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Call center shock “Pagati 33 centesimi all’ora, nuovi schiavi”

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Davvero incredibile quanto emerso nel nostro paese dove i dipendenti pare ricevessero appena €92 al mese di retribuzione ovvero 0,33 euro all’ora per una giornata di lavoro di durata normale o in alcuni casi ancora più lunghe del dovuto. Erano i dipendenti di un call center i quali venivano pagati o meglio sottopagati per un’intera giornata di lavoro anche più lunga del dovuto. Sono queste le ultime notizie che sono arrivate in seguito alla denuncia della Lc Cgil di Taranto, che pare abbia lasciato tutti di stucco dimostrando Ancora una volta la situazione occupazionale ed economica in Italia piuttosto precaria. Stando a quanto denunciato dalla SLc Cgil di Taranto, in paese un centralino assumeva del personale offrendo i propri impiegati uno stipendio annuo di circa €12000 ma la realtà è stata di appena €92 di stipendio al mese per €0,33 all’ora senza contare le decurtazioni del corrispettivo di un’ora di lavoro per chi saltava 5 minuti al bagno o si faceva 3 minuti di ritardo.

Secondo Andrea Lupino segretario generale di SLc Cgil Taranto si sarebbe trattato di una situazione che ha superato di gran lunga ogni immaginazione. Sulla carta L’offerta è allettante, un’azienda di Taranto Avrebbe offerto ai lavoratori circa €12000 all’anno però non era differente, ma superava di gran lunga la più magra immaginazione, è questo quanto riferisce Andrea lumino.

I lavoratori impiegati nel call center da circa metà ottobre A dicembre si sono licenziati dopo il primo bonifico piuttosto allucinante di appena €92 per un intero mese di lavoro. E’ questo quanto si legge in una nota del sindacato. “Alle loro rimostranze, l’azienda ha risposto che se per 5 minuti si lascia il posto per andare al bagno si perdeva una intera ora di lavoro. Anche per un ritardo di tre minuti l’azienda non riconosceva alle lavoratrici la retribuzione oraria”, ha aggiunto ancora il sindacato nella nota che è stata diffusa nelle scorse ore.

Stando a quanto riferito sembrano due le strutture coinvolte e dopo l’esposto alla Procura della Repubblica, i sigilli della chiusura sarebbero stati davvero immediati. Più nello specifico è emerso che le due strutture avrebbero in qualche modo ideato un modo per poter ingannare sia Tim che Fastweb che tra l’altro si sono dichiarate completamente estranea ai fatti. I dodici centralinisti senza alcun contratto avrebbero avuto l’obbligo di non registrare le telefonate, poi una delle due strutture non sarebbe stata neanche un vero e proprio call center ma sarebbe stata registrata alla Camera di Commercio come corriere espresso. Non è di certo la prima volta che il mondo professionale odierno con prestazioni talvolta al di sotto dei limiti umani, specialmente dei diritti umani fomentati dall’alto tasso di disoccupazione.

Tempo rubato

Ho lavorato quattro anni per un famoso call-center di Bologna. Per carità la paga era accettabile ed ero assunta (una delle ultime fortunate) a tempo indeterminato. Ma, superati i 27 anni, mi sono sentita addosso una specie di “pressione” dall’alto. Diciamo che sentivo che comunque qualcuno stava dando al mio lavoro una data di scadenza. Risultato: la maggior parte del mio stipendio è servita per la psicanalisi, i corsi di Yoga ecc. Ora mi sono licenziata, vivo in campagna e amo la vita. Figuriamoci quei poveri ragazzi che vendono Adsl & Co. per 200 euro al mese: Basta… non lasciate che rubino il vostro prezioso tempo. M. V. – 20.02.2006 – 19:47

Zero euro fissi

Mi pagavano (udite udite) 30 centesimi a contatto utile (cioè la telefonata chiusa con un “no grazie”) e 10 euro ad attivazione. Quindi zero euro fissi. Lavorando 3 ore al giorno 5 giorni arrivavo in periodi di grazia a 200 euri, negli ultimi mesi invece, quando erano finiti i nomi da chiamare e riciclavano i numeri di gente che aveva rifiutato (e che continuava a rifiutare), prendevo max 50 euro. Insomma era possibile che se in un giorno nessuno rispondeva tornavi a casa con un pugno di mosche. Lavoravi gratis, anzi facevi pubblicità gratis. Il mio contratto era di 3 mesi rinnovato ogni volta di 3 mesi se mantenevi una media di attivazioni l’ora superiore ad un tot: una logica che portava alcuni biechi colleghi a raccontare cazzate al telefono per vendere. In finale: lavoravi col patema del rinnovo, col patema di attivare e di riuscire a spiegare il prodotto a chi rispondeva altrimenti manco pagavano! Meglio fare come i rumeni, aspetti che la mattina ti raccolga qualcuno e ti porti al cantiere, almeno ti metti in tasca 50 euro con un giorno non con un mese!

Voglio metter su famiglia

Ho 33 anni e lavoro da 13. L’unico contratto a tempo indeterminato che ho avuto è stato nel 1993 quando lavoravo presso un fast food. Al tempo lavoravo per mantenermi agli studi e oggi lo ricordo come il periodo più ricco della mia vita… poi… co.co.co. e contratti a tempo determinato. Ho lavorato per 1 anno a tempo determinato presso un famoso tour operator italiano ma l’11 settembre ha fatto chiudere gli uffici a Bologna, poi dopo altri 12 tempi determinati sono approdata in aeroporto a Bologna come impiegata di scalo (agente di rampa), con tanto di professionalità acquisita con corsi Iata ed esperienza. Dopo 3 anni e ben 7 o 8 contratti a tempo determinato, (scusate, ho perso il conto) mi hanno lasciato a casa insieme ad altri 40 colleghi. La società per la quale lavoravo è in rosso, ma nessuno ne parla… anzi l’aeroporto di Bologna è ormai considerato un aeroporto internazionale. Da settembre sono praticamente disoccupata… ah, no… lavoro presso un call-center per 5,30 euro lorde l’ora… e mi piacerebbe mettere su famiglia. Ma con quale coraggio?

Aspettando la scena Laurea 110 e lode nell’ambito delle arti visive nel 2004. Da quel luglio c’è mia sorella che deve continuare a studiare, esco di casa e comincio la mia vita di 24enne emancipata economicamente. A sentire la destra cacchio, son tutti lì che m’aspettano. Spasmodica ricerca del lavoro nel mio campo, durata tutta l’estate. Cazzo, dopo una settimana ho già un lavoro! Allora è proprio vero, aspettavano tutti me! Un call-center di un corriere espresso. Bene, per sentirmi cazziare al telefono quattro ore al giorno, meno di cinque euro all’ora. Spazio lavorativo circa trenta centimetri quadrati, in cui gestire telefono anteguerra e computer antidiluviano. Un caldo boia. Per refrigerarci ci si piantava i ventilatori nella schiena. Le finestre non si aprivano completamente. Se il tuo collega posto alle tue spalle è ciccione ti tocca stare tumulato nella tua postazione con pochissima possibilità di movimento, le sedie cozzano tra loro. Dopo una settimana mi rompo decisamente i coglioni. Comincio a girare per i laboratori artigianali, di scenografia, in cerca di lavoro e quando va bene mi offrono uno stage per qualche mese in cui mi dicono che, cazzo, lo stage è gratis, cioè non devi pagarli per lavorare, e che un pranzo non mi verrà negato. Manco un’opera di mutuo soccorso… Trovo finalmente un lavoro in uno studio scenografico, l’esperienza finisce a gennaio. A gennaio punto e a capo. Altro call-center, altra storia. Altro contratto mensile rinnovabile. Dopo un mese a vendere alimentari e a sentirmi dire che sono la peggiore del call-center, checcavolo, prendo 5,20 all’ora, potevo autoconvincermi di che privilegio fosse smerciare burrate per telefono, mi rompo di nuovo le palle. E ripunto e a capo. Tra un lavoretto e l’altro per tirar su 700 euro devo fare due lavori. Ho trovato un buon lavoro a fine primavera 2005, con contratto sempre a termine. Per me ormai è un alibi per mettere da parte soldi, e in futuro aprire un laboratorio tutto mio. Al 26 sera!!!

