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Dieta del limone e detox, dimagrire e disintossicarsi l’organismo, ma senza esagerare

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Nell’alimentazione risente Tutto il contrario di tutto. Ogni mese esce una novità, perché avviene questo? Perché noi siamo alla disperata ricerca del Segreto, del motivo, dell’integratore o della dieta miracolosa, tutto questo perché non abbiamo ancora raggiunto quello che vogliamo. Purtroppo mi dispiace dirvelo, ma nell’alimentazione Il segreto è che non esistono segreti. Ci sono linee di buon senso che se vengono rispettate e portano a risultati strabilianti, eppure nessuno li segue come mai? Questo avviene perché quando ci mettiamo a dieta, la costanza il tempo sono nostri nemici, vogliamo ottenere risultati, vogliamo che questo arrivi molto velocemente e quindi non abbiamo mai una visione a medio lungo termine. A tavola non esistono atti eroici, non serve per una settimana a mangiare pochissimo o togliere determinati alimenti e dimenticarsene.

Il limone consumato giornalmente diventa un vero e proprio alleato per la nostra salute. Molti nutrizionisti lo definiscono supercibo, perché oltre a deliziare i nostri piatti culinari, fa molto bene alla nostra salute. Gli ultimi studi hanno dimostrato come il limonoidi avena proprietà antitumorali, proteggendo le cellule sane dei danni che possono provocare le cellule tumorali. Un consiglio molto importante è quello di assumere un bicchiere di acqua calda con una spremuta di limone all’interno la mattina per favorire la digestione e caricarci di vitamina C.Questa formidabile dieta è in grado di regolare il nostro metabolismo purificante sgonfiando la pancia.

Come tutte le diete anche questa avrà dei pro e contro, quindi, come sempre il nostro consiglio è di rivolgersi al proprio medico o a un nutrizionista che può darvi dovuti consigli sulla apporto calorico da assumere quotidianamente questo tipo di dieta riesci a sgonfiare a Depurare il corpo molto velocemente, ed è per questo che non bisogna prolungarla più di 3 giorni. Tuttavia, tutti sappiamo i benefici che il limone può portare al nostro corpo, di conseguenza assumere troppo limone può esporci ha qualche problema di saluteI limoni sono Gli agrumi con notevoli proprietà benefiche. Prima di tutto Dobbiamo darvi delle raccomandazioni. Ovviamente questo tipo di agrume è molto usato in cucina, ma anche come rimedio naturale per la nostra salute, quindi, è consigliabile acquistare sempre limone bio, specialmente se dobbiamo usufruire della scorza di limone e non solo del loro abbondante succo. E limoni in sé per sé sono un rimedio naturale per la protezione la nostra salute. Assumere succo di limone quotidianamente favorisce la prevenzione dei calcoli ai reni i quali sono composti di calcio. Sono anche un ottimo rimedio naturale contro il mal di gola, assunto insieme al miele può debellare infezioni.

Il limone è uno dei tanti frutti che esistono al  mondo molto importante, questo è dovuto alle sue proprietà che sono in grado di aiutare il nostro organismo. Questo agrume permette al nostro corpo di depurarsi e quindi ci fa sentire subito meglio, oltrettutto ci sono altre proprietà che rendono lo rendono utilissimo. Se aggiungiamo un pò di limone alla nostra quotidianità, magari mentre consumiamo un pasto, possiamo sfruttare tutte le sue proprietà. La sua funzione permette al nostro corpo di eliminare tutte le sostanze tossiche presenti nel nostro organismo, inoltre noteremo che dopo qualche giorno alla sua assunzione ci sarà una notevole perdita di peso e un centro piatto.

Il suo ideatore, Stanley Burroughs, la inventò per cercare di curare alcune patologie dell’apparato digerente e dopo varie sperimentazioni pubblicò un libro a riguardo. Intitolato “The Master Cleanser”, il testo parla soprattutto di un ipotetico successo clinico nel trattamento di un paziente affetto da ulcera gastrica (con alle spalle una storia fallimentare di circa tre anni): “Senza rimedi, il paziente seguì le direttive di Burroughs e in undici giorni guarì totalmente”. La stessa fonte cita altri casi analoghi, tutti caratterizzati dalla risoluzione del problema. Peraltro, oltre al miglioramento della malattia, Burroughs assicura una riduzione del peso corporeo in eccesso.

Ovviamente, queste dichiarazioni hanno suscitato non pochi dubbi, ma le testimonianze di guarigione sembrano più d’una. Recentemente, Tom Woloshyn ha diffuso un altro libro intitolato “The Master Cleanse Experience”, pubblicato nel 2009 da “Ulisse Press”. Il testo riassume l’esperienza clinica su questo trattamento e, oltre alla remissione delle patologie associata al dimagrimento, cita molti altri benefici, come: miglioramento del sonno, della prospettiva e della lucidità, e remissione da certe dipendenze.

Gli sviluppi scientifici hanno chiaramente identificato i fattori di rischio per l’accumulo di certe scorie, che sono: la dieta scorretta, la sedentarietà, lo stress, l’inquinamento ecc; infatti, la dieta detox del limone funziona sul principio che, per affrontare una qualsiasi malattia, è necessario depurare interamente l’organismo. Ecco perché la Master Cleanse non è finalizzata solo a se stessa, ma rappresenta il primo anello di una lunga catena di abitudini da adottare a tempo indeterminato. Rispettando una dieta sana, svolgendo esercizio fisico regolare e riducendo lo stress generale, sarebbe anche possibile mantenere permanentemente i risultati ottenuti.

La dieta detox del limone è un programma di depurazione che incoraggia l’assunzione di una bevanda composta dai seguenti ingredienti: limoni, sciroppo d’acero puro, pepe di cayenna ed acqua. Il periodo di trattamento dura circa dieci giorni. Per creare questa bevanda, è sufficiente mescolare gli ingredienti nella quantità suggerita da Burroughs e berne circa 6 bicchieri al giorno. In caso di fame, è concesso aumentare la dose fino a 12 bicchieri.

E’ poi consigliabile assumere un lassativo ogni mattina ed ogni sera, in modo da evacuare almeno tre volte al giorno. Questo processo permetterà di rimuovere completamente le tossine accumulate all’interno dell’intestino. La limonata Master Cleanse dev’essere bevuta fresca, senza sottoporla a microonde o ad altre fonti di calore, questo per evitare di ridurre l’efficacia dei principi attivi (vit C, altri antiossidanti ecc).

Secondo l’ideatore, i morsi della fame diminuiranno progressivamente con il passare dei giorni. Interrompere la dieta detox del limone è un processo critico, tanto quanto iniziarla. Il primo giorno bisognerebbe introdurre gradualmente del succo d’arancia, il secondo minestre e brodi, il terzo frutta e verdura. E’ necessario fare molta attenzione a non eccedere o accelerare il ripristino e si raccomanda di bere sempre molta acqua. Al termine, sarà più facile seguire una dieta sana evitando o riducendo gli alimenti di origine animale.

La dieta della pancia piatta in una settimana: – colazione, uno yogurt con frutta fresca e due cucchiai di avena; – spuntino di metà mattina, 8 mandorle e una bevanda a base di limone (per sapere come realizzarla, qui); – pranzo, mix di insalata fresca condita con succo di limone e 2 fette di pane integrale, oppure una zuppa di legumi o di verdure, oppure ancora un’insalata di avocado e gamberetti conditi con succo di limone.

Spuntino di metà pomeriggio, frutta fresca o verdura cruda, oppure 3 biscotti d’avena più la bevanda al limone; – cena, petto di pollo o pesce alla griglia, frittata con verdure bollite, oppure 60 g di pasta integrale con le verdure. La pancia, dopo una settimana, inizierà a sgonfiarsi, praticare attività fisica quotidianamente, senza eccedere, è vivamente consigliato.

La scorza di limone racchiude vitamine e antiossidanti

Il limone è ricco di oli essenziali, nel succo ma anche e soprattutto nella scorza. È qui che si trova il maggior apporto di vitamine e sostanze antiossidanti. Per sfruttare al meglio le sue qualità, acquista limoni biologici e prepara una tisana a fine pasto mettendo a bollire qualche pezzetto di buccia in una tazza d’acqua: oltre a una migliore digestione, questa bevanda contrasta l’eccesso di acido nel plasma, nella linfa e nelle urine, e combatte reumatismi, calcoli renali e infezioni genitourinarie. Puoi beneficiare dei potenti effetti della buccia del limone grattugiandola su insalate, salse ma anche primi e secondi piatti, come risotti e pesce al forno.

 Il limone è davvero un frutto dalle mille virtù, un agrume in grado di depurare il corpo, di aiutarlo a stare meglio e anche versatile da un punto di vista degli utilizzi. Se è vero che le diete devono sempre essere prescritte da uno specialista, è anche utile sapere come aggiungere un po’ di limone alla propria alimentazione per sfruttarne tutte le potenzialità. Lo scopo della dieta del limone è quello di degradare ed eliminare le sostanze tossiche nell’organismo, contribuendo anche ad avere la pancia piatta e alla perdita di peso in breve tempo.

Limoni per la Ricerca per finanziare la lotta contro il cancro

Anche nel 2018 ritorna I Limoni per la Ricerca, la collaborazione fra Citrus – L’Orto Italiano e la Fondazione Umberto Veronesi. Dal 4 al 22 aprile, per ogni retina di limoni venduta negli oltre 2.500 punti vendita aderenti all’iniziativa, 40 centesimi saranno devoluti alla ricerca.

La Fondazione Umberto Veronesi e Citrus hanno ideato l’iniziativa “I Limoni per la ricerca”, un progetto volto a far conoscere i benefici del limone e a sostenere la ricerca nel campo della nutrigenomica, la scienza che studia l’azione degli alimenti sui nostri geni per prevenire l’insorgenza di alcune malattie.

«Siamo lieti di partecipare alla seconda edizione de “I Limoni per la Ricerca” -ha dichiarato Marianna Palella, 25enne CEO e Founder di Citrus – l’Orto Italiano – in quanto credo fortemente nella ricerca scientifica come motore di innovazione e principale leva competitiva del nostro Paese, come sinonimo di pace, di speranza e di valori. Su questo logica, “I Limoni per la Ricerca” rappresentano non solo un’occasione di raccolta fondi ma anche di sensibilizzazione e divulgazione in merito alla sana alimentazione e alla prevenzione a tavola».

«Grazie alla seconda edizione di questo progetto – ha affermato Monica Ramaioli, Direttore Generale della Fondazione Umberto Veronesi – e al prezioso sostegno di Citrus – l’Orto Italiano, sarà possibile finanziare il lavoro di ricercatori che quotidianamente si impegnano a trovare soluzioni di cura sempre più efficaci per malattie che ancora oggi colpiscono numerose persone. Il numero dei ricercatori finanziati dalla Fondazione Umberto Veronesi cresce anno dopo anno, grazie al contribuito delle persone e delle aziende che condividono con noi l’importanza del sostegno alla ricerca scientifica, per il bene di tutti. Un ringraziamento particolare a tutti gli ambassador coinvolti per il supporto nella diffusione del progetto».

Con “I Limoni per la ricerca”, la prima edizione si è svolta ad aprile 2017, la raccolta fondi per la ricerca scientifica si sposta dalle piazze ai banchi dei supermercati, coinvolgendo attivamente i punti vendita che aderiscono al progetto: circa 1.800 negozi e store in tutta Italia. Per ogni retina de “I Limoni per la ricerca” venduta, la Fondazione Umberto Veronesi ha ricevuto 40 centesimi: 20 centesimi da Citrus l’Orto Italiano e 20 centesimi dalle insegne della grande distribuzione che hanno partecipato all’iniziativa.

I “Limoni per la ricerca” sono un esempio di collaborazione possibile tra fornitore e grande distribuzione con l’obiettivo comune di svolgere una concreta attività di responsabilità sociale. La risposta è stata sorprendentemente positiva, tanto che in soli 10 giorni abbiamo raccolto un importo pari a 90mila euro, l’equivalente a 3 borse di studio per la ricerca. Eravamo così convinti della bontà del progetto, che abbiamo deciso di ritirare dal mercato i limoni a marchio “Citrus L’Orto Italiano” per fare spazio solo ai “Limoni per la ricerca” della Fondazione Umberto Veronesi per tutta la durata dell’iniziativa.

Frutta e verdura sono tra gli alimenti da preferire soprattutto alcune varietà per le loro eccezionali proprietà benefiche e scientificamente dimostrate, una su tutte: i limoni. In due anni (2015 e 2016), Citrus ha donato alla Fondazione Umberto Veronesi tre borse di studio per la ricerca del valore complessivo di 90mila euro; nel 2017 le borse saranno 5 per un valore complessivo di 150mila euro. La serietà del nostro impegno passa anche dai buoni numeri e questo è un punto di orgoglio per noi, ma soprattutto una responsabilità che volentieri ci assumiamo come impresa.

Siamo attivamente impegnati a sostenere le attività di ricerca della Fondazione Umberto Veronesi e a diffondere una cultura che promuove stili di vita sani, partendo dalla tavola. I più recenti studi di nutrigenomica, una delle discipline scientifiche cui la Fondazione si sta dedicando, indicano che è proprio a tavola che possiamo farci del bene, scegliendo di mangiare sano, variato ed equilibrato.

DIETA DETOX

Parlando di depurazione che è forse la medicina fondamenta per il nostro organismo. La dieta detox è una dieta a base di frutta e verdura, quindi non ci saranno carboidrati, grassi. Per dieta disintossicante si intende un regime di dimagrimento che aiuta ad eliminare le tossine eliminando alcuni alimenti senza facendo un digiuno. Più che altro si tratta di uno stile di vita corretto abbinando soprattutto attività fisica che risulta il miglior metodo per disintossicare il corpo.

Ci siamo, mancano pochissimi giorni alle feste natalizie. Come tutti gli anni inizia la corsa alla scelta e alla preparazione di un menù ricco da condividere con parenti e amici. Inevitabilmente la conseguenza di tutto quel ben di Dio sulle nostre tavole saranno i chili di troppo accumulati. Ma non tutto è perduto, si può giocare d’anticipo, infatti, molte persone prima delle feste natalizie adottano un regime dietetico particolare, ossia, una dieta disintossicante e purificante per il corpo chiamata dieta detox.

Per dieta DETOX s’intende un programma alimentare che ha lo scopo di eliminare le tossine che vengono introdotte o che si formano nel nostro corpo a causa dello stile di vita, dell’inquinamento dei cibi industrializzati e raffinati, delle bevande eccitanti o zuccherate, dei farmaci che assumiamo e dello stress psicologico e fisico .Per sentirsi bene, essere in salute e ritrovare l’energia vitale fisica e mentale che ci permette di affrontare la vita, è di fondamentale importanza disintossicare e mantenere pulito il nostro organismo eliminando le scorie in eccesso . Cosa favorisce l’accumulo di tossine ? I cibi che producono maggiori scorie nel nostro corpo sono gli zuccheri raffinati, l’eccesso di carboidrati (specialmente le farine bianche), i cibi industrializzati e le carni da allevamenti non biologici, la vita sedentaria e lo stress aumentano le infiammazioni, indeboliscono il nostro sistema immunitario e favoriscono l’accumulo di grasso . Le tossine accumulate nei tessuti favoriscono la ritenzione di liquidi che ovviamente incidono sul peso e danno la sensazione di gonfiore o di mancanza di energia.

Cosa favorisce la disintossicazione ? I cibi che aiutano a disintossicare il corpo sono l’acqua, che va bevuta in abbondanza e specialmente a digiuno e la frutta e la verdura, specialmente cruda che deve costituire l’80% del nostro nutrimento, ogni giorno. A volte è difficile, vero? Per questo nel nostro programma Detox 7, abbiamo selezionato per aiutarti, il migliore supplemento nutrizionale a base di frutta e verdura e bacche coltivati biologicamente, senza fruttosio e sodio. Tutta cruda e disidratata a freddo in assenza di ossigeno, che ti aiuta a mangiare le 7-8 porzioni di frutta e verdura raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e che solitamente non riusciamo a mangiare. Questo supplemento a calorie zero, ci aiuta a disintossicare e rigenerare le cellule del nostro corpo . Infatti, la frutta, la verdura e le bacche in esso contenute, hanno tutti i fitocomplessi e moltissimi micronutrienti ed enzimi che rendono più efficiente il funzionamento cellulare, il sistema immunitario e riducono i livelli di infiammazione. Inoltre, sono cibi a basso indice glicemico, e non determinano il rialzo dei livelli di glicemia e di insulina e in forma micronizzata vengono assorbiti e subito utilizzati dal nostro corpo migliorando il metabolismo e aiutandoci a ridurre l’accumulo di grasso.

Perché la disintossicazione favorisce la perdita di peso ? Il grasso ha anche la funzione di nascondere, rimuovere le tossine dal nostro corpo in modo da ridurre la loro concentrazione nel sangue, ma questo non significa eliminarle e in questo modo continuano a danneggiare il nostro corpo ogni giorno, Per questo una dieta disintossicante da fare periodicamente, non solo ci aiuta ad eliminare le tossine e a farci stare in salute, ma ci fa sentire bene e pieni di energia, e ci aiuta a perdere i chili di troppo, e mantenendo il nostro corpo disintossicato e mantenendo la nostra alimentazione ricca di frutta e verdura, manteniamo a lungo la nostra salute e non riprendiamo più i chili persi. Per questo motivo, un piano alimentare per recuperare la forma fisica e perdere i chili in più deve essere sempre accompagnata da una nutrizione disintossicante.

Il nostro piano DETOX-7 Cibi da evitare: sale, cibi affumicati e fritti, salumi, cioccolato, dolciumi, dolcificanti sostitutivi, caffè, latte, formaggi, burro, panna, bevande gassate e zuccherate comprese quelle “light”, succhi di frutta, tutte le carni grasse e gli eccessi alimentari in genere. Cibi da preferire: Verdura di qualsiasi tipo, legumi di qualsiasi tipo, lenticchie, tofu, avena, riso integrale o basmati, noci, arachidi e pistacchi non salati, miele, olio extravergine di oliva o olio di lino. Consigli: • bevi spesso acqua o tisane non dolcificate fuori dai pasti (almeno 1,5 litri al giorno • se hai fame, mangia di più a colazione e non a cena • fai una passeggiata (camminata veloce) di almeno 45 minuti tutti i giorni • Si consiglia di non cenare dopo le 19.30 • se hai qualche sintomo o condizione di salute, affidati alle cure di un medico.

Cosa significa davvero disintossicazione?
Il termine disintossicazione è molto abusato. Ormai si utilizza questa parola per promuovere qualsiasi prodotto, dalle tisane alle pillole di probiotici, fino alle diete ferree e ai lunghi digiuni.
Ma cos’è una dieta depurativa?
E’ l’alimentazione che aiuta l’organismo ad espellere velocemente quelle tossine per le quali altrimenti l’organismo impiegherebbe mesi o anni (basti pensare ad alcuni metalli pesanti, o residui di antibiotici).
Anni e anni di alimentazione fuori controllo portano tutti all’accumulo di un certo numero di tossine in alcuni punti ben definiti del corpo. Nessuno ne è esente, se solo pensiamo all’inquinamento che anche le sane frutta e verdura inevitabilmente portano con sé nei nostri piatti.
Disintossicarsi significa quindi liberarsi velocemente di gran parte di queste tossine. Ma perché è così importante farlo? Ecco i danni delle tossine nel nostro organismo:

1) Indeboliscono le cellule e interferiscono con i loro segnali chimici, rallentando moltissimi processi fisiologici.
2) Sovraccaricano di lavoro alcuni organi, dalla cui efficenza dipende gran parte della nostra salute (in particolare fegato, intestino e reni).
3) Alla lunga portano alla formazione di patologie, anche gravi, per le quali difficilmente si può risalire alla causa.
I vantaggi della disintossicazione:
1) Rallentamento del processo di invecchiamento. L’invecchiamento è il processo naturale per cui ad ogni generazione di cellule, le nuove saranno meno performanti delle vecchie. Disintossicarsi significa proprio migliorare la salute cellulare rallentando questo processo.
2) Maggiore lucidità mentale. I metalli pesanti e altre tossine possono interferire con la comunicazione tra le cellule: questo lo percepiamo quotidianamente con stanchezza mentale, confusione, difficoltà di concentrazione ecc. La depurazione aiuta a eliminare alla radice la causa di questi problemi.
3) Migliore aspetto fisico. L’aspetto di pelle, unghie e capelli è influenzato dalla quantità di scorie acide che l’organismo sta cercando di eliminare attraverso la pelle (ne parlo tra poche righe). La disintossicazione permette quindi di migliorarne l’aspetto esterno “da dentro”.

Gli organi deputati alla disintossicazione
Disintossicarsi dalle tossine, scorie acide e residui di metalli pesanti è assolutamente normale per l’organismo, che risulta ben attrezzato per questo compito.
Questo lavoro viene eseguito da 5 organi, per questo motivo denominati “emuntori”. Stiamo parlando di pelle, polmoni, fegato, reni, intestino (più il sistema linfatico).
Puoi facilmente immaginare come, utilizzando strade diverse, tramite questi le tossine vengono allontanate dal corpo umano.
Ora, la pelle è l’unico organo emuntore visibile. Quando il suo aspetto non è perfetto (compaiono ad esempio psoriasi, acne ecc.) nella maggioranza dei casi ciò è dovuto ad un accumulo di tossine.
In pratica vuol dire che la tua dieta (o più in generale il tuo stile di vita) sta richiedendo un superlavoro in quanto a depurazione che la pelle non sta riuscendo a sostenere adeguatamente.
Voglio quindi farti riflettere su una cosa: se un problema alla pelle siamo tutti in grado di notarlo immediatamente, lo stesso non si può dire per gli altri organi.
Mi spiego: un’alimentazione ricca di sostanze dannose per l’intestino (ne parlo nel capitolo 4) può lesionare la barriera intestinale, senza però che noi percepiamo alcun dolore.

Come e perché disintossicarsi
Gli organi deputati alla depurazione dell’organismo sono continuamente impegnati nell’allontanare le tossine, tanto che la disintossicazione è di fatto uno dei processi più dispendiosi in assoluto.
Ma nonostante questo, gli organi emuntori non sono sempre in grado di sostenere questo superlavoro. Ti basti pensare a quanto la situazione sia cambiata negli ultimi decenni a livello di:
Alimentazione – Nella dieta moderna è ormai comune l’abuso di zuccheri, oli vegetali, grassi trans, e l’assunzione di coloranti, conservanti, metalli pesanti ecc.
Ambiente – Stress, inquinamento dell’aria, abuso di farmaci contribuiscono a generare altre tossine.
Per questi motivi, dedicare del tempo alla disintossicazione ti aiuta a “resettare” e ridare energia ad un organismo appesantito e stressato.

Con che frequenza disintossicarsi?
Arrivati a questo punto, vorrai chiedermi ogni quante settimane/mesi/anni è ragionevole aiutare l’organismo a disintossicarsi.
La risposta è ovviamente molto soggettiva e dipende dallo stile di vita in generale, dall’attività fisica più o meno svolta, dal consumo di medicine e ovviamente dall’età.
Conosco persone che per ogni mese, svolgono una settimana di dieta disintossicante. Non ci sono controindicazioni ma può essere incompatibile con lo stile di vita di molti se non addirittura stressante.
Personalmente mi trovo bene a seguire un’alimentazione che aiuti la naturale depurazione dell’organismo all’incirca ogni 3 mesi, ad ogni cambio di stagione, per la durata di una settimana.

I 5 Step per prepararsi alla disintossicazione
Ok, ora possiamo passare alla pratica. Ho preparato per te 5 step di “preparazione” alla dieta disintossicante, che vediamo come strutturare nel prossimo paragrafo.
Mi raccomando, sono molto importanti. Se è vero che anche seguendone 3-4 su 5 si hanno comunque buoni risultati, la realtà è che non puoi sapere quale di questi ha il peso maggiore sulla tua salute.
Mi spiego meglio.
Il primo step è l’eliminazione dei latticini. Magari tu puoi pensare “No, questo proprio non ce la faccio, però seguo alla lettera gli altri 4”.
La brutta notizia è che se hai una dipendenza verso i latticini… allora molto probabilmente eliminandoli ti sentirai molto meglio, e rappresentano quindi lo step più importante per te.
Non c’è una spiegazione esatta perché questo accade, ma è un’esperienza comune a tantissime persone. Perché quindi non provare?
Ecco quindi come prepararti al meglio per depurare il tuo organismo: Stepl – Elimina lattosio e caseina.

Moltissime persone nel mondo sono intolleranti al lattosio senza saperlo. Si pensa che in Italia questo numero superi il 50% degli abitanti.
Dopo lo svezzamento i bambini perdono l’enzima lattasi, necessario per digerire il lattosio. Infatti ormai essere intolleranti al lattosio in età adulta è considerato normale, mentre chi riesce a digerirlo viene definito “lattasi-persistente”.
Personalmente trovo assurdo che, dopo che questa sia ormai una certezza, ancora non si informi la gente di come sperimentare su se stessi una dieta senza lattosio sia fondamentale per conoscere meglio il proprio organismo.
Anche se sei sicuro di tollerare bene il lattosio (magari a seguito dell’esito di uno dei vari esami per le intolleranze, che comunque spesso non sono affidabili tanto quanto la prova personale), la brutta notizia è che anche la caseina, proteina presente in latte e latticini, può dare problemi intestinali.
Step2 – Elimina glutine
“Ma io non sono celiaco!”
Ok. Ma ne sei sicuro? La celiachia è una forte intolleranza verso il glutine che provoca danni alla barriera intestinale da parte del nostro sistema immunitario, che letteralmente attacca il glutine come fosse un invasore esterno.
Ovviamente questo accade ogni qual volta introduciamo alcuni cereali (grano, farro, orzo, kamut, avena) o altri cibi contenenti glutine (birra, seitan e ovviamente tutti i prodotti da forno derivati dalle farine dei cereali di cui sopra).
Ci sono due cose che però devi tenere in mente:
– La celiachia non viene diagnosticata a tutti. Sebbene si pensi che solo l’1% della popolazione effettivamente ne soffra, questo numero non è mai stato confermato e comunque i casi sono in rapidissimo aumento (qualche decennio fa la celiachia era rarissima).
– Esistono vari gradi di intolleranza al glutine. Anche se non sei celiaco, esistono possibilità che questa proteina venga attaccata dal sistema immunitario in quanto “non riconosciuta”.
La cosa grave è che in entrambi i casi, l’intolleranza può essere totalmente asintomatica. Come è vero che il lattosio può creare danni alla barriera (e alla flora) intestinale, lo stesso vale per il glutine.
Una volta eliminati glutine e latticini, se questi ti creano problemi, l’intestino riparerà velocemente la barriera e i villi intestinali. Oltre ad essere essenziale per la disintossicazione, questa rigenerazione permette all’intestino (proprio grazie ai villi) di essere più efficace nell’assimilazione dei nutrienti.

Step3 – Elimina carne e pesce d’allevamento intensivo
Chiunque provi ad informarsi riguardo la sana alimentazione, presto si scontra su pareri discordanti riguardo la carne. Fa male o no? Spesso e volentieri, sono le motivazioni che mancano, mentre le opinioni di chi scrive sono infarcite di ideologie, filosofie alimentari, o peggio fanno leva sul “sentito dire”.
Lo step3 indica l’eliminazione di carne e pesce d’allevamento intensivo, per via del loro contenuto di tossine. Infatti gli animali vengono allevati in pessime condizioni e di conseguenza sono continuamente soggetti a malattie, le quali vengono contrastate con l’uso massiccio di antibiotici.
Anche se le leggi impongono una certa tempistica per l’uso dei medicinali, il risultato è che comunque una parte di ormoni e farmaci ce li ritroviamo regolarmente nel piatto.
Step4 – Elimina caffeina, teina, bevande zuccherate, alcol, dolcificanti
Dolcificanti e bibite, succhi di frutta compresi, devono essere eliminati o almeno ridotti al minimo (le motivazioni le ho già scritte molte volte: stimolano la crescita di batteri patogeni, indeboliscono il sistema immunitario, alzano la glicemia e bloccano la perdita di peso).
Gli effetti della caffeina variano da persona a persona, e anche qui eliminarla temporaneamente può essere una buona mossa per valutarne i benefici (comunque, a meno che non se ne abusi, la caffeina ha molti meno effetti collaterali negativi rispetto a quanto visto fin’ora).
Sicuramente ne beneficerà il sonno, essendo la caffeina un oppressore dell’ormone melatonina, ed il sonno profondo di qualità è fondamentale per la disintossicazione.
Per quanto riguarda l’alcol, anche qui minime quantità come un bicchiere di vino di buona qualità al giorno possono essere accettate senza problemi. Invece, NO alla birra, ricca di glutine.
Step5 – Gli antiossidanti e nutrienti utili (glutatione)
Finiti finalmente i cibi da eliminare, con il quinto step vado a mostrarti i 7 nutrienti più importanti di cui fare scorta per una disintossicazione efficace.
Questi minerali e vitamine sono essenziali per attivare gli enzimi che agiscono nei processi di depurazione all’interno degli organi emuntori:
Magnesio – Puoi assumere buone quantità di magnesio anche senza ricorrere agli integratori (sebbene il magnesio sia tra i “meno peggio” e in alcuni casi è consigliato) grazie alle mandorle e alla frutta secca in generale, al cacao, al grano saraceno, ai fagioli neri messicani e alle verdure verde scuro. Tra l’altro tutti cibi altamente antiossidanti e straconsigliati in questa dieta.
Zinco – Lo trovi nel sesamo, nel cacao, nelle lenticchie, nel pollo di campagna (cioè quello ruspante che si trova anche nei negozi, alternativa di gran lunga più salutare al pollo in vaschetta…).
Zolfo – Puoi trovare questo potente antiossidante soprattutto in aglio e cipolla, ma anche nei legumi.
Vitamina C – I cibi più ricchi di vitamina C sono i peperoni, la rucola, gli spinaci crudi, i ribes, gli agrumi, i kiwi.
Vitamina B6 – Non avrai problemi a fare il pieno di questa vitamina consumando legumi e vegetali a foglia verde scuro.
Vitamina B12 – La vitamina B12 è presente solo negli alimenti di origine animale: uova, latticini, carne, pesce (i vegani sono costretti ad assumerla attraverso integratori, i vegetariani dovrebbero invece mangiare molte uova).
Per assumerla durante la disintossicazione, ti consiglio 1-2 uova bio al giorno e qualche porzione di carne o pesce a settimana, molto meglio se allevati al pascolo/selvaggio.
Glutatione – Il glutatione è uno degli antiossidanti più potenti che agiscono nel nostro organismo.
Ci aiuta nell’eliminazione dei radicali liberi come nella depurazione dai metalli pesanti. Si trova soprattutto nelle crucifere e nelle noci.

