Quotidiano Telematico di Viterbo

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Salute - page 10

Salvata dall’estetista: una riga nera sull’unghia è un melanoma

in Esteri/Salute by

Secondo gli orientamenti ufficiali del Servizio Sanitario Nazionale inglese, “le strisce scure e lunghe sotto le unghie (melanonichia longitudinale) sono abbastanza comuni soprattutto nelle persone nere sopra i 20 anni e nella maggior parte dei casi sono perfettamente normali”. A quanto pare una donna si era presentata dall’estetista Jean Skinner con una brutta riga orizzontale sull’unghia e le aveva chiesto uno smalto particolarmente scuro per coprire ogni segno. Jean Skinner, questo il nome dell’estetista, si accorge però subito che qualcosa non va, quindi consiglia alla donna di rivolgersi aun medico. Ha subito invitato la sua cliente a recarsi da un dermatologo poiché poteva trattarsi di un tumore. Le ha salvato la vita: quella linea era segno di un melanoma, che la donna stava continuando ad ignorare e che si era già diffuso nei linfonodi.

Parliamo spesso di fatti che hanno a che vedere con la salute, che si tratti di progressi in ambito scientifico o studi che si concentrano su particolari patologie, e di certo una cosa che tutti dovrebbero sempre tenere a mente è di non sottovalutare mai sintomi e segnali del corpo che potrebbero rivelarsi dei veri e propri campanelli di allarme che nascondono malattie più gravi che devono essere curate per evitare conseguenze fatali. Il medico le diagnostica infatti un melanoma subungueale in fase avanzatagià diffuso ai linfonodi. Anche se molto probabilmente i cambiamenti o gli strani segni che possono comparire sulle vostre unghie non sono nulla di cui preoccuparsi, bisogna sempre prestarci attenzione. Tenete d’occhio le dita dei vostri cari più anziani e di quelli che non sono in grado di notare certi tipi di cambiamenti. Il post dell’estetista è diventato virale sul social, dove è stato condiviso migliaia di volte. “Una diagnosi precoce può davvero fare una grande differenza”.

Il melanoma cutaneo si presenta più frequentemente sulle gambe e sul tronco, ma può andare a colpire anche zone non esposte al sole.

Il melanoma è una forma molto grave di tumore della pelle, che si origina dalle cellule che, producendo un pigmento chiamato melanina, danno colore alla pelle: i melanociti.

Sebbene questa forma di tumore rappresenti soltanto il 4% di tutti i casi di tumore cutaneo, è quello che maggiormente porta al decesso del paziente, perché, soprattutto quando non scoperto in tempo, arriva negli strati più profondi del corpo, raggiungendo il sistema linfatico e di lì gli organi, provocando metastasi. Il melanoma colpisce più facilmente negli uomini la zona del dorso, la testa ed il collo, mentre nelle donne soprattutto le gambe; può apparire sui palmi delle mani o le piante dei piedi e sotto le unghie.

Sebbene non si sappia esattamente quale sia la causa del melanoma, uno dei maggiori fattori di rischio sembra essere l’esposizione ai raggi ultravioletti. Ad un rischio maggiore sono le persone che si espongono al sole per un breve periodo di tempo ma intensamente ed i fototipi da 1 a 4, cioè individui con capelli, pelle ed occhi chiari, che si scottano facilmente perché i loro melanociti producono poca melanina. Altri fattori di rischio possono essere:

• abbondanza di nevi (più di 50)

• nevi displastici (cioè con una conformazione strana)

• abbronzatura “selvaggia” e “scottature solari” soprattutto in età pediatrica

• fototipo 1-4

• precedente melanoma

• terapia immunosoppressiva

• altri casi di melanoma in famiglia.

Ci sono fondamentalmente 4 tipi di melanoma:

• melanoma diffuso superficiale: è il tipo più comune ed è limitato al primo strato di pelle, l’epidermide. Solitamente si presente come una macchia piatta o rialzata e scolorita a bordi irregolari. Può essere di colore nero, blu, marrone, rosso o bianco.

• lentigo maligna: è simile al tipo precedente ed è solitamente di colore scuro; si trova spesso nelle persone anziane nelle parti del corpo più colpite dal sole (volto, mani, braccia, orecchie, ecc.);

• melanoma lentigginoso aerale: solitamente scuro, si trova spesso sotto le unghie o sui palmi o le piante dei piedi;

• melanoma nodulare: generalmente si presenta come un rigonfiamento nero, blu, grigio, marrone, rosso, bianco o del colore stesso della pelle. Solitamente colpisce le braccia, le gambe, il torace ed il cranio.