Tutti a urlare nel microfono Ho lavorato presso un call-center di Torino: una schifezza. Con 5,50 euro all’ora, lordi, contratto in prova, a loro dire durante la formazione, che poteva andare da una settimana a 2 mesi ma che poi si rivela durare necessariamente 2 mesi onde evitare malumori e scontri interni. Tutti in uno stanzone, tutti che urlano a ‘sto benedetto microfonino, che poi, voglio dire, c’hai il microfono apposta per non urlare ed invece tutti ad urlare, un caldo allucinante, pausa di 10 minuti dopo 2 ore e poi dritti fino alla fine ed obbligo di fare 4 contratti al giorno. Spingevano addirittura a non dire tutto quanto e i miei “capi” erano meno informati di me sul mondo delle tlc. Sono durato 3 giorni. Poi me ne sono andato, a tutto c’è un limite. Insomma, meglio in cantiere, davvero…

Freddo, ma corretto Io lavoro in un call-center outbound (vendita telefonica). Il lavoro è part-time per scelta mia, e la retribuzione oraria è di 7 euro + un buono pasto giornaliero di 6 euro (rarissimo nel parttime), inoltre al raggiungimento degli obiettivi (budget di vendita) ci sono anche dei premi che permettono di aumentare lo stipendio anche di un buon 20%. L’azienda è di prim’ordine e storicamente conosciuta nell’ambito del servizio che offre (per intenderci spazi editoriali e non bond argentini). L’ambiente di lavoro è sicuramente un po’ “freddino”, all’americana con i tutor che ti controllano e ti incentivano alla vendita. Ho anche lavorato in ambienti meno sani, sottopagato, e schiavizzato da ex impiegati di call-center che diventati una volta tutor sono alla stregua dei secondini. Io, per mia scelta e per tutta una serie di motivazioni extra lavoro, non ho grossi problemi o insoddisfazioni, ma ciò non toglie che la situazione non possa e non debba essere migliorata. Innanzi tutto il caro e vecchio sciopero anche se non tutelato o autorizzato, procurerebbe a queste aziende danni economici notevoli rispetto alla perdita, da parte dell’impiegato, di qualche giorno di stipendio, se non alla perdita dello stesso impiego (questi posti sono sempre alla ricerca di qualcuno da assumere quindi trovare un’altra posizione di m… non sarebbe poi così difficile). Volendo esagerare un bel licenziamento in massa sarebbe ancora più efficace, in quanto non bisogna dimenticare che solitamente in certe aziende, una volta assunti si fanno dei corsi di formazione della durata di almeno una settimana, lasso di tempo che in caso di un assenteismo totale provocherebbe danni considerevoli ai fatturati delle stesse (aziende telefoniche, assicurative ecc. ecc.). E queste sono solo alcune soluzioni, chissà quanti di voi potrebbero dalla loro esperienza proporne altre… o forse il problema è proprio questo?

Lavoratori intestinali Ho lavorato per due mesi in un call-center, assunto tramite un’agenzia di lavoro interinale. Paga lorda, 6,70 euro l’ora, con due pause da un quarto d’ora. Non potevi chiacchierare se nessuno chiamava, non potevi sentirti libero di andare al bagno, non potevi nemmeno protestare se qualcosa non era giusto. Il clima era più simile a quello di una scuola elementare, con la perfida maestrina che cazziava tutti coloro i quali non si conformassero a sufficienza. Sono stato ripreso per aver osato mangiare una caramella tra una telefonata e l’altra, (NB: non mentre rispondevo). In caso di contestazione, sempre queste parole: “Oè, _intestinali_… Entrate dalla porta principale ma uscite dalla porta di servizio, e nessuno ci farà caso. ricordatevelo”. Ho lavorato per due mesi, giusto per coprire il boom di contratti. Poi, appena inutile, di nuovo a casa. Però mi hanno costretto a fare la media di 70 attivazioni al giorno. Penso che se avessi lavorato meno, magari avrei ancora quel lavoro… Oggi? Disoccupato, con una laurea, un master da pagare (sì… ma come???), esperienza, tirocinii gratuiti in tutte le salse, ma quando si tratta di chiedere la tua “pagnotta”, ti si ride in faccia. Ultima offerta di lavoro, 20 euro per 8 ore al giorno, per seguire un ragazzo autistico. In nero. Al peggio non c’è mai fine.

Coraggio.

Non posso concedermi nulla Ciao a tutti. Sono un ragazzo neo diplomato in informatica. Dopo diverse domande di lavoro sono stato chiamato da un’azienda informatica del posto che mi ha inviato in un presidio presso l’amministrazione comunale della mia città. Il mio compito, come già citato nel post, è quello di rispondere al call-center per l’assistenza tecnica informatica. Ho un contratto co.co.pro. a 4 ore al giorno per 580 euro al mese circa. Non ho trovato nessun altro impiego. Il contratto mi è stato fatto inizialmente di 4 mesi (15 sett 2005 – 15 gen 2006) successivamente rinnovato per altri 8 mesi fino al 14 settembre 2006. Forse sono fortunato perché dalle voci che sento dire l’azienda vuole cercare di formarmi al fine di uscire da questo buco di ufficio e rispondere in continuazione al telefono. E meglio ancora da quello che sento dire, teoricamente l’azienda dopo circa un anno di co. co. pro. cerca di assumere tutti con un contratto a tempo indeterminato. Sta di fatto però che io per un anno non posso concedermi nulla, né una macchina né nulla. Anche perché con 500 euro non si va molto lontano. Vorrei sottolineare che anche l’amministrazione comunale stessa non assume più, ma sempre co. co. co. co. co. co. co. pro. e compagnia bella. A volte mi chiedo… ma con tutti questi co co co co co forse non siamo noi i polli? E potremmo paragonare la Legge Biagi a un’aviaria che non ci dà speranze di crescita! Vado via salutando tutti con un co.co.co.co.co.co.dé! R. M. – 21.02.2006 – 08:10 Tutti a casa Lavoravo per meno di 5 euro l’ora. Io studio e vivo coi miei, quindi ancora ancora mi poteva andare bene. Ma le storie che vedevo in quel call-center erano paurose. Studenti ma anche laureati, operatori turistici, ingegneri, gente in gamba, con famiglia, che conosceva 5 lingue, costretti a sottostare a contratti che cambiavano (in peggio) ogni mese a piacimento dei datori di lavoro e senza preavviso, e in sostanza a un lavoro monotono e sottopagato (300- 350 euro al mese in media). Tutto ciò fino a quando un giorno siamo stati avvisati che dal giorno dopo non ci saremmo più dovuti presentare al lavoro perché il call-center sarebbe stato chiuso. Fine del gioco, tutti a casa e non importa se senza preavviso. Magari non hai un’altra offerta pronta sottomano e per un mese o due magari non lavori affatto e devi trovarti un modo per mangiare e pagare le bollette. Le aziende chiaramente fanno il loro gioco ma sono le leggi che devono tutelare i lavoratori ca..o!

Il settore dei call center in Italia è un universo in continua crescita, assorbe ormai oltre l’1% degli occupati e coinvolge lavoratori con le più diverse competenze. Nel panorama dell’economia italiana, caratterizzata da una crescita prossima allo zero, colpisce la presenza di questo settore che si è sviluppato addirittura a tassi del 10% annuo nel periodo 2002-2004. È interessante rilevare come nello stesso biennio il numero degli addetti sia triplicato: questo dimostra non solo che il settore è ad alta intensità di lavoro, ma che siamo in presenza della tipica attività del terziario a produttività bassa se non decrescente. Si tratta di un settore che subisce una progressiva delocalizzazione al fine di contenere i costi, tanto è vero che il numero delle imprese operanti nel nord si è ridotto, mentre è aumentato il numero dei call-center nel mezzogiorno.
Nel sentire comune l’idea di call center è associata a quella di precarietà, di contratti di collaborazione e di lavoro mal pagato.
Indubbiamente questa percezione non è infondata, considerato che nel mondo dei call-center permangono vaste fasce di precarietà, ma negli ultimi anni sono intervenuti numerosi cambiamenti. La cosiddetta “circolare Damiano” del giugno 2006 che autorizza il ricorso a forme di lavoro parasubordinato solo per i servizi “outbound” – cioè per quelle campagne con le quali i call-center si mettono in contatto con potenziali clienti – ha dato l’avvio alla stabilizzazione di numerosi addetti, almeno 20.000 secondo dati resi noti dai sindacati, nelle imprese di maggiori dimensioni. Il problema del precariato è ancora presente nelle numerose aziende di piccole dimensioni e in quelle organizzate in forma cooperativa che sfuggono alla contrattazione collettiva ed ai controlli dei servizi di ispettorato. Forse proprio per l’attenzione rivolta verso questo settore, le ispezioni si sono moltiplicate e il cammino verso la stabilizzazione nel settore procede, seppur lentamente.
Ma il problema dei call center non è limitato agli aspetti della precarietà.
Varie indagini sul campo evidenziano una serie di aspetti negativi del lavoro nei call-center, legati all’organizzazione del lavoro, alla ripetitività delle mansioni svolte, a problemi legati alla salute, alla mancanza di formazione e di prospettive di carriera.
Le ricerche sulle condizioni di lavoro nei call center non sono numerose, ma tutte evidenziano comunque forme di stress e di disagio psicologico legate all’attività lavorativa. Meritano una menzione le
Linee guida per il lavoro nei call center, elaborate dall’ASL di Milano, in cui emergono tutte le criticità legate alla qualità del lavoro nei call-center, prima ancora che agli aspetti economici e contrattuali.
Lungi dall’assomigliare al lavoro paradisiaco degli spot televisivi, il call center è un luogo caratterizzato al contempo da fonti di stress e dalla difficoltà di stabilire contatti e rapporti tra i lavoratori.
Il tempo è una variabile fondamentale in un call center: bisogna fare in fretta a rispondere, sotto il controllo di manager e team leader che premono perché si prendano più chiamate; bisogna fare in fretta al telefono, tra il cliente che pretende rapidità (e non sa di parlare con una persona non sempre adeguatamente addestrata) e il management che insiste perché vi sono chiamate in attesa.
Chi immagina un ambiente caotico non coglie appieno la realtà dei call center. È vero che i lavoratori del settore spesso accusano stress e livelli di rumorosità ambientale eccessiva, tale da rendere persino difficile l’ascolto del cliente in cuffia (il volume alto delle quali è ulteriore fonte di disturbi all’udito); è però altrettanto vero che il call center è un luogo dove ognuno ha un desk (non sempre lo stesso, in modo da non poter personalizzare in alcun modo la propria postazione), un paio di cuffie, uno schermo da guardare: ognuno al suo posto, ognuno che deve pensare solo a prendere più chiamate e a farle terminare in fretta.
Lo spazio per la socializzazione tra lavoratori è pressoché nullo: vi sono testimonianze di call- center in cui è vietato anche solo bisbigliare tra colleghi vicini, anche se non sono in arrivo chiamate. Le rare e brevi pause sono individuali, a maggior ragione se il lavoratore è una “pecora nera”, un sindacalizzato. Addirittura in alcuni call center si è calcata la mano fino a proibire di tenere sul desk una bottiglietta d’acqua. Proprio l’assenza di qualunque motivo razionale dietro tale divieto può rendere l’idea dell’ambiente lavorativo di un call-center: stress continuo, management oppressivo, lavoratori contemporaneamente soli e immersi nel rumore di molti altri lavoratori soli.
Il dramma della precarietà lascia qui spazio a un tema più antico, tanto da essere stato forse dimenticato: l’alienazione.
Sembrava quasi che i lavori ripetitivi e alienanti, come quelli operai in catena di montaggio, fossero stati sostituiti da un lavoro operaio moderno, più legato al controllo e alla gestione di apparecchiature meccaniche. Forse anche per questo negli ultimi 30 anni è andata scemando quella coscienza di classe che faceva sì che esistesse una vera classe operaia.
Oggi ci troviamo davanti a una nuova tipologia di lavoro alienante: quello delle mansioni ripetitive da svolgere in solitudine davanti allo schermo di un computer, talvolta – come nei call-center – con un paio di cuffie alle orecchie. In un panorama del genere la stabilizzazione dei contratti, spesso auspicata, rischia di diventare una trappola: mentre gli impieghi a tempo indeterminato sono merce sempre più rara, la ricerca di una qualche stabilità finisce col far accettare anche un lavoro del genere, in particolare per chi non è più giovane e non ha possibilità di trovare un’occupazione alternativa. Per i giovani, d’altra parte, tra un lavoro precario e un lavoro stabile e alienante la scelta è perlomeno sconfortante.
Sembra che la qualità del lavoro stia ripercorrendo la storia contromano, portando gli impiegati del XXI secolo ad assomigliare sempre di più agli operai del Novecento. Con la differenza, non da poco, se si guarda in prospettiva ai diritti da conquistare, che oggi non c’è nemmeno un barlume non dico di coscienza di classe, ma almeno di coscienza di essere sfruttati.

