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Gianluca Vacchi e Marco Borriello: “Nessuno riuscirà mai a dividerli”

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A svelare qualcosa in più di Vacchi la sua ex fidanzata Marysthell Polanco intervistata in esclusiva da Alberto Dandolo e Fabio De Vivo nella trasmissione radiofonica Casa m2o. Cosa c’entrano? Apparentemente nulla fino ad oggi, grazie a un’intervista della domenicana, apprendiamo di una love story tra i due durata dal 2007 al 2010. Molte voci inoltre sostengono chel’imprenditore abbia addirittura regalato delle caseall’attaccante del Cagliari, ma su questo la Polanconon ha saputo dire molto.

E’ senza dubbio il personaggio dell’estate Gianluca Vacchi, che tra balletti e lusso sfrenato impazza sul web conquistandosi il titolo indiscusso di “re dei social“. “La donna che sta con lui deve capire che non sarà mai la protagonista, vive la relazione a modo suo e sembra una primadonna del Bagaglino“. A proposito dell’imprenditore, la Polanco ha detto: “Gianluca è una persona splendida ma ha i suoi difetti, bisogna fare quello che vuole lui“. Una volta mi ha fatto preparare, viene a prendermi l’autista e dovevo arrivare a Bologna con il suo elicottero. Non capivo cosa fosse successo. Ai tempi Borriello era fidanzato con Belen, facevamo molte cene ed eravamo in barca insieme.

Si diceva tempo fa, ma Gianluca è un uomo molto generoso.

Gianluca Vacchi è un grandissimo amico di Marco Borriello, al punto che trascorrono spesso molto tempo insieme. Lui ci sa fare in tutto ma sta facendo troppe cose, si mostra troppo ma non capisce che così la gente si stanca.

“Buongiorno – ha esordito il manager – in questi giorni ho avuto un problema di salute ora in via di risoluzione”. E’ da considerare come una risposta all’invito dell’ex Olgettina a mostrarsi di meno?

Scoperta sesazionale a Firenze, batterio killer resistente ad antibiotici

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Cresce a dismisura il numero di batteri resistenti agli antibiotici.
E’ di nuovo allarme tra gli esperti per la scoperta di un nuovo ceppo di batterio resistente alla colistina, un antibiotico ‘salvavita’ utilizzato in occasione di determinate infezioni, tra cui quelle polmonari.
La scoperta è opera del laboratorio di Microbiologia Clinica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi (Firenze).
“La variante genetica identificata – ha spiegato Gian Maria Rossolini, direttore del laboratorio – è particolarmente allarmante perché il clone del batterioKlebsiella pneumoniae è resistenti ad antibiotici ad ampio raggio sia in Italia che altrove. Può provocare polmonite batterica – resistente alla colistina, produttore della carbapenemasi KPC. La carbapenemasi è un enzima in grado di inattivare gli antibiotici della classe dei carbapenemi.”.
“I risultati a cui sono pervenuti i colleghi di Firenze – ha commentato Pierangelo Clerici, presidente dell’Amcli (Associazione microbiologi italiani) – confermano che il fenomeno del farmaco resistenza batterica negli ospedali avanza inesorabilmente e che tutte le azioni devono essere messe in atto per contrastarlo”.
L’Italia è il paese che ha il più alto numero di batteri capaci di resistere agli antibiotici; un primato certamente non invidiabile reso noto in occasione del World antibiotici Awareness Week, un’iniziativa globale per migliorare la comprensione del problema e cambiare il modo in cui vengono utilizzati gli antibiotici.
Un primato che pone l’Italia in testa alla classifica dei paesi europei almeno stando ai dati diffusi dall’European Center for Diseases Control (Ecdc).
Il consumo di antibiotici in Europa non calerebbe, e anzi in alcuni paesi continuerebbe a salire.
Secondo il rapporto, basato sui dati della sorveglianza Esac-net dell’Unione Europea, il dato medio Ue di consumo fuori dagli ospedali per il 2014 è 21,6 dosi al giorno ogni mille abitanti, e varia dalle 10,6 dell’Olanda alle 34,6 della Grecia.
L’Italia, con 27,8 dosi, è al quinto posto, dietro a Francia, Romania e Belgio. 
Il dato medio è sostanzialmente stabile, con la Gran Bretagna che ha mostrato un aumento del consumo bilanciato da diminuzioni a Cipro e in Svezia.

