Quotidiano Telematico di Viterbo

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Salute - page 3

Medici rispondono online su cure e malattie

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E’ online Dottoremaeveroche, il nuovo sito della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, all’indirizzo www.dottoremaeveroche.it. Il sito si propone di essere una sorta di ‘argine’ alle fake news, dando un contributo di certezza basato sulle evidenze scientifiche.

“Le ‘bufale’ o ‘fake news’, quando incidono sulla salute rischiano di trasformarsi in vere e proprie azioni criminose, colpevolmente sostenute o meno da interessi economici, o soltanto dalla scellerata supponenza dell’ignorante – spiega Cosimo Nume, responsabile Area Strategica Comunicazione Fnomceo -. Da questa premessa è partito il nostro lavoro con il prezioso apporto di esperti comunicatori e di un board scientifico di altissimo spessore, oltre ad un team tecnico di comunicazione”.

Dai vaccini alle terapie anticancro ai fiori di Bach – Nella sezione anti-fake news, le schede curate dagli esperti dei vari settori illustrano l’utilità dei principali farmaci, come la differenza tra i generici e i loro corrispettivi “di marca”. Il sito dà spiegazioni sulla necessità degli esami diagnostici (“Ho mal di schiena, devo fare subito una risonanza?”), e offre una guida per orientarsi tra le cure naturali e alternative, dagli integratori (“È vero che la vitamina D previene le fratture?”) alla pranoterapia passando per i fiori di Bach e pratiche divenute “alla moda” come quella di mangiare la placenta.

Chi ha dubbi potrà verificare ad esempio se la profilassi antinfluenzale può provocare l’influenza, o se è vero che i vaccini contengono metalli pesanti, così come approfondire l’assenza di correlazione scientifica tra i vaccini e l’insorgere dell’autismo. Ci sono poi schede che ricordano i consigli della nonna, spaziando dagli stili di vita (“Non bisogna fare il bagno dopo mangiato?”) alle regole per una corretta alimentazione (“Mangiare cioccolato fa bene?”, “La dieta Dukan è salutare?”). Fino a quesiti come: “L’aloe vera cura il cancro?” e viceversa: “Microonde, cellulari o wifi possono causarlo?”. Tutte domande che i medici italiani si sentono porre ogni giorno dai pazienti che, magari, si sono informati prima su siti poco affidabili, o hanno letto distrattamente un titolo di giornale.

Un argine contro il virus delle bufale – Un lavoro nato dalla consapevolezza che, benché l’Oms consideri la correttezza e completezza dell’informazione una delle strategie chiave per promuovere la salute, “spesso ai pazienti arriva una comunicazione che disorienta. E vincono le fake news, che si diffondono come le malattie: in maniera virale”, conclude Simona Dainotto, presidente della European association on consumer information (Eaci).

“C’è la consapevolezza – continua Alessandro Conte, coordinatore del Gruppo di lavoro Fnomceo per il sito – che concentrare tutti i nostri sforzi e risorse a contrastare le fake news o bufale corrisponderebbe al tentativo di svuotare un lago usando dei secchielli: molta fatica, un illusorio abbassamento del livello nei mesi d’estate più secchi ed altrettanta frustrazione alla successiva stagione delle piogge. Bene, dunque, che i medici elaborino strategie comunicative nuove con il supporto degli esperti di settore, bene che le istituzioni sostengano quanti già impegnati a garantire un’informazione sanitaria trasparente ed accessibile, ma nell’agenda politica i lavori della diga vanno cominciati adesso, rilanciando il senso critico e l’autonomia decisionale degli adulti di domani, con integrazioni efficaci e credibili ai percorsi formativi”.

“Il medico deve attenersi, nell’esercizio della sua professione ma anche nel suo ruolo sociale, alle migliori evidenze scientifiche disponibili – conclude Filippo Anelli, presidente Fnomceo – . Deve farlo per Legge, come chiaramente ribadito dagli ultimi provvedimenti approvati dal Parlamento. Deve farlo per dovere deontologico; deve farlo per senso etico, non solo nei confronti dei pazienti ma dell’intera società. Quando come Ordine, come rappresentanti della professione, parliamo in pubblico, organizziamo convegni, campagne di informazione, corsi di aggiornamento, dobbiamo sempre tenere presente che noi siamo l’ente che noi siamo l’ente posto dalla legge a garantire la qualità della professione medica e la tutela del diritto alla salute. E la salute si tutela anche con la diffusione di un’informazione trasparente e veritiera”.

Prima volta in Italia impiantato il microchip contro la cecità, la paziente vedrà di nuovo

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L’Unità di Oculistica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele ha annunciato di aver eseguito il primo trapianto di microchip contro la cecità che permetterà alla paziente di vedere di nuovo. L’impianto, che consiste in una protesi sottoretinica, è un vero e proprio modello di retina artificiale che, quando verrà accesso, permetterà alla donna di riacquisire gradualmente la vista.

Retina artificiale. Il microchip si chiama Alpha AMS ed è destinato a quegli adulti che, a causa di gravi malattie come la retinite pigmentosa, hanno perso l’utilizzo della vista. L’impianto è in grado di ridonare la percezione della luce e delle sagome ed è, come spiegano dallo stesso San Raffaele, “il sistema di visione artificiale in assoluto più evoluto al mondo, che può restituire una visione indipendente da supporti esterni (come telecamere o occhiali)”.

Ma come funziona? In pratica questo chip sostituisce i fotorecettori della retina, quindi quelle cellule che hanno il compito di “tradurre la luce in segnali bioelettrici che arrivano al cervello attraverso il nervo ottico”. Il microchip, come dice il nome stesso, è minuscolo: in tre millimetri contiene 1600 sensori. Il dispositivo viene inserito direttamente sotto la retina, in corrispondenza della macula, e qui stimola il circuito nervoso che collega l’occhio al cervello: così facendo si comporta come le cellule non più funzionanti e le sostituisce. Il circuito di collegamento che unisce il chip all’amplificatore del segnale elettrico viene posizionato invece dietro all’orecchio, sotto la pelle, nella regione retroauricolare.

L’intervento. I medici fanno sapere che l’intervento è durato 11 ore ed è stato eseguito con successo dal dottor Marco Codenotti, responsabile del servizio di Chirurgia vitreoretinica dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, e dal dottor Antonio Giordano Resti, responsabile del servizio di Chirurgia oftalmoplastica dello stesso ospedale. Quanto alla paziente, una donna di 50 anni, sappiamo che sta bene e presto il microchip verrà attivato in modo che gradualmente possa imparare di nuovo a vedere. “A seguito dell’intervento ci aspettiamo una stimolazione retinica che gradualmente potrà portare la paziente a reimparare a vedere” conclude infatti Marco Codenotti.

Usa, bimbo muore a causa dei “batteri mangia-carne”

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Il piccolo Liam Flanagan, di soli 8 anni, stava facendo un giretto vicino casa con la sua bella bicicletta, quando improvvisamente è caduto, ferendosi ad una coscia con il manubrio della bicicletta. Dopo 8 giorni di sofferenze per il piccolo Liam il drammatico epilogo: il bimbo non ce l’ha fatta, la sua famiglia ha dovuto dirgli addio prematuramente per una circostanza che mai nessuno avrebbe potuto immaginare potesse avere una conclusione così drammatica. I “batteri mangiacarne” non hanno lasciato scampo al piccolo Liam.

La madre è corsa subito con Liam al pronto soccorso di Pendleton, dove il bimbo è stato rimandato a casa dopo essere stato medicato con sette punti di sutura. Il bambino qualche giorno dopo ha iniziato a provare forti dolori nella zona della ferita, presumibilmente a causa di un’infezione.

È a questo punto che gli è stata diagnosticata una fascite necrotizzante, ovvero una malattia batterica rara molto aggressiva e mortale nel 30 per cento dei casi. “Vorrei dire a tutti di abbracciare sempre i vostri bambini perché non potete sapere quanto presto se ne andranno e fate sempre attenzione, non sottovalutate mai quello che può sembrare un semplice incidente”, ha detto la mamma di Liam a Fox 12. I batteri mangiacarne che l’avevano causata si sono diffusi in modo così rapido da rendere inutile i quattro interventi chirurgici cui è stato sottoposto il piccolo. “Quasi tutta la parte destra di mio figlio era sparita e i medici continuavano a tagliare e a sperare.

Voglio che i genitori siano vigili su tagli, sporco, ferite e sul processo di guarigione dopo i punti perché non voglio che una cosa così terribile capiti ad altri bambini”. Il più comune è lo streptococco, altri sono E.coli, Staphylococcus aureus, Aeromonas hydrophila, Clostridium e Klebsiella. A causarne il decesso è stata un’infezione da batteri mangiacarne. Il tasso di mortalità della fascite necrotizzante si aggira intorno al 73%; le possibilità di sopravvivenza variano drasticamente a seconda della tempestività dell’intervento.

Ogni due minuti la lebbra colpisce nel mondo: debellarla entro il 2020

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La Giornata mondiale dei malati di lebbra si tiene ininterrottamente dal 1954, nell’ultima domenica di gennaio che quest’anno ricorre il 28 e, come sempre anche la città di Padova e numerose parrocchie della diocesi ne sono coinvolte. La Gml è stata istituita per volontà di Raul Follereau al fine di mobilitare le coscienze e gli aiuti per sconfiggere il flagello della lebbra nel mondo.

Per Aifo (Associazione italiana amici Follereau) la Giornata mondiale è l’appuntamento più importante dell’anno, che non si esaurisce in un solo evento. Mobilita gruppi e soci Aifo, volontari, diocesi, parrocchie, scuole e associazioni amiche e solidali, che organizzano banchetti ed eventi per distribuire informazioni sulla lebbra, sui progetti dell’Aifo nel mondo e per offrire il miele della solidarietà e altri prodotti solidali.

Ogni anno nel mondo si registrano oltre 210 mila nuovi casi e il 15 per cento ha meno di 15 anni. Milioni di persone, inoltre, riportano disabilità definitive e rischiano di essere emarginate socialmente.«Ancora oggi ogni due minuti una persona è colpita dalla lebbra – spiega Francesca Succu, referente di Aifo per il Padovano – È fondamentale agire con urgenza per evitare che la malattia progredisca e provochi, oltre allo stigma sociale, danni irreparabili che portano a grave e permanente disabilità. I più a rischio sono i bambini: purtroppo le statistiche registrano che negli ultimi anni il rallentamento dell’attenzione verso questa antica e paurosa malattia porta a diagnosi tardive che si riflettono in primo luogo sui più piccoli e sui soggetti più vulnerabili».