Diesel,verso l’addio: la Lombardia sospende gli incentivi

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Il primo a muoversi è stata la Lombardia che ha abbandonato gli incentivi verso il diesel, ma tutto questo è solo l’anticipo di un percorso molto lungo che vede tutte le nazioni europee ad abbandonare questo tipo di carburante fino ad arrivare entro il 2030 con un maggior numero di auto elettriche, ibride a metano sulle strade di tutta Europa. Infatti, molte regioni stanno cominciando a divulgare incentivi per quanto riguarda un acquisto di auto elettrica o ibrida.

Il metano può essere una valida alternativa alle motorizzazioni a gasolio per le vetture dedicate alle flotte. Dopo anni dove l’alimentazione a gas era principalmente disponibile su vetture di piccole dimensioni, oggi l’offerta spazia dalle compatte fino alle station wagon premium. Obiettivo di questa guida è fornire una panoramica sui modelli in grado di rispondere alle necessità dei fleet manager e dell’utilizzatore finale, compresi veicoli dal Dna commerciale ma perfetti anche per la vita di tutti i giorni.

Sono previste modifiche agli incentivi per acquistare un’autovettura in Lombardia. La regione ha voluto fare una drastica sospensione alle agevolazioni sul bollo e rottamazione.

È la novità prevista dal decreto dirigenziale attuativo delle agevolazioni (il n. 1744 del 12 febbraio). Una scelta per nulla scontata: è vero che il diesel – a torto o a ragione – è nel mirino per l’inquinamento da quando è scoppiato lo scandalo Volkswagen, ma è altrettanto vero che la legge regionale che ha introdotto gli incentivi (la 42/2017) non prevede esplicitamente una differenziazione e che una discriminazione potrebbe essere ritenuta illegittima.

Riassumendo, gli incentivi auto 2018 vigenti in Lombardia sono i seguenti: contributo di 90 euro per aziende e privati che nel 2018 rottamano veicoli di classe ambientale Euro 0, 1, 2 e 3; esenzione dal pagamento del bollo per tre anni (fino al 2020) per le persone fisiche che nel 2018 acquistano Euro 5 o 6; riduzione del 50% per un triennio della tassa per l’acquisto tra il 2018 e il 2020 di veicoli ibridi plug-in anche a gasolio.

C’è un Accordo di programma

Infine, la Regione Lombardia richiama l’Accordo di programma per l’adozione coordinata e congiunta di misure per il miglioramento della qualità dell’aria, predisposto dal ministero dell’Ambiente con le Regioni Lombardia, Piemonte, Veneto e Emilia-Romagna, sottoscritto a Bologna il 9 giugno 2017. Prevede l’impegno, da parte dello Stato, a promuovere iniziative al fine di accelerare la progressiva diffusione di veicoli a basse e/o nulle emissioni, in sostituzione del diesel. Le Regioni firmatarie attueranno misure regionali di limitazione progressiva alla circolazione di veicoli ad alimentazione diesel fino alla classe Euro 5 entro il 2025 e in parallelo di incentivare la sostituzione dei veicoli diesel con veicoli a basso impatto emissivo.

Sono possibili limitazioni alla vendita dei veicoli più inquinanti? La riduzione delle emissioni avviene se calano i km percorsi dai veicoli inquinanti, soprattutto quelli che lo sono di più, e quindi il metodo che consente di farle calare maggiormente consiste nel toglierli dalle strade. L’Europa e i trattati internazionali garantiscono la libera circolazione delle persone e delle merci, così come la vendita di mezzi di trasporto. Le Direttive europee vietano la vendita di veicoli con emissioni elevate (oggi al di sopra dei limiti “Euro 6”) e sottopongono a penalizzazioni economiche quelle case automobilistiche che vendono veicoli a maggiori emissioni di CO2.

Più discutibile la possibilità degli stati nazionali che aderiscono al mercato unico di limitare la vendita di auto ammesse nel resto d’Europa. La Norvegia, che non fa parte del mercato UE, sta verificando politicamente la possibilità di vietare completamente dal 2025 la vendita di nuove auto a combustione interna e già oggi il sistema fiscale riequilibra i prezzi finali, grazie ad una tassazione che pesa di più su quelli endotermici. Il parlamento olandese ha anticipato una serie di misure e piani per impedire la commercializzazione di veicoli a benzina e diesel dopo il 2025. Alcuni Lander tedeschi hanno chiesto al governo Merkel di fissare lo switch off al 2030. Se anche altri stati, come l’Italia, faranno lo stesso, la Commissione anziché intraprendere procedure di infrazione potrebbe decidere di fissare una scadenza unitaria per tutto il continente. Ma la dichiarazione di una data per lo switch off, specie se accompagnata da una credibile pianificazione e da una politica industriale coerente, è anche quello di indurre cambiamenti di mercato che anticipano il divieto prescrittivo: utile visto che la vita media di un’automobile in Italia è di 10 anni e di un autocarro è 20. Limitazioni alla circolazione locale Limitazioni periodiche e strutturali alla circolazione sono giustificati dall’inquinamento dannoso alla salute. La legge consente infatti alle autorità locali (Regioni e Comuni) di imporre limiti alla circolazione dei veicoli più inquinanti in periodi dell’anno e in città con qualità dell’aria scadente.

Ad esempio la Regione Lombardia ha deciso da anni il blocco della circolazione dei veicoli diesel Euro 0, Euro 1 ed Euro 2 nel periodo invernale (nelle fasce orarie giornaliere di punta) in provincia di Milano e negli altri comuni capoluogo in cui si eccedono i limiti di qualità dell’aria. Anche se non sempre tale limite è stato fatto rispettare. E’ quello che succede invece a Milano, dove le telecamere d’accesso all’AreaC controllano e multano in automatico i trasgressori. Milano, sempre grazie all’AreaC, può permettersi politiche incentivanti e disincentivanti modulate, soprattutto se annunciate per tempo. Accanto al blocco alla circolazione invernale esteso anche a gli Euro 3 diesel, cesserà questo inverno l’esenzione dal pagamento all’accesso in centro dei veicoli a metano e gpl: l’inquinamento prodotto da questi veicoli sono infatti del tutto equiparabili ai nuovi Euro 5 ed Euro 6 a benzina. Esentati solo i veicoli ibridi elettrici ed elettrici puri.

E così grazie ad un referendum e ai pedaggi dell’AreaC Milano registra il tasso più elevato diffusione di servizi in sharing (bici, moto e car), di vendite di veicoli ibridielettrici (taxi e privati), elettrici puri (soprattutto per mezzi di servizio come la distribuzione merci) e soprattutto un tasso di motorizzazione decrescente rispetto alla popolazione residente quasi ininterrotto dal 1990 ad oggi. Per chi percorre quotidianamente in città 50-100 chilometri al giorno (flotte, corrieri, taxi, servizi di sharing)), in presenza di ZTL e ZEV, sistemi di pedaggio o esenzioni alla sosta, il mezzo elettrico (moto, quadriciclo o furgone) già conviene. Effetto-annuncio dello switch off e politiche nazionali e locali della mobilità È evidente l’effetto di credibilità e sinergico tra le politiche di annuncio di switch off (sia locale che nazionale) e le politiche regionali e urbane di promozione di sistemi integrati di mobilità sostenibile, costituite anche dal sostegno d’acquisto di veicoli più sostenibili da parte anche di singole categorie professionali. L’esempio migliore è la città di Parigi, appoggiata dalle politiche incentivanti del governo francese: Anne Hidalgo ha deciso di vietare la circolazione di giorno dei veicoli immatricolati prima del 2001 (quindi Euro 2, come la Lombardia).