Cresce purtroppo in Italia l’allarme superbatteri dopo che di recente all’ospedale Careggi di Firenze è stata identificata una nuova variante significa di Klebsiella pneumoniae il quale risultato resistente all’antibiotico colistina, ovvero un antibiotico definito salvavita utilizzato in occasione di determinate infezioni tra cui quelle polmonari.

Per Klebsiella s’intende un genere di batteri Gram-negativi normalmente presente nella mucosa respiratoria e nell’intestino dell’uomo anche se sono praticamente ubiquitari in natura; questi generi di batteri sono provvisti di una capsula prominente a base di polisaccaridica, ed è possibile trovarli in singoli a coppia o anche a piccole catene.La scoperta è stata effettuata da un team di ricercatori operanti presso il laboratorio di microbiologia clinica dell’ospedale fiorentino di Careggi, i quali hanno fatto sapere che ceppi di Escherichia coli ovvero batterio portatore della Resistenza in questione sono stati trovati anche nel nostro paese ovvero in Italia.

Sulla base di quanto scoperto, è considerato il ruolo salvavita che questo farmaco assunta nella lotta ad altri batteri vulnerabile medicinali gli esperti dell’ Associazione microbiologi clinici italiani ribadiscono l’estrema attenzione con la quale occorre monitorare l’evoluzione genetica di questi batteri che possono costituire una grave minaccia per la salute dei pazienti ricoverati che non. A spiegare quanto scoperto è stato lo stesso direttore dell’azienda ospedaliera di Careggi ovvero Gian Maria Rossolini, il quale ha dichiarato: “Presso il nostro laboratorio è stata recentemente identificata una nuova variante del gene mcr-1, denominata mcr-2, in un ceppo di Klebsiella pneumoniae – che può provocare polmonite batterica – resistente alla colistina, produttore della carbapenemasi KPC”. I microbiologi avvertono ancora: “Il reperto fiorentino “è particolarmente allarmante perché il clone di K. pneumoniae ST512 produttore di carbapenemasi KPC è uno dei maggiori responsabili della diffusione epidemica di K. pneumoniae resistente ai carbapenemi (CRKp) in Italia, ma anche altrove. La comparsa in K.pneumoniae del nuovo meccanismo, trasferibile, di resistenza alla colistina, può portare a una combinazione esplosiva. E “il fatto che il ceppo sia stato isolato da un paziente che non era stato mai trattato con colistina indica un rischio di trasmissione anche in assenza di pressione selettiva diretta”.

Tali risultati conseguiti cui sono pervenuti i colleghi del Carreggi di fatto non fanno altro che confermare che il fenomeno della farmacoresistenza batterica negli ospedali avanza inesorabilmente e che bisogna necessariamente impiegare tutte le forze possibili e necessarie per cercare di contrastarlo, e questo quanto sostanzialmente riferito dal Presidente dell’Amcli, Pierangelo Clerici direttore dell’Unità operativa di microbiologia dell’Asst Ovest Milanese.Lo stesso Clerici ha confermato la necessità di creare un lavoro di confronto attivo sul monitoraggio che i laboratori di microbiologia clinica ogni giorno svolgono al fine di identificare strategie comuni di prevenzione e trattamento di quella che a tutti gli effetti costituisce una delle più gravi crisi sanitaria cui si debbano dare delle risposte certe.

Desta preoccupazione in ambito medico un nuovo meccanismo di resistenza di batteri colistina, farmaco “salvavita” per il trattamento delle infezioni da batteri Gram-negativi ultraresistenti. Ceppi di Escherichia coli di tale resistenza, sia di origine clinica che animale, sono stati già trovati anche in Italia. La nuova descrizione conferma l’estrema attenzione con la quale occorre monitorare l’evoluzione genetica di quei batteri che possono costituire una grave minaccia per la salute dei pazienti ricoverati.