I melanociti ed il cancro

I melanociti si trovano nella parte più profonda dell’epidermide, dove producono un pigmento, la melanina, che colora la pelle. Quando la pelle viene esposta al sole, i melanociti producono più melanina, dando così alla pelle il tipico colore dell’abbronzatura. Talvolta i melanociti si aggregano al tessuto circostante, dando vita a formazioni non cancerose, dette nevi. Questi possono essere piatti o rialzati, tondi o ovali.

II melanoma è spesso curabile se preso nei primi stadi, ma in mancanza di diagnosi e trattamento precoce il melanoma può andare in metastasi e colpire linfonodi, polmoni, fegato, cervello ed ossa.

La diagnosi
Solitamente, il melanoma viene diagnosticato durante una visita di routine ^ oppure nel caso in cui un paziente ponga all’attenzione del medico un nevo sospetto. È estremamente importante che il melanoma venga diagnosticato presto in modo da poter attuare una terapia adeguata appena possibile.
Il primo passo da compiere è l’ autoanalisi. Il paziente può, da solo, a casa, procedere all’ispezione dei propri nevi per vedere se c’è qualcosa di anormale. Per eseguire una buona ispezione bisogna essere in una stanza con molta luce ed in possesso di uno specchio grande ed uno specchio portatile L’autoispezione va condotta partendo dal viso ed esaminando naso, labbra, orecchie; si può quindi passare al cranio, utilizzando eventualmente il phon per spostarne i capelli. Procedere poi alle mani (palmo e dorso), alle unghie e tra le dita; continuare ispezionando le braccia, i gomiti, le ascelle, il petto/i seni (anche sotto).
Passare in seguito al collo, alle spalle, alla schiena, ai glutei ed infine ai piedi (pianta e dorso).
Annotare tutti i nevi sulla mappa del corpo umano, ricordando di inserire la data. Ad ogni controllo (ogni tre mesi), annotare i cambiamenti eventuali di nevi già esistenti o la comparsa di nuovi nevi.
Ma come capire se un nevo si è trasformato in melanoma? Basterà seguire il sistema ABCD:
• A come ASIMMETRIA: il melanoma presenta lesioni tipicamente asimmetriche;
• B come BORDI: i bordi di un melanoma sono sempre irregolari, a differenza dei nevi, che invece presentano bordi piatti e regolari;
• C come COLORE: i nevi sono solitamente marroni, mentre il melanoma presenta molteplici varietà di colori e sfumature;
• D come DIAMETRO: i nevi sono solitamente abbastanza piccoli, mentre il melanoma supera i 6 mm.
A queste lettere ne va aggiunta una quinta, la E come EVOLUZIONE ; ecco perché è sempre bene tenere sotto controllo mensile i nevi presenti sul tutto il corpo.
Per quanto utile, l’autoispezione è solo un punto di partenza.
Qualsiasi sintomo di prurito, sanguinamento o cambiamento dell’aspetto di un nevo deve far rivolgere il paziente al dermatologo. L’importanza di contattare tempestivamente il dermatologo sta nella possibilità di porre una diagnosi precoce del melanoma. Anche per questo, come per tutti gli altri tumori, più presto viene diagnosticato, migliore è la prognosi. Oggi la tecnica più diffusa è rappresentata dalla nevoscopia.
La nevoscopia rappresenta un grande passo avanti nella diagnostica del melanoma. È una tecnica non invasiva che aumenta fino a 40 volte l’osservazione ad occhio nudo, permettendo di capire la benignità o la malignità di un nevo senza doverlo asportare.
L’esame è assolutamente innocuo perché vengono utilizzate esclusivamente delle lenti particolari ed una fonte luminosa. La nevoscopia ha un’attendibilità del 90% e permette di diagnosticare precocemente il melanoma eventuale, alzando anche il tasso di guarigione dei pazienti.