Domenica 28 gennaio i volontari di Aifo saranno presenti con il materiale informativo e il miele della solidarietà per la raccolta fondi nella parrocchia del Sacro Cuore di Abano Terme e in quelle di Pradipaldo, Valle San Floriano, Crosara a Marostica nel Vicentino, Reschigliano, Casalserugo, Maserà, Montegrotto Terme, Cave, Cavino, Veggiano (in tre punti differenti), Lozzo Atestino, Valbona, Candiana, Pontecasale, Arre, Arzercavalli, Fossaragna, Frapiero, Borgoforte, Agna e Codiverno.

I paesi più colpiti dalla Lebbra Spesso la nostra attenzione si sofferma sui paesi dove il numero complessivo di nuovi malati di lebbra è più alto. Invece alcuni paesi con un basso numero di abitanti possono avere tassi della malattia molto più alti, anche se il numero totale dei casi resta basso. Per esempio, se guardiamo il tasso di nuovi casi di lebbra tra i bambini, i paesi più importanti suddivisi per continente sono: Liberia in Africa, Repubblica Dominicana in America, Sud Sudan in Medio Oriente, Indonesia in Asia e le isole Marshall nel Pacifico. Invece se guardiamo i paesi con alti tassi di disabilità tra i nuovi casi di lebbra, i paesi più importanti sono: Madagascar in Africa, Colombia in America, Myanmar e Cina in Asia. Gli ex-malati di Lebbra La nuova strategia della lotta alla lebbra per il periodo 2011-15 approvata dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) prende atto che i programmi di riabilitazione specificamente creati per le persone con disabilità legate alla lebbra non sono più fattibili e raccomanda l’uso della metodologia di Riabilitazione su base comunitaria (CBR). Per quanto riguarda l’inclusione degli exmalati di lebbra nei programmi di CBR, AIFO ha maturato una grande esperienza. Tuttavia molto resta ancora da fare in questa direzione. Per esempio, una recente ricerca di AIFO ha evidenziato come gli exmalati di lebbra, anche quando ricevono molti aiuti assistenziali, non vengono poi pienamente coinvolti nelle attività di autosviluppo quali sono, ad esempio, i gruppi di auto-aiuto. Nel 2012, 4.276 persone con disabilità causate dalla lebbra hanno beneficiato dei progetti di CBR sostenuti da AIFO, la maggior parte in Asia. Su questa base AIFO si propone di rafforzare in futuro questo tipo di attività. Un altro aspetto che merita maggiore attenzione è legato all’auto-esclusione delle persone dovuta alla paura della discriminazione. Lebbra in Italia Ogni anno in Italia sono diagnosticati da 6-9 nuovi malati di lebbra, soprattutto tra gli immigrati o tra Italiani che tornano in patria dopo molti anni di soggiorno all’estero. L’Italia ha 4 Centri di riferimento nazionali per la lebbra: a Genova, Gioia del Colle (Bari), Messina e Cagliari. Malati di lebbra benefi- ciari degli interventi AIFO Nel 2012 nei progetti sostenuti da AIFO sono stati diagnosticati e curati 29.603 nuovi casi di lebbra, circa 80% in più in rispetto alla situazione del 2011. Tuttavia se confrontiamo i dati 2012 con quelli degli ultimi anni si nota la continuazione del trend già evidenziato: cioè un graduale spostamento degli interventi AIFO dalla diagnosi e cura dei nuovi casi di lebbra alla cura delle complicazioni e alla riabilitazione delle persone con disabilità legate alla malattia. Nello stesso anno 33.928 persone con complicazioni dovute alla lebbra hanno beneficiato dei servizi di riabilitazione e cura nei progetti AIFO. Inoltre 2.279 persone hanno beneficiato delle attività e degli interventi di formazione professionale e di riabilitazione sociale ed economica. Nel 2012 complessivamente 65.810 malati di lebbra hanno beneficiato di interventi specifici nei progetti e nelle attività sanitarie di AIFO.

Ad agosto 2013, il bollettino epidemiologico dell’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ha presentato il nuovo rapporto sulla situazione della lebbra nel mondo, con dati riferiti alla fine del 2012. Secondo questo rapporto, nel 2012, 101 paesi del mondo hanno denunciato nuovi casi di lebbra per un totale di 232.857 casi. Complessivamente questi dati, se comparati con quelli del 2011, presentano un leggero aumento. Va però rilevato che i dati sono incompleti, perché mancano quelli di 50 paesi, e quelli relativi alla situazione in Africa presentano qualche anomalia. Ciò indica la crescente difficoltà dei programmi nazionali di lotta alla lebbra di funzionare in maniera adeguata. A parte le difficoltà finanziarie sempre più paesi segnalano le difficoltà di trovare personale sanitario adeguatamente formato per diagnosticare e curare la lebbra.

L’India con 134.752, il Brasile con 33.303 e l’Indonesia con 18.994 casi sono i tre paesi più importanti per la presenza della malattia, con l’80% di tutti i nuovi casi di lebbra nel mondo. Altri paesi con un numero significativo di nuovi casi nel 2012 sono: Bangladesh, Cina, Costa d’Avorio, Repubblica democratica del Congo, Etiopia, Madagascar, Myanmar, Nepal, Filippine, Sri Lanka, Sud Sudan e Tanzania.

Trattamento della Lebbra Il Solfone, usato contro la lebbra dopo la seconda guerra mondiale, poteva bloccare la moltiplicazione del Micobatterio, ma non era un battericida, per cui i malati dovevano continuare a curarsi per tutta la vita. La polichemioterapia, che è un uso congiunto di due o tre farmaci (Rifampicina, Clofazimina e Dapsone) è stata proposta dall’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) nel 1982. All’epoca si proponeva di usare questi farmaci per periodi che variavano da 1 a 3 anni. Ancora oggi questi tre farmaci continuano ad essere il trattamento più importante della lebbra nel mondo, ma la durata del trattamento è stata ridotta, e varia oggi da 6 a 12 mesi. Grazie a queste medicine e alla riduzione della durata del trattamento, i tassi di disabilità tra i malati di lebbra e i tassi di abbandono del trattamento sono calati significativamente. L’OMS coordina anche un programma di sorveglianza per monitorare l’insorgenza di farmacoresistenza contro queste medicine. Inoltre vi sono altri farmaci, come Ofloxacina e Minociclina, che possono essere usati contro la lebbra in caso di bisogno. Secondo l’OMS, i malati di lebbra che ricevono le cure della polichemioterapia diventano subito non contagiosi per le altre persone, per cui non necessitano di essere isolati e possono seguire le cure anche da casa. Evoluzione della lebbra nel mondo negli ultimi 25 anni Come si può vedere dal grafico 1, dopo un importante calo nel numero dei malati, negli ultimi 10 anni siamo arrivati ad una situazione più o meno stabile, con dei piccoli cambiamenti collegati a fattori operazionali. Dall’altra parte le crescenti difficoltà di reperire i dati nazionali sulla lebbra, soprattutto in molti paesi dell’Africa, rendono questi ultimi dati meno affidabili. Nel 2012, il tasso di incidenza della lebbra (tasso di nuovi casi di lebbra diagnosticati durante l’anno) in India era pari a 10,35 casi/100.000 abitanti, il che significa uno stato di modesta endemia della malattia. Dall’altra parte una analisi approfondita della situazione nei diversi stati dell’India presenta un quadro assai variegato. Per esempio, nel 2011, vi erano 11 distretti con il tasso di incidenza superiore al 50 casi/100.000 abitanti, 63 distretti con il tasso di incidenza tra il 20 e 50 casi/100.000 abitanti, e altri 123 distretti dove il tasso di incidenza era tra 10 e 20 casi/100.000 abitanti. Ciò significa che nel 2011, 197 distretti indiani avevano uno stato di endemia grave o severo. Se guardiamo la situazione dei singoli stati dell’India nel 2011, vi erano 15 Stati con più di 1.000 nuovi casi di lebbra all’anno – Uttar Pradesh, Bihar, Maharashtra, Bengala, Andhra Pradesh, Assam, Chattisgarh, Gujarat, Jharkhand, Karnataka, Madhya Pradesh, Orissa, Rajasthan, Tamil Nadu e Delhi. Diversi tra questi Stati, se fossero paesi indipendenti, sarebbero tra i paesi con il più alto numero di nuovi casi di lebbra nel mondo. I tassi di incidenza della lebbra dipendono anche dalla copertura del programma lebbra e dalla presenza di personale adeguatamente formato. Secondo i dati governativi nel 2011, il 9% di distretti con alta endemia della lebbra in India non avevano nessun medico leprologo per seguire i malati. Ciò significa che la situazione reale della malattia potrebbe essere diversa da quella rappresentanti dai dati.

Chiusura dei programmi lebbra in diversi paesi del mondo In diversi paesi del mondo, i programmi lebbra non funzionano e manca il personale adeguatamente formato per seguire i malati. Molti governi pensano che la malattia sia stata eliminata e non richieda più i servizi sanitari relativi. Perciò i programmi di monitoraggio presentano pochi nuovi malati di lebbra e, per la mancanza di controlli, sembra che non vi siano persone con disabilità dovute alla lebbra, così guardando le statistiche di questi paesi, può sembrare che la lebbra oggi non sia più un problema. La realtà è un’altra e l’unico modo di capire la situazione reale è tramite indagini mirate ed a campione tra la popolazione. Per esempio, in Liberia, fino al qualche anno fa, ogni anno si diagnosticavano circa 250-300 nuovi casi di lebbra. Negli ultimi anni, il programma lebbra è ripartito e il numero è raddoppiato, salendo a 650-750 nuovi casi all’anno. Nuovo rapporto del gruppo degli esperti dell’OMS sulla lebbra L’ottava riunione del Comitato degli Esperti sulla lebbra era stata organizzata nel 2010. Il rapporto di questo comitato è finalmente uscito nel 2012. Il Comitato ha preso atto che, dalla ricerca sulla riduzione della durata del trattamento anti-lebbra con due farmaci (Rifampicina e Oxofloxicina) per 4 settimane, risulta un alto numero di ricadute, per cui non può essere implementato. Il Comitato ha raccomandato quindi la realizzazione di una ricerca per testare nuovi farmaci come Moxifloxacina, Rifapentine e Diarilquinoline. Inoltre il Comitato ha raccomandato l’integrazione della riabilitazione delle persone con disabilità, dovute alla lebbra, nei programmi di riabilitazione su base comunitaria (CBR).