Amcli, l’associazione microbiologi clinici italiani, ha accolto con interesse e preoccupazione i risultati che giungono dal laboratorio di Microbiologia Clinica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi di Firenze, diretto dal Coordinatore del Comitato per lo Studio degli Antibiotici (CoSA) di Amcli, Prof. Gian Maria Rossolini, dai quali è emersa con tutta la sua complessità diagnostica e clinica l’emergenza di questo determinante di resistenza.“Presso il nostro laboratorio è stata recentemente identificata una nuova variante del gene mcr-1, denominata mcr-2, in un ceppo di Klebsiella pneumoniae resistente alla colistina, appartenente alla linea clonale ST512 e produttore della carbapenemasi KPC. Il ceppo era di origine clinica, da un paziente che non era mai stato trattato con colistina, e il gene mcr-2 è risultato facilmente trasferibile per coniugazione”, spiega Rossolini.

Questo nuovo meccanismo di resistenza è stato prevalentemente riscontrato in isolati di Escherichia coli da animali, ma occasionalmente anche in isolati clinici e in altre specie di enterobatteri. Il reperto è particolarmente allarmante perché il clone di K. pneumoniae ST512 produttore di carbapenemasi KPC è uno dei maggiori responsabili della diffusione epidemica di K. pneumoniae resistente ai carbapenemi (CRKp) in Italia, ma anche altrove. La comparsa in K.pneumoniae del nuovo meccanismo, trasferibile, di resistenza alla colistina, può portare ad una combinazione “esplosiva”. Il fatto che il ceppo sia stato isolato da un paziente che non era stato mai trattato con colistina indica un rischio di trasmissione anche in assenza di pressione selettiva diretta.

La colistina

La colistina è un antibiotico polimixinico prodotto da alcuni ceppi di Bacillus polymyxa var. colistinus. La colistina è una miscela di polipeptidi ciclici di colistina A e B. La colistina è efficace contro la maggior parte dei batteri Gram-negativi e viene solitamente utilizzata come antibiotico polipeptidico.  Il direttore dell’azienda ospedaliera di Careggi, Gian Maria Rossollini spiega: «Grazie ai nostri ricercatori, in laboratorio siamo riusciti ad identificare una nuova variante del gene mcr-1, denominata mcr-2, in un ceppo di Klebsiella pneumoniae resistente alla colistina, (che può provocare la polmonite batterica) appartenente alla linea clonale ST512 e produttore della carbapenemasi KPC».

Klebsiella pneumonie, pericolo diffusione

Secondo quanto spiegato in un documento dall’Associazione microbiologi clinici italiani (Amcli), «il reperto è particolarmente allarmante perché il clone di K. pneumoniae ST512 produttore di carbapenemasi KPC è uno dei maggiori responsabili della diffusione epidemica di Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi (CRKp) in Italia, ma anche altrove». «I risultati cui sono pervenuti i colleghi del laboratorio di Firenze – afferma il presidente dell’Amcli Pierangelo Clerici – confermano che il fenomeno della farmaco resistenza batterica negli ospedali avanza inesorabilmente e che tutte la azioni devono essere messe in atto per cercare di contrastarlo».

Precedenti del virus

Individuato per la prima volta in Cina ormai 7 mesi fa, all’epoca gli scienziati del sol levante furono estremamente chiari, il batterio scoperto è oltremodo pericoloso e non va sottovalutato, il rischio per la popolazione mondiale è molto alto. Questo in sintesi l’allarme lanciato dai ricercatori Cinesi, “il virus scoperto resiste a tutti gli antibiotici conosciuti è può diventare un serio problema per chi viene contagiato.”. Era novembre 2015 e per la prima volta il mondo è stato allertato dall’annuncio degli scienziati Cinesi, <<è stato scoperto un batterio estremamente potente, resistente ad ogni forma di antibiotico ad oggi conosciuto, gli esseri umani potrebbero essere a rischio>>. Allarme che nel giro di poche settimane era caduto nel dimenticatoio. Ma ecco che, a distanza di 7 mesi torna la paura, e questa volta arriva dagli Stati Uniti, dove una variante del virus avrebbe colpito una donna della Pennsylvania.

Quali sono gli alimenti che garantiscono una lunga vita

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Elevate quantità di oli vegetali come quello d’oliva, di semi (di lino, girasole), frutta secca, pesci come il salmone, soia e altri alimenti ricchi di grassi insaturi per favorire la longevità. Lo suggerisce una ricerca statunitense senza precedenti per ampiezza e durata pubblicata sulla rivista Jama Internal Medicine.