Sindrome da rientro dalle vacanze, difficile da smaltire: un semplice test per sapere se ne siamo colpiti

in Salute by

Le ferie stanno per finire per gran parte degli italiani, per altri invece stanno per iniziare. Da un recente sondaggio è emerso che la maggioranza degli italiani, quando rientra dalle ferie, è stressata e depressa. Perché? Facile intuirlo. Si deve tornare al lavoro e tollerare un capo magari burbero e autoritario.E poi i colleghi, non sono sempre così accondiscendenti e collaborativi. Tutto ciò per arrivare al punto della situazione: vi siete mai chiesti cosa pensano gli italiani quando sono in ferie? Oltre la metà di essi (il 57%) vorrebbe cambiare lavoro e boss. Ne deriva che moltissimi italiani sono insoddisfatti del lavoro che svolgono. Le ragioni sono svariate: colleghi, stipendio, ambiente di lavoro, etc. Sta meglio, dunque, chi non ha colleghi e boss, come i giornalisti online, i blogger, i freelance e tutti coloro che lavorano da remoto. Senza boss e senza stress. Non tutti però, anzi pochi, lavorano in totale autonomia.

Italiani alla ricerca di un nuovo lavoro durante le vacanze

Le ferie, per molti, non sono il momento del relax ma il momento dell’ansia e della frustrazione. Sì perché è proprio quando si sta sul bagnasciuga e si osservano i propri familiari che si divertono che subentra lo spettro del boss, con la sua ‘scure’, dei colleghi fastidiosi e di quell’ambiente nauseante. Si inizia a pensare a quanto è logorante e stressante quel lavoro, e magari ci si mette alla ricerca di un impiego nuovo, meno stressante e gratificante. Questo è solo l’inizio. Quando terminano le ferie, parte per molti la sindrome post vacanze vera e propria. I tipici sintomi sono ansia, spossatezza, apatia e inappetenza. La sindrome post vacanze è un disturbo psicologico conseguente alla disconnessione. Si è stati scollegati. Facile staccare la spina ma è arduo riattaccarla. Tale disturbo affligge particolarmente soggetti che non amano il proprio lavoro, soggetti che lavorano solo per vivere, che non svolgono la professione della loro vita, quella da sempre agognata. Ecco perché, ad esempio, la sindrome post vacanze non colpisce quasi mai cantanti, attori e calciatori.

Sindrome post vacanze: non c’è un rimedio universale
Un lavoratore contento del proprio mestiere raramente sarà depresso dopo le ferie. Ogni persona è diversa e vive in contesti diversi, quindi non c’è un rimedio universale alla sindrome post vacanze. Quando le ferie sono agli sgoccioli si dovrebbe, in qualche modo, tornare ‘nell’ottica lavorativa’ e abbandonare lo stile di vita vacanziero. Settembre è un ottimo mese per iniziare nuove attività e hobby, che potrebbero rivelarsi utili per contrastare quell’ansia che tende a rovinare la vita al rientro dalle ferie.

Verso la metà degli anni ’80 il gruppo musicale dei Righeira aveva lanciato all’inizio della stagione estiva un “tormentone”, “L’estate sta finendo” e inevitabilmente ogni anno l’estate lascia il passo all’autunno che provoca in molte persone al rientro dalle vacanze una serie di sintomi psicosomatici poco gradevoli. Fin dai tempi di Pitagora il fenomeno della malinconia autunnale era conosciuto. Oggi si parla di “sindrome da rientro”, stanchezza, irritabilità, disturbi del sonno, tachicardia, sudorazione eccessiva, sono le manifestazioni che la caratterizzano e che coinvolgono fino al 50% delle persone una volta rientrate dalle ferie. Il disagio entro certi limiti è normale e si verifica sia perché in autunno il nostro organismo modifica la sua attività ormonale sia perché la ripresa della routine abituale costituisce un momento di transizione e di cambiamento.

Spesso le aspettative dei vacanzieri vengono disattese, a questo si aggiunge magari stress del viaggio, insomma le cose non sono andate proprio come si voleva o al contrario la vacanza è stata un sogno e il rientrare nella realtà per qualche breve tempo sembra un incubo.

Ecco allora qualche consiglio per superare il problema.

1. Pensare che i sintomi sgradevoli rientrano nella normalità e che con buona probabilità fanno parte della “sindrome da rientro”. Si consiglia di accettarli, senza assecondarli con pensieri negativi cercando altresì di riempire la mente di fantasie e prospettive ottimiste.

2. Darsi tempo e gradualità nel riprendere le attività abituali, dedicandosi al necessario riposo notturno.

3. Appuntarsi su una agenda, sul telefonino o sul computer gli impegni, gli appuntamenti e i progetti.

4. Concentrarsi su pensieri positivi e sulle opportunità che i futuro ci offrirà

5. Evitare di proiettare su famigliari o colleghi le sensazioni di inadeguatezza e disagio tipiche di questo periodo.

Se invece il disagio persiste o era presente anche prima delle vacanze il test successivo permette un’autovalutazione sul proprio “tono d’umore”. A ciascuna affermazione che segue si attribuisca un valore numerico secondo il seguente criterio: 0 = raramente o mai; 1 = un pochino (1-2 giorni alla settimana); 2 = qualche volta, per un certo periodo (3-4 giorni alla settimana); 3 = la maggior parte o tutto il tempo (5-7 giorni alla settimana).