Trapianto di feci shock: nuova arma contro infezioni e antibiotico-resistenza

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La ricerca sulla salute nel nostro paese è in continuo evoluzione, strutture ospedaliere e medici di alto livello continuano la loro missione per trovare soluzioni definitive contro quelle infezioni che resistono agli antibiotici.

Un caso interessante, che racconta la bravura dei nostri medici Made in Italy, è quello della Fecal microbiota transplantation, un trapianto di materiale fecale da un donatore sano ad un soggetto “portatore” di germi resistenti alle cure antibiotiche.

Questa soluzione innovativa è l’arma con cui sconfiggere tutti quei batteri in grado di provocare delle dannose infezioni.

Il microbiota intestinale umano è un complesso ecosistema costituito da 1014 batteri totali. I commensali del microbiota giocano un ruolo fondamentale nella salute umana, agendo come barriera contro i patogeni e la loro invasione con una modalità altamente dinamica, esercitando funzioni metaboliche e stimolando lo sviluppo del sistema immunitario dell’ospite. L’avvento di tecnologie “omiche” (genomica, proteomica, metabolomica), caratterizzate da complesse piattaforme tecnologiche e da avanzate procedure analitiche, ha aperto nuove strade alla conoscenza dell’ecosistema microbiota, chiarendo aspetti relativi alla costituzione delle comunità microbiche che lo costituiscono, alla loro modulazione e all’interazione attiva con stimoli esterni e cibo, nel contesto della variabilità genetica dell’ospite. Con un lavoro all’interfaccia tra ricerca di base e clinica, si sta delineando il ruolo del microbiota nella in varie patologie, dalla simbiosi fisiologica fino allo stadio di disbiosi microbica. Queste nuove conoscenze hanno portato ad una comprensione più profonda dei percorsi attraverso i quali i disturbi nel microbiota contribuiscono a differenti patologie, aprendo le porte allo sviluppo di nuove strategie diagnostico-cliniche di trattamento o di prevenzione, tra le quali la somministrazione di probiotici, diete funzionali al ripristino del microbiota “sano” e il trapianto di microbiota fecale.

Il trapianto di flora intestinale, ovvero “trapianto fecale” da donatore  sano, è molto importante ed efficace per il trattamento dell’infezione da Clostridium difficile, tanto che si sta rapidamente diffondendo in molti centri specializzati. Ma oltre che per il trattamento dell’infezione da Clostridium difficile, si pensa possa avere un ruolo anche nella gestione terapeutica di altre patologie associate con l’alterazione della flora batterica intestinale, come le malattie infiammatorie intestinali, il colon irritabile, alcuni disturbi metabolici o addirittura neurologici (come l’autismo).

Il trapianto di feci, ovvero il Fecal microbiota transplantation, potrebbe salvare la vita a molti pazienti.in particolare potrebbe rivelarsi utile nel combattere le infezioni ricorrenti. Insieme a Grecia e Portogallo, l’Italia è tra i Paese europei più colpiti da questo tipo di infezione.

La somministrazione del materiale fecale è avvenuta tramite sondino naso-digiunale.

“Lo studio nasce dall’osservazione del forte aumento di infezioni multi-resistenti causate dal batterio KPC sul territorio e ha un alto tasso di mortalità in pazienti immunodepressi“. E’ questa la tecnica che il reparto di Malattie infettive dell’ospedale San Gerardo di Monza spera di poter effettuare per implementare le possibilità di “decolonizzazione” del tratto gastro-intestinale nei pazienti affetti da Klebsiella Pneumoniae Carbapenemasi-produttrice (KPC). “Si parla dell’80%. Ed è difficile da sconfiggere”.

“E’ difficile decolonizzare il paziente contagiato: in realtà, non si eradica l’infezione quasi mai”.

Secondo il Prof. Giovanni Cammarota, gastroenterologo presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e coordinatore del gruppo di lavoro, dalla consensus emerge chiaramente che il trapianto di microbiota intestinale è un’opzione terapeutica fortemente raccomandata dagli esperti per il trattamento dell’infezione da Clostridium difficile non rispondente alle terapie antibiotiche o che ricorre dopo il trattamento.

Il trapianto di feci è una tecnica che permette di affrontare alcune patologie per le quali si è sviluppata la resistenza agli antibiotici: in che consiste, quali vantaggi e quali effetti collaterali ci sono.

I 25 pazienti affetti da KPC sono stati sottoposti al trapianto di feci, allo scopo di ripristinare la flora batterica per provare ad eliminare il batterio portatore dell’infezione.

Il follow-up avviene a uno, tre e sei mesi dall’intervento per verificare la buona tenuta dell’eradicazione. “L’aspetto interessante è che questa negativizzazione è visibile a una sola settimana dal trapianto”.

I primi riscontri sono stati piuttosto positivi, ma è ancora presto per cantare vittoria, perché bisognerà valutare gli esiti della terapia a lungo termine. “Se si avesse conferma dei risultati, si potrebbe passare a una fase più allargata dello studio in modo da valutarne l’efficacia su una popolazione di dimensioni maggiori”.

 Il Trapianto di Microbiota Fecale (FMT), è l’infusione di una sospensione fecale da un individuo sano nel tratto gastro-intestinale di un paziente al fine di trattare una specifica malattia. Mediante il FMT si ipotizza di normalizzare il microbiota intestinale del ricevente aiutando ad alleviare i sintomi modulando la disbiosi. Il FMT può essere usato per pazienti affetti da infezioni multiresistenti (MDR), rettocolite ulcerosa, morbo di Crohn, etc. Attualmente in Italia vi sono poche informazioni disponibili che possano fornire un’adeguata educazione e preparazione del personale. Lo scopo di questo articolo è quello di analizzare la procedura di FMT attraverso una review di letteratura in pazienti pediatrici affetti da infezioni MDR discutendo le sue implicazioni nella pratica infermieristica.

MATERIALI E METODI E’ stata effettuata la ricerca di articoli rilevanti attraverso due database elettronici (Pubmed, CINAHL). In ogni database sono stati usati le seguenti parole chiave thesaurus: fecal transplant, gut microbiota, pediatric patient, pediatric nurse. Sono stati valutati: la procedura di trapianto, l’assistenza infermieristica, l’organizzazione infermieristica e l’educazione del paziente.

RISULTATI Una review di letteratura di 11 trial clinici e case report tra il 2010 e il 2014 hanno mostrato un tasso di successo del 92% di FMT in pazienti affetti da infezioni MDR. Inoltre, è stato dimostrato che il FMT è una procedura sicura, efficace, a basso costo e con pochi eventi avversi. L’infermiere ha un ruolo essenziale nell’assistenza ai pazienti pediatrici che ricevono il FMT, nell’educazione dei pazienti e dei familiari, nella valutazione clinica infermieristica, nel raccogliere dati e campioni in accordo con i protocolli. Lo staff infermieristico provvede inoltre alla comunicazione delle informazioni riguardo il FMT ai pazienti, ai loro familiari e ai donatori. In particolare, la preparazione del FMT attraverso l’educazione sulle prescrizioni pre-trattamento e la preparazione intestinale è di cruciale importanza per il successo della procedura. Sintomatologie o eventi avversi dovrebbero essere inclusi nella valutazione infermieristica.

CONCLUSIONI L’esecuzione del FMT si è mostrata come una buona opzione terapeutica per pazienti pediatrici affetti da infezioni MDR. Il ruolo dell’infermiere pediatrico per questo trattamento è quello di assistere pazienti e familiari nell’accettare il FMT attraverso una adeguata educazione, riducendo il livello di ansia e di contrarietà per l’antipatia naturale a questo tipo di procedura. La valutazione infermieristica del paziente dovrebbe includere la registrazione di segni vitali, scala di valutazione del dolore e la posizione durante il trattamento.