La raccomandazione, spiegano i ricercatori, è dunque quella di sostituire proprio con questi grassi insaturi buoni quelli saturi “cattivi” evitando alimenti di origine animale come lardo, burro, grassi di carni rosse. Altrettanto deprecati sono i grassi “trans” onnipresenti nel cibo spazzatura o più in generale in quello confezionato industriale, da snack a salatini a fast food. Studio durato 32 anni Lo studio ha coinvolto oltre 126.000 individui, il cui stato di salute è stato monitorato per un totale di 32 anni.

Ogni 2-4 anni i partecipanti hanno risposto a questionari sulla propria dieta, gli stili di vita e la salute. Nel corso del periodo di monitoraggio gli epidemiologi hanno registrato 33.304 decessi per varie cause (tra cui tumori, infarto, ictus). Questi i risultati più importanti dello studio: sostanziosi consumi di alimenti ricchi di grassi insaturi sono risultati associati a una riduzione dell’11-19% della mortalità per tutte le cause.

Viceversa, per ogni aumento del 2% dei grassi trans (ad esempio presenti in margarine, brioche, snack dolci, salatini, patate fritte surgelate, dadi, alimenti da fast-food) si ha un aumento del 16% del rischio di morire prematuramente.

Vivere a lungo, da sempre ricercatori di tutto il mondo studiano come poter allungare la vita degli esseri umani, ma soprattutto come mai il morire di vecchiaia possa essere cosi differente da persona a persona. Ecco, il punto è proprio questo, quale potrebbe essere la variabile che permette ad un anziano in salute di morire a 100 anni, rispetto ad un secondo anziano anch’esso in salute ma che muore a 85?. Sono state fatte tante ricerche, ma l’ipotesi più concrete, dove molti ricercatori convergono è la variabile dell’alimentazione e dello stile di vita. A seconda di come ci si è nutriti nel corso della vita potrebbe incidere più o meno positivamente sulla durata della stessa. Allo stesso modo l’aver abusato di vizi, come l’alcol o il fumo incide sicuramente negativamente sulla mortalità.

Insomma vivere in eterno, il sogno di ogni essere umano, bhe chiaramente irrealizzabile, tuttavia abbassando un tantino le pretese, possiamo sperare di vivere il più a lungo possibile e soprattutto farlo in buona salute. Possiamo essere proprio noi esseri umani il destino del nostro “destino”, seguendo un determinato stile di vita, sano e giudizioso è scientificamente provato che aumentano le possibilità di vivere più a lungo. Anche perchè, siamo onesti, morire non piace a nessuno, la paura che si respira quando si parla di morte racchiude un sentimento di angoscia che appartiene a tutti gli esserei umani. Sarà perchè oramai siamo abituati a vivere e francamente ci sembra assurdo che tutto debba finire nel nulla. O magari, ed è quello che fa più paura , l’ignoto ci pone in una condizione di forte disagio, insomma morire per l’essere umano diventa un peso estenuante da sopportare. Si può essere anche il credente più leale del mondo, puoi avere tutta la fede possibile, puoi credere nel paradiso, nelle 70 e oltre vergini donate ai mussulmani, puoi credere a tutto insomma. Tuttavia, quando sei li, da solo, di notte nel tuo letto con i tuoi pensieri, ecco che diventa difficile, i pensieri si affollano e le certezze lasciano spazio alle paure e la sola speranza in cui inizi a credere è quella di stare bene e avere la fortuna di vivere bene ed il più a lungo possibile, poi, quello che verrà sarà.

Cosa mangiare per vivere in eterno?

Ci sono alcuni alimenti che mangiati con una certa regolarità “allungano la vita”, migliorano la condizione generale dell’organismo e grazie all’importante contenuto di grassi saturi, donano una freschezza mentale decisamente giovanile. Olio extravergine d’oliva, frutta secca, semi di lino e di girasole e pesce, in particolare il salmone: sono questi gli alimenti che ci permettono di vivere molto più a lungo. Grazie al consumo di questi alimenti, secondo uno studio americano pubblicato sulla rivista Jama Internal Medicine, si ridurrebbe il tasso di mortalità  dell’11-19%  per tutte le cause.

Quali sono i grassi buoni e quelli cattivi?