 

Dopo aver sommato i punteggi della colonna di destra se hai un valore tra 0 e 9 il tuo “tono d’umore” è ok. Da 10 a 15 forse sei moderatamente depresso: da 16 a 24 il tuo “tono d’umore” è molto basso, la depressione può essere un problema; oltre il 24 il tuo “tono d’umore” è bassissimo è molto probabile che ci sia una depressione in corso. Qualsiasi sia il risultato si ricorda che per una valutazione obiettiva va sempre interpellato un esperto psicologo.

Sindrome di Down in Islanda è quasi scomparsa: le donne a rischio scelgono l’aborto

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A breve sarà la prima nazione al mondo “Down free”, ovvero il primo Paese dove non esisteranno più bambini affetti dalla Sindrome di Down. Oggi questo è un dato di fatto. In Islanda attualmente nasce a malapena un neonato all’anno con la trisomia 21, la alterazione cromosomica responsabile del mongolismo, e questo non a causa  di una modifica genetica naturale, ma di una selezione scientifica e chirurgica umana, da ascrivere alla scelta dei genitori islandesi di interrompere la gestazione nell’eventualità di uno screening positivo per tale patologia.

I motivi sono soprattutto dovuti alla accuratezza del test prenatale eseguito nelle prime settimane di gravidanza, e che viene richiesto dal 95% delle donne islandesi incinte, e pare che tutte, ima volta ricevuto il responso certo che il feto sia affetto da tale sindrome, decidano volontariamente di procedere all’aborto terapeutico.

A fare il punto sull’estinzione della sindrome di Down nell’isola nord-europea è stata l’inchiesta della Columbia Broadcasting System (CBS), remittente radiotelevisiva statunitense, la quale, oltre all’Islan- da ha esteso il focus di tale tema anche alla crescita esponenziale dell’utilizzo del test prenatale specifico osservata in Europa e negli Stati Uniti. Secondo le stime riportate, l’Islanda, che ha una media di330mila abitanti, sta raggiungendo un valore numerico prossimo allo 0 in fatto di Trisomia 21, mentre negli Stati Uniti ogni anno nascono ancora circa 6mila bambini affetti da tale difetto cromosomico, anche se il test diagnostico è eseguito dal 95% delle gestanti.

LE POLEMICHE
Nell’ospedale di Reykjavik, il centro sanitario nel quale viene partorito il 70% di tutti i bambini nati sull’isola, nascono tuttora bambini con la sindrome di Down, ma solo da quelle madri alle quali è stato previsto un basso rischio del feto di avere questa patologia, e che pertanto hanno deciso di portare avanti la gravidanza. Tutte le altre gestanti invece, quelle che ricevono la certezza che il loro bambino sia affetto da mongolismo, scelgono di non condurre a termine la gravidanza. La sindrome di Down sta quindi scomparendo dall’lslanda ed appena resa pubblica questa statistica, si sono subito sollevate voci polemiche, soprattutto dalle associazioni che tutelano i diritti delle persone Down e che parlano di aborti eugenetici, di violenza contro natura e di strage silenziosa di bambini innocenti.

Ma oltre all’Islanda, sono molti i Paesi europei nei quali i feti affetti da Trisomia 21 non vengono fatti nascere, come per esempio la Danimarca, che in fatto di percentuale è ormai vicinissima all’isola islandese, ma anche la Germania, dove, come denunciato dallo Spiegel nel marzo scorso, nove gravidanze su dieci vengono interrotte in presenza della anomalia cromosomica, mentre nel resto d’Europa la pratica abortiva, in casi come questi, è rimasta costante tra il 91 e il 93%, una percentuale che sfiora il 98% negli Stati Uniti. Inoltre, tra tutte le madri che hanno partorito figli Down senza aver fatto prima il test prenatale, due terzi di loro hanno dichiarato che se potessero tornare indietro ricorrerebbero di sicuro alla diagnosi prenatale.