Strutturare la dieta disintossicante
Non sono un fan della pianificazione dei pasti, ma in questo caso può essere un’idea vincente. Infatti cominciando un regime alimentare nuovo spesso ci si trova in carenza di idee e si finisce con lo “sgarrare” per non dover perdere tempo ad inventarsi qualcosa di nuovo ogni volta.
In questo articolo voglio quindi venirti incontro dandoti alcune idee.
Per prima cosa ti elencherò 7 cibi che non devono mai mancare nella tua alimentazione: noterai che molti sono quelli contenenti i nutrienti fondamentali di cui abbiamo parlato sopra.
Come regola, impegnati a consumare questi cibi almeno una volta, ognuno, durante l’arco di una settimana. Scrivili sulla tua lista della spesa!
17 cibi da consumare ogni settimana
Aglio – sempre a crudo, per comodità meglio prima o durante i pasti. Cipolla – cruda, a striscioline nell’insalata.
Crucifere – broccoli, cavoli, cavoletti. Molto meglio se cotti a vapore (saranno anche più saporiti) o in poca acqua insieme ad altre verdure che migliorano con la cottura, come le carote.
Barbabietole – quelle sottovuoto che trovi al supermercato: puoi mangiarle in insalata o frullarle insieme ad altre verdure per un eccellente frullato verde.
Radicchio – sia crudo in inslata, sia sulla piastra.
Fagioli neri – tra i legumi più antiossidanti, cerca di preferirli ai legumi di colore più chiaro come i cannellini o i fagioli di Spagna.
Curcuma – una tra le spezie più antiossidanti, grazie al principio attivo curcumina.
7 esempi di pasti bilanciati e disintossicanti
Anche e soprattutto perché stiamo disintossicando l’organismo, i pasti devono essere ben bilanciati sotto il profilo dei macronutrienti, ovvero carboidrati proteine e grassi.
Devi evitare quindi piatti a base di soli carboidrati (solo pasta, o peggio pasta + pane o l’orribile pasta + pane + frutta), grassi troppo cotti (soffritti, carni bruciacchiate ecc.) che appesantiscono la digestione e in generale pasti poveri di cibi vegetali (e per cibi vegetali intendo solo verdure e frutta).

Parola d’ordine… disintossicarsi!

Voler disintossicare l’organismo è spesso desiderio di cambiamento e, in genere, ci si focalizza quasi esclusivamente sul modificare solo il proprio regime alimentare.
Tuttavia l’inquinamento può manifestarsi in varie forme e, a differenza dei periodi di breve durata durante i quali solitamente ci si vuole disintossicare, le fonti di inquinamento che ci circondano sono molto più numerose di quanto possiamo immaginare e considerare.
Si parla infatti di inquinamento atmosferico, ambientale, domestico, acustico, sensoriale e, non meno importante, inquinamento mentale. Viviamo ad esempio in luoghi spesso chiusi dove ristagna un’aria poco salubre perché non siamo abituati ad arieggiare gli ambienti, oppure siamo circondati da rumori forti e assordanti, luci intense, abbiamo una vita troppo sedentaria, assumiamo elevate quantità di farmaci, “mangiamo” emozioni negative e conviviamo con uno stress eccessivo o altre fonti di inquinamento delle quali, per quanto possibile, dovremmo contenerne i danni.

La nostra salute è quindi anche il risultato di un equilibrio tra le tossine introdotte e quelle eliminate ed un accumulo di queste sostanze può predisporci a diversi disturbi e patologie, influenzando negativamente anche il nostro umore.
I segnali possono essere inizialmente percepiti anche come malessere generale, qualcuno avverte una continua sensazione di stanchezza (spesso dovuta a periodi troppo intensi di lavoro psicofisico e mancanza di riposo!), mal di testa, alitosi, mal di stomaco, stipsi, diarrea, gonfiore, dispepsia e diventa sempre più impellente il bisogno di ridare all’organismo una nuova sferzata di energia, a volte anche limitata da una vita eccessivamente sedentaria, abuso di alcolici e fumo.
C’è chi, iniziando un programma disintossicante, non nasconde il desiderio anche di perdere un accumulo di chili in eccesso. Quindi un periodo di “pulizia” ogni tanto ci vuole anche per consentire ai nostri emuntori primari (come fegato, cistifellea ma anche intestino, pelle, reni e polmoni) di essere drenati e ripuliti. Solitamente i periodi durante i quali viene più spesso intrapreso un processo di depurazione sono i cambi di stagione (soprattutto in primavera), dopo periodi di eccessi alimentari o, semplicemente, quando sentiamo la necessità o il desiderio di recuperare il benessere perso.
A tal fine un punto di partenza vincente è senza dubbio l’alimentazione ed è, sicuramente, uno degli aspetti che più facilmente possiamo modificare, aumentando la salute del nostro organismo attraverso un regime corretto.
Sono infatti numerose le malattie correlate ad abitudini alimentari sbagliate, alcune delle quali riportate sotto:
■ Sovrappeso e obesità
■ Arteriosclerosi
■ Infarto del miocardio
■ Ipertensione
■ Ictus cerebrale
■ Aumento dell’uricemia (gotta)
■ Diabete
■ Carie dentarie
■ Osteoporosi
■ Cirrosi epatica
■ Stipsi, colon irritabile, calcolosi della colecisti
■ Cancro (stomaco, colon, mammella, ecc.)
■ Anemia

Cosa fare e non fare durante una dieta disintossicante
Per accelerare l’eliminazione delle tossine si consiglia di favorire i seguenti punti elencati.
• Consumare regolarmente frutta e verdure fresche. Questi vegetali sono i nostri migliori alleati, sono ricchi di preziosi principi nutritivi come vitamine e sali minerali (soprattutto se consumati crudi). Contengono inoltre le fibre alimentari che aiutano il nostro organismo a depurarsi favorendo il transito intestinale, la sua pulizia e inoltre procurano un elevato senso di sazietà che ci consentirà di non introdurre troppe calorie. Tra i vegetali con potere disintossicante abbiamo ad esempio: carciofo, carota, sedano, porro, aglio, finocchio, ravanello, cicoria, crucifere (famiglia dei cavoli), pesca, pompelmo, uva, prugna, ciliegia, mirtillo.
• Favorire soprattutto le centrifughe ed estratti di frutta e verdure fresche, perché contengono elevate quantità di antiossidanti in forma facilmente assimilabile e combattono i radicali liberi, principali responsabili dell’invecchiamento delle nostre cellule.
• Germogli. Questi vegetali sono una vera e propria miniera di principi nutritivi. Soprattutto in quest’epoca in cui consumiamo prevalentemente cibi raffinati, i germogli costituiscono un importante fattore di prevenzione e di difesa per l’organismo. Sono inoltre considerati un complemento alimentare alla stregua di un integratore e sono in grado di potenziare l’organismo anche in condizioni particolari come nel caso di basse difese immunitarie, durante la crescita, la gravidanza, l’allattamento o periodi di stress.
Erbe aromatiche. Tra quelle da favorire abbiamo il rosmarino che protegge le vie biliari ed il fegato, il timo favorisce la funzionalità intestinale, l’origano potente antibatterico e antiparassitario, l’alloro digestivo e protettivo per stomaco e mucose gastriche e lo zenzero con proprietà antinausea, oltre a ridurre gonfiore e meteorismo. Raccomandate sono anche la curcuma, la cannella ed il cumino. La curcuma ha proprietà antitumorali, antiinfiammatorie e depurative, la cannella favorisce la digestione, è un antisettico e disinfettante naturale, mentre il cumino oltre a favorire la digestione, stimola la produzione di enzimi nel pancreas e il metabolismo. Per quanto riguarda le spezie attenzione tuttavia ad un consumo eccessivo per possibili effetti irritanti.
Semi oleosi (semi di sesamo, di lino, di girasole, di zucca, ecc.). Contengono acidi grassi mono e polinsaturi amici del cuore e della circolazione. Oltre all’elevate proprietà dei grassi, sono presenti anche proteine di buona qualità, sostanze antiossidanti e antitumorali. I semi di lino, in particolare, favoriscono i processi depurativi e favoriscono la regolarità intestinale.
Altra categoria di alimenti che non deve mai mancare sono i cereali integrali e loro derivati (preferibilmente da agricoltura biologica) ricchi anche di oligoelementi, vitamine e fibre, mentre va limitato il consumo di cibi raffinati. Tra quelli con una maggiore azione depurativa abbiamo il riso, il miglio, il grano saraceno (tutti privi di glutine adatti quindi anche per i celiaci), l’orzo, il farro e la segale.
Fermenti lattici (soprattutto probiotici). Questi batteri proteggono il nostro intestino, aiutano le digestioni difficili ed apportano componenti essenziali come la vitamina K e molte vitamine del gruppo B. In particolare è soprattutto la flora batterica intestinale che trae notevoli giovamenti dall’utilizzo dei fermenti lattici, aumentando così le nostre difese immunitarie.
Succo di limone. La cura disintossicante con il succo di limone (il succo di mezzo o un limone) diluito in acqua e assunto la mattina a digiuno è praticata e conosciuta dai tempi antichi e, tra le caratteristiche elogiate, aiuta il drenaggio del fegato e reni. A volte il succo di limone viene assunto in quantità concentrate aumentando progressivamente il numero di limoni (addirittura a 7) e diminuendo gradualmente la concentrazione sino nuovamente ad uno.
• Alghe (verdure di mare). Questi vegetali sono ricchi di molti sali minerali, vitamine, clorofilla e aiutano l’organismo a prevenire disturbi circolatori, cellulite, arteriosclerosi ed ipertensione, oltre a favorire il ricambio e l’attività ghiandolare.
• Corretta masticazione. Ricordiamo che la prima digestione avviene in bocca. Imparare a masticare correttamente apporta molti benefici alla nostra salute; rende i cibi più digeribili, aumenta il nostro senso di sazietà e inoltre, grazie ad alcuni componenti presenti nella saliva, il cibo risulta essere più sicuro dal punto di vista microbiologico.
• Oil pulling: olio monoseme (sesamo, girasole, ecc.). Il modo più efficace per praticare l’oil pulling consiste nel mettere in bocca circa un cucchiaio di olio biologico spremuto a freddo, sciacquare la bocca energicamente per 10-15 minuti e poi eliminarlo. Gli antichi maestri della medicina ayurvedica credevano che l’oil pulling andasse oltre la semplice prevenzione delle malattie della bocca e della gola e, grazie a questa prospettiva olistica, è stato utilizzato come misura preventiva per molti disturbi.
• Argilla. Da sempre conosciuta e praticata nell’antichità, viene usata anche in tempi moderni sia per uso interno che esterno, soprattutto attraverso maschere, impacchi e cataplasmi. L’argilla è ricca di oligoelementi e minerali e, grazie alle sue proprietà riequilibranti e depurative, può essere utile per alleviare molti disturbi.

• Il the verde è ricco di catechine, sostanze antitumorali ed antiossidanti che stimolano la funzione epatica e riducono il deposito di grasso nel fegato.
• Per depurare il nostro organismo, e favorire una fase depurativa, possiamo assumere tisane ed infusi privilegiando ad esempio il carciofo, il finocchio, il tarassaco, il cardo mariano, la bardana, l’ortica, l’erica.
• Acqua naturale. Si consiglia di assecondare sempre il senso di sete e di assumere acqua anche per favorire la diuresi. Soprattutto durante un periodo disintossicante, è fondamentale bere molti liquidi (almeno 2 litri), in aggiunta a quelli già contenuti nei vari alimenti.
• Digiuni. Questa pratica, che prevede l’assenza totale di cibo, è da secoli applicata da molte culture. Tuttavia per alcune persone il digiuno viene temuto ed ha una valenza negativa, mentre in realtà è un’occasione per il corpo di un periodo di riposo. Si raccomanda di garantire adeguate assunzioni d’acqua e di non fare lunghi periodi di digiuno da autodidatta (in questo caso è sconsigliato oltre il 3 giorno), soprattutto se non si è seguiti da personale medico specializzato. Coloro che non se la sentissero di praticare il digiuno totale, possono seguire un piano alimentare che includa una ridotta quantità di alimenti (vedi ad esempio programma disintossicante di una settimana).
• Aria aperta e attività fisica. É importante areare frequentemente gli spazi chiusi. La ventilazione degli ambienti e le frequenti passeggiate aiutano anche a prevenire le malattie stagionali. Praticare inoltre quotidianamente dell’attività fisica permette più facilmente l’eliminazione delle tossine accumulate, soprattutto attraverso la sudorazione.
• Riposo. Interrompere le attività per recuperare le energie è importante, ma spesso non si concilia con i ritmi intensi di oggi. Tuttavia, per riconquistare il proprio benessere psicofisico, è fondamentale consentire all’organismo di riposare.
• Adottare un atteggiamento mentale positivo durante una cura disintossicante (e non solo!) aiuterà a sentirsi meglio.
• Respiro profondo. Il respiro è vita e una scarsa ossigenazione a livello cellulare genera affaticamento. Risulta quindi di estrema importanza favorire, anche con una corretta postura, il naturale e sano flusso respiratorio.
Inoltre, durante una dieta depurativa, dovremmo individuare alcuni comportamenti o categorie di alimenti e sostanze, da ridurre o eliminare almeno per un breve periodo, al fine di favorire e non
ostacolare il processo disintossicante.

• Alimenti di origine animale quali carne, salumi, insaccati, uova, molluschi e crostacei, formaggi, latte e derivati, per la loro incompatibilità con una fase depurativa energica (essendo inoltre totalmente privi di fibre). Si consiglia invece di dare preferenza, come già descritto, ad alimenti preferibilmente vegetali. Se eliminare gli alimenti di origine animale risultasse difficile, è possibile sostituire le carni grasse con quelle magre, dare preferenza al pesce e consumare con regolarità i legumi freschi, secchi o surgelati.
• Eliminare le sostanze nervine quali caffè, the (ad eccezione del the verde per le proprietà sopra descritte) e cioccolato perché ricchi di sostanze alcaloidi (caffeina, teina, teobromina). Se in eccesso inibiscono anche l’assorbimento di alcuni nutrienti come Ferro, Calcio, altri sali minerali e vitamine del gruppo B.
• Sale da cucina (cloruro di sodio). Un consumo eccessivo di sale è ormai noto come causa di un aumento della pressione arteriosa.
• Zucchero bianco (saccarosio). Durante il processo di raffinazione (attraverso l’utilizzo di acido carbonico, solforico e altre sostanze) viene privato di qualsiasi nutriente fornendo al nostro organismo solo “calorie vuote”. Va sottolineato che anche lo zucchero integrale deve essere utilizzato con moderazione.
• Dolciumi e snack industriali o artigianali. La cattiva alimentazione ha spesso le sue radici in molte varietà di dolciumi, merendine e snack salati sempre a disposizione. Sono tutti prodotti industriali, o anche artigianali, ricchi di zuccheri, grassi, sale e calorie.
• Cibi in scatola. Il processo di produzione dei cibi in scatola riduce spesso il loro valore nutrizionale e contengono inoltre conservanti, sale e talvolta anche zucchero.
• Oli raffinati e margarina. Derivano da processi industriali che favoriscono la presenza di composti chimici nocivi, vitamine ed altri nutrienti di qualità. Inoltre i grassi utilizzati per realizzare la margarina sono spesso di qualità scadente e, per ottenerla, vengono resi solidi mediante un processo di idrogenazione.
• Ridurre le porzioni dei cibi. Dovremmo imparare l’abitudine di alzarci da tavola con un po’ di fame, mentre spesso le porzioni di cibo servite sono abbondanti e poco consone alle reali necessità, favorendo inoltre anche lo spreco alimentare!
• Bibite gassate zuccherine. Queste bevande sono chiamate in causa nella diffusione di patologie come obesità e diabete, oltre alla formazione di carie. In assenza di zucchero, sono presenti nelle bevande quantità di edulcoranti chimici (es. saccarina ed aspartame), oltre all’elevata presenza di coloranti artificiali.
• Additivi chimici: coloranti, conservanti, esaltatori di sapidità (es. glutammato monosodico), ecc. Sono sostanze che vengono impiegate nell’ambito dell’industria alimentare durante una qualsiasi fase della lavorazione e che si ritrovano negli alimenti. Pericolosa è l’azione cumulativa.
• Attenzione ad alcuni stili di cotture quali fritture, affumicature, cibi abbrustoliti o bruciacchiati (le parti annerite contengono gli IPA Idrocarburi Policiclici Aromatici che possono favorire lo sviluppo di tumori). Sono inoltre da limitare le preparazioni molto elaborate, intingoli calorici o salse varie ricche di grassi.
• Non abusare di alcolici. Il fegato si occupa di filtrare le tossine dal sangue e per permettergli di rigenerarsi e ripulirsi è fondamentale eliminare anche il consumo di alcol, uno tra i maggiori responsabili di deposito di tossine nel sangue.
• Non fumare. Come l’alcool anche il fumo (attivo o passivo) può compromettere un periodo disintossicante. Con ferma volontà dovrebbe essere completamente abolito, sia perché rappresenta la causa principale di cancro al polmone che per altri importanti fattori di rischio (in particolare cardiovascolari).

Crisi di disintossicazione
Un aspetto da considerare, e di cui si deve tener conto durante la fase di depurazione, è la possibile “crisi di disintossicazione” in modo che non sorprenda o spaventi o, peggio, possa scoraggiare facendo abbandonare il periodo di pulizia.
Durante questa fase si potrebbero infatti accentuare i disturbi e malesseri che ci hanno spinto a depurarci e, alcuni vecchi disturbi, potrebbero addirittura riacutizzarsi.
Si tratta tuttavia di una reazione dell’organismo che sta cercando di eliminare le tossine accumulate; presto i sintomi scompariranno, ridando vitalità ed energia al nostro corpo.
Risultati
Tra i risultati che si possono ottenere con un periodo disintossicante abbiamo:
■ regolazioni delle funzioni intestinali
■ riduzione del senso di gonfiore addominale
■ aumento della diuresi
■ minor affaticabilità nel corso della giornata
■ maggior idratazione dei tessuti
■ maggior ossigenazione dei tessuti n riduzione della cellulite
n miglioramento del tono muscolare n mantenimento del peso entro i limiti della norma
■ riequilibrio del ritmo sonno/veglia
■ miglioramento degli stati dell’umore
■ miglioramento della produzione di idee
I risultati saranno maggiormente duraturi se saremo in grado di preservare nel tempo una corretta alimentazione, abbinata a sani stili di vita.

Depurarsi con le tisane
Tisana depurante 1
Bardana 20 g, Finocchio 15 g, Ortica 10 g, Gramigna 10 g, Liquirizia 10 g, Senna 10 g, Borragine 10 g, Genziana 10 g, Melissa 5 g.
Mettete a macerare in acqua fredda per 10 minuti un cucchiaio di tisana per ogni tazza d’acqua. Fate bollire per 5 minuti e prima di filtrare lasciate riposare per altri 3 minuti. Si consiglia di assumere una tazza al mattino a digiuno ed una tazza prima di coricarsi.
Tisana depurante 2
Guayaba (psidium grandifolium), Burrito (wendita calesyna), Menta (menta piperita), Sauco (sambuco americano), Mango (mangifera indica).
Ponete un cucchiaio di tisana per ogni tazza e aggiungete l’acqua bollente. Lasciate in infusione per circa 3-5 minuti, filtrate e bevete la tisana.

Tisana “snella”
Menta piperita, Melissa, Gramigna, Finocchio, Malva, Tarassaco, Limonee Salvia, Anice, Ginepro, Issopo, Equiseto, Camomilla, Mais (stigmi) Lavanda.
Mettete uno o due cucchiaini per ogni tazza di acqua bollente. Versate l’acqua, lasciate in infusione per 5 minuti, filtrate e bevete la tisana calda.
NB: se desiderate potete aggiungere alle tisane un dolcificante naturale.
Per eliminare i vari accumuli di tossine e stare in salute è possibile ricorrere anche a diversi metodi naturali ottenendo risultati efficaci e complementari.
Ci sono trattamenti quali l’idrocolonterapia (lavaggio intestinale per eliminare la flora batterica putrefattiva), la sauna, il bagno turco, frizioni del corpo (asciutte o bagnate), ma anche semi digiuni e digiuni.
Ricordiamo però, soprattutto prima di iniziare alcuni di questi trattamenti, di consultare il proprio medico curante.
Tuttavia ciò che davvero conta maggiormente non è disintossicarsi ma imparare a “non intossicarsi”, cercando quindi di adottare ogni giorno uno stile di vita sano (e non solo alimentare!), rispettoso di noi stessi e dell’ambiente in cui viviamo.

La dieta detox secondo gli esperti, risulta davvero interessante perchè consente all’organismo di disintossicarsi, raggiungendo nel contempo l’obiettivo di recuperare la forma fisica. La cosa più importante in questi giorni è idratare il proprio corpo, bevendo tanta acqua che aiuta ad espellere le tossine accumulate nelle arterie; bisogna bere almeno 2 litri di acqua al giorno, distribuiti nella 24 ore, ed è preferibile iniziare la giornata con due bicchieri d’acqua tiepidi e limone e durante il giorno assumere tisane che servono a drenare il corpo, preferendo quelle al finocchio o zenzero. Dunque, secondo quanto riferito dagli esperti, è importante seguire alcuni consigli per riuscire a tornare nel più breve tempo possibile in forma, e dunque:- preferire un’alimentazione varia e colorata ovvero ricca di cibi di alta densità di nutrienti, come frutta e verdura freschi, legumi, pesci, cereali integrali, frutta secca a guscio e semi, evitando grandi quantità di grassi saturi o grassi trans; – evitare bevande zuccherate e alcolici, prediligendo tè non zuccherato anzichè un succo si frutta confezionato o una bibita gassata; – evitare di acquistare junk food; – compilare un diario alimentare che possa aiutare a tenere sotto controllo ciò che si mangia; – fare attività fisica, almeno uno’ora al giorno ma possono bastare anche 30 minuti al giorno per 5 giorni alla settimana.

Ecco con la dieta DETOX i Cibi da evitare: sale, cibi affumicati e fritti, salumi, cioccolato, dolciumi, dolcificanti sostitutivi, caffè, latte, formaggi, burro, panna, bevande gassate e zuccherate comprese quelle “light”, succhi di frutta, tutte le carni grasse e gli eccessi alimentari in genere. Cibi da preferire: Verdura di qualsiasi tipo, legumi di qualsiasi tipo, lenticchie, tofu, avena, riso integrale o basmati, noci, arachidi e pistacchi non salati, miele, olio extravergine di oliva o olio di lino.

Per dieta DETOX s’intende un programma alimentare che ha lo scopo di eliminare le tossine che vengono introdotte o che si formano nel nostro corpo a causa dello stile di vita, dell’inquinamento dei cibi industrializzati e raffinati, delle bevande eccitanti o zuccherate, dei farmaci che assumiamo e dello stress psicologico e fisico . Per sentirsi bene, essere in salute e ritrovare l’energia vitale fisica e mentale che ci permette di affrontare la vita, è di fondamentale importanza disintossicare e mantenere pulito il nostro organismo eliminando le scorie in eccesso . Cosa favorisce l’accumulo di tossine ? I cibi che producono maggiori scorie nel nostro corpo sono gli zuccheri raffinati, l’eccesso di carboidrati (specialmente le farine bianche), i cibi industrializzati e le carni da allevamenti non biologici, la vita sedentaria e lo stress aumentano le infiammazioni, indeboliscono il nostro sistema immunitario e favoriscono l’accumulo di grasso . Le tossine accumulate nei tessuti favoriscono la ritenzione di liquidi che ovviamente incidono sul peso e danno la sensazione di gonfiore o di mancanza di energia.

Cosa favorisce la disintossicazione ? I cibi che aiutano a disintossicare il corpo sono l’acqua, che va bevuta in abbondanza e specialmente a digiuno e la frutta e la verdura, specialmente cruda che deve costituire l’80% del nostro nutrimento, ogni giorno. A volte è difficile, vero? Per questo nel nostro programma Detox 7, abbiamo selezionato per aiutarti, il migliore supplemento nutrizionale a base di frutta e verdura e bacche coltivati biologicamente, senza fruttosio e sodio. Tutta cruda e disidratata a freddo in assenza di ossigeno, che ti aiuta a mangiare le 7-8 porzioni di frutta e verdura raccomandate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e che solitamente non riusciamo a mangiare. Questo supplemento a calorie zero, ci aiuta a disintossicare e rigenerare le cellule del nostro corpo . Infatti, la frutta, la verdura e le bacche in esso contenute, hanno tutti i fitocomplessi e moltissimi micronutrienti ed enzimi che rendono più efficiente il funzionamento cellulare, il sistema immunitario e riducono i livelli di infiammazione. Inoltre, sono cibi a basso indice glicemico, e non determinano il rialzo dei livelli di glicemia e di insulina e in forma micronizzata vengono assorbiti e subito utilizzati dal nostro corpo migliorando il metabolismo e aiutandoci a ridurre l’accumulo di grasso. . Perché la disintossicazione favorisce la perdita di peso ? Il grasso ha anche la funzione di nascondere, rimuovere le tossine dal nostro corpo in modo da ridurre la loro concentrazione nel sangue, ma questo non significa eliminarle e in questo modo continuano a danneggiare il nostro corpo ogni giorno. Per questo una dieta disintossicante da fare periodicamente, non solo ci aiuta ad eliminare le tossine e a farci stare in salute, ma ci fa sentire bene e pieni di energia, e ci aiuta a perdere i chili di troppo, e mantenendo il nostro corpo disintossicato e mantenendo la nostra alimentazione ricca di frutta e verdura, manteniamo a lungo la nostra salute e non riprendiamo più i chili persi. Per questo motivo, un piano alimentare per recuperare la forma fisica e perdere i chili in più deve essere sempre accompagnata da una nutrizione disintossicante.

Il nostro piano DETOX-7 Cibi da evitare: sale, cibi affumicati e fritti, salumi, cioccolato, dolciumi, dolcificanti sostitutivi, caffè, latte, formaggi, burro, panna, bevande gassate e zuccherate comprese quelle “light”, succhi di frutta, tutte le carni grasse e gli eccessi alimentari in genere. Cibi da preferire: Verdura di qualsiasi tipo, legumi di qualsiasi tipo, lenticchie, tofu, avena, riso integrale o basmati, noci, arachidi e pistacchi non salati, miele, olio extravergine di oliva o olio di lino. Consigli: • bevi spesso acqua o tisane non dolcificate fuori dai pasti (almeno 1,5 litri al giorno • se hai fame, mangia di più a colazione e non a cena • fai una passeggiata (camminata veloce) di almeno 45 minuti tutti i giorni • Si consiglia di non cenare dopo le 19.30 • se hai qualche sintomo o condizione di salute, affidati alle cure di un medico.

Il sistema linfatico è una rete di ghiandole e vasi che permette alla linfa di fluire, trasportare liquidi, proteine e grassi e di proteggere il nostro corpo da attacchi patogeni.
Il sistema linfatico viaggia in parallelo con quello cardiocircolatorio e permette alla linfa di fluire nei tessuti, favorendo il circolo di liquido e proteine filtrati dai capillari, trasferire i grassi assorbiti dall’intestino tenue nella circolazione sistemica e soprattutto catturare e distruggere gli agenti patogeni pericolosi per la nostra salute.
La consistenza della linfa non è sempre la stessa, quando è ben pulita e libera da sostanze di scarto si trova in uno stato di benessere, invece quando le tossine e i metaboliti aumentano , assume una consistenza densa e vischiosa, che coincide nel linguaggio comune ad una situazione
di “stasi linfatica”: i capillari si intasano, gli scambi tra le cellule diventano lenti e faticosi, gli scambi metabolici ristagnano ed il corpo inizia a perdere energia.
L’intossicazione del sistema linfatico dipende da varie cause:
1. Da una dieta ricca di cibi acidificanti
2. La tendenza a bere poco
3. L’abuso di farmaci e fumo
4. Una scarsa attività fisica

La prima mossa per depurarsi è l’alimentazione, quindi per 21 giorni bisogna abolire totalmente i cibi ad azione acidificante che appesantiscono il sistema linfatico ed impediscono gli scambi di ossigeno e nutrienti tra le cellule, responsabili del senso di stanchezza.
1. Da favorire le proteine vegetali, le quali hanno il vantaggio di produrre scorie più facili da eliminare senza comunque farne un abuso. Si consiglia quindi di preferire latte vegetale e formaggi magri. Da evitare, invece, le proteine di derivazione animale ( carni bianche e rosse, formaggi stagionati, latte vaccino) ed frumento, dove il glutine ne rappresentala la quota proteica.
2. Da favorire il consumo di cereali come grano saraceno, segale, amaranto, quinoa. Da evitare invece, i carboidrati raffinati: zucchero bianco, pane, pasta, dolci e prodotti da forno; i quali riempiono le cellule di glucosio, una delle sostanze più acidificanti per il nostro corpo.
3. Da favorire il Gomasio ( un cucchiaio di sale fino unito a 7 cucchiai di semi di
sesamo tritrati)
4. Da eliminare, invece, il sale da cucina, perché assorbe i liquidi presenti nella matrice rendendola più gelatinosa. Per cui sono da evitare dadi, cibi in scatola e salse pronte.
5. Da favorire tè verde e da eliminare dolci e caffè: hanno un’azione acidificante ed intossicano l’ambiente cellulare.

Gli alimenti da preferire sono quelli ricchi di minerali, enzimi e fibre spazzine.
I. Le verdure di stagione sono quelle più ricche di clorofilla, enzimi ed antiossidanti, da preferire fresche o poco cotte. E consigliabile abbondare con carote e pomodori, insalate, sedano e porri.
2. La frutta acidula come agrumi, ribes, uva bianca, mele verdi con la buccia, ed anche anguria, mango e papaia che hanno una rapida azione alcalinizzante.
3. Il latte ed i formaggi vegetali, come il latte di riso, di soia, d avena e di mandorle sono un ottima alternativa al latte vaccino; sono inoltre poveri di grassi e colesterolo, ma ricchi di fibre che favoriscono la depurazione del tratto digerente. Al posto del formaggio di vacca sono ammessi tofu, fiocchi di latte, ricotta di capra o pecora.
4. I Semi oleosi, come semi di lino, di mandorle o di noci e nocciole, i quali forniscono grassi “buoni” che migliorano la microcircolazione sanguigna e linfatica.
5. I Cereali grezzi e scuri, come il grano saraceno, la segale, l’ amaranto, la quinoa ed il riso integrale; i quali contengono minerali e fibre che ripuliscono i liquidi interni.