Bisogna fare grande attenzione nello scegliere gli alimenti, in natura esistono grassi buoni e grassi cattivi, i primi sono chiamati grassi insaturi, e sono prevalentemente presenti in olio di oliva, olio vegetale, pesci, frutta secca, capaci anche di regolare il colesterolo nel sangue. Mentre i secondi, sono chiamati grassi saturi, ovvero sono di origine animale, come carne rossa,burro, lardo, formaggi. In questo caso favoriscono l’aumento di colesterolo.

Lo studio

Lo studio condotto da tre istituti americani, ha avuto una portata oltremodo importante, e rappresenta una delle più grandi ricerche del settore. Sono stati infatti coinvolti 126mila soggetti, per comprendere come si comportano i grassi alimentari e soprattutto come possano influenzare la salute dell’uomo. Lo studio ha avuto una gestazione lunghissima, basti pensare che è durato oltre 32 anni. A distanza di ogni 2-4 anni i soggetti, oltre ad essere monitorati hanno dovuto compilare dei questionari, indicando la loro dieta, il loro stato di salute e il loro stile di vita. Durante lo studio, gli epidemiologi americani hanno attestato 33.304 decessi per diverse cause, soprattutto tumori e infarti. Da tali dati, gli studiosi sono riusciti a calcolare chi e come potesse avere possibilità di vivere più o meno a lungo, in base al tipo di grassi presenti nella propria dieta giornaliera.

Risultati e conclusioni

I risultati hanno confermato le ipotesi dei ricercatori, evidenziando dati importanti: avere una dieta a base di grassi insaturi, aiuta a vivere a lungo, il rischio di morire precocemente diminuisce dell 11-19%. Mentre, mangiare grassi saturi e soprattutto cibi spazzatura, aumenta il rischio di morte del 16%. Lo studio ha dato delle chiare ed evidenti risposte, se vuoi vivere più a lungo devi mantenere uno stile di vita sano ed equilibrato. Mangiare in modo corretto, evitando zuccheri in eccesso, grassi saturi, ma soprattutto bisogna eliminare ogni qualsivoglia vizio dannoso, come ad esempio l’alcool o il fumo. Nonostante magari avete raggiunto la classica età da “anziano”, non sentitevi in dovere di passare il resto della vita sul divano o davanti un cantiere, l’organismo come il cervello vanno sempre mantenuto in allenamento, quindi dedicate qualche ora a settimana allo sport, moderato, non eccessivo, una bella passeggiata può fare la differenza.

Per i prematuri in Terapia intensiva neonatale è fondamentale poter vedere i genitori H24

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Bambini prematuri o nati con problemi, che devono trascorrere i primi giorni (o mesi) della propria vita in un lettino della Terapia intensiva neonatale. Per loro, che iniziano l’«Avventura» con un carico di difficoltà in più, sentire l’affetto e la vicinanza dei genitori è fondamentale. Ma la burocrazia a volte non aiuta: in alcuni ospedali italiani il reparto di Terapia intensiva neonatale è aperto alle visite solo per poche ore al giorno e con un calendario rigidissimo. Se da un lato questa precauzione vuole proteggere i neonati più fragili dal caos e dal vociare continuo, dall’altro impedisce a questi stessi piccoli di godere frequentemente del contatto fisico con mamma e papà.

Ecco perché è stato firmato, in occasione della Prima Conferenza nazionale per la promozione e il sostegno dell’allattamento al seno, un Manifesto per l’ingresso dei genitori 24 ore su 24 in Terapia intensiva neonatale, sottoscritto dal Tavolo tecnico per la promozione dell’allattamento al seno, attivo presso il Ministero della Salute, dall’associazione Vivere Onlus e dalla Società di Neonatologia. Il documento (dal titolo «Promozione dell’uso del latte materno nelle Unità di Terapia intensiva neonatale e accesso dei genitori ai reparti») prevede che mamma e papà entrino quando vogliono per visitare i propri figli ricoverati. Anche perché quasi sempre gli adulti lavorano e devono conciliare le visite al bambino con i turni in ufficio e magari anche con la cura di fratellini più grandi. Un altro aspetto importantissimo è legato all’alimentazione: l’allattamento al seno è un obiettivo vitale per la salute dei neonati e in particolare per i nati pretermine. Il latte materno aiuta a compensare la fragilità del loro sistema immunitario e ridurre il rischio di gravi patologie intestinali e infezioni. La somministrazione avviene inizialmente tramite sondino o siringa e, appena possibile, attaccando direttamente il bambino al seno. Il solo contatto tra mamma e neonato facilita la produzione e la spremitura del latte, favorendo così l’avvio e il mantenimento dell’allattamento. In Italia, anche se negli ultimi vent’anni le cose sono decisamente migliorate, rimangono grosse differenze a livello regionale e anche di singoli ospedali. E il confronto con Paesi come Scandinavia, Germania, Francia e Regno Unito non è rincuorante.