C’è chi parla di criminale estinzione dei down, chi fa lezioni di etica e di morale, chi si commuove perla sorte dei piccoli indifesi e chi si spende per il diritto alla vita di questi bambini, ma nessuno mette in luce seriamente le grandi difficoltà dei genitori e delle famiglie, oltre alle prevedibili sofferenze dei piccoli affetti da tale anomalia, nella vita di tutti i giorni, a causa di questa patologia. La Sindrome di Down, infatti, è una disabilità permanente ed irreversibile, solitamente associata a un ritardo nella capacità cognitiva e nella crescita fisica di questi piccoli pazienti, ma anche a frequenti malformazioni cardiache e di molti altri organi, dovute alla morfogenesi incompleta od imperfetta che si compie nello stato fetale, tutte condizioni che implicano successivamente assistenza continua e frequenti ricorsi ad interventi medici e chirurgici. Molti genitori scelgono pertanto di rinunciare ad un bambino che non possa avere un alto benessere psicofisico a causa della sua genetica disabilità, e questa è una decisione comprensibile e difficilmente criticabile.

IL CASO DI GAMMY
Qui non si tratta di ignorare o disprezzare il valore delle persone disabili dalla nascita, o, ci mancherebbe, l’amore per loro e quello che loro restituiscono, ma di fronte alla scelta tra un bambino sano ed uno down, molte madri non sembrano avere alcun dubbio. Recentemente ha fatto molto discutere il caso di Gammy, un bambino abortito selettivamente da una coppia australiana, perché, a differenza del gemellino sano, era appunto affetto dalla sindrome di Down. Ed è stata bufera su Richard Dawkins, il celebre studioso e biologo britannico, ateo convinto, autore di libri che hanno venduto milioni di copie nel mondo, come “L’illusione di Dio”, il quale ha scritto nel suo ultimo lavoro “Il gene egoista” che tutti i feti ai quali è stata diagnosticata la Trisomia 21 dovrebbero essere abortiti, perché sarebbe “immorale” partorirli, visto che esiste la possibilità scientifica e chirurgica di evitarlo, e visto che le vaccinazioni di massa obbligatorie nel mondo sono finalizzate a debellare malattie mortali od invalidanti, mentre, al contrario, sostiene sempre lo scienziato, i bambini autistici non andrebbero mai eliminati o scartati, poiché, essendo alcune delle loro facoltà intellettive superiori alla norma, essi potenzialmente potrebbero dare un grande contributo al mondo in diversi settori.

Queste parole sono state criticate come frasi agghiaccianti, accusate di evidente stampo eugenetico, e considerate gravissime, soprattutto perché espresse da un mostro di scienza come Dawkins, il quale però ha cinicamente espresso il suo parere di biologo, ha spietatamente consigliato, e personalmente sottoscritto e descritto senza ipocrisie, quello che accade realmente ogni giorno in silenzio, in ogni ospedale, alla maggior parte dei feti affetti dalla sindrome di Down, i quali cioè vengono abitualmente abortiti senza esitazioni, e senza fare alcuna notizia, ma che vengono percepiti dai genitori come un dolore evitato, una tragedia eliminata sul nascere, una condanna a vita per il loro nascituro, che finisce citata o annoverata solo nelle statistiche in negativo di queste nascite nel mondo.
Come succede appunto non solo nell’isola di Islanda.

Caso di meningite al San Martino, ricoverato un ragazzo di 20 anni

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E’ ricoverato da martedì all’ospedale San Martino di Genovaun ragazzo di 20 anni a cui è stata diagnosticata una diagnosi di meningite. La Asl3 Genovese ha già attivato tutte le misure di profilassi presso i familiari e i contatti stretti del giovane.

Il giovane si era recato in nosocomio con la febbre alta, spiegando di essere stato punto da un insetto. Le sue condizioni sono stabili, e non sarebbe in pericolo di vita. Il quadro clinico è poi cambiato facendo sospettare agli infettivologi una sepsi meningococcica, diagnosi poi confermata dagli esami specifici.

Leucemia a soli 3 anni, appello dei genitori: “Salvate nostra figlia”

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Ricordiamo che la donazione non può essere nominale e consiste in un semplice prelievo di sangue o di saliva dal quale vengono estratti poi i dati genetici, informazioni che vengono inserite nel registro nazionale collegato con tutti i registri internazionali. Ed è questo che stanno cercando di fare i genitori della piccola, il cui appello disperato si legge nelle pagine del Gazzettino di Pordenone. Si stima infatti che esista un solo donatore compatibile ogni 100mila persone, una ricerca decisamente difficile da portare a termine, ma non impossibile.