1. Acqua con spremuta di mezzo limone + un cucchiaino di miele al mattino a digiuno
2. Aceto di mele per condire insalate ed altre verdure oppure un cucchiaio da tavola di aceto di mele in un bicchiere di acqua a cena
3. Centrifugato detox a base di sedano e limone con acqua 3 volte a settimana
4. Acqua detox da consumare durante il giorno come alternativa all’acqua naturale.
L’acqua detox è un’ acqua aromatizzata che si può fare facilmente in casa con verdure, frutti o aromi, particolarmente indicata per disintossicare l’organismo, stimolare il metabolismo ed eliminare i liquidi in eccesso.

ACQUA DETOX: MELAGRANA, ZENZERO E MENTA
Ingredienti:
1. un litro di acqua
2. un melograno
3. un rametto di menta
4. zenzero grattugiato
della
Procedimento:
1. Sgranare la melagrana e porla in una caraffa
2. Aggiungere del zenzero grattugiato
3. Schiacciare con una forchetta il comporto in modo da far fuoriuscire il melagrana ed aggiungere il litro di acqua e un rametto di menta.
succo
Lasciare in infusione almeno 5 ore e consumare durante la giornata, il consiglio è di preparare l’acqua detox alla sera prima di andare a letto e consumarla durante il giorno successivo.
ACQUA DETOX: ALLA FRUTTA INVERNALE
Ingredienti:
1. Un litro di acqua
2. Mezzo limone fresco
3. Un kiwi
4. Mezzo cetriolo
5. Un arancia media
6. Una mela
Lasciare in infusione almeno 5 ore
e consumare durante la giornata, il consiglio è di preparare l’acqua detox alla sera prima di andare a letto e consumarla durante il giorno successivo.

ACQUA DETOX: LIMONE, CETRIOLO E MENTA
Ingredienti:
1. Un litro di acqua
2. Un limone fresco
3. Un cetriolo
4. Un rametto di menta
Lasciare in infusione almeno 5 ore e consumare durante la giornata, il consiglio è di preparare l’acqua detox alla sera prima di andare a letto e consumarla durante il giorno successivo.
ACQUA DETOX: MIRTILLI ED ARANCE
Ingredienti:
1. 1 litro e mezzo d’acqua
2. 2 arance o 2 mandarini tagliati a spicchi,
3. Una manciata di mirtilli
Potete anche aggiungere un po’ di succo d’arancia spremuto per intensificare il sapore! Lasciare in infusione almeno 5 ore e consumare durante la giornata, il consiglio è di preparare l’acqua detox alla sera prima di andare a letto e consumarla durante il giorno successivo.

Sembra forse superfluo sottolineare l’importanza della patata in campo alimentare, dal momento che questo prezioso tubero è presente sulle nostre mense da tempo da noi ritenuto lontanissimo. In realtà, nel nostro Continente, la sua coltura a scopo alimentare si è diffusa molto lentamente ed è perciò opportuno ripercorrerne brevemente la storia. I primi piantatori di patate furono sicuramente gli Incas. Alcuni reperti archeologici di quella antica civiltà mostrano un personaggio-simbolo che regge con una mano il mais e con l’altra dei tuberi con dei germogli: le patate, per l’appunto. Il dubbio che assilla ancora oggi gli storici si riferisce al luogo della prima coltivazione: la Colombia, la Bolivia, il Perù, oppure la costa meridionale del Cile? Comunque è certo che, all’epoca delle conquiste europee nel Nuovo Mondo, la patata è colà razionalmente coltivata. I “conquistadores” la portano successivamente prima in Messico e poi in quella zona dell’America del Nord che ora è chiamata Virginia. In Europa, o meglio in Spagna, essa arriva verso la metà del XVI secolo, ma come curiosità; mentre in Italia, attorno al 1560, viene coltivata solo come pianta ornamentale e, verso la fine del XVII secolo, sarà chiamata “tartufo” e sarà data da mangiare ai maiali. Gli inizi di questa importante ed ora diffusissima coltura furono molto difficili per una serie di motivi. Anzitutto l’appartenenza della patata ad una famiglia, quella delle Solanacee, che comprende piante dalle proprietà velenose e narcotizzanti. Altro punto a sfavore: mentre allora le piante commestibili venivano riprodotte per semina, la patata si moltiplica per germinazione. Inoltre, il fatto di crescere sotto terra dando luogo a tuberi “deformi” alimentò il sospetto che la pianta possedesse proprietà diaboliche e provocasse orribili malattie contagiose, quali la lebbra. Solo nel XVIII secolo, per merito dell’Illuminismo e delle Nuove Scienze, si riesce finalmente a spazzar via la superstizione e i fanatismi e la patata diventa un alimento prezioso per risolvere le difficili situazioni alimentari. Irlanda, Inghilterra, Prussia e, in particolare, la Francia per merito dell’agronomo Parmentier (1737-1813), furono i primi Paesi europei a coltivare e ad apprezzare il nuovo cibo, adatto a… rimpiazzare il pane soprattutto in tempo di carestia. Attualmente la patata è diffusa in tutto il mondo ed è molto coltivata anche in Italia (Campania soprattutto), anche se nel nostro Paese non raggiunge di certo l’importanza che ha, ad esempio, in Germania (primo produttore europeo), in Polonia (200 milioni di quintali annui destinati soprattutto all’alimentazione animale), in Olanda e in Francia. Nella nostra Regione pare che questa pianta sia stata introdotta dal Piemonte al principio del 1800. Al giorno d’oggi non c’è famiglia di contadini, dal piano ai più elevati paesini di montagna, che non coltivi almeno un campicello di patate. Pur disponendo di raccolti alquanto limitati rispetto a molte altre Regioni italiane, il Trentino Alto Adige è però tra i maggiori produttori di patate da seme.
Cenni botanici e colturali
La patata (Solanum tuberosum) è una pianta perenne, però mantenuta in coltura per un solo anno. Si propaga generalmente per tubero: la moltiplicazione per seme si esegue soltanto
per il miglioramento genetico della pianta. Di particolare interesse agronomico è la parte sotterranea della pianta, che è costituita da un apparato radicale molto sviluppato che si forma sui germogli degli stoloni originati dalle gemme del tubero-seme. Questi stoloni squamosi, ingrossando all’apice, producono a loro volta un tubero ricco di sostanze amidacee. I germogli, uscendo da terra, producono steli erbacei di sezione tondeggiante o quadrangolare, a portamento più o meno eretto. Le foglie sono pennato-composte e costituite da foglioline grandi alternate ad altre più piccole. I fiori hanno corolla campanulata di color bianco o violaceo e sono riuniti in corimbi alla sommità dello stelo o all’ascella di una foglia. Il frutto è una bacca sferica, verde e carnosa, con semi piccoli, molto numerosi. La pianta è sterile e fruttifica poco o in modo irregolare; la fecondazione è generalmente autogama (ad impollinazione diretta). I tuberi, che sono fusti sotterranei trasformati, hanno forma tondeggiante, a clava od oblunga a seconda delle varietà e del terreno; il colore esterno varia dal giallognolo fino al violetto e al rossastro a seconda delle varietà. La polpa ha un colore che varia dal bianco al giallo. Sulla superficie del tubero si notano degli infossamenti, più o meno pronunciati, che nascondono delle gemme dette “occhi”; da queste si sviluppano i germogli, di aspetto e colore variabile a seconda delle varietà. Tutte le parti verdi della pianta contengono, pur se in dosi diverse, un alcaloide tossico, la so- lanina. Anche nel tubero, soprattutto vicino agli “occhi”, si trova solanina, la quale però diminuisce durante la maturazione fino ad arrivare a quantità trascurabili. Se lasciati alla luce,
i tuberi rinverdiscono e diventano velenosi. La patata si adatta facilmente a differenti condizioni climatiche; tuttavia è poco resistente ai freddi e alla siccità prolungata. Il clima più adatto è perciò quello fresco, caratteristico delle regioni centrali della Francia, della Germania, dell’Olanda e delle nostre zone montane. Non ha grandi esigenze nemmeno per quel che riguarda il terreno: basta che sia fresco, leggero, sciolto o di media compattezza, un po’ acido. Questa Solanacea necessita di accurate e profonde lavorazioni e di abbondanti concimazioni, preferibilmente organiche. L’epoca di semina varia a seconda del tipo di coltura che si vuol fare, a seconda del clima e delle varietà coltivate. Sul mercato esistono attualmente moltissime varietà di patata e ogni anno ne vengono immesse di nuove: sta al produttore scegliere il tubero che più si adatta al terreno e alle esigenze del mercato. In questi ultimi anni la ricerca genetica sta tentando di creare varietà robuste, redditizie e resistenti alle malattie in grado di risolvere il problema delle popolazioni sotto-alimentate. Si sta cercando anche di recuperare le varietà tipiche a rischio di estinzione come la squisita patata di Bologna. Per il buon esito della coltura, inoltre, è indispensabile che i tuberi-seme siano sani, ossia immuni da virus. Per questo le patate da seme si producono generalmente in montagna, dove esistono condizioni sfavorevoli alla vita degli afidi, che sono i trasmettitori dei virus. Da noi si coltivano varietà precoci, medio-precoci e tardive. La semina si effettua, a seconda delle località, da aprile a fine maggio; la raccolta, da fine luglio a fine settembre. In base al colore della polpa, poi, le patate si dividono in altri due gruppi: a pasta bianca e a pasta gialla (ma ce ne sono anche di rosate). Quelle a pasta bianca si cuociono più rapidamente e sono adatte per preparare gnocchi e purè; quelle a pasta gialla, più resistenti, sono ottime arrostite e fritte. Le patatine novelle sono quelle che si raccolgono a fine primavera, hanno sapore dolce e sono molto ricche di vitamine. La buccia è tenerissima e vale quindi la pena di non sbucciarle e consumarle subito. Le altre invece si raccolgono più tardi, sono più grosse e più facilmente conservabili. È utile ricordare che i tuberi vanno estratti dal terreno quando sono maturi, cioè quando hanno raggiunto le giuste dimensioni e la buccia è ben aderente e consistente. La raccolta verrà fatta con tempo buono e terreno asciutto. Dopo una breve esposizione all’aria, si effettuerà una prima cernita per eliminare le patate piccole e danneggiate, quindi si porteranno all’interno. Per una buona conservazione è necessario disporre di una cantina: il locale dev’essere asciutto, non troppo freddo perché le patate non gelino, ma neppure troppo caldo, perché non germoglino e al buio. Si dovranno poi tenere ricoperte da un panno. La tradizione contadina suggerisce di mettere assieme anche qualche mela…
Che cosa contengono: proprietà terapeutiche e utlizzi
Dal punto di vista nutritivo, la patata ha una straordinaria importanza. Contiene il 75% di acqua, dal 15 al 20% di amido, il 2% di proteine (di qualità eccellente), vitamine (C, B1, B2), oltre a piccole percentuali di sali  minerali e grassi. Per quel che riguarda la vitamina C, la patata ne è la principale fonte nelle diete delle regioni settentrionali temperate; mentre, per l’alto contenuto di amido, può sostituire il pane in caso di necessità. Anche tutti gli altri componenti fanno di questo squisito tubero un cibo molto dietetico: facilmente digeribile, perché agisce contro l’iperacidità, e molto indicato per chi ha tendenza ad ingrassare perché dà la sensazione di sazietà, pur non avendo un alto valore nutritivo. Se però si cucinano fritte, è bene tener presente che l’assorbimento dei grassi in cui vengono cucinate ne fanno un alimento piuttosto indigesto e non adatto agli obesi. La maggior parte delle vitamine della patata si trovano nel primo strato, quello subito sotto la buccia. Ecco perché il modo ideale di cuocere le patate sarebbe quello “antico”, facendole cioè abbrustolire nella cenere. Se però le si deve lessare, è bene farlo sempre con la buccia, che verrà asportata quando le patate sono ancor calde. Per mantenere il più possibile inalterati i componenti, si consiglia la pentola a pressione che dimezza i tempi di cottura e abbisogna di poca acqua. Oltre al largo uso culinario (le ricette con questo “ortaggio” sono davvero innumerevoli!), la patata ha anche impieghi fitoterapici. Il succo della patata cruda serve come antispastico e antiacido gastrico, mentre per uso esterno è utile nelle scottature, nei geloni e nel mal di denti. Cotta nell’acqua e mangiata senza condimento, la patata è indicata per i diabetici, i cardiopatici, gli artritici, gli uricemici, i dispeptici. La polpa di patate grattugiata serve per curare la pelle disidratata ed anche per tutte le infiammazioni esterne.

Il tubero delle patate, nome scientifico Solanum Tuberosum, è una pianta perenne appartenente alla famiglia delle Solanacee ed i suoi tuberi sono l’alimento più consumato e più coltivato al mondo; le sue origini risalgono a circa 3000 anni a.C. presso la popolazione Incas, dove veniva chiamata col nome “papa”. In Europa le patate giunsero solamente nel XVI secolo ad opera del conquistatore spagnolo Francisco Pizzarro. Le patate, già dai tempi più remoti, godevano di una certa considerazione grazie alle loro proprietà curative e nutrizionali. Attualmente al mondo si contano circa 2000 varietà di patate che possono essere divise in due grandi gruppi: patate a pasta bianca, farinose e quindi adatte al puré o alla frantumazione in generale, e patate a pasta gialla con polpa compatta, adatte ad essere cucinate intere o fritte Contenuto in nutrienti Le patate contengono circa il 79% di acqua, il 15% di amido e la restante percentuale si divide tra ceneri, zuccheri, grassi, proteine e fibre alimentari; molto buona la percentuale di potassio presente nelle patate a cui si aggiungono il fosforo, il calcio, il sodio, il magnesio, il ferro, lo zinco, il rame ed il manganese. Queste le vitamine presenti nella patata: B3, B5, B6, vitamina C, K e J. Forniscono circa 90 kcal ogni 100 grammi. Proprietà Curative e benefiche La patata è un alimento molto ricco di sostanze con proprietà in grado di apportare benefici al nostro organismo; l’abbondanza di potassio in essa contenuto si rivela molto utile in caso di ipertensione. Nella medicina naturale la patata è molto apprezzata oltre che per i suoi benefici effetti sulla salute umana anche per la sua versatilità di impiego. Il succo della patata, poiché riesce a neutralizzare i succhi gastrici, risulta essere utile in caso di dolori allo stomaco e gastrite; la patata ha anche effetto depurativo e l’acqua delle patate è in grado di purificare l’intestino ed eliminare le tossine dall’organismo. Per ottenere un’acqua di patate con proprietà depurative è sufficiente procurarsi una patata, lavarla, tagliarla accuratamente in piccoli cubetti ( avendo cura di non togliere la pelle ) e metterli a bagno per una notte intera in un quarto di litro di acqua salata. Dopo aver filtrato il tutto bisogna berne un bicchiere ogni mattina a stomaco vuoto. La patata combatte anche la ritenzione idrica; infatti, l’alto contenuto di potassio, aiuta l’organismo ad eliminare l’acqua in eccesso. Molte sostanze con proprietà curative sono contenute nella buccia, per cui l’ideale sarebbe cuocerla intera, al forno o al vapore, e mangiarla insieme alla buccia. Le patate possono essere consumate anche dai diabetici e recentemente, grazie a recenti studi, pare che sempre nella buccia siano contenute sostanze in grado di contrastare l’attività tumorale delle cellule. Un piccolo svantaggio Le patate contengono solanina, una sostanza tossica che, se assunta in grandi quantità, può provocare seri danni; questa sostanza è particolarmente abbondante nelle patate germogliate e in quelle verdi o con macchie verdi che sono quindi da evitare.

Muore a 25 anni di morbillo: “Le sue ultime parole rivolte la marito “amo’, non respiro”

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Le hanno prestato le cure, non dico di no, ma poi per me c’è stata negligenza. Si e’ alzata anche l’eta’ media che si attesta intorno ai 23 anni. È rimasta buttata su una barella per ore e ore, assieme ad altre persone che avevano il morbillo nella stessa stanza.

Una ragazza di 25 anniMaria Concetta Messina, è morta a causa del morbillo nell’ospedale Garibaldi di Catania. Intanto, sono state sequestrate le cartelle cliniche da parte degli inquirenti che sono ora impegnati per cercare di ricostruire la dinamica di quanto successo. “E’ possibile che si sia aggravata in così breve tempo?” dice la madre.

L’anno scorso un terzo caso: era stato notificato il 20 settembre dall’Azienda sanitaria provinciale di Catania. Ad essere colpite sono – per almeno il 90% – persone non vaccinate.

La ragazza era stata visitata una settimana fa dal medico di famiglia perché aveva delle bollicine in bocca, ma la malattia non era stata diagnosticata: aveva iniziato una cura a base di paracetamolo e antibiotico. Poi dopo la comparsa delle macchie sulla pelle è andata al pronto soccorso dove è stata ricoverata. La mamma di Maria Concetta MessinaMaria Di Bella, ai giornali dichiarato: “Me l’hanno ammazzata“.

Nel corso di queste ultime ore è stata diffusa la notizia secondo cui a Catania è morta una donna di 25 anni a causa del morbillo contagio. Sono i dati forniti dal bollettino dell’Istituto Superiore di Sanita’. Ma in quell’occasione non si sarebbe parlato di morbillo.

“Me l’hanno ammazzata – ha detto la madre in lacrime dopo la morte della ragazza – Mia figlia è entrata per il morbillo ed è uscita morta”. “Per me c’è stata negligenza – ha aggiunto la donna – è rimasta buttata su una barella per ore ed ore assieme ad altre persone che avevano il morbillo nella stessa stanza”. Ed è convinto che c’è stata una perdita di tempo al pronto soccorso anche il marito Andrea Di Grazia, che al quotidiano “La Sicilia” ha parlato degli ultimi momenti accanto a sua moglie. “Dov’è mia moglie? All’obitorio. Così, ha capito?, me l’hanno detto così”, ha detto l’uomo, un trentaseienne che consegna pizze per sbarcare il lunario e che ora che la sua compagna non c’è più vuole giustizia. “Hanno distrutto una famiglia, si sono portati una ragazza di 25 anni all’obitorio”, ha detto il marito, che con la sua Cetty il 21 aprile avrebbe festeggiato due anni di matrimonio. “Hanno perso tempo al pronto soccorso – ha denunciato – quando è arrivata in Rianimazione, la mia gioia non aveva più ossigeno nei polmoni. Ma che si fa così?”.

“Il morbillo le è stato diagnosticato subito e, in codice giallo, le hanno fatto un prelievo, una lastra, e l’hanno messa in una stanza assieme ad altre persone che, ci è stato detto, avevano la stessa malattia. Così ci hanno tranquillizzato”, così ancora il marito, spiegando che sabato nonostante un antibiotico mirato la febbre è arrivata a 40 e domenica Cetty ha iniziato a non respirare bene. “Il crollo è stato nella giornata di lunedì – prosegue -. Di mattina le hanno fatto l’esame di Emogas ed hanno constatato che la saturazione aveva un valore di circa il 30%, a questo punto le hanno fatto una tac ai polmoni perché lei continuava a lamentarsi e faceva fatica sempre di più a respirare. Le hanno fatto due lastre, le hanno attaccato la mascherina dell’ossigeno, hanno cominciato a dirmi che la situazione era ‘critica’ e mi hanno proposto il trasferimento in Rianimazione, l’intubazione e la sedazione per farla respirare artificialmente. Lei non voleva. ‘Mi dovete addormentare? Ho paura di non svegliarmi più’, lei se lo sentiva povera gioia”.

“Sull’ascensore per la Rianimazione le mancava l’aria, mi ha detto ‘Amo’, non respiro’, aveva un filo di voce e le pupille dilatate. L’hanno operata e dopo qualche ora mi hanno detto che i polmoni non pompavano più ossigeno”.

Cos’è il morbillo?

Il morbillo è una malattia virale infettiva che può essere contratta da persone non immuni di qualsiasi età. Negli adulti le complicazioni sono ancora più frequenti che nei bambini. Il virus del morbillo si trasmette attraverso colpi di tosse o starnuti (goccioline infette) o indirettamente tramite superfici contaminate. Alcuni giorni dopo il contagio compaiono i primi sintomi, simili a quelli dell’influenza: febbre, raffreddore, tosse persistente, ma anche irritazione degli occhi con ipersensibilità alla luce (fotofobia). Dopo un primo fugace abbassamento, la febbre riprende a salire rapidamente il quinto giorno; nel contempo, sul viso appaiono le tipiche macchie rosse (esantemi) che progressivamente si diffondono su tutto il corpo. Dal momento della guarigione clinica il sistema immunitario rimane indebolito ancora per alcune settimane. Non esiste un trattamento specifico per il morbillo, è solo possibile alleviarne i sintomi. In circa il 10 per cento delle persone che la contraggono, questa malattia causa complicazioni in parte gravi (7–9 % otite, 1–6 % polmonite, 0,6 % convulsioni febbrili, 0,1 % encefalite) che rendono necessario un ricovero in Il morbillo in breve ospedale. Malgrado l’ottima assistenza medica in Europa, un caso su circa 3000 ha un decorso mortale. Il morbillo, dunque, è una malattia da prendere sul serio che, dal momento della sua insorgenza, richiede una reazione immediata per impedirne la propagazione.

Il morbillo nel mondo

A livello planetario, il numero di decessi causati dal morbillo è sensibilmente diminuito grazie alle vaccinazioni. Nondimeno questa malattia rimane in tutto il mondo una delle principali cause di morte tra i bambini. Nel 2011, in Europa, oltre 32 000 persone sono state colpite dal morbillo, dieci casi hanno avuto un esito letale. L’Organizzazione mondiale della sanità e i suoi Stati membri sono attualmente impegnati per eliminare il morbillo in Europa. Un intento realizzabile solo a condizione che il 95 per cento della popolazione di ogni paese sia vaccinato. Nel 2000, il morbillo ha causato 548 000 decessi. Nel 2011, il morbillo ha mietuto 158 000 vittime, per la maggior parte bambini con meno di cinque anni, residenti nei paesi in sviluppo africani e asiatici.  Tra il 2000 e il 2011, grazie alla vaccinazione, il tasso di mortalità è diminuito del 71 per cento in tutto il mondo. L’eliminazione del morbillo permette di evitare ancora più decessi. Diversi paesi e continenti sono riusciti a debellare il morbillo: la Finlandia, ad esempio, ha registrato solo qualche raro caso dal 1996. Il continente americano (Nord e Sud) ha eliminato il morbillo dal 2002 e l’Australia dal 2008. Negli altri paesi scandinavi, nei paesi Bassi, in Portogallo, nella Repubblica Ceca, in Ungheria e in alcuni paesi asiatici come il Giappone, Taiwan e le isole del Pacifico meridionale l’eliminazione del morbillo è ormai imminente.

Il morbillo in Svizzera

Dall’introduzione della vaccinazione, i casi di morbillo sono sensibilmente di ­ minuiti, ma poiché la copertura vacci ­ nale della popolazione è ancora troppo bassa per fermare la diffusione di que ­ sto virus, lo scoppio di epidemie è una realtà ancora ricorrente. Nel 2012 in Svizzera sono stati dichiarati 65 casi, di cui per il 40 per cento si trattava di pa ­ zienti di età compresa tra i 10 e i 19 anni e per il 43 per cento di età superiore ai 20 anni. La situazione vaccinale era nota per 56 casi (86 % del totale): 8 di essi (14 %) avevano ricevuto una sola dose di vaccino contro il morbillo, 2 (4 %) due dosi e 46 (82 %) non erano stati vacci ­ nati. 12 (19 %) dei 64 pazienti per i quali sono disponibili informazioni dettagliate sono stati ricoverati. Nel 2011 sono stati dichiarati dieci volte più casi del 2012. Le cifre relative al morbillo in Svizzera: In Svizzera, in media l’85 per cento dei bambini di due anni è stato vaccina ­ to con due dosi di vaccino e il 93 per cento con almeno una dose. Queste percentuali variano sensibilmente da un Cantone all’altro. Il 77 per cento delle persone di età com presa tra i 20 e i 29 anni ha ricevuto due dosi di vaccino e il 93 per cento almeno una.

Un’ Europa senza morbillo entro il 2018!

Questo è l’obiettivo dichiarato dagli Stati membri della regione europea dell’Organizzazione mondiale della sa ­ nità (OMS), di cui fa parte anche la Sviz ­ zera. La diffusione del virus del morbil ­ lo può essere fermata se almeno il 95 per cento della popolazione è vacci ­ nato con due dosi di vaccino. I paesi dell’OMS regione Europa perseguono l’eliminazione del morbillo dal proprio territorio. «Eliminazione» significa che i casi di morbillo diventeranno molto sporadici e, grazie a un tasso di co ­ pertura vaccinale sufficientemente ele ­ vato e a misure di controllo dei focolai, non saranno più in grado di innescare un’epidemia. Viste le condizioni qua ­ dro internazionali, anche la Svizzera ha deciso di inserire questo obiettivo di co ­ pertura vaccinale nel programma nazio ­ nale di vaccinazione sostenuto dal Con ­ siglio federale e, in pratica, da tutte le organizzazioni mediche. L’eliminazione del morbillo in Svizzera e in Europa im ­ pedirà anche l’esportazione di questa malattia verso altri paesi.

Raccomandazioni di vaccinazione

In generale, si raccomanda di vaccinare i lattanti: a 12 mesi per la prima dose di vaccino e tra i 15 e i 24 mesi per la seconda (rispettando un intervallo minimo di un mese tra le due dosi). a partire dai 9 mesi se il bambino frequenta strutture di accoglienza collettiva (asili nido, madri diurne). La seconda dose dovrà essere somministrata tra i 12 e i 15 mesi. a partire dai 9 mesi in caso di epidemia o dai 6 mesi in caso di contatto con un malato. La vaccinazione dei bambini di età inferiore a sei mesi è sconsigliata, in quanto gli anticorpi materni sono ancora presenti e renderebbero inefficace la vaccinazione. Si consiglia una vaccinazione di recupero a tutte le persone nate dopo il 1964 in poi non (completamente) vaccinate o che non hanno mai avuto il morbillo.

Il vaccino

I primi vaccini contro il morbillo risalgono agli anni 1960. In Svizzera, dal 1985 si raccomanda la somministrazione di una vaccinazione combinata contro morbillo, parotite e rosolia (MPR). Il vaccino contiene virus attenuati di queste tre malattie, nonché sostanze che servono a stabilizzarlo e conservarlo (p. es. neomicina, lattosio, sorbitolo, mannitolo). Non contiene mercurio (tiomersale) e alluminio ed è privo di adiuvanti. Esiste pure un vaccino solo contro il morbillo.

Gli effetti indesiderati

Si conoscono bene gli effetti indesiderati della vaccinazione MPR utilizzata da più di 25 anni e anche quelli rari sono stati studiati a fondo. Come ogni vaccinazione, anche la MPR può causare una reazione locale di breve durata nel punto di inoculazione, contraddistinta da dolore, arrossamento e tumefazione. Nel 5–10 per cento dei casi, trascorsi tra i 7 e i 12 giorni, possono manifestarsi febbre, macchie rosse cutanee o un leggero rigonfiamento delle ghiandole salivari parotidi nella cavità orale. Sporadicamente, una febbre alta può provocare convulsioni febbrili e, ancora più raramente, la vaccinazione MPR può comportare una diminuzione temporanea del numero di piastrine. Effetti indesiderati gravi come l’encefalite (infiammazione del cervello) sono estremamente rari. A volte, nelle donne che si sottopongono alla vaccinazione dopo la pubertà, possono comparire dolori articolari transitori. Gli effetti indesiderati gravi della vaccinazione MPR sono nettamente meno frequenti rispetto alle complicazioni gravi del morbillo.

L’efficacia della vaccinazione Con la somministrazione di due dosi del vaccino MPR la copertura vaccinale contro il morbillo raggiunge il 95 per cento circa, quella contro la parotite supera il 90 per cento e quella contro la rosolia è del 98 per cento. Nella maggior parte delle persone completamente vaccinate la protezione dura per tutta la vita. Sono necessarie due dosi, poiché dopo la prima dall’1 al 10 per cento delle persone vaccinate non sviluppa una risposta immunitaria sufficiente per essere protetto, mentre con due dosi il numero scende al massimo al 5 per cento. La seconda dose permette quindi di sviluppare degli anticorpi protettivi alla maggior parte di coloro che non hanno risposto alla prima. I costi della vaccinazione MPR Per i bambini i costi della vaccinazione sono coperti dalle casse malati nel quadro dell’assicurazione obbligatoria delle cure medico-sanitarie. Per favorire i recuperi, la vaccinazione MPR è esente da franchigia fino al 2015 per tutti i nati dal 1964 in poi, il che significa che le casse malati si fanno carico dei costi, salvo l’aliquota a carico del paziente, che ammonta comunque a pochi franchi. Perché in Svizzera la copertura vaccinale della popolazione è insufficiente? La situazione è molto differente da un Cantone all’altro. Mentre alcuni di essi hanno praticamente raggiunto il 95 per cento di copertura vaccinale nei bambini di due anni di età con le due dosi di MPR necessarie per l’eliminazione del morbillo, altri sono fermi al 50 per cento. Ciò può essere attribuito alla variabilità delle implicazioni politiche e dei sistemi sanitari, ma anche a differenze culturali. Molto spesso si sente dire che il morbillo è benigno, benefico per lo sviluppo del bambino o che la vacci ­ nazione è responsabile di malattie gravi come il cancro, il diabete o l’autismo. Si tratta di voci infondate: la sicurezza dei vaccini è strettamente controllata a livel ­ lo nazionale e internazionale. Una parte delle mancate vaccinazioni è dovuta a dimenticanza. Per non perde ­ re più alcun appuntamento vaccinale, il sito www.lemievaccinazioni.ch mette a disposizione un libretto elettronico delle vaccinazioni.

Proteggere le persone che non possono essere vaccinate Vaccinandosi, oltre che se stessi si proteggono anche tutti coloro che non si possono far vaccinare per motivi medi ­ ci o perché sono troppo giovani. Inoltre il vaccino si rivela inefficace nel 5 per cento delle persone vaccinate. Vaccinarsi, quindi, significa anche compiere un gesto di solidarietà, sia verso le persone vulnerabili in Svizzera, sia verso il resto del mondo evitando l’esportazione del morbillo. Chi non dovrebbe farsi vaccinare contro il morbillo? Il vaccino non deve essere somministrato alle persone immunodepresse, a chi assume farmaci immunosoppressori (specialmente cortisone ad alto do ­ saggio) o sa di avere una forte allergia a un componente del vaccino. Le donne incinte per precauzione non dovrebbero farsi vaccinare contro il morbillo. Solidarietà con i più poveri L’Europa è responsabile dell’esportazione di numerosi casi di morbillo in tutto il mondo, in particolare verso quei paesi che hanno già eliminato questa malattia, vanificando così gli sforzi compiuti per raggiungere questo traguardo ed esponendovi la parte di popolazione non immunizzata (neonati, perso ­ ne immunodepresse). Nei paesi in cui la malnutrizione è molto diffusa e l’accesso alle cure mediche è limitato, ciò può avere conseguenze drammatiche. Eliminare il morbillo in Europa, quindi, significa anche tutelare le popolazioni meno privilegiate.