 Le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI), note come InflammatoryBowelDisease (IBD), che comprendono la colite ulcerosa, il morbo di Crohn e le cosiddette “coliti indeterminate”, hanno una prevalenza tra 1 e 1,5 casi ogni 1000 persone, mentre l’incidenza è di 7-12 nuovi casi ogni 100.000 persone. Possono esordire a qualsiasi età, più frequentemente nei pazienti tra i 15 ed i 30 anni ed in quelli tra i 50 ed i 70 anni e sono più frequenti nei paesi del Nord Europa. Negli ultimi anni si è assistito ad un notevole aumento dell’incidenza anche nell’Europa mediterranea. I casi di IBD con esordio in età pediatrica sono in graduale aumento. Il 25% dei nuovi malati ha meno di 20 anni.
Un centro di eccellenza per la cura di queste patologie è il reparto di Gastroenterologia dell’Azienda Ospedaliera Università di Padova, diretto dal Prof. Giacomo Carlo Sturniolo, coordinatore e docente del Corso Integrato di Specialità Medico Chirurgiche II nell’ambito del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia. Referente e docente della Scuola di Specializzazione in Gastroenterologia. Coordinatore dell’indirizzo in Scienze Epatologiche e Gastroenterologiche della Scuola di Dottorato in Biologia e Medicina della Rigenerazione. Prof. Sturniolo ci parli delle principali malattie infiammatorie croniche intestinali Lo spettro clinico delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali è estremamente variabile, esprimendosi anche in forme lievi con scarsità di sintomi. Talvolta l’esiguità dei sintomi non consente un riconoscimento immediato della patologia.
La caratteristica principale è la presenza di un’infiammazione cronica a carico della mucosa dell’intestino che ha decorso intermittente e può causare complicanze severe. Tanto il morbo di Crohn quanto la colite ulcerosa, sono malattie ad andamento cronico o ricorrente, che si presentano infatti con periodi di latenza alternati a fasi di riacutizzazione. I sintomi che li caratterizzano sono generalmente molto diversi: nella maggior parte dei casi, il morbo di Crohn si manifesta inizialmente con diarrea e dolori addominali localizzati specialmente nella parte inferiore destra dell’addome, che corrisponde al tratto dell’intestino in cui più frequentemente è localizzata la malattia. La colite ulcerosa invece si manifesta quasi sempre con diarrea e presenza di sangue e muco nelle feci, cui spesso si associa una sensazione di incompleta evacuazione ed anemia. Nelle fasi di acutizzazione possono comparire stati di malessere generale come dimagrimento, stanchezza, inappetenza e febbre.
Con la speranza di curare il morbo di Crohn, così come le altre malattie intestinali, il reparto che Lei dirige, ha sperimentato una nuova tecnica, ovvero il trapianto fecale. In cosa consiste e quali sono i benefici? A Padova studiamo il microbioma da anni, e dallo scorso febbraio, con il primo “trapianto di microbiota fecale”, siamo passati dalla ricerca alle applicazioni. Nel nostro organismo abbiamo un numero di batteri e virus dieci milioni di volte il numero di cellule di tutto l’organismo. Se consideriamo che normalmente i batteri sono patogeni, dovremmo stare malissimo. Invece non succede, perché conviviamo molto bene con i batteri. A partire da queste considerazioni, e dallo studio comparato delle feci umane in diverse parti del mondo, la scienza ha concluso che c’è uno stretto legame tra il microbioma ed alcune malattie dell’intestino. Il microbiota intestinale è da considerarsi il quarto organo dell’apparato digerente, assieme al canale alimentare, il fegato con le vie biliari ed il pancreas. Non stupisce quindi se, ciò che siamo abituati a pensare come scarto nasconde invece grandi virtù. Al momento la scienza ne ha dimostrato l’efficacia contro il clostridium difficile, un batterio che, in alcune particolari condizioni, può scatenare una brutta infezione, anche letale, ma le potenzialità sono molteplici. Si pensa che possa curare, ad esempio, anche la colite ulcerosa ed il morbo di Crohn. Per gli interventi che abbiamo effettuato sui pazienti affetti da clostridium difficile, è stato necessario ricorrere alla sostituzione della flora batterica intestinale malata con quella di un donatore sano, allo stesso modo di una trasfusione di sangue. Il materiale fecale del donatore, opportunamente trattato e conservato incontaminato, è stato somministrato attraverso colonscopio con catetere, durante una colonscopia esplorativa.
Il ruolo della flora batterica intestinale L’organismo umano è abitato da un numero enorme di microbi; la maggioranza di essi si trova nel tratto gastrointestinale e costituisce il microbiota intestinale. Il microbiota non è una semplice riserva di microorganismi, bensì deve essere considerato come un vero e proprio organo . La composizione del microbiota intestinale non è ancora completamente nota. I batteri sono i componenti principali della flora intestinale umana: Bacteroidetes e Firmicutes sono i phyla più rappresentati, gli altri costituenti sono Archaea, Virus, Funghi e Protozoi . La maggior parte della “comunità microbica” che risiede nel nostro intestino non è coltivabile attraverso le tecniche microbiologiche standard.

Studi di metagenomica, attualmente in corso in diversi centri di ricerca, stanno dando un contributo fondamentale alla comprensione della composizione del microbiota intestinale, sia in condizioni fisiologiche che patologiche. Il microbiota intestinale è coinvolto in numerose funzioni dell’organismo umano che comprendono lo sviluppo e la modulazione dell’immunità locale e sistemica, oltre alla regolazione di diverse vie metaboliche; svolge, inoltre, un’azione di barriera contro gli agenti esogeni che transitano nell’intestino. Numerose evidenze scientifiche suggeriscono che la disregolazione dell’omeostasi della flora intestinale può portare allo sviluppo sia di patologie digestive che extradigestive, tra cui la sindrome dell’intestino irritabile (IBS)  , le malattie infiammatorie intestinali (IBD)  , il cancro del colon , le infezioni gastrointestinali, la steatosi epatica non alcolica, il diabete, l’obesità, la sindrome metabolica  e le allergie. In teoria, la ricostituzione di una flora intestinale “sana” rappresenta un valido approccio per la gestione delle malattie legate alla disregolazione del microbiota.

Antibiotici, probiotici e prebiotici sono attualmente le opzioni terapeutiche più utilizzate. Il FMT ha già dimostrato indubbia efficacia nella gestione della infezione ricorrente da C. difficile (CDI) ed è anche considerato una strategia terapeutica promettente per altre malattie associate allo squilibrio della flora intestinale. Trapianto di microbiota fecale: cenni di storia Il FMT è l’infusione di feci da un donatore sano a un ricevente malato per la cura di una specifica patologia. L’uso di FMT in campo medico e veterinario è stato segnalato fin dall’antichità  ma la prima documentazione clinica risale al 1958, quando Eiseman e la sua equipe chirurgica del Colorado hanno trattato con clisteri di feci un piccolo numero di soggetti con colite pseudomembranosa come terapia di salvataggio. Da allora sono state descritte diverse serie di casi sul FMT nella gestione delle CDI ricorrenti. La considerazione di FMT come un vero trapianto d’organo, invece che come una semplice infusione di feci, ha fornito le basi teoriche per testare il FMT anche in altre malattie legate al microbiota intestinale con risultati promettenti.

Obiettivo L’obiettivo di questo articolo è stato quello di eseguire una revisione della letteratura sul FMT, allo scopo di fornire una valutazione globale dell’efficacia e della sicurezza del trapianto di microbiota fecale, utilizzato come terapia clinica per varie malattie e condizioni pre-cliniche gastrointestinali METODOLOGIA Sono stati inclusi in questa revisione tutti gli articoli disponibili su MEDLINE in lingua inglese, inerenti all’efficacia clinica e alla sicurezza di FMT utilizzato come terapia clinica in soggetti umani. Questi studi hanno incluso studi randomizzati controllati (RCT) che hanno comparato il FMT con la terapia medica standard, con placebo o con nessun intervento, studi osservazionali compresi gli studi caso-controllo, studi di coorte e case-series (numero di pazienti trattati maggiore di uno). Le parole utilizzate per la ricerca sono state le seguenti: feces, stool o microbiota, combinati con transplantation, donor, donation, therapy, infusion, bacteriotherapy.

Il trapianto di feci. Clostridium difficile è un batterio appartenente alla famiglia Clostridiaceae. È un batterio Gram positivo anaerobio. È patogeno per la nostra specie grazie a tre fattori di virulenza (enterotossina, spore e ialuronidasi). In condizioni normali il C. difficile non provoca grossi problemi trovandosi nel microbiota umano e tenuto sotto controllo dall’ecosistema. Un uso prolungato di antibiotici, per vari motivi, può alterare e ridurre la presenza dei batteri che tengono sotto controllo il C. difficile. In questo caso il batterio prolifera e diventa prevalente nel microbiota, causando patologie di varia natura, alcune molte gravi. In generale le complicazioni nascono dal danno delle pareti intestinali con possibile diffusione sistemica del C. difficile e quadro settico anche mortale. I sintomi correlati alla presenza di C. difficile sono caratterizzati da grave diarrea, astenia generalizzata e conseguente necessità di ricorrere all’uso di antibiotici che in alcune circostanze non funzionano e amplificano gli effetti indesiderati. Anche i comuni inibitori di pompa protonica possono favorire la diffusione del batterio. Nei soggetti con colite pseudomembranosa sostenuta da C. difficile resistente e in casi di colite ulcerosa non sensibile alle comuni terapie si è pensato di ripristinare l’ecosistema del colon ricorrendo all’introduzione diretta di microbiota umano sano. Questo si ottiene prelevandolo da feci di un soggetto sano (donatore) o, come descritto in alcuni casi, anche dallo stesso soggetto con la malattia in atto. Un’ampia revisione sull’argomento è stata pubblicata su Annals of Internal Medicine del maggio 2015 [D. Drekonja et al. Fecal Microbiota Transplantation for Clostridium difficile Infection: A Systematic Review – Ann. Intern. Med. 2015;162(9):630-8 ]. In questo studio la revisione ha evidenziato che per le infezioni ricorrenti da C. difficile la procedura di trapianto fecale ha avuto successo nell’85% dei casi. Sebbene vari ricercatori abbiano sottolineato l’importanza del metodo, i dati a disposizione non sembrano ancora sufficienti per stabilire vere e proprie linee guida. Si tratta di un argomento in rapida evoluzione con buoni risultati acquisiti, e la sua importanza “concettuale” consiste proprio nell’aver agito sulla base di una finalità “ecologica”: ripristinare il microambiente, stabilizzare il microbiota sano mettendo in atto una forma di terapia eziologica. È evidente che siano necessari approfondimenti sul rischio del materiale fecale introdotto e come ancora si debba lavorare sul tema, ma un’altra strada è stata costruita per risolvere problemi terapeutici altrimenti in stallo e in grado, se non risolti, di provocare anche la morte del paziente.

La ricerca è stata limitata alle condizioni cliniche e pre-cliniche di tipo gastrointestinale L’efficacia di FMT è stata definita come miglioramento clinico secondo la definizione fornita dagli autori di ciascuno studio. Il miglioramento clinico è stato definito come risoluzione della diarrea nelle condizioni di CDI e, se disponibile, la proporzione di pazienti liberi da recidiva durante il periodo di follow-up, definito come remissione clinica nelle condizioni di colite ulcerosa (UC) e morbo di Crohn (CD), nonché come miglioramento clinico nella pouchite, nella stipsi e nell’IBS. Sono stati riportati anche: la percentuale di pazienti che hanno sperimentato qualsiasi evento avverso (AE), l’esclusione dagli studi a causa di eventi avversi gravi (SAE) e gli eventi avversi potenzialmente associati con il FMT (perforazione, sepsi o batteri emiapost-trapianto e la trasmissione di malattie infettive). RISULTATI Sono stati individuati 1059 studi. 45 di essi hanno soddisfatto i criteri di inclusione e sono stati considerati per questa revisione. Solo 2 di questi studi sono RCT, tutti gli altri sono stati serie di casi o studi retrospettivi.