La bambina di nome Elisa si trova adesso presso l’ospedale di cui il padre non vuole dire il nome, limitandosi ad affermare che i medici sono stati davvero il top e si tratta di dottori straordinari che hanno fatto tutto il possibile per poter salvare la figlia e il suo appello non è un voler togliere qualcosa a loro, ma dettato dalla disperazione. “La vita di mia figlia potrebbe essere appesa ad un filo“, sono state queste le parole di papà Fabio chiedendo a quante più persone possibili di sottoporsi alla verifica di compatibilità.

Il nostro calvario inizia ben prima della diagnosi della malattia di Elisa: un anno e mezzo fa circa la nostra bimba ha cominciato ad avere attacchi di febbre alta, non mangiava, non dormiva ed era molto irrequieta.

I genitori Fabio e Sabina lanciano un appello per salvare la figlia di 3 anni affetta da una rara forma di leucemia. Ma anche in quell’occasione i medici hanno detto che era una semplice gastroenterite .

Prima di manifestare tali sintomi Elisa aveva sì dei problemi di crescita ma nulla che lasciasse intuire che fosse affetta da una malattia tanto aggressiva.

Il vero campanello d’allarme è arrivato quando un giorno abbiamo visto sulla testolina di Elisa una bolla e sulla lingua una strana pallina gialla – spiega l’uomo – Lì ci siamo davvero spaventati.

Ricoverata a Roma, Elisa sta ora effettuando una cura sperimentale approvata dal sistema sanitario che le ha permesso di recuperare parte della sua vitalità.

Elisa ha solo 3 anni, ma soffre già di una malattia terribile: leucemia mielomonocitica infantile. Se non c’è quello si arriva a morte certa . Si possono contattare anche la Presidenza dell’Admo di Trieste, il signor Giorgio al 3486567208 oppure l’associazione “Vanessa ONLUS – Uniti fino al midollo” al numero 3427810970. Ora i genitori attendono gli esiti dell’ultimo trattamento e le prime risposte al loro disperato appello. Una speranza per cui bisogna però fare presto: i tempi purtroppo stringono… “Sarebbe tuttavia inutile che i cicli facessero effetto se poi non si trovasse un donatore“. Papà e mamma sperano nel miracolo.

Nuove cure contro il mieloma. Attacca le cellule e le fa fuori. Prima terapia con una nuova classe di farmaci

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È un tipo di cancro meno conosciuto e di cui si parla meno, ma che non dà via di scampo. Il mieloma multiplo è una malattia del midollo osseo di fatto incurabile ad oggi. La terapia tradizionalmente si è basata sui classici chemioterapici, però adesso c’è un nuovissimo serial killer che riesce a dare ottime speranze, soprattutto ai pazienti più gravi. Si chiama Daratumumab ed è il primo di una nuova classe di anticorpi monoclonali o farmaci biologici che grazie ad un meccanismo d’azione completamente nuovo, può sia stimolare il sistema immunitario che attaccare direttamente le cellule tumorali. Non solo. È anche il primo e unico anticorpo monoclonale per il mieloma ad aver dimostrato di essere efficace anche in monoterapia. Tanto che gli studi, effettuati su pazienti che non rispondevano più alle terapie comuni, hanno dato ottimi risultati sia in termini di sopravvivenza che di risposta alla progressione del cancro.

 

PARTITA DOPPIA

In pratica l’efficacia di Daratumumab sta nell’essere un anticorpo monoclonale in grado di unire all’attività immunitaria un’azione diretta che porta a morte le cellule tumorali. Dunque un vero e proprio serial killer per le cellule neoplastiche. In combinazione, nei pazienti alla seconda o terza ricaduta ha consentito di ridurre la mortalità fino al 60%. Adesso i ricercatori stanno studiando un modo per utilizzarlo già alla diagnosi e questo naturalmente apre nuovi scenari che potrebbero permettere se non di eliminare definitivamente la malattia almeno di cronicizzarla. Il mieloma multiplo è un tumore raro, che rappresenta poco più dell’1% delle neoplasie e colpisce in Italia circa 5mila persone l’anno.

 

“Questo tumore è un signore molto astuto”, ha sottolineato il professor Fabio Malavasi, il ricercatore dell’università̀ di Torino che ha messo in luce il funzionamento della molecola bersaglio del nuovo farmaco. Si sviluppa, infatti, in una nicchia midollare che addomestica a suo favore, facendo morire tutte le altre cellule e bloccando la reazione immunitaria grazie a una sostanza che lo rende invisibile. Da quando la ricerca si muove nel campo degli anticorpi monoclonali, si sta inaugurando invece per il mieloma una fase completamente nuova e si aprono prospettive per i pazienti anche in termini di qualità della vita.  “Gli anticorpi monoclonali possono migliorare il controllo e la remissione della malattia e la sopravvivenza”, hanno spiegato i ricercatori.