Per evitare complicazioni e decessi In circa il 10 per cento dei pazienti, il morbillo ha complicazioni serie che rendono necessario il ricovero in ospedale. Spesso viene riscontrata l’otite media (7–9 % dei casi) e la bronchite, in alcuni casi la polmonite (1–6 %) o l’encefalite virale (0,1 %). L’encefalite è un’infiammazione del cervello che richiede il ricovero in cure intense e può provocare danni permanenti o addirittura la morte. In Europa, i decessi dovuti a complicazioni del morbillo, soprattutto a polmoniti o encefaliti sono rari (in media un decesso su 1000 a 3000 casi notificati di morbillo). La rarissima panencefalite sclerosante subacuta (PESS), che può manifestarsi anni dopo aver contratto il morbillo, è sempre una complicazione con un decorso letale. L’infezione aumenta il rischio di aborto spontaneo nelle gestanti. Il tasso di complicazioni e ospedalizzazioni è maggiore tra gli adulti e i lattanti che tra i bambini in età scolare.

Come fare per eliminare il morbillo in Svizzera? Nel dicembre del 2011, il Consiglio federale e la Conferenza svizzera delle direttrici e dei direttori cantonali della sanità (CDS) hanno approvato l’adozione di una strategia nazionale per l’eliminazione del morbillo entro il 2015. Per eliminare il morbillo è necessario uno sforzo congiunto da parte di Confederazione e Cantoni, nonché di tutte le organizzazioni e di tutti gli specialisti dei settori della sanità, dell’istruzione e della formazione. L’elemento cardine della strategia a eliminare il morbillo consiste nella vaccinazione dei bambini secondo il calendario vaccinale svizzero e di tutti i bambini, giovani e adulti nati dal 1964 in poi e non ancora immunizzati. A tale scopo, sono necessari provvedimenti di comunicazione e offerte di vaccinazioni di recupero. Consiglio: per non dimenticare alcun appuntamento vaccinale basta creare un proprio libretto elettronico delle vaccinazioni sul sito www.lemievaccinazioni.ch che ricorderà il termine di vaccinazione. In presenza di casi (sospetti) di morbillo occorre intervenire immediatamente per interrompere la catena del contagio e arginare i focolai. Una persona infetta è contagiosa già quattro giorni prima della comparsa della tipica eruzione cutanea e fino a quattro giorni dopo la sua scomparsa. Per questo motivo, isolare il malato non è sufficiente per impedire il contagio. Occorre anche che le persone non immunizzate entrate in contatto con quest’ultimo restino in quarantena (ad esempio imponendo l’esclusione dall’asilo nido, dalla scuola o eventualmente dal lavoro) per l’intero periodo di incubazione del virus (fino a tre settimane). Durante tale periodo possono diventare inconsapevolmente contagiose e trasmettere il virus senza rendersene conto. Le persone non immuni che entrano in contatto con un paziente affetto da morbillo possono proteggersi facendosi vaccinare entro 72 ore (3 giorni) dal primo contatto.

Cosa significa «eliminazione del morbillo»? «Eliminazione» significa che i casi di morbillo diventeranno molto sporadici e, grazie a un tasso di copertura vaccinale sufficientemente elevato e a misure di controllo dei focolai, non saranno più in grado di innescare un’epidemia. È davvero possibile eliminare il morbillo? Sì. L’intera America del Nord e del Sud e alcuni paesi come la Finlandia o l’Australia ci sono riusciti già da diversi anni e molti altri paesi stanno per raggiungere questo obiettivo. Eliminare il morbillo è possibile aumentando la copertura vaccinale della popolazione (almeno il 95 per cento di tutte le fasce di età vaccinato con due dosi). Non è meglio rimandare la vaccinazione e dare ai miei figli l’«opportunità» di contrarre la malattia? No. Il morbillo non è una malattia innocua e non rafforza il sistema immunitario, anzi lo indebolisce al punto che, Domande e risposte ricorrenti anche a distanza di settimane dalla guarigione clinica, fatica a ristabilirsi. Inoltre l’immunità conferita dalla malattia non è migliore di quella generata con la vaccinazione, che permette di evitare sofferenze, complicazioni, ospedalizzazioni e decessi. Un bambino che contrae il morbillo non può frequentare il nido, l’asilo o la scuola fintanto che non è guarito e durante questo periodo i genitori devono provvedere al suo accudimento. Inoltre i bambini venuti a contatto con una persona malata devono restare a casa per tutto il tempo di incubazione (21 giorni) al fine di evitare di diffondere la malattia. Cosa significa «copertura vaccinale»? La copertura vaccinale indica la percentuale di persone di un gruppo definito, vaccinate contro una determinata malattia. Il relativo valore può essere stabilito per un’età specifica oppure per l’intera popolazione. Nel caso del morbillo, in generale, la copertura vaccinale si riferisce ai bambini di due anni, in quanto a questa età la vaccinazione dovrebbe essere stata eseguita. Secondo dati recenti, questa copertura si situa al 93 per cento per la vaccinazione con almeno una dose di vaccino e all’85 per cento per quella con due dosi. Per interrompere la propagazione del virus del morbillo, ossia per raggiungere un’immunità collettiva, sono però indispensabili una copertura vaccinale del 95 per cento con due dosi nei bambini di due anni e vaccinazioni di recupero negli adulti nati dal 1964 in poi che non hanno avuto il morbillo. Per le persone nate nel 1963 o prima, si parte dal presupposto che praticamente tutte abbiano già contratto il morbillo e ne siano pertanto immuni. Perché il vaccino contro il morbillo è generalmente combinato con quelli contro la parotite e la rosolia (vaccino MPR)? Si raccomanda di vaccinare i bambini contro ciascuna di queste malattie alla stessa età. Anche la parotite e la rosolia possono avere conseguenze gravi. Pertanto, parallelamente all’eliminazione del morbillo, l’OMS e la Svizzera si adoperano per eliminare la rosolia e diminuire fortemente i casi di paro­tite. La combinazione dei tre vaccini consente inoltre di ridurre il numero di iniezioni. Posso far vaccinare mio figlio solo contro il morbillo? Sì. L’Ufficio federale della sanità pubblica raccomanda l’uso di un vaccino trivalente (vaccino MPR). Ma sul mercato è disponibile anche un vaccino monovalente che protegge solo dal morbillo. È pericoloso ricevere più di due dosi di vaccino MPR? Non sussiste alcun pericolo. Una persona che non sa se è stata vaccinata o no può senz’altro farsi vaccinare se lo ritiene opportuno. Eventuali dosi somministrate in eccesso vengono neutralizzate dagli anticorpi già presenti.

Posso far vaccinare mio figlio con il vaccino MPR se ha già contratto una di queste tre malattie? Sì, il vaccino MPR può senz’altro essere somministrato anche alle persone che hanno già contratto o che sono già state vaccinate contro una o due di queste malattie. Quali possono essere gli effetti indesiderati della vaccinazione? Come dopo ogni vaccinazione, può comparire una reazione locale di breve durata nel punto di inoculazione contraddistinta da dolore, arrossamento e tumefazione. Occasionalmente, possono manifestarsi febbre, macchie rosse cutanee o un rigonfiamento delle ghiandole salivari parotidi nella cavità orale. Sporadicamente, una febbre alta non curata può provocare convulsioni febbrili e, ancora più raramente, la vaccinazione MPR può comportare una diminuzione temporanea del numero di piastrine. Effetti indesiderati gravi come l’encefalite sono estremamente rari. Nelle donne che si sottopongono alla vaccinazione dopo la pubertà, sporadicamente compaiono dolori articolari transitori. Gli effetti indesiderati della vaccinazione MPR sono nettamente meno frequenti rispetto alle complicazioni del morbillo, della parotite o della rosolia.

In quali casi è opportuno vaccinare un bambino prima dei 12 mesi? La vaccinazione anticipata è raccomandata per i bambini dall’età di 9 mesi che frequentano un asilo nido o che sono accuditi da una madre diurna insieme ad altri bambini. A questa prima dose di vaccino somministrata anticipatamente deve fare seguito una seconda attorno ai 12–15 mesi. La vaccinazione può essere anticipata a 9 mesi anche in caso di epidemia, e fino all’età di 6 mesi in caso di contatto con una persona infetta. Il vaccino MPR indebolisce il sistema immunitario? No, il vaccino agisce sul sistema immunitario esattamente come i virus naturali del morbillo, della parotite e della rosolia, ma poiché quelli contenuti nel vaccino sono stati attenuati, attivano le difese immunitarie senza provocare la malattia, né le sue complicazioni. Il morbillo, per contro, comporta un calo delle difese immunitarie che persiste per diverse settimane dopo la malattia. La vaccinazione contro il morbillo può essere recuperata a qualsiasi età? Sì. L’Ufficio federale della sanità pubblica raccomanda la vaccinazione di recupero a tutte le persone nate dal 1964 in poi che non sono state vaccinate, che hanno ricevuto una sola dose di vaccino, che non conoscono il proprio stato vaccinale o che non hanno ancora contratto il morbillo. Per proteggere se stessi ed evitare di contagiare altre persone, la vaccinazione è caldamente raccomandata a coloro che lavorano a stretto contatto con bambini, pazienti o donne incinte. Esiste una vaccinazione omeopatica alternativa? No, non esiste alcuna vaccinazione omeopatica. Chi non dovrebbe farsi vaccinare? A titolo precauzionale la vaccinazione con un vaccino vivo attenuato è sconsigliata alle gestanti (anche se un’eventuale vaccinazione nel corso della gravidanza non ne giustifica l’interruzione). Non devono vaccinarsi le persone immunodepresse, chi assume farmaci immunosoppressori (in particolare cortisonici) e chi sa di avere una forte allergia a un componente del vaccino. In generale, il vaccino MPR può essere somministrato a tutte le persone in buona salute dall’età di 6 mesi in poi. Esistono farmaci per curare il morbillo? No, non esistono farmaci per curare il morbillo, ma solo per alleviarne i sintomi (febbre, raffreddore ecc.). Quando ero bambino tutti si ammalavano di morbillo e nessuno si preoccupava più di tanto. Cos’è cambiato? Fino al 1970 circa, in Svizzera non esisteva alcun vaccino contro il morbillo. Di conseguenza la malattia era inevitabile e frequente. Molti pazienti sviluppavano complicazioni gravi e ogni anno si contavano decine di decessi. Quarant’anni di vaccinazione hanno sensibilmente ridotto il numero di contagi, di complicazioni e di decessi inducendo una certa banalizzazione della malattia, ma non ne hanno diminuito la gravità per le persone che ancora la contraggono. Dato che oggi il morbillo e le sue complicazioni possono essere prevenuti grazie alla vaccinazione, è sempre meno accettabile che nel nostro paese vi siano ancora bambini che soffrono o addirittura muoiono a causa di questa malattia. Ho il morbillo, come posso proteggere le persone a me vicine? Per non rischiare di trasmettere la malattia, le persone affette dal morbillo devono restare a casa. Se si sospetta di aver contratto il morbillo è opportuno avvertire il medico per telefono prima di recarsi nel suo studio per una consultazione. Il medico che diagnostica un caso di morbillo deve controllare il certificato di vaccinazione degli altri membri della famiglia del pazien­te e, all’occorrenza, raccomandare la vaccinazione. In caso di esposizione, ai bambini piccoli la prima dose può essere somministrata già a partire dai 6 mesi.

Non ho mai avuto il morbillo e non sono (completamente) vaccinato contro questa malattia. Come posso proteggermi dopo essere entrato in contatto con un malato di morbillo? In questa situazione, è opportuno farsi vaccinare entro 72 ore (3 giorni) dal primo contatto per poter beneficiare di una protezione completa o parziale. A coloro che in precedenza sono stati vaccinati con una sola dose di vaccino, si raccomanda di completare la copertura con la seconda dose il prima possibile. La vaccinazione è raccomandata alle persone che non sono sicure del proprio stato vaccinale. In caso di esposizione, la prima dose può essere somministrata già a partire dai 6 mesi e, per completare la vaccinazione MPR, la seconda deve farvi seguito attorno ai 12–15 mesi, rispettando un intervallo minimo di un mese tra le due dosi. Perché in Svizzera si registra un numero così elevato di casi di morbillo? Il motivo va ricercato nell’elevato numero di persone che decidono di non farsi vaccinare o di non far vaccinare i propri figli perché «tanto gli altri sono vaccinati». Quando la vaccinazione contro il morbillo venne introdotta all’inizio degli anni 1970 e la malattia colpiva ancora la maggior parte dei bambini causando ogni anno decine di morti, un simile atteggiamento sarebbe stato inconcepibile. Attualmente chi non è vaccinato approfitta della protezione di chi lo è. Certo, optando per questa soluzione le persone non vaccinate non devono temere alcun eventuale effetto indesiderato della vaccinazione, ma in compenso corrono il rischio di contrarre loro stesse la malattia. La vaccinazione contro il morbillo è sì volontaria, ma solleva pur sempre alcune questioni etiche. La scelta di non vaccinare se stessi o i propri figli (senza motivi medici) mette in pericolo le persone più fragili. Se la Svizzera non dovesse raggiungere l’obiettivo europeo di eliminazione del morbillo, potrebbe subire un notevole danno di immagine che ad esempio si ripercuoterebbe sul turismo. Già durante i campionati europei di calcio del 2008 i tifosi che si recavano in Svizzera e in Austria venivano messi in guardia dal rischio di contrarre il morbillo.

Avete un dubbio sulla vostra salute e non trovate il medico di famiglia? Desiderate avere subito una risposta certa e sicura su un sintomo che avete accusato o che affligge un vostro familiare e non sapete a chi rivolgervi? Collegatevi online all’indirizzo www.dottoremaeveroche.it, il nuovo sito della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi, sul quale troverete dei dottori in carne e ossa che risponderanno ai vostri quesiti di ogni tipo, e lo faranno con competenza e con un contributo di certezze basato su evidenze scientifiche. I medici hanno deciso cioè discendere in campo direttamente sia per rispondere ai dubbi più comuni sulla salute, quelli che portano tante persone a rivolgersi prima che a loro a siti non sempre affidabili, sia per tentare di arginare le fake news, ovvero le false notizie sanitarie che dilagano sul web e che hanno causato molti problemi ad ignari pazienti. Il sito è costituito da due sezioni, una contro le bufale, in cui saranno presenti risposte semplici ed argomentate alle più comuni domande in tema di salute e di malattia, ed un’altra dedicata agli operatori del settore, tramite un “kitdiprimo soccorso comunicativo”, composto da infografiche e brevi clip,da vedere e condividere con il proprio paziente durante la spiegazione di determinati argomenti.

ESAMI DIAGNOSTICI La sezione contro le fake news conterrà decine di schede curate dagli esperti di varie specialità e mostrano l’utilità dei principali farmaci come, per esempio, la differenza tra i farmaci generici e quelli marcati. Il sito inoltre, fornisce informazioni sull’importanza degli esami diagnostici, se, per esempio, si debba fare subito una risonanza magnetica per un mal di schiena, e contiene guide per comprendere le cure naturali ed alternative, la loro utilità od inefficacia, ed illustra anche le nuove “tendenze” nell’ambito della salute, smontando una per una le credenze popolari, come ad esempio quella molto diffusa che mangiare la placenta faccia bene al sistema immunitario, o che i vaccini causino l’autismo. I medici cioè in queste pagine rispondono a tutte le domande che essi si sentono porre tutti i giorni dai loro pazienti, i quali si sono informati prima su siti non affidabili, od hanno orecchiato qualcosa su internet, sentito in televisione o letto distrattamente un titolo di giornale,e rispondono proprio su tutto, dai rischi di un rapporto sessuale non protetto, alle analisi ematologiche o dalle medicine più di moda, passando per omeopatia ed abitudini alimentari. Questo progetto è stato realizzato da ungruppo di lavoro composto da medici del Comitato Centrale Fnomceo, giornalisti scientifici, comunicatori e specialisti del settore che si appoggiano a un board delle Società Scientifiche che hanno dato la loro adesione, ed il sito ufficiale è stato presentato nell’ambito dell’evento “La comunicazione della salute al tempo delle fake news” al ministero della Salute.

RISPOSTE IN DIRETTA Quindi da oggi il “dottor Google”, quella figura senza volto e senza parola, e spesso senza camice, alla quale ogni giorno si rivolgono migliaia di utenti per avere informazioni su malanni e patologie più o meno serie, avrà un team di agguerriti medici specialisti in grado di dare risposte in diretta a quei pazienti che a loro si rivolgeranno,con consigli e indicazioni personalizzate e modulate sulle loro richieste. Una iniziativa questa utile e lodevole, soprattutto nata dall’orgoglio di tanti professionisti che hanno detto basta alle fake news, che si sono messi a disposizione per aiutare milioni di persone che rischiano ogni giorno di rimanere vittime di quelle false notizie sulla salute, o peggio, delle false terapie, ed il sito vuole dare un piccolo contributo di certezza partendo dalle evidenze scientifiche, da quello che la scienza ha dimostrato concretamente, quello che è riproducibile e fattibile, quello cioè che noi medici chiamiamo e consideriamo pura verità scientifica. Perché la salute, cari lettori, si tutela anche con la diffusione di una informazione medica trasparente e veritiera, mentre le bufale, quando incidono sulla salute, rischiano di trasformarsi in vere e proprie azioni criminose. A volte mortali.

Torino shock: Stomaco al posto dell’esofago per 2 fratellini, avevano bevuto soda caustica

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Un intervento innovativo eseguito alla Città della Salutedi Torino ha ridato a due fratellini la possibilità di tornare ad alimentarsi naturalmente. Dal Pronto soccorso di Ivrea i due piccoli erano stati trasferiti immediatamente presso l’ospedale Infantile Regina Margherita di Torino per le cure.L’équipe dei gastroenterologi pediatri, guidati dal dottor Pier Luigi Calvo, da subito li ha presi in carico ed ha diagnosticato una severa infiammazione dell’esofago. I tentativi eseguiti su di lei, nelle settimane successive, per limitarne la progressione erano risultati infruttuosi ed il suo esofago rapidamente si era chiuso completamente circa 3 centimetri sotto la gola Per nutrirla è stato necessario inserire una sonda direttamente nell’intestino. Più grave nella bimba più piccola. La sonda era poi stata sostituita a due riprese con tubicini più grandi (‘endoprotesi’), nell’intento di ristabilire un calibro esofageo che permettesse al bimbo di alimentarsi per bocca.

I tentativi eseguiti su di lei, nelle settimane successive, per limitarne la progressione erano risultati infruttuosi ed il suo esofago rapidamente si era chiuso completamente circa 3 centimetri sotto la gola Per nutrirla è stato necessario inserire una sonda direttamente nell’intestino. Più grave nella bimba più piccola. La sonda era poi stata sostituita a due riprese con tubicini più grandi (‘endoprotesi’), nell’intento di ristabilire un calibro esofageo che permettesse al bimbo di alimentarsi per bocca.

Il fratellino sembrava aver ricevuto un danno minore, e veniva nutrito tramite una sonda nell’esofago Tuttavia anche nel suo caso l’infiammazione era progredita inesorabilmente verso una cicatrizzazione anomala dell’esofago.

Come si premetteva, un calvario indispensabile per i bambini e per la loro famiglia. In entrambi i bambini la situazione era seria e abbiamo dovuto procedere con la rimozione dell’esofago malato, rimpiazzato nella sua quasi totalità con lo stomaco, spostato all’altezza del collo, attraverso la tecnica della “tubulizzazione gastrica”. Intervento che alla fine è avvenuto con successo. I chirurghi sono intervenuti da punti diversi – torace, addome e collo – e hanno spostato lo stomaco, rimodellandolo a tubo fino al collo di entrambi i piccoli pazienti. E’ durato circa un anno, in attesa che si stabilizzassero i fenomeni infiammatori degli organi vitali intorno all’esofago (trachea, bronchi ed aorta toracica) e che entrambi i piccoli potessero essere sottoposti ad un delicato intervento chirurgico resettivo e ricostruttivo.

A distanza di pochi mesi dall’intervento innovativo e dopo l’ultimo controllo di ieri (martedì 27 marzo ndr), i bambini stanno bene e sono in grado di nutrirsi per bocca con cibi solidi.

L’intervento è stato eseguito dall’equipe del professor Renato Romagnoli della Chirurgia Generale 2 universitaria della Città della Salute di Torino, diretta dal professor Mauro Salizzoni. Ora secondo i responsabili del decorso post operatorio, affrontato all’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, la loro aspettativa di vita e la sua qualità sono uguali a quelle dei bambini della loro età. In questo modo la continuità del tubo digerente è stata ristabilita con una sutura tra il brevissimo moncone esofageo sotto la gola e l’apice dello stomaco portato al collo.

 

Definizione di “Detergente” I termini “detergente”, “detersivo” e “preparato per lavare” sono tra loro sinonimi.

 I detergenti sono prodotti essenziali di uso frequente nella nostra vita quotidiana. Grazie alla loro capacità di rimuovere lo sporco dalle superfici, contribuiscono al mantenimento di una buona igiene personale, riducono la presenza di germi, consentono la buona durata di abiti, tovaglie, lenzuola, oggetti per la casa e mobilia e rendono la casa e gli ambienti di lavoro più gradevoli. Tali prodotti sono composti a base di tensioattivi e sostanze complementari. Usati in un bagno di lavaggio, essi facilitano la rimozione della sporcizia dai tessuti, dalle stoviglie, dalle varie superfici da lavare, diminuendo le forze che tengono unito lo “sporco” alle superfici ed aumentando le forze di attrazione tra lo “sporco” e il bagno di lavaggio. Queste forze sono dette tensioni superficiali e le sostanze, contenute nei detersivi, che modificano queste forze sono dette tensioattivi. I detergenti si trovano sotto varie forme (liquido, polvere, pasta, barre, pani, pezzi e soggetti ottenuti a stampo, ecc) e possono essere utilizzati a livello domestico e/o istituzionale e/o industriale. Essi si dividono in: • Saponi (tensioattivi naturali) • Detergenti sintetici (tensioattivi sintetici) I detergenti, prima di essere messi in commercio, sono valutati per quanto riguarda la loro sicurezza per il consumatore e per l’ambiente. Pertanto, con pochissime eccezioni, rappresentano un rischio molto limitato, se utilizzati secondo le istruzioni del produttore. In ogni caso però, è bene che gli utilizzatori seguano le normali precauzioni che sono appropriate per tutti i prodotti che teniamo in casa. È opportuno che essi vengano tenuti lontani dalla portata dei bambini, che non vengano travasati in contenitori “neutri” (tipo bottiglie di acqua minerale)”, che non vengano miscelati tra loro (a meno che ciò non sia raccomandato dal produttore) e che vengano utilizzati secondo quanto raccomandato in etichetta. Quindi, la “regola N. 1” è quella di leggere sempre con attenzione le etichette!

Tipi di detergente e loro caratteristiche I detergenti possono essere distinti in base alla funzione che devono svolgere (pulizia del bucato, delle stoviglie, delle superfici, ecc.). Di seguito riassumiamo le categorie principali di prodotti comunemente usati per il lavaggio del bucato e la pulizia della casa. • Detersivi per il bucato in lavatrice: in polvere, liquidi, gel e tavolette. All’interno di questa categoria si possono trovare prodotti che possono essere usati a tutte le temperature di lavaggio ed altri per usi più specifici: ad esempio per il lavaggio a temperature particolarmente basse o per i capi colorati e/o sintetici. • Detersivi per capi delicati: in polvere, liquidi e gel, sono formulati specificatamente per le fibre più delicate, che richiedono anche basse temperature. • Detersivi per il bucato a mano: in polvere, liquidi e gel. Servono a rimuovere lo sporco quando l’uso della lavatrice non è possibile o non è raccomandato. • Coadiuvanti di lavaggio: servono a migliorare le prestazioni dei detersivi o a dare benefici particolari. Ne esistono diverse categorie, ognuna con una funzione ben precisa.

Gli ammorbidenti aiutano le fibre a distendersi e a riprendere la morbidezza originale. Riducono la carica elettrostatica, facilitano la stiratura e profumano il bucato. ♦ Gli additivi contro le macchie aumentano il potere smacchiante del detersivo. Appartengono a questa categoria le candeggine a base di ipoclorito e gli sbiancanti a base di ossigeno che per l’azione più delicata possono essere utilizzati sui tessuti delicati e/o colorati. ♦ Gli additivi dolcificanti dell’acqua proteggono le lavatrici da incrostazioni calcaree. • Detersivi per il lavaggio delle stoviglie a mano: ormai tali prodotti sono quasi tutti liquidi. • Detersivi per il lavaggio delle stoviglie nelle macchine lavastoviglie: in polvere, liquidi, gel e pastiglie. • Detersivi per la pulizia della casa: in questa categoria si trova la maggiore varietà di prodotti. Infatti le superfici da pulire ed i tipi di sporco che devono essere rimossi sono di categorie molto diverse. In alcuni casi è sufficiente un singolo prodotto in grado di rimuovere lo sporco dalle superfici dure di diversi ambienti domestici come le pareti ed i pavimenti di bagno e cucina, i pavimenti di casa e terrazzi, alcune superfici della cucina. In altri casi sono necessari dei prodotti specializzati formulati specificatamente per la pulizia dei sanitari, la pulizia del WC, la pulizia dei vetri, la pulizia del forno, la rimozione del cal care, la pulizia di moquette e tappeti o come i disgorganti. Per quanto riguarda la “pericolosità” di questi prodotti, vale la pena richiamare l’attenzione sul fatto che tutti i detersivi venduti al pubblico sono sottoposti ad una normativa, che ne richiede la classificazione e l’etichettatura in funzione delle caratteristiche tossicologiche intrinseche della formula. È quindi importante che il consumatore legga bene le etichette e segua le istruzioni per l’uso. Inoltre è necessario che il consumatore non misceli mai due prodotti diversi tra loro, a meno che ciò non sia consigliato dal produttore. Infatti, in casi di prodotti quali la candeggina, l’ammoniaca e i vari prodotti anticalcare, una loro miscelazione genera vapori molto tossici che possono addirittura arrivare ad avere effetti letali. Nella stragrande maggioranza dei casi, i prodotti elencati nelle categorie sopradescritte sono a basso rischio per il consumatore, se utilizzati in modo appropriato. Solo all’interno della tipologia per la pulizia della casa, se ne possono trovare alcuni (ad es. alcuni disgorganti) che potrebbero presentare un maggiore livello di rischio per la salute. Per tali prodotti è, pertanto, particolarmente importante utilizzarli con cautela e seguire attentamente le indicazioni in etichetta.

Formulazione dei più comuni detergenti Le formulazioni dei detergenti sono assai complesse e diversificate, a seconda dello scopo specifico a cui è destinato quel particolare prodotto. Per quanto riguarda i detersivi per il bucato, essi devono essere in grado di svolgere il loro compito in condizioni di temperatura, durezza dell’acqua e su macchie e tessuti estremamente diversi fra loro. Per questi motivi il semplice sapone non è più sufficiente e la formulazione dei detergenti comprende vari ingredienti, ognuno dei quali svolge un compito ben preciso. Tra i vari componenti principali, possiamo dire che i tensioattivi ed i sequestranti di durezza (builder) sono la “colonna dorsale” di tutti i detergenti. Accanto a queste due famiglie funzionali, i detersivi contengono una serie di “coadiuvanti” che apportano benefici specifici e che differenziano le varie formulazioni tra loro. Analogamente alle altre categorie di detersivi (per le stoviglie, superfici, ecc.), vi sono elementi funzionali comuni, tra i quali possiamo dire che i tensioattivi sono praticamente “onnipresenti”. • I tensioattivi servono a rimuovere lo sporco e lo fanno con tre azioni: aiutano l’acqua a bagnare lo sporco (diminuendo la tensione superficiale), aiutano a rimuovere lo sporco dal capo o dalle superfici (piatti, pavimenti, ecc.), mantengono lo sporco in sospensione nella soluzione di lavaggio evitando che, una volta rimosso, si ridepositi sui tessuti o sulle superfici in generale. Esistono vari tipi di tensioattivi: ❑ Anionici: hanno una carica elettrostatica negativa. Sono i più diffusi. Sono usati nei prodotti per il bucato, per il lavaggio delle stoviglie a mano e per la pulizia della casa. Hanno un alto potere schiumogeno e un elevato potere pulente su tutti i tipi di sporco. Fanno parte di questa classe composti come gli alchilbenzensolfonati, gli alchilsolfati, gli alchiletossisolfati e gli alcoletossisolfati.

Non ionici: non hanno carica elettrostatica, quindi sono meno sensibili alla durezza dell’acqua. Vengono usati nei prodotti per il bucato, per il lavaggio delle stoviglie in macchina e nei coadiuvanti di lavaggio. Rimuovono la maggior parte dei tipi di sporco con un’azione particolarmente forte sugli sporchi di natura grassa. Fanno parte di questa classe composti come gli alcoli etossilati e gli ossidi di alchilamina. ❑ Cationici: hanno una carica elettrostatica positiva. Sono stati utilizzati principalmente negli ammorbidenti, ma sono ora presenti anche in alcuni detersivi per bucato. Fanno parte di questa classe composti come i sali di ammonio quaternari e gli esteri quaternari. ❑ Anfoteri: sono in grado di prendere una carica elettrostatica diversa a seconda del tipo di soluzione nella quale si trovano. Sono utilizzati nei prodotti per la pulizia dei piatti per la loro delicatezza, potere schiumogeno e stabilità. Per ora hanno ancora un uso limitato. Fanno parte di questa classe composti come le betaine e gli alchilammino-ossidi. • I sequestranti di durezza (builder) sono presenti principalmente nei detersivi per il bucato, ma possono essere usati anche in altre categorie. Tali ingredienti hanno la funzione di favorire le prestazioni dei tensioattivi, diminuendo la durezza dell’acqua e aiutando a trattenere lo sporco in soluzione. Un ingrediente “storico” di questa categoria sono i polifosfati. A seguito di episodi di crescita abnorme di alghe (eutrofizzazione) nel mare Adriatico negli anni Settanta, l’uso di tali ingredienti è stato fortemente limitato ed i polifosfati non sono praticamente più usati in Italia nei detersivi per il bucato da alcuni decenni e sono stati sostituiti dalle zeoliti. Per quanto riguarda gli altri ingredienti presenti in un detersivo, le differenze sono notevoli (sia qualitativamente che quantitativamente) a seconda delle funzioni che il prodotto deve svolgere. La tabella seguente ne indica alcuni.