«La presenza dei genitori è indispensabile per il neonato, in particolare per quello pretermine, poiché contribuisce a creare da subito un rapporto unico tra madre e figlio, oltre a favorire l’alimentazione con latte materno – spiega Mauro Stronati, presidente della Società di Neonatologia -. La presenza costante della famiglia accanto al neonato critico è necessaria sia per alleviare lo stress a cui è sottoposto il neonato stesso, sia per gli effetti positivi sui genitori e sulla loro relazione affettiva con il figlio. Numerosi studi clinici e scientifici hanno dimostrato che l’instaurarsi di interazioni precoci ed efficaci tra il neonato pretermine e la figura affettiva di riferimento costituisce un elemento protettivo per lo sviluppo cognitivo, emotivo e linguistico del bambino. Contrariamente, la separazione dalla mamma determina conseguenze importanti nella relazione di attaccamento, con problemi anche drammatici sullo sviluppo neurocognitivo del neonato». «In alcune parti d’Italia le Terapie intensive neonatali sono aperte solo un paio d’ore al giorno – aggiungeMartina Bruscagnin, presidente di Vivere Onlus -. Aprirle H24 aiuta le mamme a sentirsi utili per il proprio figlio appena nato, cosa molto difficile se possono vederlo solo poche ore al giorno».

Grazie ai progressi della medicina, l’essere nato prima del termine non costituisce di per sé un fattore di rischio sul futuro sviluppo del bambino. Al contrario possono incidere negativamente elementi di natura familiare e sociale. Dunque la speranza è che, con l’ingresso libero in Terapia intensiva, i genitori vivano meglio e con meno ansia l’esperienza del ricovero, imparano prima a prendersi cura del proprio bambino, e che migliori anche il rapporto con medici e infermieri. Infine, obiettivo del Manifesto è incentivare la costituzione di banche del latte umano per aumentarne l’uso in assenza di quello materno, in particolare nei neonati pretermine.

Duplice retrapianto di polmoni per una ragazza di 19 anni affetta da fibrosi cistica

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Si può definire eccezionale il caso di una ragazza di 19 anni affetta da fibrosi cistica  a cui sono stati trapiantati ben 6 polmoni. L’intervento è stato eseguito al Policliico Santa Maria delle Scotte di Siena. Il primo doppio trapianto le è stato eseguito nel 2013 in quanto la fibrosi cistica le aveva comportato una insufficienza respiratoria allo stadio terminale che non poteva essere risolta in altro modo.

Lo scorso dicembre si è però resa necessaria ancora un’altra operazione perché la ragazza aveva rigettato i polmoni che le erano stati impiantati tre anni prima. Così ha spiegato  Piero Paladini, direttore delle unità operative trapianto di polmone: “A livello mondiale il retrapianto interessa circa il 4% dei pazienti trapiantati e in Europa è una procedura che riguarda poco più di 50 pazienti all’anno”. Ed ancora: “La ragazza era stata sottoposta a un doppio trapianto di polmone in quanto era arrivata ad un livello di insufficienza respiratoria allo stadio terminale. Due anni dopo è stato necessario procedere al retrapianto di entrambi i polmoni per una condizione di rigetto cronico caratterizzata da un danno polmonare progressivo, conosciuto come bronchiolite obliterante“.

La degenza della giovane è quindi proseguita in Terapia intensiva cardiotoracica e, successivamente, in Chirurgia toracica e presso l’Uoc Malattie respiratorie e trapianto polmonare.