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Sigaretta e caffè, ecco perché vanno ‘a braccetto

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Sigaretta e caffè. Un binomio per molti inscindibile (e non proprio salutare), che oggi ha una spiegazione scientifica. Alla base vi è anche una questione genetica. In sostanza, coloro che hanno una particolare variante di un gene che predispone a fumare di più bevono anche più caffè e questo potrebbe dipendere dal fatto che la nicotina fa metabolizzare più rapidamente proprio la caffeina, rendendo necessario assumerne di più per avere la stessa ‘scossa’ di energia.

A evidenziarlo è uno studio guidato da Marcus Munafò dell’Università di Bristol, nel Regno Unito, i cui risultati sono stati descritti sul New Scientist. Gli studiosi hanno analizzato il profilo genetico di 250mila persone da Norvegia, Danimarca e Regno Unito. Prendendo in esame le abitudini in fatto di consumo di bevande e fumo, la loro attenzione si è focalizzata su coloro che erano portatori di una particolare variante genetica che predisponeva a fumare di più. Dai risultati dell’analisi è emerso che chi aveva questa variante genetica beveva anche più caffè (o tè, nel caso del Regno Unito, ma ciò non cambiava la sostanza dello studio, in quanto questa bevanda contiene una sostanza identica alla caffeina, la teina).

Non valeva però il contrario: assumere più caffeina non portava in sostanza a fumare di più. Sul possibile legame tra queste due abitudini un’ipotesi degli studiosi è che fumare faccia metabolizzare più rapidamente proprio il caffè, rendendo necessario berne di più per provare quella sensazione di energia tanto desiderata. Ma secondo Munafò è anche possibile che questo binomio sia dovuto a funzioni sconosciute della variante genetica che predispone a fumare di più.

lafucina

Oms choc: l’inquinamento uccide 2 milioni di bimbi all’anno

in Attualità/Salute by

Più di una morte su 4 fra i bambini sotto i 5 anni è attribuibile a un ambiente insalubre”. È il duro prezzo dell’inquinamento, secondo i dati choc diffusi dall’Organizzazione mondiale della sanità. Smog e inquinamento indoor, fumo passivo, acqua non potabile, carenza di servizi igienico-sanitari e igiene inadeguata: sono i rischi ambientali che, secondo due nuovi report dell’Oms, rubano le vite di 1,7 milioni di bimbi.

Il primo documento (Inheriting a Sustainable World: Atlas on Children’s Health and the Environment) è una sorta di ‘atlante’ sulla salute infantile e l’ambiente, in cui si rileva che una grande parte delle più comuni cause di morte tra i piccoli che hanno da un mese di vita fino a 5 anni – diarrea, malaria e polmonite – sarebbe prevenibile con interventi noti per la capacità di ridurre il rischio ambientale, dall’accesso all’acqua sicura ai combustibili di cottura puliti.

“Un ambiente inquinato è letale in particolare per i bambini più piccoli”, sottolinea Margaret Chan, direttore generale dell’Oms. “I loro organi e sistema immunitario in via di sviluppo e le vie respiratorie, e in generale il corpo, più piccoli, li rendono particolarmente vulnerabili all’aria e all’acqua sporche”.

Le esposizioni dannose possono iniziare nel grembo materno e aumentare il rischio di parto prematuro, si spiega nel report. Inoltre, quando i neonati e i bambini in età prescolare sono esposti all’aria inquinata, sia outdoor che indoor, e al fumo passivo hanno un aumento del rischio di polmonite durante l’infanzia e, per tutta la vita, un aumento del rischio di malattie respiratorie croniche, come l’asma. L’esposizione all’inquinamento atmosferico può anche aumentare il rischio permanente di malattie cardiache, ictus e cancro.

Un secondo documento, un report di accompagnamento, fornisce una panoramica completa dell’impatto dell’ambiente sulla salute dei bambini e spiega la portata della sfida che urge affrontare. I dati permettono di stilare la ‘top 5’ delle cause di morte fra gli under 5, legate all’ambiente.