Etichettatura dei detergenti Tutti i prodotti che vengono messi in commercio, con l’eccezione dei prodotti alimentari venduti sfusi, devono avere per legge un confezionamento, cioè devono essere “imballati” in un contenitore. La funzione dell’imballaggio è non solo quella di contenere, proteggere e mantenere il prodotto intatto fino al momento in cui questo raggiunge il consumatore, ma anche quella di fornire informazioni importanti sulla natura del prodotto e su come utilizzarlo per garantire i migliori risultati d’uso. Queste informazioni vengono fornite seguendo uno schema che è stabilito per legge e che dipende dal tipo di prodotto. Per quanto riguarda i prodotti detergenti, le informazioni obbligatorie che devono essere riportate sugli imballaggi comprendono: • il nome commerciale del prodotto • la tipologia del prodotto (ad esempio se il prodotto è un detersivo per i piatti o per il bucato) • la quantità di prodotto contenuto nella confezione (in Kg o in Litri) • i dati del produttore o di chi commercializza il prodotto (ad es. indirizzo e/o numero telefonico) • la composizione del prodotto • le istruzioni per l’uso • eventuali frasi di rischio ed indicazioni di sicurezza per i prodotti classificati come “pericolosi”. Le informazioni relative al nome del prodotto, alla sua tipologia ed alla quantità per confezionamento sono di immediata comprensione. Infatti, esse permettono di riconoscere il prodotto e di decidere quale prodotto è più conveniente, in poche parole sono quelle che permettono di effettuare l’acquisto.

Una volta effettuato l’acquisto, a casa diventano invece fondamentali le informazioni relative al modo d’uso e alle eventuali precauzioni che devono essere osservate per la tutela della salute, per ottenere i migliori risultati, per limitare lo spreco di prodotto, il consumo di acqua e corrente e l’inquinamento dell’ambiente. In alcuni casi, poi, il produttore aggiunge particolari indicazioni che servono a distinguere quei prodotti che richiedono alcune precauzioni per l’uso, la conservazione e la tutela della salute. L’elenco degli ingredienti sicuramente rimane la parte meno semplice dell’etichetta. Infatti gli ingredienti sono indicati con i loro nomi chimici. Inoltre dalla composizione non si potrà risalire alla “performance” cioè ai risultati che un prodotto può offrire. È, però, molto importante avere sempre a disposizione questa lista quando si conserva il prodotto a casa e, in seguito, vedremo per quali ragioni. Quindi, in definitiva, cosa dobbiamo preoccuparci di leggere su una confezione?

Dal rivenditore Dobbiamo innanzitutto controllare che quello che stiamo comprando sia effettivamente il prodotto di cui abbiamo bisogno. Non vorremo acquistare un prodotto per pavimenti se abbiamo bisogno di un prodotto per lavare i piatti! Una volta scelto il prodotto e la marca che preferiamo, dobbiamo essere sicuri che anche la quantità che compriamo sia in linea con quello che volevamo. Confezioni troppo piccole possono non essere sufficienti ed obbligarci ad acquisti ripetuti in tempi brevi, così come confezioni troppo grandi possono essere ingombranti ed, una volta aperte, esporre il prodotto ad invecchiamento. Normalmente le quantità sono espresse in Kg. o in litri. Sulle confezioni di detersivi per bucato in lavatrice si può trovare quasi sempre anche il numero di “misurini” che possono essere prelevati da quel determinato pacchetto. Questo numero è uguale al numero di lavaggi effettuabili in condizioni di sporco normale e con una durezza dell’acqua media. Questo ci permette di paragonare anche il costo per lavaggio tra i vari prodotti e le varie confezioni.

Una volta a casa Istruzioni per il dosaggio: servono per permettere un utilizzo corretto ed economico del prodotto. La quantità di prodotto da usare viene normalmente raccomandata in funzione del tipo di prodotto e dello scopo per cui verrà utilizzato. Per i prodotti che vengono utilizzati “per il lavaggio a mano”, sia per il bucato che per le stoviglie che per le superfici (pavimenti, mattonelle, bagni) il dosaggio non è sempre fissato e molto dipende dalle condizioni di uso. Ad esempio la concentrazione a cui va usato un detersivo dipende soprattutto dalla quantità di sporco da rimuovere. In questi casi è sempre opportuno cominciare con poco prodotto ed eventualmente aumentare le dosi se i risultati ottenuti non sono soddisfacenti. Per i prodotti da utilizzare nelle macchine lavatrici e lavastoviglie, le dosi sono più precise. In particolare, per i prodotti per il bucato in lavatrice, la dose da utilizzare per lavaggio è generalmente espressa in misurini (mezzo misurino, un misurino ecc.) il cui numero dipende dal livello di sporco e dalla durezza dell’acqua. È molto importante dosare secondo le istruzioni fornite dal produttore del detersivo, in quanto la quantità suggerita è quella che serve per ottenere i migliori risultati di pulizia ed evitare possibili inconvenienti. Infatti i detersivi contengono ingredienti miscelati opportunamente per ottenere i risultati ottimali, se dosati in modo appropriato. Se si usa troppo poco detersivo, la quantità di questi ingredienti nell’acqua di lavaggio è insufficiente e di conseguenza il risultato del bucato non è quello atteso.

E questo può portare a dover rilavare alcuni capi con conseguente spreco di detersivo. Troppo poco detersivo può anche causare l’accumulo di depositi di sali minerali nella lavatrice, che perde la sua efficacia aumentando così il costo per lavaggio. D’altra parte se si usano quantità eccessive di detersivo, oltre allo spreco, si può generare troppa schiuma con possibile fuoriuscita dalla lavatrice e si potranno trovare dei residui sui tessuti perché il risciacquo non riuscirà a rimuovere il prodotto in eccesso. Composizione chimica: è l’elenco degli ingredienti principali del prodotto. La legge stabilisce quali ingredienti devono essere obbligatoriamente indicati se presenti nel prodotto e come indicarli. Gli ingredienti chiave sono elencati a seconda della loro quantità come percentuali (inferiore al 5%, da 5 %a 15%, da 15% a 30%, oltre 30%). È molto importante disporre sempre della composizione chimica riportata dal produttore sulla confezione in quanto: • è molto utile per il medico che presta il primo soccorso sapere cosa contiene il prodotto in caso di contatto accidentale con gli occhi, o in caso di ingestione o di eventuali reazioni cutanee; • in alcuni casi alcuni produttori di tessuti indicano quali componenti dei detersivi potrebbero danneggiare i loro capi ed in genere questi ingredienti, se presenti, sono fra quelli elencati nella lista degli ingredienti, per cui i prodotti che li contengono non dovranno essere utilizzati per quei capi. Prodotti classificati “pericolosi” secondo l’attuale normativa Sulle etichette dei prodotti che per loro natura possono presentare, se non utilizzati correttamente, un certo livello di rischio, la legge ha stabilito che i produttori riportino alcune informazioni aggiuntive. La “pericolosità” di un prodotto viene espressa mediante dei simboli e diciture standard, riportate all’interno di uno spazio dell’etichetta ben delimitato ed evidenziato.

Uno di questi simboli è la “Croce di Sant’Andrea” che si trova ad esempio sulle candeggine e sui disincrostanti: tale simbolo è una croce nera a forma di X su uno sfondo quadrato di colore arancio. Normalmente sotto tale simbolo è riportata la dicitura “IRRITANTE” che chiarisce che il prodotto può avere un effetto irritante. Il rischio è ulteriormente spiegato da frasi che chiariscono di che tipo di irritazioni si parla (per gli occhi, la pelle, il sistema respiratorio). Oltre a queste frasi ne vengono riportate delle altre che spiegano cosa fare in caso di contatto diretto con il prodotto (ad esempio in caso di contatto con la pelle è raccomandabile sciacquare abbondantemente con acqua) e come ridurre eventuali altri rischi (ad esempio è sempre opportuno non mescolare prodotti diversi tra loro, a meno che questo non sia raccomandato dal produttore). Il produttore può poi aggiungere degli avvertimenti volontari che meglio guidino il consumatore nell’uso sicuro del prodotto. Tutte queste etichette non vanno mai rimosse e come regola generale tutti i prodotti, siano essi “pericolosi” o no, non vanno mai travasati in altri contenitori! Infatti potrebbero non essere riconosciuti e causare dei danni alla salute! Il non rimuovere le etichette e a maggior ragione il non travasare i prodotti in contenitori “neutri” fanno parte di quelle precauzioni di uso basilari che dovrebbero sempre essere applicate dai consumatori. Infine è importante ricordare che per qualsiasi chiarimento sul prodotto o sul contenuto dell’etichetta si può sempre contattare il produttore: ormai quasi tutti riportano sulle etichette un numero verde o un indirizzo internet!

La dermatite allergica da contatto, invece, spesso complica e segue la dermatite irritativa; le alterazioni che caratterizzano quest’ultima favoriscono infatti la penetrazione di sostanze allergizzanti nella pelle e la sensibilizzazione dei soggetti esposti. L’eczema allergico da contatto può presentarsi con numerosi quadri clinici: 1) lesioni eritematose, vescicolose, specie al dorso delle mani e alla superficie dorsale e laterale delle dita; 2) eczema da anelli, cioè eczema della sede di contatto con anelli, spesso anche di natura irritante, osservabile più frequentemente in soggetti già sensibilizzati al nichel; 3) eczema nummulare, da moneta, caratterizzato da lesioni eczematose, tendenzialmente circolari, delle dimensioni di una moneta, più frequentemente osservabili in soggetti affetti da eczema costituzionale, e alle volte associato a sensibilizzazioni al cromo. L’eczema allergico da contatto è nella maggior parte dei casi correlato ad una sensibilizzazione nei confronti di particolari componenti presenti nei guanti, nel qual caso si estende dal dorso delle mani agli avambracci arrestandosi con un limite, spesso netto, nel punto in cui termina il guanto. Bisogna infine tenere presente che gli eczemi allergici da contatto delle mani sono provocati anche da alcuni vegetali, aromatizzanti naturali e artificiali; utensili da cucina e da lavoro quali forbici, aghi ecc.; le materie plastiche; profumi; antisettici; piante da appartamento; cere; antisettici; disinfettanti; creme per le mani e farmaci per uso locale. Per quanto riguarda il cobalto, recenti ricerche avrebbero documentato che le sensibilizzazioni isolate a questo metallo sono piuttosto frequenti nelle casalinghe: una delle principali fonti di esposizione potrebbero essere i detergenti e candeggianti.

Patologie indotte e/o favorite dall’uso di detergenti I detergenti, rappresentano una delle principali entità di rischio di patologia dermatologica nell’ambito del lavoro domestico; sono, infatti, di per sé degli irritanti primari e quindi, se usati senza le dovute precauzioni, possono causare dei danni alla pelle a chiunque li maneggi. I danni dermatologici prodotti da detergenti possono essere distinti in: – dermatiti da contatto irritative e allergiche; – sovrainfezioni delle dermatiti da contatto da parte di batteri e funghi; – aggravamento di preesistenti dermatiti di diverso tipo. Va ricordato anche che la professione di casalinga, comporta un’esposizione, spesso in maniera scarsamente protetta, a numerosi fattori di rischio che concorrono a causare e/o peggiorare i vari quadri clinici. La principale differenza fra dermatite su base irritativa, o aggressiva, e dermatite allergica è che la prima può colpire qualsiasi persona ed è strettamente legata al potere irritante dei detergenti, all’intensità e durata del contatto; la dermatite allergica, invece, colpisce solo soggetti sensibilizzati non al detersivo in toto, ma a singole componenti degli stessi, e, in questo caso, contatti con concentrazioni anche molto basse, possono scatenare la dermatite.

I ripetuti contatti con acqua e soluzioni irritanti, come quelle a base di detersivi, alterano lo strato corneo e il film idrolipidico che protegge la superfice cutanea e, più particolarmente: 1) allontanano i grassi che proteggono la pelle; 2) macerano la pelle, creando una condizione favorente la sovrainfezione da batteri e funghi. Il quadro clinico di tipo irritativo, è più frequente di quello di natura allergica e può presentarsi in forme cliniche diverse: a) acuta, caratterizzata da eritema (arrossamento), edema, vescicole e bolle; b) subacuta con eritema e desquamazione, ragadi (fissurazioni lineari), spesso conseguente all’esposizione a sostanze con modesta attività irritante, di solito localizzate alle dita delle mani; c) cronica, con ipercheratosi (aumento dello strato corneo), desquamazione e ragadi. Tra i fattori predisponenti l’eczema da contatto alle mani nelle casalinghe devono essere ricordati, in quanto troppo spesso sottovalutati, anche quelli fisici, in particolare, l’umidità e i microtraumi. I detergenti, inoltre, per la loro azione irritativa diretta sulla pelle, sono in grado di peggiorare altre patologie molto comuni quali l’eczema e la psoriasi. Da ultimo, gli stessi meccanismi usati come protezione, quali i guanti di gomma, possono essere causa sia di eczemi da contatto (alla gomma e ai suoi costituenti) che di sovrainfezioni legate all’aumento dell’umidità e alla conseguente macerazione che questi oggetti provocano.

Intossicazione da detergenti Anche i detersivi, se introdotti accidentalmente o volontariamente nell’organismo, possono essere tossici come altre sostanze (naturali, farmacologiche, ecc.) e, assorbiti, possono provocare danni. È ovvio che il danno dipende dalla quantità, dalla concentrazione, dalla solubilità, dalla granulometria, dallo stato di salute del soggetto, dalla via di introduzione (ingestione, inalazione, contaminazione attraverso la cute o gli occhi). Dal punto di vista chimico-tossicologico, infatti, nell’evoluzione di ogni avvelenamento acuto si possono distinguere tre fasi, a ciascuna delle quali corrisponde un diverso tipo di soccorso: • il contatto (inalazione, ingestione, contaminazione della cute, ecc), dalle cui modalità dipende la “via” d’ingresso nell’organismo, • l’assorbimento nel sangue e la fissazione negli organi bersaglio (fegato, rene, SNC, ecc), • l’eliminazione. È indubbio che un intervento di primo soccorso può riguardare solo la prima fase, mentre gli interventi successivi, se necessari e più complessi sono di competenza del personale specializzato. Per inalazione si intende, l’introduzione di sostanze tossiche gassose, volatili o liquide vaporizzate attraverso le vie respiratorie. L’avvelenamento per ingestione si verifica con l’introduzione della sostanza tossica, liquida o solida, attraverso la via orale. La contaminazione attraverso la cute o gli occhi si ha per assorbimento diretto dei prodotti tossici attraverso tali vie. Pertanto, il trattamento dell’intossicazione da detergente, come per quello da altre sostanze, si fonda su: PERICOLO 1. inattivazione e allontanamento del detergente non ancora assorbito 2. inattivazione del detergente già assorbito o lotta dei suoi effetti con accelerazione della sua eliminazione. Salvo che nel caso di agenti caustici e corrosivi, la cui azione è pressoché immediata nella zona di contatto, per la maggior parte dei tossici ad azione sistemica vi è una fase di latenza, asintomatica, e una fase di sintomatologia ben evidente nella quale, oltre agli effetti specifici, si possono presentare alterazioni di organi raggiunti dal veleno e delle funzioni vitali. Chi soccorre un intossicato deve: • contattare il CAV (centro antiveleni)1 • cercare di individuare il detergente • precisare tipo e modalità di contatto • controllare il volume del liquido mancante da un contenitore • rintracciare e conservare i contenitori, vuoti o con residuo di detergente • in presenza di vomito, raccogliere e conservare campioni di contenuto gastrico, consegnandoli al soccorso specializzato (medico, ambulanza, CAV). Tutte le indicazioni raccolte devono essere riferite al CAV con cui il soccorritore è bene si metta subito in contatto senza improvvisare rimedi casalinghi. Di seguito si forniscono alcune informazioni comuni di primo soccorso legate alla intossicazione acuta accidentale da prodotti detergenti, in rapporto alla modalità di introduzione e alla conseguente sintomatologia. I sintomi specificaci e le indicazioni di primo soccorso, legati alla tipologia di ciascun prodotto sono poi elencati nelle schede in appendice. Provocare il vomito del soggetto che ha assorbito il detersivo è quasi sempre controindicato, in quanto i detersivi contengono sostanze schiumogene (la schiuma può essere inalata e determinare asfissia o polmonite).

Inoltre il vomito non deve essere provocato: 1. nei casi di ingestione di un prodotto corrosivo (ad esempio: prodotti per lavastoviglie) per l’effetto caustico della sostanza che, sicuramente danneggia il primo tratto del tubo digerente (bocca, faringe, esofago) quando viene ingerito, ma egualmente fa, risalendo dallo stomaco 2. nei soggetti incoscienti 3. nei soggetti con crisi convulsive (perché la manovra può aggravare o scatenare la crisi) Come capire se c’è stato un avvelenamento? Poiché alcuni sintomi sono comuni a diverse sostanze, è necessario fare attenzione se questi si manifestano all’improvviso e senza cause apparenti. Sono segnali d’allarme: nausea e vomito, dolori addominali, diarrea, pallore e difficoltà respiratorie, brividi di freddo, mal di testa, difficoltà visive, perdita di conoscenza. Le sostanze caustiche o corrosive si distinguono, invece, perché determinano vesciche e segni di ustione alla bocca e al viso o violento bruciore agli occhi. Un detergente inalato può portare a lesioni dirette sull’apparato respiratorio oppure al coinvolgimento di altri organi od apparati (rene o fegato), che si manifesta più tardivamente. In caso di inalazione è necessario: 1. contattare sempre e comunque il CAV e seguirne le indicazioni 2. trasportare l’infortunato al di fuori dell’ambiente inquinato più rapidamente possibile, indossando, per protezione, una mascherina o un fazzoletto umido al fine di evitare il rischio personale di intossicazione. 3. slacciare gli abiti che possano in qualche modo impedire la respirazione

Inoltre, se l’infortunato è cosciente. 1. controllare la accessibilità delle vie aeree (naso e bocca) 2. controllare i parametri vitali (polso, respiro, coscienza) Se l’infortunato non è cosciente 1. stendere a terra supino il soggetto, con il capo iperesteso 2. controllare i parametri vitali (polso, respiro, coscienza), praticando, se si conoscono, le tecniche di rianimazione (respirazione bocca a bocca, massaggio cardiaco 3. trasportare in ospedale Intossicazione per ingestione: 1. contattare il CAV e seguirne le indicazioni 2. cercare di individuare il tipo di detergente ingerito, la quantità e il tempo trascorso dall’ingestione 3. trasportare al centro antiveleni, con la confezione del prodotto o dei prodotti in caso di miscela 35 Se l’infortunato è cosciente: • lavare delicatamente con acqua le labbra • fare sorseggiare acqua, in modo da ottenere un effetto diluente Se è l’infortunato non è cosciente: • aprire la bocca • attuare le manovre di rianimazione, se si conoscono Solo l’acqua è adatta allo scopo di diluire il detergente ingerito: infatti anche il latte, poichè contiene grassi può facilitare l’assorbimento e peggiorare la situazione. In caso di contatto della cute, dopo aver consultato il CAV: 1. togliere gli indumenti contaminati 2. lavare abbondantemente con acqua corrente Se contatto è avvenuto con gli occhi sentito il CAV: 1. lavare abbondantemente con acqua corrente a palpebre aperte per 10-15 minuti

Cosa tenere nell’armadietto di primo soccorso In tutte le abitazioni, in un luogo sicuro, non esposto al calore e all’umidità e, soprattutto, non accessibile ai bambini, deve avere posto un piccolo armadietto, (eventualmente munito di apposite “blocca ante”) che, oltre ai presidi medico chirurgici da medicazione (cotone idrofilo, cerotti, garze ecc.), sarebbe opportuno contenga, per un primo soccorso in caso di contatto oculare o di ingestione di sostanze detergenti: • soluzione fisiologica salina • carbone attivato in polvere  da utilizzare, rispettandone le precauzioni di conservazione e di scadenza, previo contatto con il Centro Antiveleni (CAV). PERCHÉ LA SOLUZIONE FISIOLOGICA SALINA? La soluzione fisiologica salina è una soluzione acquosa di cloruro di sodio 0,9%, utilizzabile per lavare gli occhi in caso di contatto con prodotti detergenti. Il lavaggio oculare, sentito comunque sempre il CAV, va praticato per 10-15 minuti, tenendo la testa dell’interessato rivolta dal lato dell’occhio leso e facendo defluire la soluzione fisiologica dall’interno verso l’esterno dell’occhio. Le palpebre vanno tenute aperte con due dita e devono essere rimosse eventuali lenti a contatto. Ovviamente, dopo il lavaggio oculare è sempre opportuno praticare una visita oculistica per accertarsi su eventuali lesioni d’organo. PERCHÉ IL CARBONE ATTIVATO IN POLVERE? Il carbone attivato o carbo medicinalis della Farmacopea Ufficiale è la sostanza più usata per il suo potere adsorbente aspecifico. Si comporta, infatti come una carta assorbente, legando le sostanze chimiche e riducendone l’assorbimento, ma ha alcune controindicazioni, per cui va utilizzato sempre su specifica indicazione del CAV. In caso di ingestione della sostanza detergente potenzialmente tossica, il carbone attivato in polvere va somministrato il più precocemente possibile (meglio se entro un’ora), poiché la sua efficacia viene ridotta con il trascorrere del tempo. Il carbone attivato non adsorbe acidi e basi forti, glicole etilenico, acido borico, ecc. In particolare, per gli acidi e le basi forti, la somministrazione è controindicata poiché potrebbe determinare un peggioramento delle lesioni e un ritardo delle tecniche diagnostiche.

Consigli di comportamento Le norme di comportamento da adottare in ambito domestico, per la prevenzione dell’esposizione ai prodotti domestici pericolosi e, quindi, anche ai detergenti, possono essere riassunte come segue: • Leggere attentamente anche più volte le etichette • Tenere i prodotti lontani dai bambini • Non manomettere le chiusure di sicurezza • Non lasciare aperta la confezione • Non farsi vedere dal bambino nell’utilizzo della chiusura di sicurezza • Insegnare al bambino il significato dei simboli di pericolo • Spiegare al bambino la pericolosità dei prodotti in cui sono presenti simboli di pericolo • Non utilizzare il sottolavello per conservare detersivi e, in particolare, prodotti acidi o alcalini (ad esempio: detersivi per lavastoviglie liquidi, pulitori per metalli, detergenti per superfici dure, disincrostanti, pulitori per forni), nelle famiglie in cui ci sono bambini piccoli • Non travasare i detergenti in bottiglie o altri contenitori destinati a bevande o alimenti • Non usare bicchieri da cui abitualmente si beve per dosare i detergenti • Non usare contenitori di prodotti per la pulizia della casa per far giocare il bambino Non abituare il bambino a bere direttamente dalla bottiglia, ma fargli usare sempre il bicchiere In caso si verifichi un’esposizione accidentale a prodotti che potrebbero essere pericolosi, i comportamenti da tenere sono i seguenti: • Non perdere la calma • Chiamare rapidamente il Centro Antiveleni (CAV) o il 1.1.8 • Seguire le indicazioni fornite dal Centro Antiveleni (CAV) o del 1.1.8 • Non far vomitare, se vi é bruciore in bocca,dolore alla deglutizione o presenza di schiuma • Non somministrare nulla per bocca (in particolare il latte) ad eccezione di acqua, per non mascherare la diagnosi e le lesioni Se in casa vi sono animali domestici: • Non render accessibili i prodotti detergenti • Allontanare gli animali domestici dai locali durante o subito dopo le operazioni di pulizia.

Principi di prevenzione Un utilizzo corretto dei prodotti della detergenza, fa si che non si debba ricorrere all’opera dei sanitari. Ricordando la massima che è meglio prevenire che curare, si forniscono qui di seguito alcuni suggerimenti utili: 1. leggere sempre attentamente le etichette 2. non mischiare tra loro prodotti diversi 3. conservare i prodotti lontano dalla portata dei bambini 4. non travasare il prodotto dal suo contenitore d’origine 5. non rimuovere le chiusure di protezione (specie se ci sono bambini in casa) 6. non lasciare il contenitore incustodito e aperto (specie se ci sono bambini in casa) 7. riconoscere i simboli di pericolo 8. non ingerire i prodotti 9. non far vomitare, in caso di ingestione 10. evitare il contatto con occhi e in caso lavare abbondantemente con acqua corrente 11. evitare l’inalazione 12. dopo l’uso di alcuni prodotti (bombolette spray) arieggiare l’ambiente 13. proteggere le mani, in particolare in presenza di patologie dermatologiche 14. sciacquarsi e asciugarsi bene le mani dopo l’uso 15. in caso di pelle secca, applicare creme idratanti, dopo l’uso 16. sostituire un prodotto risultato dannoso con altro 17. ricorre al medico di base, se si notano fastidi di qualsiasi genere 18. evitare che animali domestici ingeriscano i prodotti 19. in caso di ingestione di prodotto, da parte di un animale domestico, avvisare il veterinario, seguendo attentamente i suoi consigli.

Attrezzature di protezione individuale L’uso prolungato di detergenti può favorire alcune patologie specie a carico della pelle, che con l’impiego di protezioni adeguate potrebbero essere limitate. I mezzi di protezione, adeguati al rischio da prevenire, vanno impiegati quando un rischio non può essere evitato o ridotto Nel caso dei detergenti, pertanto, per evitare le irritazioni della pelle è consigliato l’impiego di appositi guanti di protezione. I guanti devono sempre essere ben asciutti all’interno e non vanno utilizzati in caso di allergia alla gomma*. Utile risulta anche l’impiego di creme idratanti, per ricostruire e mantenere la naturale protezione cutanea

Intossicazioni acute da impiego di detergenti, il riferimento nazionale Nella presente nota vengono presentati alcuni dati che dovrebbero indurre una riflessione circa la necessità di maggiore informazione e sensibilizzazione per quanto concerne l’impiego dei detergenti. L’obiettivo da perseguire, infatti, è quello di accrescere la consapevolezza per un uso corretto delle sostanze chimiche presenti nelle nostre case. Tali sostanze, anche quelle ritenute più innocue, meritano particolare attenzione nella loro utilizzazione poiché molto spesso possono rivelarsi pericolose per noi e/o per i nostri familiari. Le richieste di consulenza sanitaria, relative a possibili avvelenamenti dipendenti da ingestioni e/o contatti per via cutanea, con sostanze e/o prodotti detergenti, biocidi, piante, ecc., per quanto riguarda i centri antiveleno in Italia, possono essere stimate in circa 55000-600001 interventi/anno – anno di riferimento 2003 -. Tali richieste evidenziano la potenziale pericolosità e la diffusione che un insieme cospicuo di sostanze comunemente presenti o utilizzate all’interno delle abitazioni come ausilio alle “faccende domestiche” e non solo, rivestono. Pensiamo a tale riguardo al ruolo che,nell’economia domestica, hanno i prodotti comunemente utilizzati per la pulizia della persona, ma soprattutto per la pulizia delle stoviglie, biancheria, ecc, sostanze e/o prodotti che comunemente vengono raggruppati sotto la dizione “detergenti”. In Italia, nel 2000, sono stati riscontrati 7000 casi di persone infortunate a causa di utilizzazione di sostanze detergenti.

Acido solforico (H2SO4) Allo stato di purezza l’acido solforico è un liquido oleoso, incoloro ed inodoro, di sapore fortemente acido. La sua affinità per l’acqua è tale, che carbonizza le sostanze organiche, determinando la formazione di questo corpo a spese dell’ossigeno e dell’idrogeno che tali sostanze contengono. La facilità di procurarsi quest’acido, meglio conosciuto col nome di “olio di vetriolo”, il suo uso così comune nelle arti e nelle industrie, spiegano la relativa frequenza degli avvelenamenti accidentali, e di quelli volontari, per scopo suicida. Sintomi dell’avvelenamento – Appena ingerito il veleno, i sintomi dell’avvelenamento insorgono con formidabile prestezza. Il paziente accusa un dolore urente, atroce dalla bocca allo stomaco, dolore che gli strappa delle grida e lo getta nell’angoscia più spaventevole. I vomiti sono frequenti, costituiti di materie brunastre, mucose e sanguigne, così acide che, cadendo sul pavimento, si mostrano effervescenti. Insorgono in generale immediatamente dopo l’ingestione; in alcuni casi ritardano una mezz’ora o più, in altri mancano affatto, per l’azione paralizzante del veleno. Si ha inoltre un continuo, intenso dolore all’epigastrio; gli occhi sono infossati; le labbra, i contorni della bocca sono coperti di macchie od escare grigie o brune; la coscienza rimane inalterata. La temperatura del corpo è abbassata; il polso piccolo, duro, raro o frequente; il respiro difficile; la deglutizione dolorosa; osservasi ancora una forte salivazione, un senso penosissimo di soffocazione. L’addome è per lo più tumefatto, dolente alla pressione; non vi sono evacuazioni alvine; raramente insorge la diarrea, con feci nere pel sangue; l’orina è soppressa. L’agitazione diviene estrema; le forze diminuiscono rapidamente; la morte avviene in poche ore, al più in tre o quattro giorni, per collasso o per edema della glottide, di rado per una peritonite acutissima da perforazione. Talvolta accade che il veleno corrosivo penetri nelle vie respiratorie; in questi casi la morte per soffocazione ne è la pronta conseguenza. Il decorso dell’avvelenamento per acido solforico non è sempre così acuto; in alcuni casi, sia per la minore dose di veleno ingerito, sia pel suo minor grado di concentrazione, si può solo notare una gastro-enterite più o meno intensa. Questi casi leggeri possono terminarsi con una guarigione lenta, dopo un graduale distacco delle parti necrotizzate, ma non di rado gli infermi, in seguito alla grave dispepsia, muoiono marasmatici in poche settimane od in pochi mesi. Lesioni anatomiche – Nei casi letali all’esame del cadavere osservasi, oltre alle escare nerastre sulle labbra ed all’interno della bocca, delle strie più o meno estese e più o meno profonde, brune, per tutta la lunghezza dell’esofago. La mucosa gastrica è ordinariamente nera, o presentante qua e colà delle placche rosse o nerastre che si possono staccare in lembi. Altre volte la parete lastrica presentasi carbonizzata in tutto il suo spessore, o completamente perforata in uno od in parecchi punti. In questo caso l’acido è penetrato nella cavità addominale, esercitando la sua azione corrosiva sui vari visceri: fegato, milza, mesenterio, e sulla aorta stessa. L’intestino è generalmente sano, al più può presentare qualche traccia di flogosi. I reni mostrano i segni di un’intensa infiammazione parenchimatosa; la vescica è vuota, o contiene solo una scarsa quantità d’orina sanguinolenta. Il cuore contiene coaguli numerosi; sangue nero coagulato fu trovato da Grisolle nelle vene iliache, da Tardieu nelle arterie femorali, nei vasi dello stomaco e del mesenterio. Se l’avvelenamento non terminò colla morte nel pri mo periodo, si osservano estese formazioni cicatriziali delle parti direttamente attaccate dal liquido corrosivo. Quando il decorso dell’intossicazione fu relativamente lento, lo stomaco può presentare nessun’altra lesione che quella d’una flogosi cronica, caratterizzata da un aspetto mamellonato della mucosa e da un restringimento dell’organo. Tardieu vide lo stomaco d’un adulto ridotto al volume di quello d’un bambino; lo stringimento può giungere a tal punto che un uovo possa riempire la cavità del ventricolo. Altre volte si notò una vera atrofia di tutto il tubo digerente.