Aveva ragione Shakespeare, il rosmarino rafforza la memoria

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Non è solo la pianta aromatica per eccellenza, con la quale insaporire piatti sfiziosi, ma è anche un prezioso alleato della nostra salute: il rosmarino vanta proprietà antitumorali ed è anche in grado di rinsaldare la memoria nelle persone anziane. Il te’ alla menta ha migliorato significativamente la memoria a lungo termine, la memoria di lavoro e la prontezza rispetto alla camomilla e all’acqua calda. Il rosmarino invece sembra sia maggiormente indicato per stimolare la capacità di ricordare negli anziani. Un concetto già sostenuto dall’Aromaterapia, la tecnica di benessere che utilizza appunto gli aromi delle piante in genere sotto forma di oli essenziali, che sono un vero e proprio concentrato di pianta e aroma. In uno studio sono state coinvolte 180 persone: alcuni hanno ricevuto te’ alla menta, altricamomilla e altri ancora semplicemente acqua calda.

All’interno dello stesso studio sono stati inoltre confermati ulteriori effetti derivanti da piante aromatiche o rimedi fitoterapici.

I risultati finali hanno mostrato che i partecipanti allo studio appartenenti al gruppo che era stato oggetto dei test nella stanza profumata, hanno ottenuto risultati migliori nei compiti circa la memoria a lungo termine e prospettica, rispetto a quelli che erano stati portati della stanza senza aroma. Consumare una tazza di camomilla indurrebbe nel cervello uno stato simile al sonno, rallentando la memoriae la capacità di reazione.

Il dottor Moss ha affermato che “era interessante vedere che le tisane provocavano effetti molto differenti sull’umore e la cognizione“.

È fondamentale per la vita di tutti i giorni.

Hanno preso parte allo studio 150 persone di età superiore ai 65 anni, suddivisi in tre camere: una senza profumazione, una profumata con olio alla lavanda e una con olio al rosmarino mettendone quattro gocce in un diffusore. “Il composto è presente fra i componenti dell’olio essenziale di rosmarino e agisce sui sistemi biochimici che sono alla base della memoria, questo ci fa anche dedurre che l’influenza dell’aroma sia mediata farmacologicamente”.

I risultati hanno anche dimostrato che bere camomilla rallenta la memoria e l’attenzione, cioe’ quello che serve prima di andare a dormire, e che l’odore della lavanda ha effetti calmanti. Mentre la lavanda aumentava calma e contentezza. Questa è la prima volta che effetti similari sono stati dimostrati negli adulti sani sopra i 65 anni.

Allergie e asma: in un vaccino le “pallottole” per liberare milioni di italiani

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Saranno in molti (circa tre milioni di italiani) a poter tirare, è proprio il caso di dirlo, un sospiro di sollievo. Gli asmatici potranno infatti presto godere di dieci nuovi farmaci che si configurano come “anticorpi monoclonali”: sono, cioè, del tutto simili agli anticorpi umani e non determinano nessuna risposta negativa del sistema immunitario. Per le allergie agli acari, invece, è in arrivo un vaccino con tanto di marchio Aifa.

Il progettoSANI(Severe Asthma Network Italy) promosso dalla Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC), in collaborazione con la Società Italiana di Pneumologia (Sip), fornirà un network dove i pazienti più gravi potranno essere diagnosticati al meglio e curati con una vera terapia personalizzata, con il miglior rapporto costo-beneficio: a oggi i centri aderenti sono già oltre 40 distribuiti su tutto il territorio nazionale. In queste strutture, sarà possibile individuare delle terapie “personalizzate” per sconfiggere il tipo di asma di ognuno. Gli esperti parlano di vere e proprie “pallottole d’argento” contro l’asma perché mirano a cause precise della malattia. Al via anche un progetto educazionale rivolto ai medici di base per migliorare la diagnosi precoce, il monitoraggio dei pazienti e l’aderenza alle cure.
Quanto al farmaco anti acaro, è già registrato in undici Paesi europei e in Giappone e dovrebbe arrivare in Italia entro la fine dell’anno dando così una risposta a circa un terzo della popolazione italiana (su 20 milioni di italiani che compongono la popolazione degli allergici, si stima che tra il 13 e il 21 per cento sia allergico proprio agli acari). E l’aggravante è che questo genere di allergia dura tutto l’anno. Il farmaco, che sarà somministrato in compresse andando così incontro anche alle esigenze del paziente, potrebbe essere inserito in fascia A.