Ha annunciato contemporaneamente le future misure di divieto progressive negli anni alla circolazione, soprattutto dei mezzi diesel, dei veicoli immessi sul mercato prima del 2011 (Euro 3), sino al totale blocco entro il 2020. Come dire: i veicoli più vecchi di 10 anni non potranno più circolare in città. Quali date limite indicare? Il divieto alla vendita di veicoli sopra i 50 grammi CO2 a Km dovrebbe valere dal 2025. Il divieto alla circolazione di veicoli in città sopra certe soglie dimensionali (es.50 mila abitanti) e per aree urbane vaste dovrebbe essere scaglionato in modo che di anno in anno diventi impossibile circolare per i veicoli che rispettavano i limiti alle emissioni di 10 anni prima. Il divieto alla circolazione di veicoli commerciali ad emissioni positive sotto le 3,5 tonnellate sul territorio comunale di città sopra i 50 mila abitanti e in aree critiche per l’inquinamento dovrebbe essere posto al 2022. a partire da tale data potranno circolare solo quadricicli e furgoni elettrici o a biometano.

Francia shock, rissa al supermercato: c’è la Nutella in offerta

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Ha davvero dell’incredibile quanto sta accadendo in Francia, dove la Nutella è andata in sconto e pare che la gente sia arrivata persino alle mani pur di accaparrarsi un vasetto. Non si tratta di una bufala ma di quanto realmente accaduto nella giornata di ieri nella regione della Loira dove il supermercato Intermarchè pare abbia messo in sconto la Nutella tanto che i clienti si sarebbero fiondati proprio per andarne a comprare almeno un vasetto scontato al 70%. Lo sconto in effetti era molto invitante Perché si trattava di uno sconto del 70% sui barattoli da 950 grammi e quindi il costo di un vasetto da quasi un chilo era di €1,41.

A raccontare questa giornata davvero piuttosto insolita e Folle sono stati i dipendenti dei punti vendita i quali hanno riferito di avere assistito ad un autentico assalto con persone che spingevano per assicurarsi un barattolo di Nutella. Più nello specifico un impiegato del Supermarket di Forbach (Mosella) avrebbe spiegato che in più di una circostanza sarebbero stati sul punto anche di chiamare la polizia per cercare di riportare la situazione alla normalità. Certo è che come abbiamo detto l’offerta era davvero piuttosto invogliante e soprattutto per gli amanti della Nutella,  che risultano essere davvero tanti. In genere un barattolo da 950 G viene venduto mediamente sulle 5-6 euro. Dipende dalle zone quindi la promozione in questione che permetteva di acquistare il barattolo da un chilo a €1,41 circa è stata considerata talmente tanto vantaggiosa che i francesi si sono fiondati nei supermercati per acquistare e una o più vasetti.

La promozione sarebbe dovuta durare circa 3 giorni ma in alcuni negozi la confezione da 950 grammi sarebbe andata esaurita nel giro di 15 minuti. Grande fermento anche sui social dove nella mattinata di ieri nel giro di pochi minuti sono stati pubblicati sui social media numerosi video di clienti che hanno preso completamente d’assalto gli scaffali dove erano posizionati tutti i vasetti della prestigiosa crema alle nocciole italiana. “Alcuni commessi sono stati malmenati. Sui rulli delle casse si vedevano solo barattoli di nutella, le persone non compravano null’ altro”, è questo quanto si legge su alcuni siti di informazione.

In alcuni supermercati non sarebbero mancati addirittura i feriti e non sono mancati clienti che hanno rimediato qualche livido, qualche cazzotto e qualche mano sanguinante. “E’ stata una guerra. Abbiamo venduto quello che normalmente vendiamo in tre mesi“, è questo quanto riferisce un commesso di uno dei tanti supermercati Intermarché della regione della Loira. Un altro impiegato del supermercato ha spiegato che sono stati subissati di telefonate dal momento in cui si è saputo dello sconto del 70%. “Una donna è stata strattonata per i capelli, una signora anziana è stata colpita con un barattolo in testa, un’altra aveva una mano piena di sangue. È stato orribile”, riferisce un cliente che ha assistito alla scena.

Che mondo sarebbe senza Nutella? Dice la pubblicità della crema alla nocciola più celebre della terra. Spalmata sul pane, a cucchiaiate o con le dita immerse direttamente nel barattolo: uno sfizio goloso, per molti un vero antidepressivo, così famosa da meritare un primato indiscusso tanto che da marchio è diventato un vocabolo di uso comune. La ricetta segreta come quella della Coca Cola, comprende un mélange di nocciole, zuccheri, oli vegetali, cacao e latte in polvere, che la rende un mito per generazioni di golosi. I “nutellomani” si sono uniti compatti nel giugno scorso per difendere l’oggetto dei loro desideri da una presunta minaccia proveniente dall’Unione europea.

Ferrero, l’azienda dolciaria produttrice della Nutella, è scesa sul piede di guerra contro le nuove regole europee sull’etichettatura dei prodotti alimentari, facendo credere che avrebbero potuto portare alla scomparsa della celebre crema spalmabile. Una polemica strumentale: Ferrero, per aumentare le vendite, da anni lavora sull’idea che la Nutella è un alimento sano, da mangiare tutti i giorni a colazione, e non un goloso sfizio, veicolando con le sue campagne pubblicitarie un’informazione scorretta (vedi riquadro a pag. 48). Con le nuove regole, ciò non sarà più possibile. Nessun rischio di sparizione, dunque: anzi, è positivo per i consumatori che le aziende siano costrette ad avere una maggiore trasparenza sui contenuti nutrizionali (in etichetta ci devono essere – tra gli altri – i  quantitativi di grassi e zuccheri). Anche perché l’eccessivo consumo di prodotti non idonei al nostro stile di vita, perché troppo grassi o zuccherati, ci sta portando a ingrassare tutti un po’ troppo. Detto questo, è proprio sull’etichetta che il peccato di gola più famoso d’Italia perde il confronto nel nostro test con la crema alle nocciole di Carrefour, che riporta tutte le informazioni nutrizionali e, a differenza di Nutella, non nasconde dietro la dicitura generica “olio vegetale” l’impiego di olio di palma, che contiene acidi grassi saturi (quelli che fanno alzare il tasso di colesterolo cattivo) e non certo sano come quello di oliva.

Tre in testa alla prova di assaggio Per valutare un aspetto fondamentale per un prodotto di questo tipo, vale a dire se piace, abbiamo fatto assaggiare i 17 prodotti a un folto gruppo di amanti del genere, sia adulti sia ragazzi (dagli otto anni in su). La prova è stata come sempre svolta presentando i prodotti in contenitori anonimi, per far sì che gli 88 assaggiatori non potessero risalire alle marche. Tre creme svettano: Carrefour, Nutella e Coop Solidal. In particolare i più piccoli hanno mostrato di preferire Carrefour alla Nutella. Da notare che Carrefour, con i suoi 3,70 euro al chilo, è tra i prodotti più economici: entrambe le altre premiate costano ben di più (rispettivamente 5,91 e 5,58 euro). Mentre, paradossalmente, non sono piaciute le due creme più care: Rapunzel, che è anche fra le più ricche di nocciole, e Venchi, che costa ben 25,43 euro al chilo. Povere etichette Che il profilo nutrizionale delle creme alla nocciola non sia proprio l’ideale per un consumo quotidiano lo abbiamo già sottolineato: da questo punto di vista le etichette sono corrette perché non riportano slogan né sulla bontà, né sulla genuinità del prodotto, tanto meno claim che sponsorizzino un consumo giornaliero. Certo, la fetta di pane con sopra la crema alla nocciola invoglia all’acquisto, ma è del tutto lecita. I giudizi che trovate in tabella tengono conto della presenza delle informazioni obbligatorie per legge, ma soprattutto di quelle facoltative (per esempio tipo di grasso, conservazione e contatti con il produttore), che fanno sempre la differenza in termini di trasparenza nei confronti dei consumatori.

Bocciati con un pessimo Conad, Nutkao e Venchi perché non rispettano alcuni obblighi di legge. Conad mette in primo piano un bicchiere di latte senza poi specificarne la percentuale nella lista degli ingredienti, Venchi fa lo stesso definendosi crema da spalmare al cacao con nocciole Piemonte Igp “dimenticandosi” di indicare la percentuale di cacao. Nutkao, invece, non mette la quantità di prodotto e il termine minimo di conservazione nello stesso campo visivo della denominazione di vendita. Rispettano gli obblighi di legge, ma non vanno oltre Magnum, Gandola, Choco Nussa (della catena discount firmata Lidl) e Lindt, che non si preoccupano di dare alcuna informazione nutrizionale e non rivelano nemmeno il tipo di grasso. Non raggiunge la sufficienza nemmeno Rik Rok di Auchan, perché la data di scadenza risulta davvero illeggibile. I produttori si sforzano poco: le informazioni nutrizionali non sono sempre presenti e sul tipo di grasso usato otto creme su diciassette mantengono il silenzio. Anche sulla conservazione i produttori non danno indicazioni precise: sono appena sette le etichette in cui si specifica di non tenere i vasetti in frigorifero, ma a temperatura ambiente. Zuccheri e grassi a volontà Le creme del nostro test sono tutte ricche di grassi e zuccheri. In media la metà del vasetto è fatta da zucchero: Rapunzel è quello che ne ha meno (32%), Nutkao dove abbonda di più (58%). Non abbiamo ritenuto di dare un giudizio su questo aspetto perché qualsiasi crema compriate comunque lo zucchero è sempre tanto. La crema che mettiamo su una fetta di pane (30 g circa) fornisce in media 15 g di zucchero, che corrispondono a ben due cucchiaini e mezzo. Anche con i grassi non si scherza. Un terzo del vaset to è fatto di sostanza grassa. Una parte viene dalle nocciole (l’11% circa), il resto da oli vegetali aggiunti.