Gli studi sono stati pubblicati tra il 1958 e il 2013. Sono stati sottoposti ad FMT un totale di 1029 pazienti. L’efficacia clinica di FMT è stata valutata in pazienti con: CDI  (n = 883), IBD 27 (n = 112), IBS (n = 13), pouchite (n = 8), stipsi 17 (n = 3) e sindrome metabolica 32. L’età dei pazienti inclusi varia ampiamente ed è compresa tra 6 e 94 anni. Il follow-up riportato nei diversi studi è molto variabile: da10 giorni fino ad 8 anni nella CDI, da 12 settimane a 16, 5 anni nelle IBD, da 6 a 18 mesi nell’IBS, intorno a 4 settimane nella pouchite, da 1 a 28 mesi nella stispi e intorno a 6 settimane nella sindrome metabolica. Dei 45 studi inclusi, 2 sono randomizzati (nella CDI e nella sindrome metabolica); in questi, il FMT è stato confrontato rispettivamente con altri farmaci o con placebo. Van Nood et al. 33 hanno condotto un RCT in aperto in pazienti con CDI in cui l’infusione di feci dei donatori è stata preceduta da un ciclo breve di vancomicina e lavaggio intestinale, o da un ciclo standard di vancomicina, o da un ciclo standard di vancomicina e lavaggio intestinale.

Vrieze et al.   hanno condotto uno studio in doppio cieco controllato con placebo che ha confrontato il FMT da donatori magri con il FMT autologo in pazienti maschi affetti da sindrome metabolica. Gli altri 43 studi inclusi sono una serie di casi non controllati, in cui i pazienti sono stati trattati con FMT eseguito attraverso infusione di feci dal tratto gastrointestinale superiore (tubo di infusione attraverso stomaco, duodeno o digiuno, oppure ingestione orale di capsule rivestite contenenti materiale fecale ottenuto dopo centrifugazione di una sospensione di feci dei donatori), oppure attraverso infusioni dal tratto gastrointestinale inferiore (infusione per via endoscopica oppure infusione rettale tramite clisteri).

Sono stati utilizzati diversi donatori nei vari studi: i donatori sono in genere scelti tra i componenti della famiglia del ricevente, ad esempio il partner o i parenti di primo grado, oppure sono scelti tra gli amici o, più raramente, sono soggetti sani non imparentati. Per quanto concerne l’efficacia del FMT nelle CDI, in una serie di 33 casi pubblicati l’efficacia del FMT(definita come risoluzione della diarrea) variava dall’87,8% al 90,0% dopo ripetuti FMT. Questo dato di efficacia è paragonabile a quello riportato nell’unico RCT pubblicato sull’argomento che riporta una efficacia del FMT compreso tra l’81% ed il 94%. Una efficacia del FMT > 80% è stata ottenuta, inoltre, in altri studi che hanno incluso pazienti con CDI grave e complicata, pazienti ricoverati, pazienti immunocompromessi , pazienti con più di 3 episodi di CDI ()e pazienti con sottostante IBD 23. La risoluzione della diarrea e il follow-up libero da recidive (riportato in 21 studi su 34) sono stati dell’80,9% (range dal 46% al 100%).

Per quanto riguarda, infine, l’efficacia del FMT nelle IBD, di tutti i pazienti trattati 6 sono stati trattati per CD e 106 per UC; 4 pazienti con UC trattati da Greenberg et al. avevano una CDI concomitante. Tutti i pazienti avevano malattia attiva al momento dell’inclusione con grado di attività variabile da lieve a malattia refrattaria alla terapia. L’estensione della IBD è stata segnalata in 3 studi su 7. Il CD era ileo-colico (n = 3) e limitato al colon (n = 1) nella serie pubblicata da Vermeire et al. 31. Le UC erano per lo più pancoliti. La risposta al FMT è stata misurata mediante diversi metodi. Nei pazienti con UC sono stati utilizzati: un questionario dei sintomi pre e post-FMT; il punteggio di Mayo (clinico) 30; il punteggio totale di Mayo 28; il Pediatric UC Activity Index nei bambini 29; l’indice di Powell-Tuck modificato.

Nel CD sono stati utilizzati due diversi strumenti di valutazione clinica: un questionario pre e post-FMT e il Crohn Disease Activity Index. Cinque degli studi inclusi hanno usato l’endoscopia per la valutazione della risposta mucosale: i pazienti affetti da UC sono stati sottoposti ad endoscopia digestiva subito dopo il trattamento (range da 1 a 90 giorni)  o più a lungo termine (da 1 a 198 mesi dopo il FMT)  27. I pazienti con CD sono stati valutati endoscopicamente 8 settimane dopo il FMT  31. In 3 dei 6 studi sulla UC che riportano dati sulla remissione clinica, la percentuale di pazienti che hanno raggiunto la remissione clinica varia dallo 0% al 68%  27,  29,  30. Il miglioramento clinico è stato segnalato nei 6 studi e varia tra il 20% e il 92%  27, 28. Nel CD, 4 pazienti trattati da Vermeire et al. 31 non hanno registrato un miglioramento clinico dopo FMT. Greenberget et al. hanno riportato una riduzione della frequenza delle riacutizzazioni della malattia nel 63% dei pazienti. Inoltre, 1 paziente su 2 con CD trattati ha riportato una diminuzione della frequenza di diarrea. Nei 4 pazienti con CD in cui è stata eseguita un’endoscopia 8 settimane dopo il trattamento, non è stata osservata nessuna guarigione endoscopica.

Sicurezza del FMT Gli eventi avversi associati a FMT sono stati per lo più auto-limitantesi e si sono verificati spesso poche ore dopo l’infusione. I sintomi intestinali riportati sono stati: gonfiore addominale, flatulenza, eruttazione crampi addominali. Si è trattato per lo più di sintomi IBS-like dopo la clearance delle CDI post-FMT, disturbi addominali, irregolarità dei movimenti intestinali e vomito. In 11 pazienti (tutti trattati per IBD, 3 per CD e 8 per UC) la febbre senza altri sintomi clinici o segni di sepsi è stata segnalata durante e fino a un giorno dopo il FMT 28-30, 31. Non sono stati identificati gli agenti causali di tali sintomi nelle emocolture eseguite ma è stato osservato un aumento della PCR in alcuni di questi pazienti. La febbre è scomparsa entro 3 giorni in tutti i pazienti. Un paziente adolescente è uscito dallo studio 29. Non è stata registrata nessuna trasmissione di malattie infettive dopo FMT.

CONCLUSIONI E PROSPETTIVE DI RICERCA PER IL FUTURO I risultati esposti suggeriscono che il trapianto fecale è una terapia molto efficace nel trattamento delle CDI con tassi di risposta fino al 90% nella risoluzione della diarrea. Questo dato è stato confermato anche nell’unico studio randomizzato ad oggi disponibile che dimostra che le CDI si risolvono nell’81-94% dei casi dopo FMT. Tutti gli studi inclusi hanno riportato peraltro una efficacia di FMT > 50%, anche in pazienti immunocompromessi, gravemente malati e anziani, nei quali l’efficacia del trattamento di CDI con sola vancomicina non superava il 31% 33. Risultati analoghi sono stati ottenuti se l’infusione di materiale fecale veniva praticata nel tratto gastrointestinale superiore, nel colon o per ritenzione rettale tramite clistere.

 Gli studi disponibili sul FMT in UC hanno riportato tassi di remissione compresi tra lo 0% e il 68%. Il miglioramento clinico varia tra il 20% e il 92% ma è stato misurato utilizzando cinque diverse scale in sei studi. L’alto tasso di risposta del 92% riportata da Borody et al.  è un dato da considerarsi eccezionale, e lo studio eseguito è retrospettivo ed è soggetto a numerosi bias di selezione. Non è stato osservato nessun beneficio clinico di FMT in pazienti affetti da CD, sulla base dei dati ottenuti sui 6 pazienti riportati in letteratura. Risultati positivi sono stati ottenuti, invece, in una piccola serie di casi affetti da stipsi cronica (3 pazienti trattati) e in una serie di pazienti con IBS (risoluzione o miglioramento dei sintomi nel 70% di 13 pazienti). Il FMT non ha portato a remissione clinica 8 pouchiti croniche refrattarie, ma in 2 pazienti è stata osservata una modifica di sensibilità alla ciprofloxacina di batteri coliformi dopo trapianto. I FMT sono stati accompagnati da sintomi gastrointestinali lievi ed auto-limitanti nella maggior parte dei pazienti. Dati più robusti sul FMT saranno disponibili nei prossimi 2-3 anni.

 Attualmente sono in corso numerosi studi sull’argomento, di cui molti sono trial randomizzati controllati. Presso il nostro centro viene attualmente effettuato il FMT attraverso colonoscopia secondo un protocollo standard: abbiamo ottenuto dati estremamente incoraggianti nelle CDI, e il trapianto delle feci del donatore per via colonoscopica sembra ottimizzare la strategia di trapianto nei pazienti con colite pseudomembranosa. In conclusione, il FMT sembra essere molto efficace nelle CDI, e sembra essere una promettente terapia nella UC. Per quanto riguarda il CD, la stipsi cronica, la pouchite e l’IBS, i dati sono ancora troppo limitati per trarre conclusioni. Inoltre, il FMT viene attualmente eseguito secondo protocolli terapeutici non ancora standardizzati e, nonostante l’assenza di complicazioni infettive nei 1029 pazienti studiati, è necessario mantenere una vigile sorveglianza degli eventi avversi. Nuovi studi randomizzati controllati sull’efficacia a lungo termine del FMT, nonché la diffusione di dati traslazionali sull’impatto della modulazione del microbiota dei pazienti sottoposti ad infusioni di feci, sono ad oggi ancora necessari.