Allergie, in arrivo nuovi biofarmaci per asma e un vaccino per gli acari

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GLI asmatici in Italia sono oltre 3 milioni e uno su dieci è un malato grave: un esercito di pazienti a cui – letteralmente – la bella stagione, invece che concedere un sospiro di sollievo, mozza il fiato. Ma quest’anno la primavera ha in serbo una sorpresa: a breve saranno infatti disponibili per i malati più problematici dei farmaci biologici selettivi di avanguardia, cosiddette “pallottole d’argento” che dovrebbero rendere più efficace ogni tipo di terapia. Questa è una delle novità della ricerca presentate a Napoli al XXIX congresso nazionale della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (Siaaic). Vediamo punto per punto quali sono le altre tappe di quella che si preannuncia come una sorta di rivoluzione sul fronte della prevenzione.

Farmaci superintelligenti e una rete per cure su misura. Fra i circa 300mila asmatici gravi, uno su tre è un under 14 che perde giorni di scuola, fa sport con difficoltà ed ha una qualità della vita scadente per colpa di quel respiro affannoso che chi è malato conosce fin troppo bene. Per l’asma oggi si spendono in Italia oltre due miliardi di euro e quella grave assorbe dal 50 all’80% di queste risorse. Ora, al congresso di Napoli è stato annunciato l’arrivo a breve in Italia di almeno dieci nuovi anticorpi monoclonali efficaci su diverse forme del disturbo, e per individuare il farmaco più adatto caso per caso è stata creata una rete apposita che collegherà i centri di riferimento SANI (Severe Asthma Network Italy), strutture di eccellenza dove i pazienti più gravi possono avere una diagnosi più precisa ed essere curati con una terapia personalizzata, traendone il miglior rapporto costo-beneficio.

Il progetto è promosso dalla Siaaic in collaborazione con la Società Italiana di Pneumologia (Sip) secondo le linee guida Gina (Global Initiative on Asthma). A oggi i centri aderenti sono già più di 40, distribuiti su tutto il territorio nazionale, e poiché non c’è prevenzione senza formazione, all’iniziativa è stato affiancato un un progetto educazionale rivolto ai medici di base e finalizzato a migliorare la diagnosi precoce, il monitoraggio dei pazienti e l’aderenza alle cure. Insomma: farmaci di ultima generazione, un network specializzato per prescriverli in modo miratissimo e una rete di monitoraggio capillare che tenga diagnosi e risultati sotto controllo.

Il vaccino per l’allergia agli acari. Novità anche per le allergie da acari, disturbo che colpisce tutto l’anno, con riacutizzazioni in particolare nei mesi autunnali e in primavera. Come tutte le allergie, anche questa provoca asma e rinite, ma da Napoli arriva la notizia del primo “vero” vaccino anti-acaro identificato come farmaco. Per la prima volta, infatti, il vaccino contro gli acari seguirà il processo di approvazione e registrazione di un farmaco vero e proprio, e dovrebbe essere approvato dall’Aifa entro pochi mesi. Le prove sull’efficacia di questo vaccino saranno pubblicate il 26 aprile sulla rivista Jama: lo studio multicentrico coordinato da un ricercatore tedesco dimostra che questo nuovo vaccino è in grado di ridurre del 34% le crisi respiratorie e dal 40 al 60% l’uso di cortisonici. Gli effetti inoltre sono rapidi e avvengono nell’ambito di poche settimane anziché mesi. Gli esperti ritengono che la nuova immunoterapia specifica avrà un regime di rimborsabilità in fascia A e sarà dunque a carico del servizio sanitario.

Nuovi dati sulle allergie alimentari nascoste. Durante il congresso sono stati anche presentati i risultati della prima ricerca sulle allergie alimentari nascoste, provocate cioè da additivi da uso alimentare. Gli allergici ai cibi nel nostro Paese sono più di due milioni, pari al 3,5% della popolazione generale. In Italia l’alimento più allergizzante negli adulti è la nocciola (26%), seguita dalla verdura (14%), dalla frutta fresca (soprattutto pesche e albicocche, 12%), dai crostacei (10%), dal pesce (7%), dai legumi (6%), dai semi (6%) e dal grano (5%). Gli under 18 che soffrono di allergie alimentari sono

570mila, di cui 270mila sono bambini. Tra quelli con meno di 5 anni, 5000 sono a rischio di reazioni allergiche gravi che possono in alcuni casi essere fatali. Una reazione allergica grave su tre avviene nella scuola materna o elementare, dunque lontano dall’assistenza diretta dei genitori.

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