L’unico che non aggiunge oli è Novi, dove la componente grassa è data solo dalle nocciole (presenti al 45%) e in minima parte dal burro di cacao. Ci sono comunque troppi grassi aggiunti in quasi tutti i prodotti testati. Si salvano solo Novi e Rapuzel che ha più grassi, ma quasi tutti provenienti dalla nocciola, quindi di buona qualità dal punto di vista nutrizionale. Sulla qualità dei grassi aggiunti bisogna dire che solo Venchi usa l’olio d’oliva (ricco di acidi grassi insaturi), le altre ripiegano su oli meno costosi e meno salutari, come l’olio di palma, di colza o di girasole. Il tipo di grassi usati è importante: non sono tutti uguali dal punto di vista nutrizionale e della salute. Le loro caratteristiche variano in funzione degli acidi grassi. Quelli saturi, di origine animale che si trovano nella carne e nei suoi derivati, nei latticini e in alcuni grassi vegetali (olio di palma e olio di cocco) tendono a far alzare il tasso del colesterolo cattivo (LDL). Mentre gli acidi grassi insaturi presenti in nocciole, noci, pesce, olive e oli vegetali (di semi e di oliva) non incidono sul livello del colesterolo nel sangue. Nocciole: nessuno dichiara il falso In una “crema da spalmare alla nocciola”, più nocciole ci sono, naturalmente, meglio è. Novi e Rapunzel sono le più ricche (45%), Equo Solidale (Commercio Alternativo) il più parco (appena il 9%). In media rappresentano almeno il 17% del barattolo, Nutella ne contiene il 13%.

Nessun marchio bara sul contenuto di nocciole. Solo Lindt non dichiara in etichetta quante ce ne sono, ma lo può fare perché si definisce una “crema al cioccolato” e non alle nocciole, come le altre. In questa prova, però, il nostro giudizio è stato comunque insufficiente: dalle analisi di laboratorio è emerso che le nocciole nella crema Lindt ci sono, ma il loro contenuto è molto basso. Per scegliere la crema migliore tra quelle testate abbiamo tenuto conto anche della quantità e della qualità del cacao che contengono. L’abbiamo valutata (i giudizi sono in tabella) misurando il tenore di teobromina, una sostanza simile alla caffeina che si trova nel cacao. Prezzi: dal discount alla pasticceria Nel nostro Paese il consumo pro-capite annuo di Nutella è di 800 grammi a testa (due vasetti da 400 g), mentre i più golosi d’Europa sono i lussemburghesi con oltre un chilo a testa ogni anno. Se la crema della Ferrero è il leader del mercato, gli altri prodotti cercano uno spazio nelle case degli italiani puntando anche sul prezzo. I vasetti più economici si trovano al discount: Choco Nussa (Lidl) e Dolciando Dolciando (Eurospin) con 2,48 euro al chilo. Prezzo contenuto anche per i prodotti a marchio del supermercato: Auchan, Carrefour e Conad costano poco più di 3,50 euro al chilo. Nutella con i suoi 5,91 euro al chilo si paga cara, ma niente in confronto della crema Venchi, venduta a peso d’oro solo nelle pasticcerie e nei negozi specializzati: come abbiamo visto costa 25,43 euro al chilo.

La storia della Ferrero

Nella storia della Ferrero, una delle principali multinazionali mondiali del settore dolciaria, è presente una strana iato tra la comunicazione istituzionale relativa alle vicende dell’impresa e quella riguardante la propria produzione, quasi che si possa stabilire un curioso parallelismo tra la proverbiale riservatezza che ha sempre circondato la famiglia Ferrero da un lato, in particolare Michele Ferrero, e l’”esplosione di prodotti” – per usare una espressione introdotta proprio dall’azienda – che ha caratterizzato l’ormai pluridecennale storia dell’impresa. La storia della Ferrero è stata definita come “la storia di una crescita costante”, come in effetti è e come tutte le statistiche prese in considerazione stanno a testimoniare, ma l’impresa è sempre stata molto parca nel diffondere dati e celebrare successi, optando per una scelta di riservatezza, peraltro inappuntabile e del tutto legittima. Sono solo tre le pubblicazioni che possono essere annoverate tra i “volumi giubilari” e tutti in particolari ricorrenze: Ferrero 1946–1963, pubblicato nel 1963 probabilmente in occasione del passaggio alla forma giuridica della società per azioni; Storia di un successo. Ferrero la più grande industria dolciaria del Mec, pubblicato nel 1967 per i venti anni dell’azienda – testo che, peraltro, si propone come molto di più di un volume giubilare, ricco di dati non solo sull’impresa e sulla produzione, ma anche sulla forza lavoro, sui mercati italiani ed esteri e sul territorio – ; Ferrero 1946-1996. Un’industria attraverso mezzo secolo di storia e di costume, edito per celebrare per il mezzo secolo di vita, ricco non solo di informazioni, ma anche di splendide illustrazioni. Anche lo stesso sito dell’azienda, attivo, se non andiamo errati, a partire dal 2000, oltre ad un prezioso profilo della Ferrero, ad una bella brochure, a notizie sugli stabilimenti italiani, affida l’andamento economico dell’azienda ad uno scarno comunicato annuale dove sono riportati i dati essenziali (http://www.ferrero.it), mentre il sito del gruppo riporta l’elenco delle società produttive e commerciali sparse per il mondo (http://www.ferrero.com). Peraltro, a partire dal 2001 la Ferrero ha iniziato a pubblicare la bella e densa rivista “Filodiretto”, sino a qualche tempo fa disponibile anche sul sito web della Fondazione Ferrero (http://www.fondazioneferrero.it). Qualora si passi ad esaminare la comunicazione relativa non all’andamento economico e produttivo, ma quella riguardante i prodotti, la situazione cambia radicalmente. Tratto di fondo della storia dell’azienda è un ampio uso della comunicazione, in tutte le forme possibili, della pubblicità – la Ferrero è magna pars della pubblicità italiana del secondo dopoguerra – con il ricorso a testimonial prestigiosi, delle sponsorizzazioni sportive. In definitiva, l’azienda ha sempre curato molto la propria immagine, soprattutto in relazione ai prodotti via via lanciati sul mercato e, se proprio si vuole trovare un motivo conduttore valido per tutta la storia ormai pluridecennale, l’azienda ha sempre posto l’accento sugli ingredienti naturali, sulla freschezza, sulla genuinità, sul valore alimentare e nutritivo dei propri prodotti, in un contesto familiare e sociale via via mutato ed adattato ai tempi, ma sempre sereno e rassicurante. Quantunque ogni periodizzazione sia arbitraria si possono rintracciare diverse fasi nella storia della pubblicità e, in maniera più ampia, della comunicazione della Ferrero. Il primo periodo si estende grosso modo dalla fondazione dell’azienda sino alla metà degli anni Sessanta. Già la “tentata vendita” è una prima notevole forma di pubblicità, con le centinaia di automezzi con il marchio Ferrero che percorrono tutta l’Italia per rifornire quasi quotidianamente migliaia di punti vendita. Ogni prodotto ha un suo particolare slogan identificativo.