Gli articoli pubblicati in questo numero del DSI Forum affrontano, da diverse prospettive, il tema dei rapporti tra l’imponente flora microbica che colonizza il nostro intestino, cosiddetto microbioma intestinale, e le patologie indotte dal glutine, in primo luogo la celiachia: due “mondi” apparentemente lontani, che in realtà presentano insospettati punti di contatto. Un’occhiata su PubMed, il database medicoscientifico internazionale più completo, mostra che, a partire dai primi anni duemila, vi è stato un incremento esponenziale del numero di pubblicazioni sul microbioma intestinale: da 35 lavori nel 2004 a 1656 nel 2014! Solo nel 2014, ben 21 pubblicazioni hanno affrontato il tema dei rapporti tra il “mondo batterico” dell’intestino e la celiachia. Tale aumento dipende primariamente dallo sviluppo di nuove tecniche di genetica molecolare che consentono di analizzare la flora batterica intestinale in maniera semplice, rapida ed accurata. In tema di celiachia, uno degli interrogativi più attuali riguarda l’impressionante aumento della frequenza di questa patologia negli ultimi decenni, un fenomeno che non può essere imputato a cambiamenti genetici, i quali richiedono tempi ben più lunghi, ma solo a modificazioni ambientali. Figurano tra quest’ultimi i cambiamenti nella alimentazione, nello stile di vita, nella diffusione delle infezioni e, per l’appunto, nella popolazione batterica che risiede stabilmente nel nostro intestino. Come pediatra, trovo particolarmente interessante il potenziale rapporto tra alcuni fattori precoci, quali le modalità della nascita (spontanea o mediante taglio cesareo), l’alimentazione infantile, le infezioni intestinali e l’uso di antibiotici, il microbioma intestinale ed il rischio di sviluppare la celiachia. L’analisi di questi aspetti potrebbe aiutarci a comprendere meglio “la ricetta” del cocktail, genetico ed ambientale, che porta allo sviluppo delle patologie glutinedipendenti, non solo la celiachia ma anche la sensibilità al glutine non celiaca. Sul versante terapeutico, la comprensione delle modificazioni persistenti del microbioma, cosiddetta “disbiosi”, potrebbe favorire l’implementazione di nuovi presidi atti a migliorare la qualità della vita delle persone che soffrono dei disturbi indotti dal glutine.

In questo studio si evidenzia che una dieta bilanciata ricca di tutte le categorie di nutrienti dovrebbe servire a fornire un substrato alternato e sfavorire il proliferare di specie che potrebbero sortire effetti dannosi alla salute qualora prendessero il sopravvento nell’intestino. L’emergere di nuove evidenze scientifiche e il perfezionamento delle tecniche d’analisi hanno permesso di acquisire maggiori informazioni sui batteri che popolano il nostro intestino. È ormai lampante come il tipo e la quantità di batteri presenti nel nostro intestino giochi un ruolo determinante per la nostra salute. Le aziende biotech stanno investendo sempre più in tecnologie che individuano in questo “microbioma” un potenziale moderatore del nostro benessere intestinale e del nostro sistema immunitario innato. La crescente incidenza delle patologie immunomediate e dei disturbi neurologici non si lascia spiegare da mutazioni nella genetica umana. La disbiosi e la ridotta diversità batterica vengono comunemente ricondotte a queste patologie quando analizziamo il nostro “genoma alternativo” in cerca di risposte. Gli studi nel campo della metagenomica hanno permesso di appurare che una grande biodiversità batterica e la “ricchezza genetica” sono associate a un buono stato di salute.

Quali specie compongono il microbioma? Benché vi sia una grande varietà inter-individuale a livello di specie – nella maggior parte delle persone il microbiota intestinale è composto da circa 160 specie delle 1000 esistenti – non sono molti i phyla presenti nel microbioma. Qin et al. (2010) hanno identificato un nucleo di batteri comuni a tutte le persone. Lo studio del microbioma umano ha permesso di configurare tre principali enterotipi.2 I generi dei batteri usati come marker per stabilire a quale categoria appartiene il microbioma di un individuo sono Bacteroides, Prevotella e Ruminococcus (l’ultimo gruppo è associato anche alla presenza del Methanobrevibacter).

Funzione Ancora non è stata fatta piena luce sulle funzioni del microbiota intestinale, ma alcuni dei suoi tratti caratteristici sono: segnalazione immunitaria e modulazione della risposta immunitaria; produzione di messaggeri del sistema nervoso; produzione di vitamine essenziali, regolazione del metabolismo lipidico; produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA), in particolare butirrato, e acidi grassi a catena ramificata. A seconda del substrato fermentato, tra gli altri prodotti del microbioma figurano idrogeno, anidride carbonica e metano, ammoniaca, ammine e composti fenolici. La simbiosi tra l’organismo umano e il microbiota intestinale è sempre più evidente. Il termine “super-organismo” è stato coniato quando si è cominciato a considerare il nostro corpo come un organismo, un conglomerato del nostro trascrittoma sommato al tascrittoma plastico e molto più ampio del microbiota intestinale. Il corredo genetico dei batteri che popolano il tratto intestinale è 100 volte più grande del nostro. Pertanto non sorprende che l’attenzione nello studio delle cause, della prevenzione e della cura delle patologie sia ora rivolta a questo “genoma alternativo”. Il sistema nervoso enterico (SNE) è talvolta definito in letteratura come il “secondo cervello”. Ciò è dovuto al fatto che è composto da più di 200 milioni di neuroni.  Il SNE invia segnali dall’intestino al cervello mediante un sistema di segnalazioni endocrino, neuronale e immunitario. 5 Inoltre il tessuto linfoide associato all’intestino (GALT) che regolarmente seleziona e risponde ai segnali provenienti dal lume intestinale è considerato l’organo di difesa contro le infezioni più esteso del corpo umano. La combinazione delle interazioni tra lo SNE, il microbioma e il GALT mostra un grande potenziale per influire positivamente sul benessere fisico, immunologico ed emotivo. Il microbioma inizia a formarsi alla nascita. Il parto e la nutrizione del neonato influiscono sullo sviluppo iniziale del microbioma. Si ritiene che lo svezzamento e l’ambiente (rurale o urbano) in cui viene allevato il bambino influenzino il microbioma maturo. Studi condotti su comunità isolate dell’Africa hanno evidenziato la presenza di una colonizzazione batterica unica e diversa da quella riscontrata in un gruppo occidentale, a riprova di quanto l’ambiente rappresenti una grande spinta alla colonizzazione. Studi sui gemelli hanno rivelato che esiste una marcata influenza genetica sulla varietà delle specie, almeno nel caso di alcuni taxa. Anche i partner di gemelli monozigoti mostravano correlazioni positive, avvalorando l’ipotesi che la natura e l’alimentazione siano fattori importanti nel determinare la ricchezza genetica del microbiota intestinale.Negli anziani il microbioma cambia di nuovo, anche se non è chiaro il motivo per cui ciò accada. Nella popolazione anziana si osserva una riduzione nel numero di batteri che producono butirrato e una riduzione nella ricchezza genetica del microbioma. Gli anziani che vivono all’interno della comunità conservano una maggiore ricchezza genetica, presumibilmente il risultato di una dieta più varia, rispetto ad anziani internati in strutture di cura a lungo termine. La disbiosi è associata a numerose patologie.  Recentemente è stato pubblicato un elenco delle malattie e delle alterazioni nelle popolazioni batteriche a esse correlate.  Le nuove tecnologie hanno permesso di identificare una sorta di “impronta digitale batterica” legata a determinate patologie che potrebbe rivelarsi un potente e non invasivo strumento diagnostico permettendo lo sviluppo di una terapia specifica. Alcuni studi sull’obesità hanno mostrato che i soggetti caratterizzati da una ridotta ricchezza genetica presentavano una maggiore adiposità globale, insulino-resistenza e dislipidemia oltre a un fenotipo infiammatorio più marcato.  Una minore ricchezza genetica portava nel tempo a un aumento di peso. Goodrich et al. (2014) hanno dimostrato l’ereditarietà di un microbioma obesogenico e hanno ipotizzato una correlazione tra i batteri metanogeni appartenenti alla specie Christensenella e i disturbi metabolici. Studi su bambini che mostrano una predisposizione genetica alla malattia celiaca (CoD) evidenziano una carenza di Actinobacteria (inclusi Bifidobacteria) e una proliferazione di Firmicutes e Proteobacteria.  Va detto comunque che non è ancora stata provata in via definitiva l’esistenza di una correlazione immediata tra le alterazioni microbiche e l’insorgenza della patologia celiaca. Il sequenziamento del microbioma in persone affette da sindrome dell’intestino irritabile (IBS) ha rivelato una disbiosi. Ulteriori studi hanno messo in luce le differenze nei batteri che popolano il lume e le mucose intestinali in pazienti affetti da sottotipi di IBS. Un recente studio pilota sul microbioma in ambito pediatrico consiglia l’adozione della FODMAP, la dieta a basso contenuto di carboidrati, per alleviare i sintomi della malattia. Qin et al. (2012) hanno studiato le dinamiche antagonistiche tra batteri benefici e dannosi nel diabete di tipo 2. Una diminuzione dei batteri che producono butirrato sarebbe indice di un rischio elevato nello sviluppo di patologie correlate all’obesità.

Come possiamo migliorare il microbioma? Diversi studi sull’alimentazione dimostrano che cambiare dieta permette di alterare il microbioma, a riprova delle grandi potenzialità di questo ambito di ricerca. Nutrire l’ospite per nutrire il microbiota è la strategia di manipolazione più ovvia del microbiota. Una dieta ad alto contenuto proteico e lipidico è stata associata all’enterotipo Bacteroides, mentre una dieta ricca di carboidrati corrisponde all’enterotipo Prevotella. È stato dimostrato che cambiamenti a breve termine nella dieta (10 giorni) sono in grado di modificare la composizione del microbioma ma non alterano l’enterotipo. Una dieta ad alto contenuto di fibre induce una proliferazione di tre gruppi batterici solitamente associati a uno stato di buona salute, Faecalibaterium prausnitzii, Bifidobacterium e Clostridium cluster XIVa.1,  Altri studi sono concordi nel sancire l’utilità di prebiotici e probiotici nel favorire la diffusione dei benefici bifidobatteri e lactobacilli. Inoltre sono stati chiariti i meccanismi grazie ai quali specie diverse di Lactobacilli e Bifidobacteria non solo sortiscono effetti benefici sull’ospite, ma inibiscono la proliferazione e l’attività di enteropatogeni aggressivi (cfr.). Esiste l’eventualità che in futuro altri ceppi batterici (es. Akkermansia mucinophila e Christensenella minuta) saranno introdotti in prebiotici e probiotici. Il trapianto di microbiota fecale è un’altra tecnica che consente di operare una rapida correzione di un microbioma alterato. Studi clinici condotti su pazienti affetti da Clostridium difficile non trattabile hanno dato risultati incoraggianti. Il trapianto di microbiota fecale da donatori sani ha indotto un aumento nella resistenza all’insulina da parte di pazienti affetti da sindrome metabolica – fornendo un riscontro alla teoria secondo cui la disbiosi gioca un ruolo importante nello sviluppo dei disturbi legati all’obesità. Strategie antimicrobiche per la modulazione del microbioma potrebbero avere un potenziale terapeutico in futuro, anche se allo stadio attuale la ricerca ne ha testato l’efficacia solo sui topi. Al momento non se ne raccomanda l’attuazione. Una dieta varia e bilanciata ricca di tutte le categorie di nutrienti dovrebbe servire a fornire un substrato alternato e sfavorire il proliferare di specie che potrebbero sortire effetti dannosi alla salute se prendono il sopravvento nell’intestino. Alterazioni nel microbioma causate da antibiotici o da attacchi di gastroenterite rendono consigliabile l’impiego generico di prebiotici e probiotici senza temere l’insorgenza di effetti collaterali. La coprocultura, un esame utile a verificare una ridotta biodiversità batterica, può rivelarsi uno strumento diagnostico utile a effettuare una diagnosi precoce di alcune patologie permettendo di adottare misure preventive.

