tenuto presso il Ministero dello Sviluppo Economico. In particolare, può essere chiesto al Tribunale l’accertamento del diritto al risarcimento dei danni, conseguenti ad atti illeciti extracontrattuali od a pratiche commerciali scorrette, quando sono lesi i diritti di una pluralità di consumatori o di utenti. Il consumatore, qualora volesse accedere a questo rimedio, può contattare una associazione di consumatori e descrivere la propria situazione per valutare la possibilità e l’opportunità di farsi tutelare tramite essa. Si segnala, infine, che l’art. 18 L. n. 99/2009 prevede “Azioni a tutela della qualità delle produzioni agroalimentari, della pesca e dell’acquacoltura e per il contrasto alla contraffazione dei prodotti agroalimentari ed ittici” e stabilisce che, al fine di rafforzare le azioni volte a tutelare la qualità delle produzioni agroalimentari, della pesca e dell’acquacoltura e a contrastare le frodi in campo agroalimentare e nella filiera ittica nonché la commercializzazione di specie ittiche protette ovvero prive delle informazioni obbligatorie a tutela del consumatore, per gli anni 2009-2011 il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali promuova le iniziative necessarie per assicurare la qualità delle produzioni e dei prodotti immessi al consumo nel territorio nazionale. Inoltre, per potenziare l’azione di contrasto alle frodi e di monitoraggio della produzione dell’olio di oliva e delle olive da tavola, i frantoi oleari hanno l’obbligo di comunicare all’Agenzia per le erogazioni in agricoltura (AGEA) anche le informazioni relative all’origine del prodotto trasformato. Alle attività di controllo collaborano con il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali, l’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari per il coordinamento, il Comando dei Carabinieri, i NAS, il Corpo Forestale dello Stato e il Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera, nell’ambito delle rispettive competenze. Tutto ciò dimostra come la tutela contro le frodi e la tutela della salubrità e della qualità degli alimenti siano uno degli obiettivi primari del legislatore e le norme a ciò dirette possano proteggere i consumatori dai pericoli e dai danni che nel cibo mal preparato o ingannevolmente offerto possono annidarsi.

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