Per esempio, il “Giandujot” porta la maschera di Gianduja e il motto “sono stato il primo e resto il migliore”; la “Cremalba” “la deliziosa crema spalmabile”; la “Supercrema” si rivolge “alle massaie intelligenti” e sottolinea le caratteristiche di genuinità e di elevato valore energetico del prodotto”; il “Mon Chéri” viene commercializzato in Germania con lo slogan “un po’ dell’infuocato fascino del Sud”. Altre creazioni pubblicitarie dell’azienda, in particolare di Michele Ferrero, sono il “Treno dei bimbi”, un autocarro carrozzato come una locomotiva presente in tutte le principali manifestazioni di livello nazionale, da quale vengono distribuiti caramelle e cioccolatini e il lancio delle raccolte delle figurine a “punti” su diverse tematiche, come ad esempio l’”Epopea Garibaldina”. Inoltre, la Ferrero comprende perfettamente la valenza non solo comunicativa ma anche sociale e culturale dei nuovi mezzi di comunicazione, in particolare della televisione, e nel 1958-59 abbina un proprio prodotto – il “Mon Chéri” – alla lotteria di Capodanno legata a Canzonissima. Gli anni Sessanta sono una svolta non solo a livello societario, con il passaggio alla società per azioni, nella produzione, con il lancio della “Nutella” e con il deciso ritorno al cioccolato di alta qualità, ma anche nell’immagine stessa dell’azienda, sintetizzabile tanto nel cambio grafico del marchio, quanto verso la fine del decennio dalla costituzione di Pubbliregia, per il coordinamento della comunicazione pubblicitaria e promozionale non solo dell’azienda ma anche del gruppo, collocata in un primo momento nella Direzione di Pino Torinese. La “Nutella”, venduta in un primo momento in barattoli o bicchieri, che rimangono in uso alle famiglie, e dal 1966 in confezione mignon da 30 grammi, è il primo “prodotto-impresa” della Ferrero. E la comunicazione del prodotto “Nutella” è veramente un pezzo della storia della pubblicità italiana, bene analizzata e descritta da Gigi Padovani. Nel 1967 la “Nutella” esordisce a Carosello: “Per la campagna pubblicitaria Ferrero si ispirò a De Amicis, presentando ai bambini una riduzione del libro Cuore a puntate. La regia era curata da Sandro Bolchi, una firma conosciuta degli sceneggiati televisivi di grande ascolto, come Il mulino del Po e I miserabili. Alla miniserie (…) parteciparono grandi attori: Tino Carraro, Paola Pitagora, Sergio Tofano” (Padovani, 2004). Alla fine dell’episodio parte il comunicato commerciale che conclude “…proprio Nutella Ferrero, quella che nutre sano”. Nel 1968 inizia la serie Un volto amico, sempre con la regia di Sandro Bolchi e con attori come Sergio Tofano e Van Jonhson ed è la serie che lancia il primo di una serie di slogan destinati a diventare celeberrimi: “Tutti per uno, Nutella per tutti”. Così, tra il 1971 e il 1976 viene trasmessa la serie a cartoni animati del Gigante Amico che non solo rende celebre ma anche di uso comune la battuta del cattivo uccello di turno – “E che, c’ho scritto Jo Condor ?” – mentre il comunicato commerciale punta molto sulla tranquilla quotidianità e sulla bontà del prodotto (“La voglia di una buona merenda: pane e Nutella. Quando natura vuole natura, genuinità vuole genuinità. Pane e Nutella, sana abitudine quotidiana”), mentre tra il 1975 e il 1988 si punta sui dolci ricordi di un tempo e lo slogan è un altro di quelli destinati a diventare famosi (“Mamma tu lo sai”). Alla fine degli anni Ottanta avviene uno snodo nei destinatari della pubblicità della “Nutella” che per la prima volta non sono solo bambini, ragazzi o mamme, ma anche adulti e il comunicato commerciale si conclude con “Energia per fare e pensare”. A partire dal 1994 e sino al 2003 lo slogan diviene “Che mondo sarebbe senza Nutella” e dal 2003 si trasforma in “Una vita di energia” con lo sfondo delle accattivanti note di Que sera, sera. Intanto, a partire dal 1990 i bicchieri nei quali la “Nutella” è venduta sono arricchiti di personaggi da collezionare, a partire dalla serie di Walt Disney. Ma non è solo la pubblicità della “Nutella” a fare storia. Tutta la linea “Kinder”, a partire dal 1968, ad esempio, con la barretta di cioccolato al latte ripieno di latte che “mette d’accordo genitori e ragazzi”, con il fortunato slogan “+ latte – cacao”, o con “Kinder Sorpresa”, gli ovetti contenenti una piccola sorpresa per i bambini che ben presto diventa ambito oggetto di collezione per gli adulti. Nelle linee di prodotti destinati maggiormente agli adulti diventano celebri le pubblicità della “Fiesta” (“Fiesta ti tenta tre volte tanto”), del “Pocket Coffee” (“La carica del caffè più l’energia del cioccolato”, oppure il più celebre ancora “Il pieno d’espresso pieno di sprint”), del “Tic Tac”, vero e proprio primo strumento di penetrazione commerciale in diverse nazioni europee (“Freschezza in due calorie”), per giungere negli anni Novanta al “Rocher” che, nello spot con protagonista l’affascinante Signora in Giallo e Ambrogio, “soddisfa la voglia di buono”, e con il successivo impiego anche di testimonial famosi, come ad esempio Richard Gere. La Ferrero diventa così una delle aziende che più investe in pubblicità e comunicazione, collocandosi sempre tra le prime dieci in Italia; più in particolare, per il 2003 stime non ufficiali calcolano in 250 milioni di euro gli investimenti in pubblicità della Ferrero Italia e in 650 quelli dell’intero gruppo. Un uso così intenso e massiccio della pubblicità richiede peraltro dei mutamenti organizzativi e così nel 1991 Pubbliregia viene trasformata in srl e nel 1999 la sede è trasferita a Chieri; compito della società è coordinare il marketing e le strategie di comunicazione dell’azienda non solo a livello nazionale ma dell’intero gruppo.

Ma l’immagine e la comunicazione della Ferrero non è solo affidata alla pubblicità. Nel 1967 l’azienda entra nel mondo dello sport, in un binomio destinato a durare a lungo, e per la prima volta partecipa e sponsorizza il 50° Giro d’Italia, con lo slogan “per addolcire gli arrivi di tappa dopo aver addolcito i palati di mezzo mondo”. Trent’anni dopo è la volta della “Kinder” legare il proprio marchio allo sport, in questo caso il calcio, con l’iniziativa “Vinci campione” e con testimonial come Cabrini, Matthaus, Vialli e Gullit in occasione dei Mondiali di calcio in Italia del 1990, iniziativa che è ripetuta anche nel 1994. Più in particolare, la Ferrero diviene lo sponsor di diverse discipline sportive, dal calcio al basket, dallo sci alla maratona, dal volley all’automobilismo, con, peraltro, una strategia assai precisa: ogni prodotto lega il proprio nome principalmente ad ogni o pochi sport, in modo tale che l’abbinamento risulti di immediata percezione. Ad esempio, “Kinder + Sport” è il fornitore ufficiale del CONI e della Squadra Nazionale Olimpica Italiana, della Federazione di Atletica Leggera, delle Nazionali di Volley e di Beachvolley, ma lega il proprio marchio in particolare ai Giochi della Gioventù e agli sport giovanili, e “Kinder” è un prodotto che si indirizza principalmente ai ragazzi (http://www.kinderpiusport.it); “Pocket Coffee” promuove in particolare gli sport alpini (http://www.pocketcoffeesnowteam.it); “Nutella” è fornitore ufficiale della Nazionale Italiana di Calcio (http://www.nutella.it); infine, “Estathé” è da tredici anni consecutivi sponsor ufficiale della Maglia Rosa al Giro d’Italia (http://www.estathe.it). Infine, anche se attiene più alle realizzazioni sociali, parte decisamente importante della comunicazione della Ferrero è affidata alla Fondazione Piera, Pietro e Giovanni Ferrero, costituita nel 1983 per espressa volontà di Michele Ferrero, e con tre principali linee di azione: le attività sociali, l’impegno verso i giovani e le attività culturali. Se le attività sociali, sia verso i propri dipendenti, gli ex dipendenti e i giovani, sia verso l’esterno dell’azienda, travalicano ogni questione di comunicazione e di immagine e diventano testimonianza di profondo impegno, particolare importanza assumono le iniziative culturali promosse dall’azienda sia in campo letterario, in collaborazione con il Centro di documentazione e ricerche Beppe Fenoglio, che nei settori storici ed artistici e scientifici, con la promozione di mostre, convegni, concerti e spettacoli ad altissimo livello (http://www.fondazioneferrero.it).

A Parigi sconti Ma soltanto ai sul metrò clandestini

Giovedì, il tribunale amministrativo di Parigi ha deciso di annnulare la decisione del Sindacato dei trasporti dell’Ile-de-France (Stif), che nel 2016 aveva votato la soppressione delle agevolazioni per i trasporti pubblici di cui beneficiavano gli stranieri in situazione irregolare. «Prendiamo atto della sentenza, ma faremo appello», ha scritto in un comunicato la Regione Ile- de-France, guidata dall’esponente dei Républicains (destra gollista) Valérie Pécresse. E ancora: «Il costo annuale di questa riduzione ammontava, nel 2015, a 43 milioni di euro, una cifra destinata a crescere, tenuto conto dell’attuale situazione migratoria nella regione parigina, e che rappresenta l’equivalente del budget che la Regione consacra ogni anno al finanziamento delle case popolari».

Per la sinistra francese, la sentenza che farà viaggiare quasi gratis gli immigrati clandestini, con una riduzione del 75% del Pass Navigo, è un trionfo. «Siamo contenti, è una vera e propria vittoria, non solo politica, per migliaia di persone», ha dichiarato entusiasta Pierre Serne, consigliere regionale delpartito ecologista EELV, che aveva presentato ricorso contro la decisione del sindacato dei trasporti parigini. «In realtà, sono anche un po’ arrabbiato, perché la decisione del sindacato Stif ha tolto per due anni questa agevolazione per i trasporti a coloro che ne beneficiavano», ha aggiunto Serne. Quest’ultimo, si era presentato davanti ai giudici affermando che la decisione del sindacato delle infrastrutture infrangeva la legge SRU (Loi relative à la solidarité et au renouvelle ment urbains), attraverso la quale le agevolazioni per i trasporti si applicano esclusivamente sulla base del reddito e non dipendono dalla regolarità del soggiorno in Francia.

Facendo leva su questa legge, votata nel 2000 dal governo del socialista LionelJospin, il tribunale amministrativo di Parigi ha dato così ragione al consigliere ecologista. E pensare che in quel 21 gennaio 2016, giorno del voto della soppressione delle agevolazioni tariffarie per gli immigrati clandestini, Valérie Pécresse, presidente della Regione, era convinta di essersi liberata di quel fardello per sempre. «È un premio all’illegalità, perché favorisce delle persone che non hanno il diritto di risiedere sul territorio francese», attacca oggi la presidente della regione parigina, invitando il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, a «fare rapidamente chiarezza sulla legislazione per rimuovere l’ambiguità emersa dalla decisione del Tribunale amministrativo».