La crescente diffusione delle intolleranze alimentari, in particolare verso determinati carboidrati, rappresenta un problema di salute globale. L’intolleranza al glutine e alle sostanze associate al glutine come gli inibitori dell’amilasi/tripsina (ATI) è ritenuta responsabile 2 dei disturbi intestinali (es. meteorismo, dolori, costipazione, diarrea) ed extra-intestinali (es. affaticamento, emicrania, dolori articolari, irritazioni alla pelle) che affliggono i pazienti. Attualmente si ritiene che una delle cause delle intolleranze alimentari sia da ricercarsi nelle alterazioni della flora intestinale e nei loro effetti sulla tolleranza immunologica a livello della mucosa intestinale. Una barriera intestinale integra è fondamentale per mantenere l’omeostasi dell’intestino. Uno squilibrio intestinale che comprometta l’integrità della barriera ci espone al rischio di sviluppare una permeabilità intestinale (Leaky-Gut Syndrom). La correlazione tra la permeabilità della barriera intestinale e l’insorgenza di intolleranze alimentari e di patologie a carico dello stomaco e dell’intestino è ormai assodata. Il microbioma dell’apparato digerente influenza in maniera significativa il decorso di patologie associate al frumento e al glutine. È risaputo che il benessere della microflora intestinale è legato a molti fattori. La composizione microbica nell’intestino tenue è il risultato della competizione che si instaura tra i microorganismi e l’organismo ospite nell’assorbire e assimilare più rapidamente i carboidrati. I microrganismi del colon, invece, risentono del complesso procedimento di assimilazione dei carboidrati e della concorrenza reciproca. L’alimentazione è determinante. Sperimentazioni condotte sui topi hanno permesso di appurare che l’adozione di un particolare regime dietetico ha rapidi effetti sulla composizione microbica dell’intestino. Numerose pubblicazioni documentano la presenza di Streptococcus sp, E. coli, Clostridium sp, organismi ad alto contenuto di G+C, Bacteroides uniformis, Blautia glucerasea e bifidobatteri nell’intestino tenue e nell’intestino crasso, che prediligono substrati diversi. È interessante osservare a questo proposito che B.uniformis assimila principalmente l’inulina, mentre le altre specie metabolizzano soprattutto fruttoligosaccaridi e monosaccaridi. Quanto sia determinante la composizione microbica nella celiachia è dimostrato dal fatto che nei pazienti affetti da questa patologia si sviluppa una popolazione batterica diversa da quella dei soggetti sani. Nei pazienti celiaci è stata riscontrata una proliferazione di Bifidobacterium bifidum e di Lactobacillus sp.;

una differenza che si attenua nettamente con l’adozione di una dieta priva glutine.Più di una sperimentazione in vitro ha permesso di provare che alcuni ceppi di bifidobatteri sono in grado di attenuare la risposta immunitaria potenzialmente infiammatoria innescata dai peptidi della gliadina, esercitando così un effetto protettivo. Nel 2013 Wacklin et al. hanno ipotizzato una correlazione tra la manifestazione della celiachia sotto forma di sintomi gastrointestinali o extra-intestinali e il microbioma. Uno studio successivo ha confrontato il microbioma duodenale di un paziente affetto da celiachia che presentava sintomi persistenti pur avendo adottato da molto tempo una dieta priva di glutine con la mucosa dell’intestino tenue normalizzata di una persona affetta da celiachia asintomatica. La comparazione ha evidenziato una diversa colonizzazione batterica nell’intestino tenue dei pazienti con sintomi persistenti rispetto ai pazienti asintomatici. Vi erano elevati livelli di Proteobacteria, a fronte di un numero ridotto di Bacteroides e di Firmicutes. Nel complesso, i pazienti celiaci con sintomi persistenti mostravano una ridotta ricchezza microbica. In alcuni sottogruppi di celiachia si identifica la disbiosi come possibile origine della sintomatologia, aprendo la strada ad approcci terapeutici alternativi alla malattia che prevedano la somministrazione di probiotici e prebiotici. Smecuol et al. hanno studiato gli effetti del probiotico Bifidobacterium infantis Natren Life Start Super Strain sul decorso clinico di pazienti celiaci non trattati. dei 22 pazienti hanno assunto 2 capsule di B. infantis mentre a 10 pazienti sono state somministrate 2 capsule di placebo a stomaco pieno. Se il probiotico non sortiva alcun effetto sulla permeabilità intestinale, nel gruppo che ha assunto B. infantis si è assistito a un netto miglioramento dei sintomi tra cui dispepsia, stipsi e reflusso. Inoltre nel gruppo del probiotico si è verificato un significativo aumento di MIP-1ß (proteina infiammatoria macrofaga 1ß). Questo studio sembrerebbe suggerire un effetto attenuante del probiotico su alcuni sintomi della celiachia da confermare con ulteriori ricerche.

Uno studio attualmente in corso di Olivares et al. su pazienti che mostrano un’alta predisposizione genetica alla celiachia ha dimostrato la presenza di una composizione microbica alterata già in età neonatale e infantile, a riprova dell’insorgenza precoce di tali alterazioni. In confronto ai neonati non esposti a un elevato rischio di celiachia, nei portatori HLA-DQ2 positivi si è riscontrata la netta proliferazione di Firmicutes e Proteobacteria a fronte di una carenza di Actinobacteria. Anche i bifidobatteri erano rappresentati da un numero limitato di specie. Una predisposizione genetica nei soggetti HLA-DQ2 positivi parrebbe avere qualche effetto sul microbioma e portare all’insorgenza della patologia, una cognizione che potrebbe rivelarsi utile nello stabilire il rischio di celiachia. 16 Nel complesso questi dati dimostrano l’esistenza di una correlazione tra l’insorgenza e la sintomatologia delle patologie legate al glutine e il microbioma umano. È ancora tutto da verificare mediante ricerche approfondite se alcune specie batteriche siano attivamente coinvolte nella patogenesi della celiachia o della sensibilità al glutine (NCGS), oppure se si limitino a beneficiare di condizioni di vita particolarmente favorevoli conseguenti al danneggiamento della barriera intestinale. I primi dati di Biesiekierski et al. (2013) portano a supporre che anche nei pazienti allergici al frumento, i carboidrati in fermentazione inneschino o quantomeno influiscano sulla sintomatologia. Per questo motivo riteniamo che determinare la colonizzazione microbica sia estremamente utile al fine di comprendere eventuali differenze tra questi pazienti e i soggetti sani del gruppo di controllo. Nell’ambito di uno studio prospettico controllato stiamo analizzando le alterazioni della microflora intestinale in pazienti che mostrano un’allergia conclamata al frumento sottoponendoli a una dieta bilanciata, gluten-free e povera di carboidrati (FODMAP) per accertare gli effetti delle catene di carboidrati sulla proliferazione e sulla differenziazione batterica. Il confronto con un gruppo di controllo sano e una popolazione di controllo affetta da celiachia conclamata consentirà di comprendere quali ceppi batterici siano in grado di scatenare l’allergia al frumento. Riuscire a dimostrare l’esistenza di una composizione della flora intestinale specifica in pazienti allergici al frumento potrebbe aprire la strada a un approccio innovativo per una terapia probiotica mirata e priva di effetti collaterali. Lungi dall’essere un organismo vivente a sé stante, l’essere umano vive in simbiosi con miliardi di batteri e altri microorganismi. La densità massima di popolazione si verifica nel tratto intestinale dove si stima che vivano 100 miliardi (1014) di microrganismi che costituiscono nel loro insieme la flora intestinale, oggi meglio nota come microbiota intestinale. Il numero di cellule microbiche che albergano nell’intestino supera di 10 volte il numero delle cellule che compongono il corpo umano. I geni 150 volte più numerosi rispetto a quelli presenti nel corpo umano, consentono alle cellule dell’intestino di svolgere un’enorme attività metabolica. I metaboliti e i semiochimici risultanti sono strettamente correlati alle cellule del corpo umano all’interno e all’esterno del tratto gastrointestinale. Supportano le funzioni digestive, svolgono un ruolo importante nell’azione di difesa contro i microorganismi patogeni, stimolano il sistema immunitario e preservano la barriera intestinale. Quest’ultima rappresenta un sistema complesso che separa il lume intestinale dal resto del corpo e si articola nei seguenti elementi: Il microbiota intestinale è coinvolto nei processi metabolici e ha la facoltà di modulare la funzionalità della barriera. Un ulteriore meccanismo di difesa fondamentale per garantire il corretto funzionamento della barriera intestinale, oltre a un microbiota equilibrato, è la regolazione del transito paracellulare svolta dalle giunzioni occludenti. Negli ultimi anni l’impiego di metodi d’analisi basati sulla biologia molecolare ha permesso agli scienziati di compiere grandi progressi nella ricerca sul microbiota. I 1000 tipi di batteri presenti nell’intestino si lasciano ricondurre a sei diversi sottogruppi. Fino al 90% dei batteri intestinali appartengono ai gruppi dei Firmicutes e Bacteroidetes, seguiti dai gruppi Actinobacteria, Proteobacteria, Verrucomicrobia e Fusobacteria. La maggior parte dei microrganismi è presente in ogni intestino umano e costituisce il nucleo filogenetico del microbiota intestinale umano. Ogni essere umano dispone in aggiunta di un corredo variabile che va a comporre il microbiota individuale. La struttura e l’attività del microbiota sono influenzati dal tipo di parto (vaginale o cesareo), dai geni, dall’età e dallo stile di vita di un individuo. Giocano un ruolo determinante anche i farmaci (es. gli antibiotici) e l’alimentazione, in particolare la quantità e il tipo di fibre e generi alimentari assunti. Recenti studi dimostrano l’estrema importanza che la composizione del microbiota riveste per la nostra salute: i tipi di batteri possono avere effetti protettivi ma anche lesivi per il nostro benessere. Alcuni batteri patogeni, per esempio, hanno la facoltà di innescare processi infiammatori locali che indeboliscono la barriera intestinale e ne aumentano la permeabilità – anche nei confronti del glutine. Celiachia e microbiota È risaputo che allorché il glutine, a causa di una carenza di peptidasi nell’intestino umano, viene digerito solo in parte, i peptidi del glutine penetrano nella mucosa dell’intestino tenue. Inoltre vi sono indizi sempre più numerosi a riprova di quanto una mutata permeabilità intestinale causata da una perdita di coesione tra le giunzioni occludenti rappresenti un importante fattore nell’insorgenza della celiachia. Penetrando più facilmente nella lamina propria, gli oligopeptidi possono scatenare i processi infiammatori tipici della celiachia. Sino a oggi non è stato appurato se la lesione della barriera intestinale sia la causa primaria o una conseguenza della celiachia. È stato però dimostrato che nei malati di celiachia la gliadina stimola in massima parte il rilascio di zonulina. Questa proteina aumenta la permeabilità dell’intestino, favorendo l’assorbimento delle macromolecole attraverso le giunzioni occludenti. Molti indizi portano a supporre che le alterazioni del microbiota intestinale possano portare a un aumento nella permeabilità dell’intestino, e a una possibile insorgenza della celiachia e di patologie allergiche. Va detto che a oggi il numero degli studi dedicati al ruolo del microbiota nella patofisiologia della celiachia è piuttosto limitato. Si ipotizza che in pazienti che abbiano una predisposizione genetica i batteri gram-negativi siano coinvolti nell’insorgere di una intolleranza al glutine. Studi comparativi tra bambini affetti da celiachia e gruppi di controllo composti da soggetti sani sono riusciti a dimostrare per la prima volta una carenza di Le cellule microbiche presenti nell’intestino superano di 10 volte quelle che compongono il corpo umano Alterazioni del microbiota intestinale possono portare ad un aumento della permeabilità dell’intestino lattobacilli e bifidobatteri nei soggetti malati. Resta dubbio comunque se il microbiota alterato nei pazienti affetti da di celiachia sia causa o conseguenza della malattia. L’analisi di alcuni campioni bioptici del duodeno di bambini celiaci non sottoposti a cure ha riscontrato la presenza di un maggior numero di ceppi batterici gram-negativi rispetto ai soggetti sani dei gruppi di controllo, il che porterebbe a supporre che l’alterazione del microbiota sia piuttosto una conseguenza della malattia.