Ogni anno, riferiscono gli autori del rapporto Oms, 570.000 bambini sotto i 5 anni muoiono per infezioni respiratorie, come la polmonite, attribuibili all’inquinamento dell’aria interna ed esterna e al fumo passivo; 361.000 muoiono a causa di diarrea, risultato di scarso accesso ad acqua pulita e servizi igienici; 270.000 muoiono durante il loro primo mese di vita per condizioni, tra cui la prematurità, che potrebbero essere evitate attraverso l’accesso ad acqua non contaminata e servizi igienici nelle strutture sanitarie e attraverso la riduzione dello smog; 200.000 sono i decessi per malaria che potrebbero essere evitati attraverso azioni ambientali, come la riduzione dei siti di riproduzione delle zanzare o la copertura degli stoccaggi di acqua potabile; e infine 200.000 bambini sotto i 5 anni muoiono a causa di lesioni involontarie attribuibili all’ambiente, come avvelenamenti, cadute e annegamenti.

“Un ambiente inquinato si traduce in un pesante tributo pagato dai nostri figli in termini di salute”, spiega Maria Neira, direttore Oms nel Dipartimento di sanità pubblica, ambiente e determinanti sociali della salute. “Investire nella rimozione dei rischi ambientali, come il miglioramento della qualità delle acque o l’utilizzo di carburanti più puliti, si tradurrà in benefici per la salute di massa”.

Ci sono rischi emergenti, segnala l’agenzia Onu, come i rifiuti elettrici ed elettronici (ad esempio vecchi cellulari) che vengono riciclati impropriamente, che espongono i bambini a sostanze tossiche in grado di portare a una riduzione delle loro capacità intellettive, a deficit di attenzione, danni ai polmoni e cancro. Tanto più che si prevede un aumento dei rifiuti elettrici generati (quantificabile in un +19% tra il 2014 e il 2018) che porterà a raggiungere quota 50 milioni di tonnellate entro il 2018.

Ancora: i cambiamenti climatici, le temperature e i livelli di diossido di carbonio in aumento favoriscono la crescita di pollini associata a un aumento dei tassi di asma nei bambini. In tutto il mondo, l’11-14% dei bambini dai 5 anni in su riporta attualmente sintomi di asma e si stima che il 44% di questi siano legati a esposizioni ambientali. L’inquinamento atmosferico, il fumo, le muffe al coperto e l’umidità rendono l’asma più grave nei bambini.

Nelle famiglie che non hanno accesso ai servizi di base, come l’acqua potabile e servizi igienico-sanitari, o che vivono in ambienti saturi di fumo dovuto all’uso di combustibili sporchi, come il carbone o lo sterco per cucinare e riscaldarsi, i bambini sono ad aumentato rischio di diarrea e polmonite.

Ci sono poi le esposizioni a sostanze chimiche nocive attraverso il cibo, l’acqua, l’aria e i prodotti che circondano i piccoli. Sostanze chimiche, come fluoruri, piombo e mercurio dai pesticidi, inquinanti organici persistenti, e altri contenuti in manufatti, alla fine trovano la loro strada nella catena alimentare. Il piombo, in particolare, seppur gradualmente eliminato dalla benzina quasi interamente in tutti i Paesi, è ancora diffuso nelle vernici, e può intaccare lo sviluppo del cervello.

L’Oms chiama a un impegno globale per rendere tutti i luoghi più sicuri per i bambini. Ridurre l’inquinamento dell’aria, migliorare l’acqua potabile, i servizi igienico-sanitari, l’igiene (anche in strutture sanitarie in cui le donne partoriscono), proteggere le donne incinte dal fumo, costruire ambienti più sicuri, in grado di prevenire i decessi e le malattie dei bambini, sono le azioni elencate come cruciali.

Gli interventi, sottolinea l’agenzia Onu, devono riguardare le case, le scuole, le strutture sanitarie, l’urbanistica, i trasporti, l’agricoltura. Nell’ambito degli obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg) i Paesi stanno lavorando a un serie di linee che dovranno guidare gli interventi per la salute ambientale dei bambini, con l’ambizione di “porre fine alle morti evitabili di neonati e under 5 entro il 2030”. Un altro degli obiettivi Sdg mira inoltre a garantire una vita sana e promuovere il benessere per tutti, altri ancora a migliorare l’acqua e i servizi igienici, a garantire la transizione verso l’energia pulita per ridurre l’inquinamento atmosferico, a invertire il cambiamento climatico. Tutte misure, assicura l’Oms, che avranno un impatto anche sulla salute dei bambini.

adnkronos.com

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