A beneficiare della riduzione del 75% del Pass Navigo (50% pagati dal sindacato dei trasporti, 25% dalla Regione Ile-de-France), erano 117.000 clandestini fino al 2016, ma ora, considerato l’aumento incessante dei flussi migratori in questi ultimi due anni, saranno quasi il doppio. «Volevamo riparare un’ingiustizia e affermare un principio repubblicano: quando si rispetta la legge, si merita un trattamento migliore rispetto a una persona in situazione irregolare», sostiene la Regione. Ma ora, ad essere trattato meglio è proprio chi si trova illegalmente sul suolo francese. «È un chiaro incitamento all’immigrazione clandestina», hanno attaccato i consiglieri regionali del Front national, un simbolo della «preferenza straniera all’opera nel Paese».

Sempre in questi giorni, è stato lanciato un appello a favore dei migranti che ha suscitato molte reazioni scomposte in Francia. L’autrice è Frangoise Nyssen, ministro della Cultura, che mercoledì scorso, a Nantes, in occasione delle Biennales Internationales du spectacle ha invitato i responsabili culturali ad aprire gli spettacoli ai migranti, sia come protagonisti, sia come spettatori (gratis) nelle sale. «Il mondo culturale deve agire. Offriamogli un’accoglienza degna di questo nome. È in gioco il nostro onore, la nostra cultura, la nostra Repubblica», ha dichiarato la ministra.

Caso gasolio sporco: il falso allarme che riguarda tutta Italia

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Nelle ultime ore alcuni siti stanno facendo credere che il caso del gasolio sporco si sia esteso dalle province del Salento a tutta Italia, causando inutili quanto dannosi allarmismi tra gli automobilisti italiani delle altre regioni italiane. Va subito detto che si tratta di una bufala, chiamata oggi più comunemente fake news [VIDEO]. Tanto è vero che le uniche province colpite dal fattaccio restano Taranto, Lecce e Brindisi, con la Guardia di Finanza che pone in questi giorni sotto la propria lente di ingrandimento la raffineria Eni della città tarantina. Riguardo a quest’ultimo aspetto, la società ha smentito qualsiasi ipotesi di problema nella qualità del gasolio, attraverso un comunicato ufficiale di qualche giorno fa.

La bufala sul blocco auto in tutta Italia

I problemi ai motori delle auto, causati dal gasolio sporco con cui si è fatto rifornimento durante le feste di Natale, sono circoscritti alle tre province del Salento indicate qui sopra, vale a dire Lecce, Taranto e Brindisi. E’ falsa invece la notizia secondo cui il caso sarebbe dilagato anche nelle altre regioni italiane, provocando blocchi alle auto nel resto d’Italia. News da cestinare, come tutte le altre fake news [VIDEO] con cui si devono fare i conti ogni giorno ormai, a conferma di come il giornalismo online stia prendendo una direzione non esattamente corretta.

Corrispondono a realtà i blocchi delle auto registrati in Salento, per cui si contano danni complessivi da migliaia di euro. Basti prendere come esempio il caso di una singola #automobile, che ha avuto la sfortuna di ricevere la partita di gasolio sporca.

Nella maggior parte delle volte, il proprietario della vettura è costretto a chiamare un tecnico, il cui intervento arriva a costare oltre 1.000 euro nelle situazioni più gravi, dove è necessario sostituire gli iniettori. Anche qualora il caso fosse meno complicato, la chiamata del tecnico può costare alle tasche del cittadino qualcosa come 400 euro.

Gli aggiornamenti sul caso in Salento

Ad oggi, giovedì 11 gennaio, si è ancora a caccia di un colpevole [VIDEO]. Tutti i soggetti interessati, fino a qui, hanno respinto le accuse degli automobilisti, gli unici ad aver subito, di fatto, danni per centinaia – se non migliaia – di euro. Nessun problema riscontrato dall’Eni, che ha effettuato le indagini sulla raffineria di Taranto. Allo stesso modo è arrivata la difesa dei benzinai da parte della Federazione Italiana Gestori Carburanti e Affini (Fegica), attraverso le parole del sindacato Cisl. Non resta che attendere i prossimi giorni, quando qualcosa potrebbe cambiare. In positivo si intende. #truffe

Cartella di Equitalia nulla: ecco quando si può non pagare

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Dopo quanto accaduto alla sede di Bari dell’Agenzia delle Entrate, una sentenza è andata a condannare #Equitalia, introducendo un nuovo criterio di esonero dal pagamento dei debiti. La battaglia contro l’ente è stata portata avanti dall’avvocato Vincenzo Sarnicola, il quale si è rivolto alla Commissione Tributaria con l’obiettivo di annullare una serie di cartelle esattoriali, tutte accomunate da un fattore: non era stato seguito l’iter di invio previsto dalla legge. Adesso, grazie all’accoglimento dell’appello, il magistrato, in qualità di rappresentante legale della sua cliente automobilista, ha ottenuto la vittoria su Equitalia.

La battaglia contro Equitalia e le cartelle esattoriali

E’ stato l’avvocato Vincenzo Sarnicola a chiamare in giudizio Equitalia, per via di una #cartella esattoriale inviata ad una sua cliente di Porto Viro di ammontare pari a 1039,72 euro.

La somma di denaro richiesta dall’ente di riscossione [VIDEO] si è andata a moltiplicare nel corso del tempo per via dei numerosi ritardi di pagamento, cosa che però non è mai stata notificata alla diretta interessata. Alla vista della #cartella, la donna non si è lasciata abbattere ed ha deciso di ricorrere alla Commissione Tributaria, sottolineando l’incorrettezza dell’invio da parte di Equitalia. Alla base, infatti, ci sarebbe il fatto che l’Agenzia delle Entrate – Riscossione non dovrebbe limitarsi solamente a preparare ed inviare le cartelle esattoriali, ma dovrebbe essere nelle sue funzioni anche il controllo della correttezza dell’intero procedimento: in caso di qualche anomalia, infatti, l’emissione va sospesa e il fascicolo deve essere restituito al Comune richiedente.

L’annullamento della cartella esattoriale

Quanto accaduto all’automobilista di Porto Viro è alla base una serie di errori relativi al procedimento di invio e notifica: nonostante avesse ricevuto due contravvenzioni, i verbali non le sono mai stati notificati a causa dei tentativi falliti sia da parte delle Poste che del Comune.

Di regola sarebbe stato compito dell’amministrazione comunale controllare che l’invio fosse stato eseguito correttamente, cosa che in realtà non è mai accaduta; inoltre, anche Equitalia non ha effettuato i relativi controlli e, per questo motivo, l’avvocato Sarnicola è riuscito ad ottenere l’annullamento della cartella esattoriale della signora e il rimborso delle spese legali, poste a carico dell’ente di riscossione. Il giudice di pace, infatti, ha ritenuto poco corretto far pesare sulle finanze della donna di Porto Viro l’errore commesso in primis dal Comune e poi da Equitalia: ”In parole povere, il ‘non è colpa mia, ha sbagliato lui‘, non funziona, quando si va a chiedere soldi alla gente”, ha argomentato.

Quando è nulla la cartella di Equitalia?

Nel momento in cui si riceve una cartella da parte di Equitalia può capitare che questa sia nulla, in quanto possono essere trascorsi gli anni previsti per la prescrizione. Per questo motivo è bene controllare sempre la data dell’ultima notifica pervenuta dall’ente e controllare dunque il relativo termine, previsto ex lege: tali lassi di tempo sono differenti a seconda dei casi e della tipologia dei debiti da corrispondere.

Ad esempio, per il Canone Rai [VIDEO], l’IVA, l’IRPEF, l’IRAP, l’imposta catastale e di registro vale la prescrizione ordinaria, la quale fissa il termine a 10 annidall’ultima notifica; in caso contrario, si applicherà la prescrizione breve di 5 anni per i debiti riconducibili a TASI, IMU, ACI, TARI, contributi INPS e INAIL e contravvenzioni relative al Codice della Strada. Per il bollo auto, invece, è pari a 3 anni. Per comprendere al meglio come funziona, ecco un esempio pratico: si ipotizzi che sia stata ricevuta una cartella esattoriale relativa all’IVA nel 2005 e che l’ultima notifica sia stata inoltrata nel 2007. Secondo la legge, la decorrenza del termine comincia a partire dal 2007, determinando così la prescrizione nel 2017. Bisogna ricordare però che, ogni qual volta si riceve una notifica di pagamento, il conto degli anni riprende da zero.

Ryanair: ecco le nuove regole tra poco in vigore per i bagagli

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A partire dal 15 gennaio, per chi vola con #ryanaircambieranno alcune cose. La compagnia aerea ha infatti deciso di imbarcare gratuitamente in stiva i #bagagli a mano, mentre solo ai viaggiatori con imbarco prioritario sarà permesso di salire con 2 bagagli a mano all’interno del mezzo. Entriamo nel dettaglio del cambiamento. Continuate a leggere l’articolo per saperne di più.

I dettagli

La compagnia Ryanair concederà al viaggiatore con imbarco prioritario [VIDEO]di salire a bordo con un bagaglio di 55x40x20 ed un bagaglio più piccolo di dimensioni di 35x20x20. Il prezzo per avere il ‘prioritario’ si aggira sui 5 euro se la richiesta viene effettuata online direttamente al momento della prenotazione del biglietto, altrimenti se lo si fa successivamente il suo costo sarà di sei euro.