Acido nitrico (HNO3) L’acido nitrico od azotico è un liquido incolore, estremamente corrosivo, che si tinge in giallo per l’influenza della luce. È, come l’acido solforico, d’un uso frequentissimo nelle industrie; viene specialmente adoperato dai cappellai, dai pittori su porcellana, e, unito all’acido cloridrico, dagli incisori in metalli. I chimici, i garzoni di laboratorio, gli operai addetti alle fabbriche di prodotti chimici od alle manifatture di cotone fulminante sono molto esposti agli effetti deleteri che possono causare i vapori d’acido nitrico. Taylor cita molti casi in cui l’inalazione di questi vapori determinò la dispnea, una tosse violenta ed una soffocazione rapidamente mortale. All’autopsia si riscontrò congestione dei polmoni, acidità del sangue, flogosi dell’endocardio e della tonaca intima dei grossi vasi. Sintomi e decorso dell’avvelenamento – La sintomatologia poco si scosta da quella dell’avvelenamento per acido solforico. Si possono riscontrare sulle labbra delle macchie giallo d’ocra caratteristiche; l’interno della bocca e le fauci sono d’un bianco opaco, dovuto alla mucosa ispessita e fortemente cauterizzata; la superficie della lingua, bianchissima, presenta delle macchie di color giallognolo; i denti sono talvolta vacillanti, e le loro corone gialle.

Macchie giallognole possono anche mostrarsi sul mento o sulle dita. Le tonsille sono tumefatte. Un dolore vivissimo, localizzato dapprima all’epigastrio, si propaga rapidamente alle parti vicine, accompagnato da vomiti di sostanze acidissime, vischiose, talvolta sanguigne. II ventre divien teso e dolente; presto mostrasi una diarrea sanguigna, altre volte invece si ha costipazione ostinata. La voce è fioca; talvolta, per la penetrazione dell’acido nella laringe, insorge una tosse violenta con sputi sanguigni. Notansi inoltre dispnea; disuria; polso piccolo, frequente, irregolare; grande prostrazione; abbassamento della temperatura del corpo. L’intelligenza diviene in ultimo offuscata e il delirio precede di poco la morte, che può avvenire dopo uno o parecchi giorni, od anche in meno di due ore, quando l’acido sia penetrato nelle vie aeree. Tuttavia il decorso non è sempre così acuto, né l’esito sempre funesto. Lesioni anatomiche – L’epitelio della mucosa boccale, linguale ed esofagea è sollevato, pieghettato, grigio-violaceo, sostituito talvolta da una crosta di color ranciato. Il contenuto gastrico è denso, vischioso, sanguigno; la mucosa rossa, rammollita, disseminata di macchie nerastre costituite da ecchimosi sottomucose. In casi rarissimi si trovò lo stomaco perforato. Ulcerazioni possono anche riscontrarsi nell’intestino tenue, e talvolta si vide la flogosi gastroenterica propagarsi al peritoneo. Frequentemente si trova anche la mucosa della laringe rossa, tumefatta, priva del suo epitelio, edematosa; la trachea infiammata, i polmoni congestionati. Il cuore contiene per lo più del sangue fluido e nero. Nei casi che ebbero un decorso più lento si possono solo rinvenire le note caratteristiche d’una gastrite cronica con ipertrofia della mucosa e stenosi pilorica, od una stenosi esofagea più o meno estesa.

Acido cloridrico (Acido muriatico, HCl) Quest’acido, concentrato, è un liquido incolore, di odore molto penetrante, di sapore acidissimo, e svolge all’aria libera dei densi vapori. È molto adoperato nelle analisi chimiche, per la conservazione dei legnami, per rammollire l’avorio; è di uso frequentissimo anche nelle fabbriche di gelatine, di acque gassose ed in una moltitudine d’altre industrie. È, come gli acidi precedenti, un veleno molto energico. Sintomi dell’avvelenamento – I sintomi sono identici a quelli prodotti dall’acido nitrico; se ne differenzia soltanto per la speciale tinta grigiastra delle macchie che riscontransi intorno alla bocca, sulle labbra ed all’interno della cavità orale, e per la formazione di dense pseudomembrane sulle mucose attaccate dall’acido. Lesioni anatomiche – All’autopsia Taylor riscontrò la mucosa boccale e faringea bianca, rammollita, distrutta qua e colà dal liquido corrosivo; la mucosa dell’esofago rossa, infiammata, mentre quella del ventricolo era distrutta in vicinanza del piloro e nera, escarotica nel resto della sua estensione. Tardieu riferisce un caso interessante d’un bambino di 15 giorni, al quale la madre, per guarirlo dal mughetto, aveva cauterizzato l’interno della bocca con acido cloridrico fumante. I movimenti di succhiamento, com’era facile a prevedersi, avevano fatto inghiottire una piccola quantità dell’acido, sufficiente però a far perire il bambino. All’autopsia trovò la mucosa esofagea distrutta, ed il canale tappezzato da una pseudomembrana grigiastra; nello stomaco tre larghe e nere placche escarotiche. Prognosi degli avvelenamenti per acidi concentrati – È grave nella maggioranza dei casi; si è a tali avvelenamenti che si può riferire il detto di Zacchia: “Venena, nisi occidant, relinquunt semper aliquam noxam et morbos diuturnos”, poiché, anche se venga scongiurato un esito funesto, poca speranza vi è per l’avvenire. Il connettivo cicatriziale, coartandosi col tempo, è causa di gravi stenosi, specialmente dell’esofago, per cui molte volte la nutrizione dell’infermo rende inevitabile il praticare una fistola gastrica.

Cane le annusa il naso: scopre di avere un cancro della pelle

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La prevenzione è l’espediente numero uno per ridurre il rischio di qualsiasi tumore. Il caso di Lauren Gauthier, avvocato 42enne avvocato di Amherst (Massachusetts), ce lo ricorda. Lauren si è salvata grazie alla sua cagnolina Victoria, adottata anni fa dopo averla trovata in strada. Victoria era una trovatella macilenta e cieca da un occhio. La signora Gauthier è molto affezionata alla sua amichetta a quattro zampe che, un giorno, l’aveva fissata, annusando con insistenza la narice destra.

Diagnosi terribile

Lauren Gauthier, preoccupata per l’atteggiamento del suo cane, che le aveva annusato petulantemente il naso, aveva deciso di farsi visitare. Effettivamente, l’avvocato americano aveva notato da tempo una macchia rossa sul suo naso ma l’aveva trascurata. Oggi Lauren è felice ed orgogliosa della sua cagnolina, perché le ha salvato la vita. La diagnosi dei medici era stata terribile: carcinoma a cellule basali, un tipo di cancro della pelle.

‘È stato davvero sorprendente che il mio cane fosse così pressante nel fiutare l’area dove aveva colpito il cancro della pelle. La chirurgia in sé ha cambiato la mia faccia, e se il mio cane non si fosse accorto di ciò, avrei potuto ignorare la macchia, che avrebbe potuto provocare un ulteriore deturpamento. I segugi hanno un olfatto acuto, ma non avrei mai pensato di trarne beneficio personalmente!’, ha raccontato la signora Gauthier ai microfoni di SweetBuffalo716.com.

Cancro della pelle diagnosticato in tempo

Il cancro della pelle era ancora in una fase iniziale, quindi non si era diffuso e non aveva provocato altri problemi di salute. Dal momento che il tumore è stato individuato subito, non si è diffuso né ha causato ulteriori problemi di salute. Se Victoria non avesse annusato con insistenza il naso della sua proprietaria, è probabile che Lauren non si sarebbe mai recata dal medico per farsi controllare quella macchia rossa al naso e probabilmente avrebbe scoperto troppo tardi di avere un tumore della pelle. ‘Sono così fiera di Victoria. Lei e io abbiamo sempre avuto un forte legame e lei sente quando sono turbata o stressata. Non avrei mai immaginato però che sarebbe stata in grado di scoprire che avevo il cancro in agguato sotto la pelle’, ha riferito la Gauthier a Love What Matters.

Lauren è una grande amante degli animali

L’avvocato americano è gioioso perché ora deve la sua vita a un animale che aveva salvato anni. La 42enne ama gli animali ed ha fondato un rifugio (Magic’s Mission Beagle & Hound Rescue, Inc.). ‘Dedico gran parte della mia vita a salvare i cani che sono stati abusati o trascurati. Sembra che Victoria e le sue acute capacità siano il modo in cui i cani hanno deciso di ringraziarmi’, ha aggiunto Lauren, che adesso raccomanda ai ragazzi e agli adulti di non usare i lettini abbronzanti perché pensa che siano stati la causa del suo cancro della pelle.

“Il mio consiglio per gli adolescenti e gli altri che considerano l’uso del solarium è ‘no’. Ci sono molte altre opzioni disponibili, come spray abbronzanti, per contribuire a migliorare l’aspetto. Il costo e il danno che fai alla tua pelle è troppo alto, e anche se invecchiando sembra un mondo lontano, una volta che sarai più grande, pagherai un prezzo per l’abbronzatura e i lettini abbronzanti’, ha concluso la donna salvata dal suo cane.

Sclerosi multipla, molecole maligne predicono forma più aggressiva

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Nuova importante scoperta per quanto riguarda la sclerosi multipla. Un team di ricercatori dell’università di Verona è riuscito a individuare le molecole “maligne” che indicano lo stadio più grave di questa patologia. Nello specifico i ricercatori hanno individuato la presenza di specifiche molecole infiammatorie che quando sono presenti in concentrazione elevata nel liquidio cerebro-spinale indicano una forma aggressiva di sm. Così ha spiegato Massimiliano Calabrese, docente di neurologia del dipartimento di neuroscienze, biomedicina e movimento dell’Università di Verona: “Il nostro gruppo di ricerca ha messo a punto una nuova metodica in grado di determinare in sole 24 ore il profilo liquorale delle forme ‘maligne’ della malattia, quelle cioè con una maggiore componente neurodegenerativa. In questo modo possiamo stabilire, già al momento della diagnosi, quindi in una fase molto precoce, se il paziente andrà incontro a un elevato rischio di progressione della malattia e, di conseguenza, individuare la terapia migliore per intervenire efficacemente.

Questo nuovo sistema ci consentirà di evitare terapie aggressive non necessarie e quindi inutili rischi per il paziente, ma anche un conseguente notevole risparmio per il sistema sanitario nazionale”. Ed ancora prosegue Calabrese: “Oggi per diagnosticare a un paziente la Sclerosi multipla viene prelevato un campione del liquido cefalo rachidiano che circonda e attraversa tutto il sistema nervoso centrale, detto ‘liquor’. Il nostro gruppo di ricerca ha messo a punto una nuova metodica in grado di determinare in sole 24 ore il profilo liquorale delle forme ‘maligne’ di malattia, quelle cioè con una maggiore componente neurodegenerativa.

In questo modo, spiega il medico, possiamo stabilire, già al momento della diagnosi, quindi in una fase molto precoce, se il paziente andrà incontro a un elevato rischio di progressione della malattia e, di conseguenza, individuare la terapia migliore per intervenire efficacemente. Questo nuovo sistema ci consentirà di evitare terapie aggressive non necessarie e quindi inutili rischi per il paziente, ma anche un conseguente notevole risparmio per il sistema sanitario nazionale. Non più di qualche giorno fa vi avevamo parlato di un’altra novità sempre per quanto riguarda la sclerosi multipla. Una nuova applicazione tecnologica, che si chiama MS-FIT, potrebbe consentire ai pazienti affetti da sclerosi multipla di praticare l’attività fisica adattata (AfA) direttamente da casa. In particolare si tratta di un gioco digitale che non ha quale finalità esclusivamente l’intrattenimento e che utilizzando le caratteristiche basiche dei videogame può consentire, come detto, a questi pazienti, sempre sotto lo stretto monitoraggio del medico che riceve i dati dalla piattaforma, la pratica di una attività fisica adattata.

L’applicazione è stata sviluppata da Roche ed Helaglobe srl ed il progetto ha coinvolto 12 centri neurologici diffusi su tutto il territorio nazionale e di FISM – Fondazione Italiana Sclerosi Multipla.

Udito shock: ogni anno 2000 bimbi nascono sordi, i consigli degli esperti

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Ogni anno in Italia nascono circa 2mila bambini con gravi problemi all’udito che rischiano di essere molto penalizzati se questi disturbi non vengono individuati subito e trattati in modo corretto.

La sordità è una patologia circondata ancora da troppa disinformazione: oggi, infatti, esistono diagnosi e terapie affinché anche il bambino affetto da sordità congenita possa condurre una vita normale.

In occasione della Giornata Mondiale dell’Udito, che si celebra oggi, il provider ECM 2506 Sanità in-Formazione e il professor Giuseppe Attanasio, medico specialista in Otorinolaringoiatria presso il Policlinico Umberto I di Roma, in collaborazione con Consulcesi Club, forniscono un’utile guida ai genitori attraverso il corso ECM FAD (Formazione a Distanza) ‘Ipoacusia infantile e protesizzazione acustica’.

Ecografie e amniocentesi non sono in grado di rilevare la sordità nel feto. Al contrario, lo screening audiologico universale entro i primi 2-3 mesi di vita è la soluzione per scoprire subito i problemi di ipoacusia di un bambino. Da segnalare, però, che questo esame non è in grado di identificare la perdita uditiva acquisita o progressiva che intervenga successivamente. Questi deficit uditivi infantili (che rappresentano circa il 30% dei casi) possono essere identificati solo con programmi di osservazione e sorveglianza audiologica. Una volta individuata l’ipoacusia, è fondamentale una rapida ed efficace scelta degli ausili uditivi più adatti al bambino, verificando l’idoneità degli stessi (protesi, impianto cocleare). La logopedia costituisce un supporto fondamentale nello sviluppo e acquisizione del linguaggio nel bambino; ovviamente, la prognosi riabilitativa cambia se al bambino è stato diagnosticato tempestivamente il deficit uditivo, quindi non riporta gravi compromissioni nel linguaggio, o se l’ipoacusia viene riscontrata tardivamente.

L’orecchio e l’udito Il sistema uditivo si compone di sistema uditivo centrale e sistema uditivo periferico. Il sistema periferico comprende orecchio esterno, orecchio medio, orecchio interno e nervo uditivo, mentre il sistema centrale è formato dai percorsi uditivi nel tronco celebrale e dalla corteccia uditiva. Orecchio esterno L’orecchio esterno è composto da padiglione auricolare e meato acustico. Nell’uomo il padiglione non è né molto grande né importante, mentre in molti mammiferi è mobile e di grandi dimensioni.

La sua funzione è quella di convogliare le onde sonore verso il timpano, quindi mobilità e grandi dimensioni garantiscono risultati migliori. Il meato acustico è un condotto cilindrico, leggermente curvo, di 2cm di lunghezza che termina con il timpano. Per la sua risonanza caratteristica, l’orecchio esterno amplifica le frequenza intorno ai 1000Hz. Orecchio medio È una cavità ossea con quattro aperture, con le relative membrane, e contenente una catena formata da tre ossicini: martello, incudine e staffa. L’apertura maggiore, la finestra timpanica, è ricoperta dal timpano, il quale vibra in risposta alle sollecitazioni delle onde sonore convogliate dall’orecchio esterno. Il timpano è in diretto contatto con la catena di ossicini, i quali si comportano come un sistema di leve che amplifica le vibrazioni di circa due volte.

Queste vibrazioni vengono trasmesse alla finestra ovale e da qui all’orecchio interno, le cui variazioni di pressione vengono compensate dalla finestra rotonda. La pressione ai due lati del timpano deve necessariamente essere la stessa, altrimenti le vibrazioni sarebbero impedite. La quarta apertura, la tromba di Eustacchio, collega l’orecchio medio alla faringe e serve a mantenere la pressione interna all’orecchio medio uguale a quella esterna. Come protezione per l’orecchio, sulla staffa e sul martello si inseriscono due piccoli muscoli, lo stapedio ed il tensore del timpano, i quali si contraggono, riducendo l’efficienza della catena di ossicini, quando le vibrazioni trasferite dal timpano sono eccessive e rischierebbero di creare danni al sistema. La finestra ovale è otto volte più piccola del timpano; questa differenza, insieme all’efficienza della catena di ossicini (x2), fa sì che l’energia sulla finestra ovale sia circa 16 volte (8×2) quella sul timpano.

Orecchio interno È formato da una serie di cavità nell’osso temporale, chiamate labirinto osseo, riempite da una serie di sacchi e dotti membranosi chiamati nel loro insieme labirinto membranoso. Lo spazio tra il labirinto osseo ed il labirinto membranoso è riempito di un liquido chiamato perilinfa, mentre all’interno del labirinto membranoso c’è un fluido detto endolinfa. Il labirinto membranoso è formato da tre canali semicircolari, che formano parte dell’organo dell’equilibrio, e dalla coclea. La coclea è una struttura spiraliforme, con circa tre avvolgimenti e mezzo, al suo interno divisa in due rampe da due membrane.

La rampa vestibolare è in contatto con la finestra ovale da una parte e con la rampa timpanica dall’altra. La rampa timpanica termina con la finestra rotonda. Sulla base della rampa vestibolare sono sistemate una serie di cellule ciliate, che nel loro insieme prendono il nome di organo del Corti. Le onde sonore sono convogliate dall’orecchio esterno al timpano; questo, vibrando, aziona la catena di ossicini che termina sulla finestra ovale. Il movimento della membrana sulla finestra ovale crea uno spostamento dell’endolinfa all’interno della coclea; questo spostamento si muove per tutta la rampa vestibolare, stimolando le cellule ciliate alla base di questa, prosegue nella rampa timpanica e finisce nella finestra rotonda. Quando vengono stimolate, le cellule ciliate rilasciano un impulso nervoso che arriva al sistema uditivo centrale; la quantità e la qualità di impulsi che arrivano al cervello vengono interpretati come suono. Impulsi che arrivano dalle prime cellule ciliate nella coclea vengono interpretati come suoni alti, impulsi provenienti dalla parte più distale vengono interpretati come suoni gravi. Localizzazione di una sorgente Il nostro cervello utilizza diverse informazioni da un suono per ricavare la posizione della sua sorgente rispetto alla nostra posizione. Avere due orecchie è indispensabile al fine di ricavare queste informazioni, uno solo non sarebbe sufficiente. Se una sorgente sonora non è centrale rispetto all’ascoltatore, il suono arriverà con alcune differenze alle due orecchie. Il cervello è in grado di calcolare queste differenze e di utilizzarle per risalire alla posizione della sorgente. I metodi utilizzati dal nostro cervello possono essere divisi in:

• ITD – Interaural Time Difference • ILD – Interaural Level Difference • HRTF – Head-Related Transfer Function ITD Viene calcolato il ritardo con cui un suono passa da un orecchio all’altro. Più il ritardo è grande, più la sorgente sarà spostata lateralmente. Questo però non avviene a tutte le frequenze: sotto i 300Hz l’origine di un suono non è più facilmente localizzabile. Per questo i suoni sopra i 300 Hz vengono considerati come raggi direzionali, quelli sotto come onde adirezionali. Questo spiega perché in genere non è importante dove si posiziona un subwoofer. ILD Se un suono ci colpisce lateralmente, la testa creerà un cono d’ombra tale per cui l’orecchio più lontano rispetto alla sorgente percepisce un volume minore rispetto all’altro. Maggiore la differenza di volume tra le due orecchie, maggiore lo spostamento laterale della sorgente. HRTF La testa agisce da filtro, attenuando alcune frequenze ed enfatizzandone altre. Il modo in cui la testa filtra i suoni è caratteristica di una determinata direzione di provenienza. Sensibilità dell’orecchio La sensibilità dell’orecchio umano dipende dalla frequenza del suono: è massima per le frequenze tra 2000 e 5000 Hz e sempre minore man mano che ci allontaniamo da questo intervallo. In pratica, un suono di 20 dB risulterà al di sotto della soglia di udibilità se emesso a 100 Hz, mentre risulterà udibile se emesso a 2500 Hz. La misura dell’intensità viene quindi ponderata secondo una scala che tiene conto della diversa risposta del nostro orecchio (curva di ponderazione A) e i rilievi così effettuati vengono indicati con il simbolo dB(A). Negli anni ’30 fu pubblicato un fondamentale studio sulla sensazione sonora, realizzato da Fletcher e Munson presso i laboratori Bell. Questo studio, in seguito ulteriormente perfezionato, è oggi alla base delle curve di sensazione rappresentate nel grafico che segue, note come curve di Fletcher e Munson.

Botulismo infantile in Piemonte, tra le possibili cause c’è il consumo di miele

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Un bambino di soli 5 mesi di Ivrea, è stato ricoverato a Roma per un casi di botulismo determinato probabilmente dal consumo di miele. Serviranno analisi approfondite del Dna del batterio per capire se il responsabile del ricovero in un ospedale possa essere stato proprio questo alimento. Per adesso il piccolo è ricoverato in terapia intensiva, dove i genitori precisano che le analisi devono proseguire per accertare le cause dell’intossicazione da botulismo.

Il bimbo ha accusato i primi sintomi durante una vacanza a Roma con i genitori, con stitichezza, diminuzione dei riflessi come quello della suzione, fino alla difficoltà di controllo dei movimenti della testa e difficoltà respiratorie. I genitori allarmati della salute del proprio figlio, si sono dirottati all’ospedale di Roma dove sono state analizzate le feci che hanno confermato la presenza del botulino, mentre l’azienda sanitaria To4  ha prelevato a casa il vasetto di miele e lo ha portato all’Istituto Zooprofilattico per avere un riscontro dal laboratorio per il controllo degli alimenti.

La direttrice Maria Caramelli avverte sui pericoli che il miele può causare su bimbi di età inferiore a un anno, e spiega la pericolosità del botulismo infantile che può portare alla morte se non diagnosticamene riconosciuto in tempo. Il responsabile della malattia e’ il Clostridium botulinum, un microbo che produce una tossina considerata il veleno naturale più potente al mondo. A differenza degli adulti, che riescono a metabolizzare le spore senza provocare danni, l’intestino dei bambini invece, prima dello svezzamento, non e’ ancora in grado di ucciderle o inattivarle. Di conseguenza le spore si moltiplicano nell’intestino, possono germinare e diventare batteri attivi che producono la famigerata tossina.

Botulismo, ricoverato bambino di 5 mesi: è il primo caso

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Un bambino di 5 mesi di Ivrea è stato ricoverato in ospedale a Roma dove si trovava con i genitori in vacanza. Fino a quanti anni i bambini sono a rischio? Tra questi vi erano la stitichezza, la difficoltà nell’eseguire i movimenti corporei, la riduzione dei riflessi ed infine preoccupanti complicazioni che hanno compromesso le normali capacità respiratorie. Stando a quanto si apprende, il piccolo era con i genitori in vacanza.

Il bimbo è ricoverato in terapia intensiva in un ospedale romano. Lo confermano i genitori del piccolo di Ivrea i quali tuttavia precisano che le analisi devono proseguire per accertare le cause dell intossicazione da botulismo . “Un po’ di miele? L’Istituto zooprofilattico ha esaminato il contenuto di un vasetto, perché sul ciuccio la nonna ne aveva messo un pizzico, ma più di un mese prima dell’insorgenza dei sintomi – spiega il padre – La causa potrebbe anche essere la polvere atmosferica, ma al momento non ci sono certezze”. Gli accertamenti saranno conclusi fra due settimane e solo allora, insistono i genitori, “si conoscerà la causa”.

Dopo una prima analisi, ieri l’Istituto Zooprofilattico del Piemonte aveva le tracce del botulino proprio nel miele, che però potrebbe essere stato contaminato da agenti esterni.  Il bimbo ha cominciato ad accusare i primi sintomi allarmanti in vacanza a Roma con i genitori:  stitichezza, diminuzione dei riflessi come quello della suzione, fino a difficoltà di controllo dei movimenti della testa e difficoltà respiratorie. A Roma sono state analizzate le feci che hanno confermato la presenza del botulino, mentre l’azienda sanitaria To4  ha prelevato a casa il vasetto di miele e lo ha portato all’Istituto Zooprofilattico per avere un riscontro dal laboratorio per il controllo degli alimenti.

La direttrice Maria Caramelli avverte sui pericoli che il miele può causare su bimbi di età inferiore a un anno. E spiega: “Il botulismo infantile e’ una malattia grave, rara, che può essere mortale se non diagnosticata in tempo, e che colpisce i bambini di meno di un anno. I sintomi  all’ inizio possono disorientare. Il  responsabile e’ il Clostridium botulinum, un microbo che produce una tossina considerata il veleno naturale più potente al mondo”. Nel botulismo infantile l’alimento maggiormente incriminato è il miele, (soprattutto quello di produzione casalinga) spesso utilizzato per dolcificare il ciuccio dei bambini.

Sintomi del botulismo infantile
Il botulismo si presenta generalmente con una paralisi progressiva discendente dei muscoli (dal capo verso il basso), se non riconosciuta e trattata la situazione può peggiorare portando all’interessamento dei muscoli respiratori. Nel lattante si manifesta per prima una difficoltà alla suzione, il piccolo ciuccia in maniera meno vigorosa, o si stanca facilmente. Solitamente la mamma si accorge presto del cambiamento perché se allatta al seno avrà una sensazione di tensione mammaria, se invece allatta artificialmente noterà un cambiamento nelle abitudini di poppata del figlio.

Successivamente compaiono ptosi (abbassamento) delle palpebre, dilatazione delle pupille, difficoltà alla deglutizione, alterazione del tono del pianto e sonnolenza. Non sono generalmente presenti febbre e vomito ma la stitichezza è un sintomo frequente. Tutte le forme di botulismo possono essere letali e sono quindi considerate come emergenze mediche. Il botulino alimentare è un’emergenza per la salute pubblica, perché la contaminazione alimentare può riguardare molte persone contemporaneamente.

In Italia si registrano circa 20 casi confermati all’anno, su un totale di circa 50 casi sospetti; tipicamente la causa va cercata nel consumo alimentare di conserve di produzione domestica e, proprio per questo, i pochi episodi coinvolgono tipicamente più persone appartenenti allo stesso nucleo famigliare.

Botulino, le domande più frequenti

Il recente caso di presunta presenza di botulino in alcuni vaset ti di pesto prodotto da un’azienda ligure ha portato l’attenzione sui temi della sicurezza alimentare e in particolare sulla grave tossinfezione nota come botulismo. Si tratta di una malattia paralizzante causata dalle tossine prodotte dal batterio Clostridium botulinum e da altri clostridi produttori di tossine botuliniche che tuttavia, nella fase di esordio, presenta sintomi comuni ad altre condizioni e può dunque essere confusa con più banali affezioni, come quelle dell’apparato gastrointestinale.

Vi sono sei forme di botulismo: alimentare, causato dall’ingestione di alimenti contaminati con le tossine botuliniche; infantile, dovuto alla produzione di tossine botuliniche nel lume intestinale di bambini con età inferiore ad un anno; da colonizzazione int estinale dell’adulto, che si sviluppa in adulti con gli stessi meccanismi patogenetici del botulismo infantile; da ferita, conseguente allo sviluppo di C. botulinum e alla conseguente produzione di tossine in situ in ferite infette; iatrogeno, ovvero da errato uso della tossina per scopi terapeutici o cosmetici; infine, botulismo da rilascio volontario/accidentale di tossine botuliniche.
Tutte le forme di botulismo sono emergenze e possono essere letali ma in particolare il botulismo alimentare è un’emergenza per la salute pubblica, dal momento che l’intossicazione può riguardare molte persone contemporaneamente.
Cerchiamo con una serie di Faq di rispondere ai più comuni dubbi che riguardano l’intossicazione da tossina botulinica.

Dove si può trovare il botulino?
Il botulino è un microrganismo anaerobio, vale a dire che si sviluppa in assenza di aria, che si può ritrovare nel suolo, nei sedimenti e nella polvere, sotto forma di spora. Gli alimenti possono venire a contatto con le spore, ma diventano pericolosi soltanto se permettono il passaggio della spora a cellula vegetativa, consentendo lo sviluppo del microrganismo. È infatti in questa fase che avviene la produzione delle tossine responsabili della malattia. Gli alimenti che non permettono lo sviluppo del botulino e sono quindi sicuri sono tutte le conserve naturalmente acide o acidificabili (per esempio la passata di pomodoro e i sott’aceto), le conserve preparate con alte concentrazioni di zucchero (marmellate e confetture) o sale (conserve alimentari in salamoia). Sono inoltre sicuri tutti quegli alimenti consumati freschi come l’insalata. Tutte le altre conserve alimentari per essere sicure necessitano di trattamenti di sterilizzazione, che non possono essere effettuati in casa, ma soltanto a livello industriale. Per questo motivo la maggior parte dei casi di botulismo è correlata a conserve di produzione domestica e solo raramente sono implicati alimenti industriali.

Come si capisce se una persona che accusa un malore ha un’intossicazione da botuli no?

In una prima fase i sintomi non sono così caratteristici e ciò purtroppo può ritardare la diagnosi. Poche ore dopo l’ingestione della tossina possono insorgere sintomi gastrointestinali, che generalmente non sono dovuti all’azione del botulino ma di a ltri microrganismi presenti nell’alimento. I sintomi caratteristici del botulismo solitamente compaiono entro le circa 24-72 ore dall’ingestione dell’alimento contaminato e consistono nello sdoppiamento della vista, difficoltà di messa a fuoco, difficoltà a tenere le palpebre aperte, dilatazione delle pupille, secchezza delle fauci e difficoltà di deglutizione, stitichezza. Nelle forme più gravi si può arrivare all’arresto respiratorio e in rarissimi casi alla morte. Non appena ci si accorge della gravità della sintomatologia occorre recarsi in ospedale.

Come ci si cura?
La tossina botulinica è uno tra i veleni naturali più pericolosi. Ne sono sufficienti dosi anche molto limitate per avere effetti potenzialmente letali. ll trattamento del botulismo è possibile soltanto previa ospedalizzazione e consiste nella somministrazione dell’antitossina e in trattamenti di supporto. Il trattamento con l’antitossina è efficace soltanto nei primi giorni dopo l’assunzione dell’alimento contaminato, in quanto agisce sulla tossina che si trova circolante a livello sanguigno e non ha azione sulla tossina che ha già danneggiato le terminazioni nervose. Anche se il recupero può essere molto lento, la malattia si risolve totalmente e tutte le terminazioni nervose danneggiate riacquistano la loro funzionalità.