In una dichiarazione rilasciata da Ryanair si possono leggere le seguenti dichiarazioni: ‘Gli altri passeggeri potranno trasportare il bagaglio a mano più leggero, invece quello più grande sarà inserito presso la stiva dell’aereo in maniera completamente gratuita’.

Nell’ultimo periodo sono state modificate le regole base fino ad ora vigenti per quanto riguarda le regole sui bagagli che vengono inseriti in stiva. Il peso massimo di 15 KG è diventato adesso a 20 KG ed il prezzo che era di 35 euro è ora di 25 euro.

L’obbiettivo della compagnia

Imponendo tali regole, lo scopo della compagnia è quello di incentivare i viaggiatori [VIDEO] a posare le valige in stiva in modo da rendere più veloci e funzionali le ormai lente procedure di imbarco. Kenny Jacobs, Chief dell’azienda, ha dichiarato le seguenti parole: ‘La nostra compagnia ha ritardato al 15 gennaio il giorno della messa in atto della nuova politica per quanto riguarda i bagagli a mano, in modo da rendere i nostri clienti più in sintonia con la novità Ryanair’.

Molti passeggeri hanno usufruito appieno della possibilità di portare all’interno dell’aereo due bagli a mano, riempiendo il veicolo del 95%. La decisione della compagnia avrà fatto sicuramente piacere a molti ed ad altri tanti la cosa non sarà del tutto piaciuta. Comunque sia, tutto coloro che hanno intenzione di continuare a viaggiare con la famosa compagnia low cost, dovranno far i conti con le nuove regole e rispettarle appieno. Per ulteriori informazioni sull’argomento e non solo, cliccate sul tasto ‘Segui’ in alto a sinistra, vicino al nome dell’autore di questo articolo.

Neomamme, boom di dimissioni: 25 mila costrette ad abbandonare il lavoro

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Sono 37.738 mila le dimissioni volontarie registrate in Italia per i genitori con figli fino a 3 anni di età. Leggendo i dati forniti dall’Ispettorato nazionale del lavoro le donne che si sono licenziate sono state 29.879. Racconta, aggiungono Scacchetti e Taddei, “della difficoltà delle politiche per la conciliazione, della necessità di mettere in campo maggiore welfare pubblico, ma anche di declinare il tema della responsabilità sociale di impresa affrontando la maternità non come una questione privata o come un costo da comprimere, ma come un valore sociale”.

Seimila e 767 donne si sono licenziate per mancato accoglimento al nido, assenza di parenti disponibili a curare il neonato e elevata incidenza dei costi di assistenza.

Tra le neomamme, solo 5mila e 261 sono i passaggi ad altra azienda, il resto ha lasciato il lavoro per accudire il pargolo. Agli uomini succede il contrario. Un numero elevatissimo quello delle dimissioni convalidate nella regione lombarda (8.850). “I padri che lasciano il lavoro per le motivazioni di cui sopra ci sono, ma in misura straordinariamente ridotta”. Si fa presto a considerare che in questo caso incide tanto la disoccupazione femminile. Sono proprio queste con impieghi meno remunerativi costrette a lasciare il lavoro: tra operaie e impiegate, infatti, si arriva a 28.102 convalide, mentre quelle di dirigenti e quadri sono state solo 680.

Frodi creditizie e mega truffe: clonarli e incassarli è ogni volta più semplice

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Molti pensavano che l’assegno circolare fosse un mezzo di pagamento obsoleto, invece sta spopolando in tutt’Italia, solamente per il fatto che ottimo per mettere in atto delle truffe. Infatti, le segnalazioni di truffe aumentano sproporzionatamente in tutto il bel paese dal Nord al sud.

Boom di truffe sugli assegni circolari. I casi di furti di denaro attraverso questo mezzo di pagamento del passato si stanno moltiplicando da Nord a Sud. I truffatori colpiscono in due modi, rivela La Stampa: il primo consiste nella clonazione dell’assegno che viene riprodotto perfettamente e poi incassato con documenti falsi. Il secondo metodo invece è più sofisticato e pericoloso perché intercetta l’assegno autentico mentre è in viaggio via posta verso il suo destinatario.

Una volta individuato viene incassato, sempre con un documento falso. Il più delle volte si tratta di assegni di pagamento mandati all’Inps. In questo caso, a essere truffati sono gli enti o le banche e non il pensionato. “Ci sono vere e proprie organizzazioni dietro a questo nuovo tipo di inganno con tanto di complici che forniscono le informazioni giuste”, spiegano dal Comando Provinciale Carabinieri di Roma.

Insomma, bisogna stare attenti. Anche perché questi casi stanno aumentando in modo esponenziale: nei primi sei mesi del 2017 se ne sono contati 11mila,praticamente 60 al giorno (+39,5 per cento), e il danno è stimato in più di 80 milioni di euro (per un importo medio di 7mila euro). “Per i consumatori è indispensabile tenere sotto controllo i propri dati personali“, avverte Beatrice Rubini di Crif -. E’ bene tenere d’occhio il nostro estratto conto per controllare che non vi siano spese anomale così come è opportuno diffidare delle offerte incredibili, quelle che sembrano troppo belle per essere vere, perché potrebbero nascondere una truffa”.

Frodi creditizie, un fenomeno in crescita

Le frodi creditizie, ovvero delle attività criminali finalizzate ad ottenere un credito o un bene con l’intento di non rimborsare il finanziamento o non effettuare il pagamento, stanno aumentando a dismisura e probabilmente continueranno ad aumentare anche nei prossimi anni, basti pensare che nel 2007 il loro numero è arrivato a 22.500, per un importo di 112 milioni di euro, con una forte crescita (+32%) rispetto al 2006, dove il numero di casi si è fermato a 17.000.

In merito a queste truffe, attuate tanto attraverso la sottrazione o la clonazione delle carte di credito, quanto tramite il furto d’identità, ovvero dei propri dati personali, sono considerarsi in forte crescita soprattutto la quota di frodi che riguardano le carte di credito ed i prestiti personali. Indubbiamente la tipologia più ricorrente di frode è relativa ai prestiti finalizzati (il 76,26% del totale), anche se quelle sulle carte di credito sono salite del 58% nel 2007, per arrivare al 12% circa del totale.

I più colpiti restano gli uomini, nell’80% dei casi, con un’età compresa tra i 31 ed i 40 anni, anche se sta crescendo la percentuale dei ventenni che rimane coinvolta: nel 2007 era pari al 27,8%; il dato significativo è che purtroppo la maggior parte delle vittime truffate scoprono di essere stati ingannati solo dopo qualche mese dall’avvenuta frode.

È indubbio che tali truffe siano dovute ad un uso poco accorto e responsabile dei mezzi di pagamento elettronici da parte dei consumatori, va inoltre considerato il fatto che il reperimento dei dati personali è diventato piuttosto facile grazie all’utilizzo di nuove tecnologie che consentono di sfruttare l’ingenuità delle persone, mentre gli istituti di credito non hanno a disposizione sufficienti strumenti di controllo per l’identificazione dei clienti.

Gli istituti di credito, dal conto loro, stanno affrontando tale problematica con un certo ritardo, basti pensare che in merito alla clonazione del bancomat solo alcuni gruppi bancari si sono mossi, inserendo un microchip all’interno della tessera, mentre altri istituti non hanno preso tale provvedimento, continuando così ad esporre i bancomat dei propri clienti a facili rischi di clonazione.

Lega Consumatori fa notare come, per quanto il cittadino possa essere attento e vigile, il rischio è sempre in agguato poiché, per essere truffati, basta semplicemente recarsi a fare la spesa in un supermercato dove, in precedenza, il Pos è stato manomesso da criminali malintenzionati.

Il pericolo di vedersi prosciugare lo stipendio o la pensione appena versata nel conto corrente rappresenta un vero dramma per i consumatori, soprattutto di questi tempi, se si considera anche il fatto che, nella maggior parte dei casi, passano anche molti mesi per ottenere i rimborsi a causa di cavilli burocratici, procedure antiquate, disinformazione e disinteresse da parte degli addetti che lavorano nella banca.Per combatterle tali truffe è necessario agire a 360°, questo implica maggior repressione, informazione, leggi più efficaci e tecnologie più sicure. È necessaria una cooperazione a livello nazionale ed europeo tra Forze dell’Ordine (per la parte di prevenzione e repressione, che va sempre più rafforzata), istituzioni (per l’approvazione di norme efficaci), associazioni consumatori (per la parte di informazione), imprese (per lo sviluppo di tecnologie sempre più sicure).

I consumatori, da parte loro, devono sforzarsi di tutelare i propri dati personali attraverso comportamenti più responsabili. A tale proposito Lega Consumatori propone una serie di consigli su come difendersi dalle frodi creditizie:

Non rispondere alle mail che chiedono di inserire i dati della carta di credito in un modulo o in una pagina web (phishing).

Sminuzzare, in modo da rendere illeggibili i propri dati, le ricevute di pagamento o qualsiasi documento da cui si possano evincere (trashing).

Controllare i movimenti della propria carta in caso di acquisti online, in quanto le coordinate di pagamento potrebbero essere intercettate da qualche hacker (sniffing).

Non chiamare i numeri di telefono di emergenza spediti via sms per bloccare la carta, ma solo quelli comunicati per iscritto dall’emittente al momento della sua attivazione: i numeri via sms nascondono call center fasulli adibiti a carpire i dati della carta (vishing).

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