La bollitura di una conserva mette al sicuro dai rischi?
La bollitura (raggiungimento dei 100°C) come misura di stabilizzazione delle conserve alimentari non è sufficiente a distruggere le spore ed impedire quindi che le stesse possano moltiplicarsi e produrre tossina. La bollitura può avere un effetto sfavorevole in quanto stimola la germinazione della spora ed uccide tutti i microrganismi naturalmente presenti nella conserva (potenziali competitori del botulino), così da favorire la crescita del botulino. Inoltre la bollitura elimina l’aria dall’alimento e dal liquido di conservazione e favorisce l’instaurarsi dell’anaerobiosi.

Trattamenti di bollitura sarebbero efficaci soltanto se protratti per 8-10 ore, ma con queste condizioni di stabilizzazione le caratteristiche organolettiche e nutrizionali della conserva sarebbero fortemente compromesse. La bollitura disattiva però la tossina, per cui far bollire per 5-10 minuti una conserva sospetta la rende (temporaneamente) sicura a patto che poi venga consumata immediatamente. Il consumo immediato infatti non consente alle spore eventualmente presenti nella conserva di poter germinare e produrre nuovamente tossina.
In generale, come si può preparare una conserva fatta in casa in modo che sia sicura?
In casa è possibile preparare in sicurezza tutte quelle conserve che non necessitano di sterilizzazione. Si possono quindi preparare sott’aceti, alimenti in salamoia, marmellate e confetture.

I sott’aceti devono essere preparati facendo bollire le verdure con una soluzione fatta al 50% da acqua e 50% da aceto di vino (utilizzare un aceto che contenga almeno il 5% di acido acetico – tale indicazione si trova riportata in etichetta). Scolarle e lasciarle asciugare avvolte in un canovaccio pulito. Successivamente invasare e ricoprire di olio, lasciando uno spazio vuoto tra il coperchio e il livello dell’olio di un paio di centimetri. È importante che le verdure siano completamente coperte dall’olio (esistono appositi distanziatori per uso alimentare che possono essere utilizzati per impedire che le verdure fuoriescano dall’olio).

Per quanto riguarda le conserve in salamoia, bisogna usare una soluzione acquosa contenente almeno il 15% di sale da cucina (150 g di sale ogni litro di acqua). Se per esempio si preparano le olive in salamoia, non deve essere tolto quel velo biancastro che si forma sul pelo libero della salamoia, in quanto si tratta di microrganismi che servono per far avvenire la naturale fermentazione e maturazione dell’oliva. Trascorso il periodo di maturazione, le olive si sgocciolano e si invasano immergendole completamente in una nuova salamoia. Immediatamente prima del consumo possono essere lavate con acqua fresca in modo da eliminare gli eccessi di sale.

E per quanto riguarda le conserve dolci, marmellate e confetture?

Marmellate e confetture dovrebbero essere fatte con ricette tradizionali che prevedono l’impiego di frutta e zucchero in pari quantità. Contenuti minori di zucchero potrebbero permettere alterazioni della conserva, anche se non necessariamente a carico del botulino.
Per quanto riguarda poi il pesto, di cui si è molto parlato a seguito dei recente fatto di cronaca, a livello domestico è consigliabile la preparazione e la porzionatura in bicchieri di plastica da congelare. Al momento dell’uso scongelare il quantitativo necessario e conservare eventuali eccedenze in frigorifero, avendo premura di consumarle prima possibile (entro 3-4 giorni). Tutte le conserve, sia di preparazione domestica che industriale, una volta aperte devono essere conservate in frigorifero per tempi ridotti. È quindi consigliabile acquistare o preparare conserve in formati compatibili con il proprio consumo.

Il botulismo è una malattia causata da un’intossicazione alimentare, provocata dall’ingestione di alimenti nei quali è presente la tossina del Clostridium botulinum, (batterio Gram + produttore di spore).
Le spore presenti nel cibo contaminato (solitamente conserve domestiche), in particolari condizioni anaerobiche, germinano, crescono e producono la tossina che si accumula nell’alimento. La forma vegetativa del batterio produce la tossina. È l’ingestione della tossina a causare il botulismo, non l’ingestione delle spore o del batterio vitale.
Il quadro clinico è caratterizzato da pupille fisse, dilatate, mucose secche, paralisi muscolare discendente progressiva, che parte dal capo e va verso le braccia, ed elevata mortalità. I malati di botulismo muoiono per paralisi respiratoria.
La tossina botulinica è estremamente attiva, in effetti uno dei veleni più potenti che siano noti all’uomo. 75 ng di tossina pura sono in grado di uccidere un essere umano.
La tossina botulinica è di natura proteica, termolabile a 80 °C e resistente ai succhi gastrici.
Il germe e le spore si trovano anche nel suolo e nei vegetali: l’uomo viene intossicato generalmente dalla tossina quando ingerisce alimenti contaminati e non ben cotti o conserve alimentari in cui si è sviluppato il batterio. Utili spie di alimenti contaminati da botulino sono l’odore di putrido, di burro rancido, e la disgregazione dell’alimento con formazione di bolle gassose, anche se alcuni tipi di contaminazione possono non mostrare alcuna modifica organolettica degli alimenti. Mentre i ceppi di tipo A, B e C scindono le proteine e quindi fanno putrefare il cibo rendendolo sgradevole, il ceppo di tipo E non elabora enzimi proteolitici e i cibi possono avere un aspetto e un sapore gradevole, pur contenendo elevate quantità di botulino.
Le spore del Clostridio sopportano il riscaldamento a 100 °C per parecchie ore. Si possono quindi trovare nelle conserve casalinghe, specie di fagiolini, zucchine, spinaci, piselli, granturco, asparagi, pepe di Caienna, sottaceti, olive, fichi, albicocche, pesche, funghi, carne seccata in casa, pesci che vivono o si nutrono sul fondo tipo ghiozzo e che poi vengono conservati affumicati.
L’uso di nitrito quale conservante alimentare ha tra i suoi principali scopi quello di impedire il moltiplicarsi di Clostridium botulinum. Esistono anche altre forme di botulismo: il botulismo infantile è causato dall’ingestione delle spore che germinano nell’intestino dei bambini e rilasciano la tossina, mentre una forma più rara si contrae per infezione delle ferite.
Il pH di sicurezza totale, al di sotto del quale il microrganismo è inattivo, quindi incapace di produrre la tossina, è 4,6. Questo valore è un parametro fondamentale per la sicurezza alimentare.
Si tenga presente che i cibi inscatolati dall’industria non sono totalmente sicuri. Infatti si sono verificate delle tossinfezioni alimentari a causa di cibi contaminati quali il paté di fegato in scatola, un formaggio di tipo ignoto, il pesce affumicato tipo ghiozzo, e il tonno in scatola.

COME OPERARE NELLA PREPARAZIONE DI CONSERVE DOMESTICHE PER EVITARE QUESTO
GRAVISSIMO INCONVENIENTE

Lavare accuratamente la frutta e la verdura che utilizziamo, soprattutto se è entrata in contatto con la terra. Operare rispettando rigorosamente l’igiene quando si lavorano carni e pesci.
Utilizzare coperchi nuovi o sicuramente efficienti.
Sterilizzare vasetti e coperchi se la conserva non viene bollita a bagno-maria per ottenere il vuoto.
Quando utilizziamo la conserva verificare la tenuta del coperchio che deve avere una piccola concavità.
Per conserve che non contengono al loro interno un conservante naturale come lo zucchero o l’aceto, preferire il loro utilizzo dopo riscaldamento, in quanto la tossina è termolabile.
Conservare i vasetti al riparo dalla luce, in un ambiente fresco e non umido.

Gli alimenti possono divenire fonte di guai per il nostro organismo, per effetto di errori alimentari o per la presenza, all’interno dell’alimento, di “qualcosa” di nocivo per la nostra salute, ossia: batteri patogeni o loro tossine; virus;
altri micro e macroparassiti (funghi, protozoi, vermi); sostanze chimiche nocive; contaminanti radioattivi.
Gli alimenti contaminati non sono più sicuri per la salute ed espongono al rischio di malattie di vario tipo: intossicazioni e avvelenamenti; tossinfezioni alimentari; malattie infettive;
tumori e altre malattie degenerative.
La contaminazione è, nella maggior parte dei casi, accidentale e avviene durante i vari “passaggi” dell’alimento, dal momento della sua produzione fino al momento in cui viene consumato.
Per alcuni alimenti, le sostanze tossiche sono naturalmente presenti nell’alimento (ad esempio i funghi velenosi), per altri ancora le sostanze tossiche sono state aggiunte volontariamente all’alimento, in genere nell’ambito di una frode commerciale (adulterazione, sofisticazione).
Frodi alimentari
La frode è un inganno commesso da una persona (o più persone) ai danni di altri. La frode in commercio è un reato, perseguibile per legge, compiuto da chi consegna a un acquirente una cosa per un’altra o comunque diversa da quella dichiarata, per origine, provenienza, qualità e quantità.
Il termine frode alimentare si riferisce alla produzione e al consumo di alimenti che non corrispondono alle prescrizioni di legge.
Ogni alimento e prodotto alimentare è definito per sua composizione, per
la sua origine per le sue caratteristiche organolettiche; ha una sua data di produzione e un limite di tempo entro il quale va consumato.
Se l’alimento prodotto e messo in commercio non corrisponde a quanto previsto dall’etichetta, si ha una frode alimentare. Queste possono essere classificate in:
1) alterazioni: vendita di alimenti che hanno subito modificazioni nella loro composizione originaria per effetto di processi spontanei: ad esempio, vendita di latte inacidito, o di vino andato in aceto;
2) adulterazioni: produzione/vendita di alimenti la cui composizione è stata modificata quantitativamente riducendo cosi il valore commerciale e nutritivo che il prodotto dichiarato dovrebbe avere; tale modificazione viene ottenuta sottraendo, in tutto o in parte, sostanze nutritive (ad esempio, levando il grasso, ossia la “crema”, dal latte, vendendolo poi come latte intero) oppure aggiungendo sostanze simili ma di minor qualità e pregio (e quindi di minor costo per il produttore o commerciante che guadagnerà di più alle spalle dell’ignaro consumatore), come nel caso dell’aggiunta di acqua al vino o al latte;
3) sofisticazioni: prodotti sottoposti a trattamenti per renderli simili ad altri prodotti più pregiati; ad esempio, l’aggiunta di un colorante giallo ad una pasta di semola per farla assomigliare alla pasta all’uovo e venderla come tale;
4) contraffazioni: prodotti sostituiti in tutto o in parte con altri meno pregiati; ad esempio, vendere margarina per burro; vendere come olio di oliva una miscela di olio di oliva e di olio di semi.
Le frodi alimentari vanno perseguite perché, oltre al danno economico, esse sono spesso causa di gravi attentati alla salute del consumatore. La vendita di prodotti alimentari che hanno subito un’alterazione e l’utilizzo di ingredienti avariati nella produzione di alimenti rappresentano un fatto particolarmente grave perché in grado di danneggiare la salute di più persone contemporaneamente.

La contaminazione microbica
Gli alimenti rappresentano, per molte specie di microrganismi, un ambiente molto adatto per la loro sopravvivenza e per la loro riproduzione. Quando un alimento è contaminato da un microrganismo, questo si riproduce rapidamente, cosicché già dopo alcune ore il numero di germi presenti nell’alimento è enorme. I germi si nutrono delle sostanze che compongono l’alimento e producono sostanze di rifiuto che si accumulano nell’alimento, rendendolo poco adatto per la nostra nutrizione (alterazione delle caratteristiche organolettiche: sapore, odore, consistenza ecc.). Se i microrganismi sono patogeni, inoltre, possono produrre tossine e rendere l’alimento nocivo per la salute.

Tra i microrganismi che possono contaminare gli alimenti, particolare importanza hanno i batteri, i lieviti e le muffe. Anche i virus possono contaminare i cibi e causare malattie infettive, come l’epatite virale di tipo A. Lieviti e muffe. Lieviti e muffe sono organismi microscopici che appartengono al regno dei funghi.

I lieviti sono funghi unicellulari di forma rotondeggiante dalle dimensioni di 5-10 micron; come tutti gli altri funghi, sono eucarioti (le cellule hanno nucleo visibile e provvisto di membrana nucleare. Si riproducono per gemmazione: la nuova cellula si sviluppa come una gemma, una piccola protuberanza della cellula madre, dalla quale poi si stacca.
I lieviti si sviluppano in presenza di zuccheri e sono importanti nel settore alimentare perché fermentano gli zuccheri producendo alcool (fermentazione alcolica) e anidride carbonica.
Vengono perciò utilizzati nella produzione del vino e della birra e per far “lievitare” il pane: infatti, l’anidride carbonica prodotta è un gas e fa “gonfiare” la pasta del pane, della pizza e di tutti gli altri alimenti lievitati (brioches ecc).

Il lievito ha un alto contenuto di vitamine del gruppo B e viene utilizzato anche come integratore alimentare. Tra i vari lieviti vanno ricordati quelli appartenenti al genere Saccharomy- ces, come il lievito di birra (Saccha- romyces cerevisiae), utilizzati sia nella produzione del vino e della birra, sia nella panificazione. Le muffe sono microrganismi pluricellulari, costituiti da un intreccio di ife, alle cui estremità si sviluppa lo sporangio, che contiene le spore riproduttive. Si sviluppano facilmente in ambiente acido (pH 5,5) e a temperature di 15-30 °C; muoiono a 60-65 °C, per cui vengono distrutte, eliminate col trattamento della pastorizzazione.

Muffa del genere Penicillium al microscopio elettronico. Le muffe sono responsabili dell’alterazione di molti alimenti, come il pane, le farine, i cereali in generale, il latte e i suoi derivati (burro, formaggi, yogurt), la carne, la frutta e le verdure. Le muffe del genere Penicillium si ritrovano spesso sugli agrumi (arance, limoni) dove formano una patina bluverdastra; allo stesso genere appartiene il Penicillium notatum, che produce la penicillina (il primo antibiotico scoperto da Alexander Fleming) e i Penicillium camemberti e roqueforti,
che intervengono nella maturazione di alcuni famosi formaggi francesi (Camembert e Roquefort).

Un altro genere di muffe è l’Asper- gillus, che contamina farine e cereali e può produrre sostanze molto tossiche, come le aflatossine.

I batteri
I batteri sono organismi unicellulari invisibili a occhio nudo, sono cioè dei microrganismi. Per osservarli è necessario utilizzare il microscopio ottico e, per studiarli nei più fini dettagli, il microscopio elettronico. La cellula batterica è detta procariota, perché il suo nucleo (carios, in greco), costituito da un solo cromosoma (costituito a sua volta da un filamento di DNA circolare), non è visibile al microscopio ottico: manca, infatti, la membrana nucleare, che nelle cellule eucariote (animali e vegetali) separa il nucleo con i suoi cromosomi dal citoplasma. Il citoplasma è delimitato dalla membrana cellulare e all’esterno della membrana cellulare è presente una parete cellulare rigida (che dà la forma ai batteri) e, a volte, una capsula gelatinosa protettiva. batteri, riproducendosi, formano spesso ammassi di cellule visibili a occhio nudo che vengono detti colonie. Tuttavia in ogni colonia, i singoli batteri sono indipendenti tra loro.
Diverse specie (batteri sporigeni) sono in grado di resistere in condizioni ambientali sfavorevoli (temperature elevate, fino a più di 100 °C, oppure temperature molto basse, carenza di materiali nutritivi, radiazioni ultraviolette, disinfettanti ecc.), trasformandosi in spore.
I batteri possono essere distinti, in base alla loro forma, in: cocchi, di forma sferica; bacilli (o batteri propriamente detti), di forma cilindrica, a bastoncino; vibrioni, ricurvi, a virgola; spirilli e spirochete, avvolti a spirale.

La contaminazione degli alimenti

Gli alimenti possono divenire fonte di guai per il nostro organismo, per effetto di errori alimentari o per la presenza, all’interno dell’alimento, di “qualcosa” di nocivo per la nostra salute, ossia:
• batteri patogeni o loro tossine;
• virus;
• altri micro e macroparassiti (funghi, protozoi, vermi);
• sostanze chimiche nocive;
• contaminanti radioattivi.
Gli alimenti contaminati non sono più sicuri per la salute ed espongono al rischio di malattie di vario tipo:
• intossicazioni e avvelenamenti;
• tossinfezioni alimentari;
• malattie infettive;
• tumori e altre malattie degenerative.
La contaminazione è, nella maggior parte dei casi, accidentale e avviene durante i vari “passaggi” dell’alimento, dal momento della sua produzione fino al momento in cui viene consumato.
Per alcuni alimenti, le sostanze tossiche sono naturalmente presenti nell’alimento (per esempio i funghi velenosi), per altri ancora le sostanze tossiche sono state aggiunte volontariamente all’alimento, in genere nell’ambito di una frode commerciale (adulterazione, sofisticazione).
Frodi alimentari
La frode è un inganno commesso da una persona (o più persone) ai danni di altri. La frode in commercio è un reato, perseguibile per legge, compiuto da chi consegna a un acquirente una cosa per un’altra o comunque diversa da quella dichiarata, per origine, provenienza, qualità e quantità.
Il termine frode alimentare si riferisce alla produzione e al consumo di alimenti che non corrispondono alle prescrizioni di legge.
Ogni alimento e prodotto alimentare è definito per la sua composizione, per la sua origine e per le sue caratteristiche organolettiche; ha una sua data di produzione e un limite di tempo entro il quale va consumato.
Se l’alimento prodotto e messo in commercio non corrisponde a quanto previsto dall’etichetta, si ha una frode alimentare. Le frodi si classificano in:
1) alterazioni: vendita di alimenti che hanno subito modificazioni nella loro composizione originaria per effetto di processi spontanei: per esempio, vendita di latte inacidito, o di vino andato in aceto;
2) adulterazioni: produzione/vendita di alimenti la cui composizione è stata modificata quantitativamente riducendo cosi il valore commerciale e nutritivo che il prodotto dichiarato dovrebbe avere; tale modificazione viene ottenuta sottraendo, in tutto o in parte, sostanze nutritive (per esempio, levando il grasso, ossia la “crema”, dal latte, vendendolo però come latte intero) oppure aggiungendo sostanze simili ma di minor qualità e pregio (e quindi di minor costo per il produttore o commerciante che guadagnerà di più alle spalle dell’ignaro consumatore), come nel caso dell’aggiunta di acqua al vino o al latte;

3) sofisticazioni: prodotti sottoposti a trattamenti per renderli simili ad altri prodotti più pregiati; per esempio, l’aggiunta di un colorante giallo a una pasta di semola per farla assomigliare alla pasta all’uovo e venderla come tale;
4) contraffazioni: prodotti sostituiti in tutto o in parte con altri meno pregiati; per esempio, vendere margarina per burro; vendere come olio di oliva una miscela di olio di oliva e di olio di semi.
Le frodi alimentari vanno perseguite perché, oltre al danno economico, esse sono spesso causa di gravi attentati alla salute del consumatore.
La vendita di prodotti alimentari che hanno subito un’alterazione e l’utilizzo di ingredienti avariati nella produzione di alimenti rappresentano un fatto particolarmente grave perché in grado di danneggiare la salute di più persone contemporaneamente.

Gli alimenti rappresentano, per molte specie di microrganismi, un ambiente molto adatto per la loro sopravvivenza e per la loro riproduzione.
Quando un alimento è contaminato da un microrganismo, questo si riproduce rapidamente, cosicché già dopo alcune ore il numero di germi presenti nell’alimento è enorme.
I germi si nutrono delle sostanze che compongono l’alimento e producono sostanze di rifiuto che si accumulano nell’alimento, rendendolo poco adatto per la nostra nutrizione (alterazione delle caratteristiche organolettiche: sapore, odore, consistenza ecc.). Se i microrganismi sono patogeni, inoltre, possono produrre tossine e rendere l’alimento nocivo per la salute.
Tra i microrganismi che possono contaminare gli alimenti, particolare importanza hanno i lieviti e le muffe, e i batteri. Anche i virus possono contaminare i cibi e causare malattie infettive, come l’epatite virale di tipo A.
Lieviti e muffe
Lieviti e muffe sono organismi microscopici che appartengono al regno dei funghi.
I lieviti sono funghi unicellulari di forma rotondeggiante dalle dimensioni di 5-10 micron; come tutti gli altri funghi, sono eucarioti (le cellule hanno nucleo visibile e provvisto di membrana nucleare. Si riproducono per gemmazione: la nuova cellula si sviluppa come una gemma, una piccola protuberanza della cellula madre, dalla quale poi si stacca.
I lieviti si sviluppano in presenza di zuccheri e sono importanti nel settore alimentare perché fermentano gli zuccheri producendo alcool (fermentazione alcolica) e anidride carbonica.
Vengono perciò utilizzati nella produzione del vino e della birra e per far “lievitare” il pane: infatti, l’anidride carbonica prodotta è un gas e fa “gonfiare” la pasta del pane, della pizza e di tutti gli altri alimenti lievitati (brioches ecc.).
II lievito ha un alto contenuto di vitamine del gruppo B e viene utilizzato anche come integratore alimentare.
Tra i vari lieviti vanno ricordati quelli appartenenti al genere Saccharomyces, come il lievito di birra (Saccharomyces cerevisiae), utilizzati sia nella produzione del vino e della birra, sia nella panificazione.
Le muffe sono microrganismi pluricellulari, costituiti da un intreccio di ife, alle cui estremità si sviluppa lo sporangio, che contiene le spore riproduttive. Si sviluppano facilmente in ambiente acido (pH 5,5) e a temperature di 15-30 °C; muoiono a 60-65 °C, per cui vengono distrutte, eliminate col trattamento della pastorizzazione.

Le muffe sono responsabili dell’alterazione di molti alimenti, come il pane, le farine, i cereali in generale, il latte e i suoi derivati (burro, formaggi, yogurt), la carne, la frutta e le verdure.
Le muffe del genere Penicillium si ritrovano spesso sugli agrumi (arance, limoni) dove formano una patina blu-verdastra; allo stesso genere appartiene il Penicillium notatum, che produce la penicillina (il primo antibiotico scoperto da Alexander Fleming) e i Penicillium camemberti e roqueforti, che intervengono nella maturazione di alcuni famosi formaggi francesi (Camembert e Roquefort).
Un altro genere di muffe è l’Aspergillus, che contamina farine e cereali e può produrre sostanze molto tossiche, come le aflatossine.

batteri
I batteri sono organismi unicellulari invisibili a occhio nudo, sono cioè dei microrganismi. Per osservarli è necessario utilizzare il microscopio ottico e, per studiarli nei più fini dettagli, il microscopio elettronico.
La cellula batterica è detta procariota, perché il suo nucleo (carios, in greco), costituito da un solo cromosoma (costituito a sua volta da un filamento di DNA circolare), non è visibile al microscopio ottico: manca, infatti, la membrana nucleare, che nelle cellule eucariote (animali e vegetali) separa il nucleo con i suoi cromosomi dal citoplasma. Il citoplasma è delimitato dalla membrana cellulare e all’esterno della membrana cellulare è presente una parete cellulare rigida (che dà la forma ai batteri) e, a volte, una capsula gelatinosa protettiva.
Diverse specie (batteri sporigeni) sono in grado di resistere in condizioni ambientali sfavorevoli (temperature elevate, fino a più di 100 °C, oppure temperature molto basse, carenza di materiali nutritivi, radiazioni ultraviolette, disinfettanti ecc.), trasformandosi in spore.

I batteri possono essere distinti, in base alla loro forma, in:
• cocchi, di forma sferica;
• bacilli (o batteri propriamente detti), di forma cilindrica, a bastoncino;
• vibrioni, ricurvi, a virgola;
• spirilli e spirochete, avvolti a spirale.
Cocchi e bacilli, quando si riproducono, rimangono spesso uniti a formare coppie (diplococchi e diplobacilli), catenelle (streptococchi e streptobacilli) o grappoli (stafilococchi) di batteri.
Tutti i batteri, coltivati con opportuni terreni di coltura in apposite piastre, formano colonie visibili a occhio nudo.
La colorazione di Gram (ideata nel 1884 da Christian Gram), consente di distinguere al microscopio ottico i batteri in due categorie:
• batteri Gram positivi (Gram +), colorati in blu-viola;
• batteri Gram negativi (Gram -), colorati in rosa-rosso.

Ciclo vitale dei batteri. Come tutti gli organismi viventi, anche i batteri necessitano di sostanze nutritive per crescere e riprodursi.
Le esigenze nutritive dei microrganismi variano da specie a specie, poiché ogni specie batterica è in grado di produrre enzimi diversi e utilizzare sostanze più o meno complesse.
Tutti necessitano degli elementi di cui sono composti: carbonio, idrogeno, ossigeno (acqua), azoto, zolfo, fosforo; tuttavia possiamo distinguere i batteri in due grosse categorie in base alla capacità di utilizzare il carbonio dell’anidride carbonica (CO2):
• gli autotrofi che utilizzano l’anidride carbonica come fonte di carbonio;
• gli eterotrofi che necessitano, come fonte di carbonio, di composti organici, come il glucosio.
Dai composti organici del carbonio tutti i microrganismi ricavano, per ossidazione o fermentazione, energia utilizzabile per il loro sviluppo: gli autotrofi possono produrre questi composti a partire dal carbonio inorganico (CO2); gli eterotrofi, invece, devono introdurli già preformati.

La temperatura è un fattore importante per lo sviluppo microbico. Oltre una certa temperatura (60 °C), la maggior parte dei batteri muore. Al di sotto degli 0 °C la riproduzione batterica viene bloccata. Tutti i germi hanno una loro temperatura ottimale, alla quale si riproducono più velocemente. Essi vengono perciò distinti in: mesofili, termofili, psicrofili e psicrotrofi.
I mesofili hanno temperatura ottimale di sviluppo compresa tra i 20 e i 40 °C: tra questi vi sono molti germi patogeni che crescono bene alla temperatura corporea (37 °C).
I termofili hanno temperatura ottimale compresa tra 45 e 60 °C; alcuni si riproducono (ma più lentamente) anche a temperature più basse (20-40 °C), altri sono invece termofili obbligati, cioè si riproducono solo in quell’intervallo di temperature più elevate.
Gli psicrofili crescono meglio a 15-20 °C, ma possono riprodursi anche a temperature di 0 °C o meno e quindi anche nei cibi refrigerati, dove possiamo trovare anche gli psicrotrofi, che crescono solo a temperature inferiori a 15 °C (alcuni anche a meno di -7 °C).
Alcuni metodi di conservazione utilizzano le basse temperature per bloccare la riproduzione dei germi, altri le alte temperature per distruggerli (oltre i 70-80 °C). Le basse temperature dei frigoriferi consentono lo sviluppo dei microrganismi psicrofili, che possono alterare l’alimento; fortunatamente i germi patogeni per l’uomo sono mesofili e non si riproducono alle basse temperature (4-5 °C). Mantenere il cibo “in caldo”, a temperatura di 30-40 °C, favorisce, invece, lo sviluppo dei germi patogeni. Una temperatura di 60-65 °C consente, invece, la distruzione della maggior parte dei microbi, anche se le spore sopravvivono a temperature superiori a 100 °C.
Ossigeno e anidride carbonica influenzano la crescita dei microrganismi che perciò sono suddivisi in 4 gruppi:
• aerobi obbligati: crescono bene in presenza di ossigeno (si procurano energia dalla ossidazione dei principi nutritivi);
• anaerobi obbligati: crescono bene solo in assenza di ossigeno, producendo energia dalla fermentazione degli zuccheri o dalla putrefazione delle proteine;
• aerobi-anaerobi facoltativi: si riproducono sia in presenza sia in assenza di ossigeno;
• microaerofili: crescono solo se l’ossigeno è presente in piccole quantità, inferiori a quelle normalmente presenti nell’aria.
La presenza di ossigeno, ossia il contatto con l’aria è necessario per la sopravvivenza delle muffe e dei batteri aerobi; tuttavia, alcune delle più gravi intossicazioni alimentari sono causate da batteri anaerobi, che si moltiplicano proprio in alimenti isolati dall’aria e dall’ossigeno.
Anche l’acqua (umidità) è indispensabile per la riproduzione dei microrganismi: a bassa umidità possono riprodursi solo le muffe e i germi osmofili; crescendo la percentuale di acqua vediamo riprodursi i lieviti e infine i batteri.
Gli alimenti ricchi d’acqua (latte, creme ecc.) sono perciò più facilmente contaminati dai microrganismi, e devono essere conservati in frigorifero (a basse temperature) e consumati entro un numero limitato di giorni; alimenti più poveri di acqua, come i legumi secchi, i cereali, le paste alimentari secche si mantengono più a lungo nel tempo ed è meno probabile la loro contaminazione microbica.
L’essiccamento, ossia la sottrazione di acqua dall’alimento, è un efficace metodo di conservazione utilizzato per molti alimenti.
Infine, anche il grado di acidità (pH) dell’ambiente influenza le capacità di sopravvivenza e riproduzione dei batteri, essendo la maggior parte di essi incapace di sopravvivere in ambienti fortemente acidi.

L’acidità rende perciò un alimento più resistente alla contaminazione. Alimenti acidi come le fragole, i mirtilli, i limoni (pH basso: 2-2,5) vengono contaminati più raramente rispetto ad altri come il latte, la carne, i formaggi.
La conservazione sott’aceto, rendendo l’alimento più acido, lo preserva dalla contaminazione, anche se è frequente lo sviluppo di muffe (che prediligono un ambiente leggermente acido) nei barattoli di sottaceti aperti.
In condizioni ambientali favorevoli (in presenza cioè di ampia disponibilità di nutrienti, di temperatura, umidità e pH adatti) la crescita dei batteri è molto rapida: essi sono in grado di riprodursi in soli 20-30 minuti. Così, in poche ore, da una singola cellula batterica si possono ottenere miliardi di batteri.
Il tempo che intercorre tra la preparazione e il consumo dell’alimento è un altro fattore di notevole importanza per la contaminazione microbica, sia perché più tempo passa e più occasioni di contaminazione si possono verificare, sia perché, una volta contaminato l’alimento, più passa il tempo e maggiore sarà il numero di germi in esso presenti.
Le spore
In condizioni ambientali sfavorevoli, la maggior parte dei batteri muore. Alcune specie (batteri sporigeni) sono, invece, in grado di sopravvivere, producendo un guscio protettivo detto spora.
Le spore dei batteri possono così sopravvivere per anni, come in letargo, senza riprodursi; quando le condizioni ambientali tornano a essere favorevoli, i batteri si liberano dalla spora (germinazione) e riprendono la loro attività. Le spore sono particolarmente resistenti alle alte temperature (non vengono distrutte neanche a 100 °C) ed è per questo che i batteri sporigeni sono spesso responsabili di tossinfezioni alimentari.
Batteri, alimenti e malattie
I batteri sono diffusi ovunque. Come decompositori hanno una notevole importanza nei cicli biologici, perché degradano le sostanze organiche degli organismi morti, liberando nell’ambiente (suolo, acqua, aria) le sostanze inorganiche, che verranno poi assorbite dalle piante, ritrasformate in composti organici e reintrodotte nella catena alimentare.
Molti batteri eterotrofi trovano negli alimenti l’ambiente ideale per la loro riproduzione e alcuni di essi vengono sfruttati proprio per la produzione e trasformazione di particolari alimenti, come lo yogurt.
Tuttavia, la contaminazione degli alimenti da parte dei batteri (o di altri microrganismi) può alterare le loro caratteristiche organolettiche (odore, sapore, colore, consistenza) rendendoli inadatti al consumo.
Se contaminati da batteri patogeni, gli alimenti possono diventare veicoli di trasmissione di malattie (malattie infettive come il tifo o il colera, intossicazioni e tossinfezioni alimentari).
I batteri patogeni si riproducono facilmente all’interno dell’organismo umano e la loro azione dannosa è determinata dalla produzione di sostanze tossiche dette tossine, distinte in esotossine ed endotossine.
Le esotossine sono sostanze termolabili (vengono distrutte dal calore), prodotte da alcuni batteri come il Clostridium botulinum, che produce la tossina (esotossina) botulinica, responsabile della più grave intossicazione alimentare, il botulismo.

Le endotossine sono, invece, componenti polisaccaridiche della parete cellulare di alcuni batteri Gram negativi, come le Salmonelle, che si liberano quando la cellula batterica si disgrega e muore. Sono resistenti al calore e spesso causa di tossinfezioni alimentari.
Contaminazione endogena ed esogena
La presenza di microrganismi patogeni negli alimenti è la conseguenza di una contaminazione che può essere:
1) endogena, quando l’alimento contiene già all’origine i microrganismi patogeni: è il caso degli alimenti di origine animale (carne, pesce, uova in particolare), provenienti da animali infetti (malati o portatori sani di germi patogeni). I controlli veterinari sono perciò molto importanti per prevenire questo tipo di contaminazione; anche la corretta esecuzione delle procedure di macellazione ha un ruolo importante per prevenire la diffusione dei microbi dall’intestino dell’animale alla carne;
2) esogena, quando i germi provengono dall’esterno, attraverso vie più o meno complesse.
Lo studio delle vie di trasmissione dei microrganismi che contaminano gli alimenti è molto importante per la prevenzione della contaminazione esogena e delle malattie a essa correlate.
Le fonti di infezione
I germi patogeni per l’uomo si riproducono all’interno di organismi viventi: esseri umani o animali malati o portatori “sani”. Il portatore “sano” è un individuo infetto che non presenta sintomi da malattia, ma è comunque contagioso. Esseri umani o animali infetti rappresentano la fonte di infezione. Dalla fonte di infezione i microbi si diffondono nell’ambiente e possono raggiungere e contaminare gli alimenti per via diretta o indiretta.
Contaminazione diretta
Quando la fonte di infezione è l’uomo, gli alimenti possono essere direttamente
contaminati dall’individuo infetto, raramente malato, più spesso portatore “sano”
(asintomatico). Un soggetto può essere infetto ma non malato perché:
1) si trova nella fase di incubazione, nella quale l’infezione c’è ma non è ancora abbastanza estesa da causare la malattia;
2) ha sviluppato l’infezione in forma lieve, asintomatica: è contagioso per un certo periodo, ma non ha disturbi che possano rivelarlo;
3) è guarito clinicamente dalla malattia, ma nel periodo di convalescenza è ancora infetto e contagioso per alcune settimane;
4) ha avuto la malattia o una infezione asintomatica, ma l’infezione è diventata cronica e l’individuo per anni resta contagioso.

Le vie di trasmissione
I microbi vengono “liberati” nell’ambiente dalla fonte di infezione attraverso diverse vie:
• le vie respiratorie: colpi di tosse, starnuti e goccioline di saliva emesse parlando possono raggiungere direttamente l’alimento e, se contengono germi patogeni, lo contaminano. È opportuno, perciò, mettere la mano davanti alla bocca quando si tossisce e utilizzare apposite mascherine durante la preparazione di alimenti facilmente contaminabili, come le creme, i gelati ecc.;
• la pelle: è frequente la presenza di stafilococchi in foruncoli o ferite infette; in questi casi il personale deve utilizzare guanti in lattice, che non lasciano diffondere i germi all’alimento, oppure deve astenersi dal contatto con gli alimenti stessi;
• l’intestino e le feci: molto spesso le malattie correlate alla contaminazione microbica degli alimenti si trasmettono attraverso il circuito oro-fecale; i microbi vengono introdotti per bocca (oro), si riproducono nell’intestino e vengono poi eliminati all’esterno con le feci (fecale). Per evitare la diretta contaminazione dei cibi, il personale deve scrupolosamente lavarsi le mani ogni volta che va in bagno.
Contaminazione indiretta: veicoli e vettori
In questo caso la fonte di infezione (uomo o animale) libera nell’ambiente i germi patogeni, che raggiungono e contaminano gli alimenti attraverso particolari “mezzi di trasporto”: i veicoli e i vettori;
• i veicoli sono oggetti attraverso i quali avviene la trasmissione dei germi patogeni all’alimento. Distinguiamo veicoli inerti, nei quali i germi sopravvivono ma non si riproducono (per esempio un tovagliolo sporco); veicoli favorenti nei quali i microrganismi possono anche riprodursi (per esempio molti alimenti); veicoli ostacolanti, nei quali la sopravvivenza dei microbi è resa difficile (come per esempio le bevande alcoliche, gli alimenti acidi ecc.);
• i vettori sono, invece, piccoli esseri viventi in grado di trasportare i germi patogeni dalla fonte di infezione o dall’ambiente agli alimenti. Insetti e roditori rappresentano gli esempi più tipici. I vettori vengono distinti in: vettori passivi (mosche, scarafaggi), che si limitano a trasportare i germi senza intervenire sulla loro riproduzione, e vettori attivi (come le zanzare Anopheles nella malaria) che partecipano al ciclo riproduttivo del germe.
Contaminazione crociata
La contaminazione può trasferirsi da un alimento a un altro attraverso un “veicolo” intermedio che può essere rappresentato dalle mani dell’uomo, dalla biancheria, dalle stoviglie, dagli utensili o altre attrezzature.
Per evitare questo tipo di contaminazione è importante prevedere una precisa organizzazione delle fasi di preparazione degli alimenti.

Le tossinfezioni alimentari
Sono malattie causate da alimenti contaminati da germi patogeni (infezioni alimentari) o da tossine da essi prodotte (intossicazioni alimentari); provocano disturbi prevalentemente a carico dell’apparato digerente. Le più frequenti tossinfezioni alimentari sono le salmonellosi, causate da molte specie di Salmonelle. Altri batteri provocano tossinfezioni alimentari con sintomatologia simile; tra questi ricordiamo l’Escherichia coli enteritogeno, lo Staphilococcus aureus entero- tossico, le Shigelle, il Vibrio parahaemolyticus, il Clostridium welchii e perfringens, il Bacillus cereus.
Un discorso a parte merita invece il Clostridium botulinum, responsabile della più grave (ma per fortuna non frequentissima) intossicazione alimentare: il botulismo.
Gli alimenti e le bevande possono, inoltre, essere veicolo per la trasmissione di molte malattie infettive, che talora possono dare origine a gravi epidemie; tra queste ricordiamo: il tifo addominale e il paratifo, il colera, l’epatite virale di tipo A.
Altre malattie trasmesse dagli alimenti sono: la tubercolosi, la brucellosi, la difterite, la dissenteria bacillare (causata dalla Shigella dysenteriae) e quella amebica (causata da un protozoo, l’Ameba istolitica, che contamina frequentemente, in certe nazioni, l’acqua potabile); malattie parassitarie provocate da altri protozoi (Giardia enterica), platelminti (la Taenia solium o verme solitario; la tenia saginata; l’echinococco ecc.), nematelminti (ascaridi, ossiuri ecc.).
Le salmonellosi
Le salmonelle sono batteri Gram negativi; possono essere distinti numerosissimi ceppi, anche se quelli più pericolosi sono solo una cinquantina. Appartengono alla famiglia delle Enterobacteriacee, come le Shigelle e l’Escherichia coli, e sono responsabili di molti casi di tossinfezioni alimentari, dovute sia all’elevata carica batterica, sia alla produzione di tossine (distrutte tuttavia con il calore, così come i microrganismi stessi). Questi microrganismi mesofili si sviluppano bene sia a temperatura ambiente sia nel nostro organismo (37 °C), ma non si sviluppano a pH acido, inferiore a 5,5.
Le cause più frequenti di tossinfezioni da salmonelle (salmonellosi) sono la cottura irregolare e incompleta dell’alimento, il raffreddamento troppo lento e il suo mantenimento a temperatura ambiente, le scarse condizioni igieniche di chi manipola i cibi e la contaminazione crociata.
L’alimento contaminato non presenta odori o sapori anormali e non desta quindi sospetti.
Il periodo di incubazione è di circa 1-3 giorni, durante i quali le salmonelle si riproducono nell’intestino, provocando cefalee, dolori addominali, diarrea, brividi, vomito e disidratazione.
In genere, la tossinfezione si risolve in 3-7 giorni, anche se bambini, anziani e convalescenti possono avere conseguenze più gravi.
Le salmonelle si trovano in uova, maionese, pollame, carni di maiale, hamburger, pesci e molluschi cresciuti in acque contaminate; sono presenti anche nelle feci di uomini e animali.
Le salmonelle typhi e paratyphi causano invece patologie più gravi (tifo e paratifo): la prima si manifesta soprattutto in seguito a ingestione di latte e frutti di mare, la seconda in seguito al consumo di pollame, uova, latte e derivati.

La preparazione domestica di conserve alimentari è un’abitudine diffusa nel nostro Paese che affonda le radici nella tradizione rurale e rivive, attingendo al bagaglio delle conoscenze tramandate di generazione in generazione, un momento di felice riscoperta. Dietro a questa tendenza vi sono il desiderio di accorciare la filiera produttiva, la convinzione di ottenere un prodotto più salubre e anche il tentativo di ottenere un risparmio economico.
In questo contesto si sentiva la necessità di fornire al consumatore indicazioni accurate, ma di facile fruizione, per la corretta preparazione e conservazione di questi prodotti, con una particolare attenzione alla prevenzione del rischio più rilevante, ovvero il botulismo alimentare.
I casi di botulismo attribuibili al consumo di conserve domestiche rappresentano la stragrande maggioranza delle notifiche pervenute, mentre solo una piccola percentuale è associata a prodotti immessi in commercio da operatori del settore alimentare. Le segnalazioni trasmesse attraverso il sistema di allerta rapido europeo per alimenti e mangimi (RASFF), quindi riferibili a prodotti preconfezionati immessi sul mercato, dal 1996 ad oggi, ammontano in totale a 44 e si riferiscono principalmente al consumo di conserve vegetali industriali (33% dei casi), seguiti da zuppe, salse e condimenti (16%), prodotti a base di carne (14%) e prodotti della pesca (9%), principalmente tonno in scatola. In alcuni casi la conservazione impropria del prodotto dopo l’acquisto è possibile che abbia giocato un ruolo.
L’importanza di favorire un ruolo attivo e consapevole dei consumatori non è certo una novità. Nel Libro bianco sulla sicurezza alimentare del 2000 si legge testualmente che “Anche i consumatori devono rendersi conto che sono responsabili dell’adeguata conservazione, manipolazione e cottura degli alimenti. In tal modo la politica “dai campi alla tavola” che copre tutti i settori della catena alimentare, compresa la produzione dei mangimi, la produzione primaria, la lavorazione degli alimenti, l’immagazzinamento, il trasporto e la vendita al dettaglio verrà attuata sistematicamente e in modo coerente”.
In questo ruolo devono entrare in gioco le autorità competenti che, oltre alle normali attività di controllo sulle procedure adottate dagli operatori del settore alimentare, hanno il compito di promuovere l’educazione alla sicurezza dei cittadini, mantenendo alta l’attenzione sui pericoli e fornendo al contempo gli strumenti per minimizzarli o eliminarli.

Alla fine dell’Ottocento, in un prosciutto affumicato fu individuato l’agente responsabile di una malattia causata da un’intossicazione. Successivamente fu coniato il termine botulismo da un medico, che notò come varie epidemie di casi di intossicazione fossero associate al consumo di salsicce (dal latino botulus: salsiccia).
Il botulismo è, infatti, una grave intossicazione alimentare causata da una tossina, prodotta dal batterio Clostridium botulinum, che provoca disturbi gastrointestinali e quadri neurologici di paralisi, che possono causare la morte del paziente per il blocco dei muscoli respiratori.
I sintomi dell’intossicazione compaiono dopo 12-24 ore dall’ingestione della tossina botulinica contenuta in un alimento, in genere conserve preparate in casa o artigianalmente, senza il rispetto di misure igieniche “elementari”, che sono alla base della prevenzione di questa intossicazione, ma anche di altre tossinfezioni.
Ogni anno, in Italia, si verificano 20-30 casi di botulismo, per i quali sono necessari trattamenti in terapia intensiva, con respirazione assistita, e con la somministrazione di uno specifico siero antibotulinico, che il Ministero della Salute acquista e distribuisce agli ospedali, alla notifica di un caso sospetto di botulismo.
Accrescere, pertanto, la conoscenza delle regole che possono evitare la contaminazione degli alimenti con agenti patogeni, come il botulino con la sua temibile tossina, sia in chi prepara le conserve alimentari sia in chi le consuma, rappresenta il primo, fondamentale strumento per la prevenzione dei casi di tossinfezione in generale, e del botulismo in particolare, con guadagno in termini di salute dei cittadini e per il Sistema sanitario.
I contenuti di queste linee guida, complete, per l’obiettivo informativo e divulgativo che si propongono, e di facile lettura saranno un utile vademecum per chiunque voglia essere informato sulla materia.

Nel consumo e nell’approccio ai prodotti alimentari spesso si contrappongono genuinità, naturalità e tipicità con tecnologia, sicurezza e innovazione, ma solo fondendo intimamente queste caratteristiche è possibile garantire la qualità. Le diverse componenti della qualità degli alimenti possono essere esaltate o compromesse nei vari passaggi del processo produttivo: dalla provenienza e scelta degli ingredienti, alla loro combinazione secondo una progettata formulazione, alle fasi di processo, conservazione e confezionamento, fino alle pratiche domestiche di conservazione e di preparazione. Nella produzione alimentare è generalmente difficile favorire l’evoluzione dei processi “desiderati” senza che effetti “indesiderati” di reazioni collaterali incidano in qualche misura sulle proprietà sensoriali, oppure nutrizionali. Del resto compito della moderna scienza e tecnologia alimentare è proprio quello di individuare le condizioni operative in grado di esaltare gli effetti positivi di un dato intervento tecnologico e nello stesso tempo contenere fino ad azzerare quelli negativi.
La scelta del cibo è legata più alle sue caratteristiche sensoriali, alla possibilità di venire incontro alle mutate esigenze della società moderna e globalizzata, alla capacità di evocare ricordi e rinsaldare tradizioni, alla possibilità di promuovere la salute, piuttosto che alle sue, spesso sconosciute, proprietà nutrizionali. Dietro un buon piatto c’è di tutto: l’igiene, la sanità, la tecnologia e le tecniche di coltivazione e anche la voglia di saperne di più per sentirlo non solo come un “prodotto”, ma come un qualcosa di cui appropriarsi.
Anche nella preparazione domestica delle conserve e del cibo in generale è necessario pertanto un approccio “glocal”, cioè attento alle radici e alle tradizioni ma che non prescinda dalle conoscenze tecnico-scientifiche dell’intera filiera produttiva.

Spesso nelle produzioni massive si pone poca attenzione alla differenziazione di gusti e sapori nascondendosi dietro la sacrosanta esigenza di ottenere alimenti sicuri e controllati. Ma ci si può permettere di conciliare gusto e tradizione con sicurezza e standard di qualità? È senz’altro un progetto ambizioso ma, concentrando gli sforzi sulla ricerca per capire ciò che spesso sfugge alla sola esperienza e alla pratica quotidiana, il risultato è più facilmente raggiungibile.
Bisogna perciò ribadire che il recupero delle antiche tradizioni alimentari e culinarie non può prescindere dalla sicurezza, intesa come valutazione ed eliminazione del rischio, dalla funzionalità non esclusivamente nutrizionale del prodotto alimentare e dal contenuto di servizio che sempre di più si richiede al cibo. Per sfruttare, anche in maniera innovativa, gli abbinamenti tra i diversi componenti di formulazioni alimentari è pertanto necessaria, oltre alla fantasia e all’inventiva, una profonda conoscenza scientifica della loro composizione chimica, delle loro caratteristiche biochimiche, microbiologiche e fisiche e dei processi tecnologici alla base della produzione degli alimenti.
Oggi per orientamento culturale, conoscenze scientifiche e possibilità tecnologiche, sono maturi i tempi per dedicare l’attenzione, anche di chi si cimenta nella preparazione domestica delle conserve alimentari, alla salvaguardia di tutti quei costituenti degli alimenti che sono in grado di proteggerli, di aumentarne il livello di sicurezza e di promuovere la nostra salute e questo libro offre senz’altro un importante contributo in tal senso.

Il botulismo è una delle più note e temute malattie a trasmissione alimentare. Sebbene rara, si tratta di una malattia grave, i cui esiti possono essere fatali.
Anche nelle fasce meno informate della popolazione vi è la consapevolezza che certi alimenti, preparati in condizioni non appropriate, possono essere causa della malattia. Accanto a questa generica cognizione, però, esistono forti carenze conoscitive tra i consumatori sulle reali cause della malattia e sulle misure di prevenzione del rischio di intossicazione. Sono proprio tali carenze che ogni anno fanno sì che in Italia si registrino mediamente 20-30 casi di botulismo, nella stragrande maggioranza dovuti al consumo di conserve prodotte in ambito domestico.
Le presenti linee guida sono realizzate dal Centro Nazionale di Riferimento per il Botulismo (CNRB), istituito nel 1988 dal Ministero della Salute presso il Dipartimento di Sanità Pubblica Veterinaria e Sicurezza Alimentare dell’Istituto Superiore di Sanità, in collaborazione con il Ministero della Salute, la facoltà di Bioscienze e Tecnologia Agro-alimentari e Ambientali dell’Università degli Studi di Teramo e con il Centro Antiveleni di Pavia.
Oltre alle attività di informazione e promozione della salute, il CNRB svolge attività di ricerca e di supporto al Ministero della Salute e al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) attraverso la diagnosi dei casi sospetti, lo sviluppo e validazione di metodi analitici, l’organizzazione di circuiti interlab oratorio, la formazione del personale dell’SSN, il supporto tecnico-scientifico nella gestione dei casi di botulismo, la raccolta e l’elaborazione delle informazioni e dei dati clinici ed epidemiologici. Per la necessità di garantire un servizio diagnostico funzionale alla gestione dei casi sospetti (i quali, per la gravità dei sintomi e l’esigenza di una diagnosi tempestiva, rappresentano tutti delle “emergenze”) il CNRB è operativo 365 giorni all’anno.

Affrontando la problematica sia sul lato della medicina umana che su quello della medicina veterinaria, il CNRB svolge un ruolo di riferimento “a tutto campo”, condizione privilegiata ed estremamente funzionale alle attività svolte.
Al CNRB giungono con estrema frequenza richieste di chiarimenti in merito alla preparazione delle conserve alimentari e ai rischi legati al loro consumo. Le presenti linee guida nascono dall’esigenza di coprire questa esigenza conoscitiva attraverso uno strumento informativo non specialistico, ma capace di garantire comunque un adeguato livello di rigore scientifico. Le pratiche di preparazione delle conserve in ambito domestico sono illustrate nelle linee guida ponendo particolare attenzione a quegli aspetti che consentono di garantirne la qualità e salubrità.

La preparazione domestica delle conserve è una tradizione affermata in tutte le regioni italiane. Accanto alle ricette tramandate dai genitori ai figli, molti amano sperimentare nuove proposte, anche elaborate, spesso mirate a trasformare un piatto deperibile in un prodotto a lunga conservazione. In questo senso, la produzione delle conserve casalinghe è diventata un’attività ad alto valore coesivo e sociale, che unisce giovani e anziani, poveri e ricchi, donne e uomini.
Ispirati dalla fantasia o da uno dei tanti programmi di cucina che sono giornalmente disponibili sulle reti televisive, cerchiamo di selezionare metodi di preparazione che riteniamo garantiscano un buon risultato. In questa ricerca, il canale preferenziale di informazione resta comunque Internet, che ospita ricette, fotografie, pareri e dissertazioni assolutamente liberi ma proprio per questo svincolati dall’obbligo di assicurare solidità scientifica.
Purtroppo alcune procedure di conservazione proposte in rete, alla televisione o alla radio, non forniscono sufficiente garanzia di sterilità o di stabilità per la conserva, che rischia di alterarsi o diventare pericolosa per la nostra salute. Se un occhio esperto riesce a discernere un frutto sano da uno alterato, non sempre i nostri organi di senso possono guidarci nell’accertamento dell’idoneità al consumo di una conserva casalinga, che può risultare tossica pur essendo apparentemente perfetta.
All’università, in televisione o nelle case, mi è capitato spesso di intercettare conserve ad alto rischio, preparate con incoscienza o inconsapevolezza. Per questo motivo, credo che questa guida pratica e leggera per la preparazione delle conserve domestiche, pensata per un pubblico ampio e non specialista, possa svolgere un’importante funzione di divulgazione e prevenzione, abbinando autorevolezza e semplicità, innovazione e sicurezza.

In particolare, nelle pagine che seguiranno, il lettore troverà risposte e curiosità che spianeranno una nuova strada per le proprie sperimentazioni gastronomiche, tracciando un percorso sicuro in un terreno non privo di insidie. Questa esigenza è particolarmente sentita oggi, perché l’avventurismo gastronomico ci porta spesso a confrontarci con pratiche di conservazione e trasformazione ad alto rischio igienico, dal crudismo alle “cotture” a freddo, dagli ingredienti etnici agli additivi acquistabili anche in centri commerciali.
In un percorso lineare e progressivo, sono presentati in maniera semplice e pratica suggerimenti e nozioni per la gestione igienica della cucina, la scelta degli ingredienti, la preparazione dei contenitori e la tecnica di conservazione dei vari alimenti. Accanto alle informazioni fondamentali, il lettore incontrerà alcune brevi letture di approfondimento, che potranno innescare un meccanismo virtuoso di selezione delle informazioni scientificamente corrette, dai vari canali di comunicazione.
Se questo lavoro potrà contribuire a contenere il rischio microbiologico delle conserve, noi avremo già raggiunto l’obiettivo più importante di chi opera nella sanità pubblica e nella ricerca, ovvero quello di creare le condizioni per una migliore tutela della nostra salute.
Oltre a ciò, alla fine di queste pagine, in molti di voi sarà sicuramente stimolato il desiderio di cimentarsi nella conservazione degli alimenti. In tal caso, applicando correttamente queste linee guida ma senza abbandonare mai buon senso e organi di senso, sarà possibile affrontare questa esperienza con maggiore fiducia e, molto probabilmente, con risultati migliori.

L’intossicazione botulinica è una malattia rara, la cui diagnosi clinica precoce è difficile. La maggior parte dei casi diagnosticati nel nostro Paese è di origine alimentare: le conserve preparate in casa risultano maggiormente implicate, anche se casi di allarme per preparazioni dell’industria agro-alimentare si verificano praticamente ogni anno.
Talvolta possono risultare intossicati più commensali (adulti, bambini, anziani) con forme di diversa gravità: la quantità di tossina presente nell’alimento e quella di alimento assunta influenzano la gravità dell’intossicazione.
Di fatto, ogni anno si verificano casi di botulismo nel nostro Paese, e i medici specialisti che operano presso i Centri Antiveleni risultano avere un ruolo centrale nel formulare il sospetto diagnostico, nell’indirizzare a indagini analitiche e cliniche specifiche, nonché nel fornire indicazione al trattamento antidotico.
I Centri Antiveleni concorrono (in stretta collaborazione con le Istituzioni dello Stato) anche in due altre importanti funzioni di sanità pubblica: quella di sorveglianza e allerta per questo tipo di intossicazione, e quella di supporto informativo specialistico (e di screening per l’accesso al sistema dell’urgenza) per la popolazione quando gli allarmi su sospette contaminazioni di prodotti industriali inducono giustificati timori nei cittadini che li hanno acquistati e/o consumati.
Le informazioni riportate in questo volume contribuiranno senza dubbio a migliorare l’informazione e le conoscenze sul botulismo al fine di una migliore prevenzione dell’intossicazione.

COSA SONO LE CONSERVE ALIMENTARI?
Le conserve sono tutte quelle preparazioni alimentari confezionate in contenitori a chiusura ermetica che subiscono trattamenti termici che ne permettono la stabilizzazione e la conservazione per lunghi periodi a temperatura ambiente. Generalmente si distinguono in conserve acide e non acide.
Le semi-conserve sono preparazioni alimentari che per loro natura non possono essere trattate a temperature di sterilizzazione, quindi subiscono trattamenti termici a temperature minori (pastorizzazione) che comunque sono in grado di distruggere alcune forme microbiche (fra cui le patogene) e gli enzimi. Questi prodotti non sono sterili e contengono un numero variabile di microrganismi (forme microbiche termoresistenti, spore) la cui crescita è tenuta sotto controllo mediante opportune modalità di conservazione. Solitamente si conservano in frigorifero per un periodo più breve delle conserve.
Un esempio di conserva è rappresentato da vegetali sott’aceto, carne in scatola, tonno in scatola, legumi in banda stagnata. Un esempio di semi-conserva è rappresentato da zuppe e minestroni pronti, prodotti essiccati e liofilizzati, gelati, surgelati e prodotti congelati.

La stabilizzazione delle conserve è un processo o una serie di processi che permettono di bloccare l’attività degli enzimi e dei microrganismi, naturalmente presenti negli alimenti, che ne causerebbero il deterioramento e la perdita della commestibilità.
Il processo di stabilizzazione degli alimenti più importante è la sterilizzazione che consiste nel trattare un alimento confezionato ermeticamente a temperature maggiori di quella di ebollizione dell’acqua e pertanto richiede apparecchiature dedicate che non sono disponibili in ambito domestico. Con la sterilizzazione vengono disattivati tutti gli enzimi e distrutte tutte le forme microbiche (patogene e non), anche quelle più resistenti, che solitamente si ritrovano sotto forma di spora.
Un altro processo di stabilizzazione è la pastorizzazione. Si tratta di trattamento termico che si effettua generalmente a temperatura minore o uguale a quella di ebollizione dell’acqua ed è in grado di distruggere la maggior parte degli enzimi e molti microrganismi, ma non le spore. Gli alimenti pastorizzati, infatti, potendo contenere microrganismi vitali, devono essere sottoposti ad ulteriori trattamenti che bloccano lo sviluppo microbico. Generalmente tali trattamenti prevedono l’acidificazione dell’alimento oppure la conservazione per tempi limitati in frigorifero.

La necessità di conservare gli alimenti il più a lungo possibile si è manifestata fin dall’antichità, quando la disponibilità degli alimenti era condizionata dalle stagioni e dalla possibilità di catturare le prede.
Fu la natura stessa a indicare le prime modalità di conservazione: la frutta che restava sugli alberi seccava e non perdeva commestibilità, gli animali che restavano sepolti sotto la neve e il ghiaccio e i pesci che restavano inclusi nelle saline naturali sono stati sicuramente i primi esempi di conserve.
Il commercio del pesce salato e affumicato era praticato già nell’antico Egitto e presso i Fenici ed era noto a Greci e Romani.
Il cuoco imperiale Gabrio Apicio nel suo “De re conquinaria” descriveva le modalità di conservazione della carne con miele, aceto, sale e mostarda; mentre Palladio, nel secolo IV, raccomandava di conservare le olive facendone strati compatti colmati di miele, aceto e sale. Bisognerà però aspettare Nicolas Appert nel 1796per vedere l’applicazione del primo trattamento termico alla conservazione degli alimenti. Nella sua pubblicazione del 1810 “ Livre de tous les menage ou lart de conserver pendant plusierus années toutel les substances animale et végétales”, Appert descriveva in maniera chiara il suo processo di conservazione:

preparazione ed introduzione degli alimenti all’interno di bottiglie;
• chiusura delle bottiglie con tappi di sughero;
• trattamento delle bottiglie in acqua bollente per tempi variabili in funzione dell’alimento;
• raffreddamento delle bottiglie.
Negli anni a seguire, il procedimento di Appert subì diverse trasformazioni e innovazioni sia negli impianti che nel processo di lavorazione. Nel 1810 l’inglese Peter Durand, l’inventore dei barattoli in banda stagnata, brevettò il metodo di conservazione degli alimenti mediante riscaldamento in recipienti di latta. Fu però solo dopo la metà del secolo XIX, che il processo di conservazione degli alimenti in contenitori chiusi ermeticamente acquisì connotazioni scientifiche. Il merito fu del francese Louis Pasteur, che dimostrò come lo sviluppo microbico fosse responsabile delle alterazioni dei prodotti alimentari. Furono gli studi di Pasteur che di fatto dettero origine alla microbiologica degli alimenti.
Dopo Pasteur molti ricercatori si dedicarono allo studio dei meccanismi di alterazione dei prodotti “appertizati”.
Prescott e Underwood raggiunsero quattro importanti obiettivi:
• dimostrarono che i batteri rimasti vivi dopo il processo di “appertizzazione” erano responsabili dell’alterazione degli alimenti inscatolati e che aumentando le temperature del processo al di sopra della temperatura di ebollizione dell’acqua, questi batteri potevano essere inattivati;

• misero in evidenza l’importanza della penetrazione del calore durante il trattamento termico degli alimenti. Con l’uso di termometri furono in grado di misurare le temperature raggiunte al centro dei barattoli e la velocità di penetrazione del calore;
• furono i primi a raccomandare i test di incubazione per accertare la stabilizzazione dei prodotti trattati termicamente;
• dimostrarono la necessità di raffreddare i prodotti trattati termicamente.
Un ulteriore contributo alle moderne tecnologie di stabilizzazione delle conserve alimentari mediante trattamento termico fu dato dal gruppo di ricerca del chimico americano Bigelow, il quale, insieme ai suoi collaboratori:
• sviluppò e perfezionò le termocoppie e la loro applicazione agli studi di penetrazione del calore;
• definì i punti di morte termica a diverse temperature per definite popolazioni sporali;
• definì la resistenza termica di microrganismi sporigeni;
• definì la relazione tra il tempo di morte termica delle spore e il pH e il tempo di morte termica e la concentrazione iniziale di spore;
• studiò i metodi per diagnosticare le cause delle alterazioni delle conserve alimentari in scatola procedendo all’esame d

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