In genere ci si ricorda di avere un apparato digerente quando non si digerisce! O quando il medico suggerisce di riequilibrare la flora intestinale se un’infezione è curata con antibiotici. O quando, dopo pranzo, compare un senso di “gonfiore” che tarda a scomparire. Insomma, l’alimentazione e la buona digestione non sempre vanno di pari passo, soprattutto ai nostri giorni quando è in qualche modo avvenuta anche una globalizzazione delle suggestioni nutrizionistiche che sollecitano il nostro tubo digerente a tenersi sempre vigile e operativo per il bene del nostro organismo. Partiamo da queste banali considerazioni per riferirci ai grandi progressi che sono stati compiuti negli ultimi anni sulle conoscenze del rapporto che ha il nostro corpo con i microrganismi simbiontici che albergano nel tubo digerente: il microbiota. In termini biologici il microbiota umano rappresenta un esempio efficace di mutualismo, cioè di cooperazione fra diversi tipi di organismi che vivendo insieme traggono un beneficio reciproco. Nell’uomo i microrganismi presenti nel tubo digerente arrivano anche a circa 1000 specie differenti. Prevalgono i germi anaerobi, ma sono presenti anche virus e miceti (funghi). Il microbiota umano si forma già nei primi giorni di vita e persiste per lungo tempo, salvo la presenza di situazioni patologiche che possono alterarne la composizione. Questo aspetto è molto importante: alla nascita il tubo digerente del neonato è sostanzialmente sterile. I primi microrganismi con i quali viene a contatto sono quelli delle vie genitali e quelli provenienti dal tratto fecale della madre. L’allattamento, l’ambiente nel quale vive il neonato e il progressivo variare dei cibi che assume nel tempo rappresentano l’ulteriore contributo all’arricchimento del microbiota. L’allattamento materno è particolarmente importante e ben si comprende come i neonati che non vengono allattati avranno una colonizzazione di batteri prevalentemente ambientale. Vari studi hanno dimostrato che il microbiota del bambino allattato e venuto al mondo per vie naturali raggiunge una fase di equilibrio, di vera e propria stabilizzazione, dopo circa un mese dalla nascita, mentre nelle altre condizioni ci vuole più tempo, anche 6 – 7 mesi. L’intestino ha due compiti fondamentali: assorbimento e permeabilità (vari nutrienti, acqua, sali, etc.) e difesa (sia attraverso l’esclusione di microrganismi patogeni sia attraverso il contenimento di molecole tossiche). Durante la vita di un uomo centinaia di chili di proteine, batteri, virus, molecole tossiche attraversano il tubo digerente. Quindi il primo scenario di riferimento è il microbiota umano. Ma nel nostro intestino un ruolo fondamentale viene svolto dal sistema immunitario. Le barriere difensive comprendono l’integrità delle strutture epiteliali, una regolare motilità e peristalsi della parete intestinale, la secrezione di muco e la risposta immunitaria locale (GALT, Gut Associated Lymphoid Tissue). La struttura della mucosa intestinale è un esempio di specializzazione e adattamento evoluzionistico. Fenomeno che in qualche modo i più illuminati tra gli immunologi, circa trenta anni or sono avevano ben compreso, anche se allora non si avevano tecniche adeguate ma una conoscenza limitata della risposta immunitaria locale. Quindi si osserva il “combinato disposto” meccanico (struttura delle cellule e loro adesione) e chimico-cellulare (risposta immunitaria vera propria con intervento di anticorpi e di cellule immunocompetenti) che agisce limitando i danni apportati da potenziali germi patogeni. Questo è il secondo scenario. In questo contesto ecologico è attiva una realtà molto complessa, proprio sulla superficie della mucosa intestinale. Laddove il nostro organismo viene a contatto con il mondo esterno. Specie batteriche colonizzano l’ambiente, si adattano, vengono sorvegliate dalla risposta immunitaria e tollerate con un beneficio generalizzato. Negli ultimi due decenni, oltre alle indagini sulla risposta immunitaria, molta attenzione si è rivolta pertanto alla struttura del microbiota, alle sue funzioni, alle implicazioni in patologia e al potenziale impiego nelle possibili terapie. La superficie interna del tratto intestinale è rivestita da una mucosa formata da cellule epiteliali. L’epitelio intestinale è rivestito da un gel mucoso. In questo possiamo distinguere uno strato interno (gel idrosolubile a diretto contatto con le cellule dell’epitelio intestinale) e uno strato esterno (piuttosto denso, vischioso, sovrapposto a quello interno e ricco di un grande numero di batteri). Il microbiota è un vero ecosistema con un peso tra 1 e 2 chilogrammi. Il numero delle cellule è circa dieci volte il numero delle cellule che formano un individuo. Sembra tuttavia che sebbene l’ordine di grandezza della popolazione batterica sia 1012-1014, un numero di specie assestato attorno al valore di 500 sia necessario per garantire uno stato di salute all’ecosistema. Ogni frazione del tratto gastrointestinale viene colonizzata da un determinato tipo di microflora. Queste differenze dipendono dalle condizioni ambientali, dalle interazioni che si realizzano fra i vari elementi della comunità batterica, e da come la comunità microbica interagisce con l’organismo che la ospita. Basti pensare alle variazioni di pH, la presenza di enzimi proteolitici, la peristalsi, la concentrazione di sali biliari e la concentrazione dei nutrienti. Il colon è la sede dove maggiore è la concentrazione microbica [circa 1012 cellule/gr di contenuto intestinale). Grazie a particolari tecniche di genetica, oggi ben conosciute, è possibile risalire alle specie che convivono nel campione analizzato. Considerando il pool dei geni del nostro organismo e il genoma di tutti i microrganismi in esso residenti si può definire il corpo umano come uno speciale super-organismo [si definisce microbioma l’insieme del patrimonio genetico e delle interazioni ambientali della totalità dei microrganismi appartenenti a un ambiente definito]. Ne origina un assetto “funzionale” , quindi con le relative proprietà fisiologiche, sintesi derivante dal metabolismo microbico e dall’interazione con la specie umana. Pertanto, come è stato proposto, è ragionevole pensare il microbiota come una sorta di vero e proprio organo interno. In questa lettura si collocano con chiarezza le proprietà espresse dal microbiota medesimo, talune essenziali per compensare funzioni che noi non possiamo espletare. D’altro canto il microbiota è in grado di catalizzare varie reazioni chimiche e per sua stessa natura si rigenera nel corso del tempo.

Questa plasticità del microbiota assieme alla composizione della “microflora” dell’intestino è fondamentale per le funzioni dell’apparato digerente e per lo stato di salute in generale, sia considerando l’assetto propriamente metabolico sia quello strettamente correlato alla risposta immunitaria. Ma non tutti i nostri ospiti svolgono funzioni vantaggiose: alcuni possono sintetizzare e liberare anche sostanze tossiche o avere un’azione cancerogena. Un aspetto particolare, come sopra premesso, consiste nel ruolo difensivo della microflora batterica: il microbiota intestinale impedisce ai batteri patogeni di stabilizzarsi e quindi colonizzare l’intestino. Le modalità con le quali si realizza questo scudo funzionale sono tra loro ben integrate e vanno dalla maggiore velocità di transito del materiale intestinale alla stimolazione in situ del sistema immunitario, con una vera e propria lotta competitiva per l’assunzione dei nutrienti disponibili. Un aspetto fondamentale consiste poi nella produzione di sostanze tossiche nei confronti di una specie batterica diversa. Per esempio alcuni acidi grassi a catena corta sono in grado di inibire lo sviluppo di batteri aerobi facoltativi e possono bloccare lo sviluppo di salmonelle. Disbiosi Proprio in relazione all’importante ruolo svolto dal microbiota molte ricerche sono state effettuate sulle patologie conseguenti o correlate alla disbiosi intestinale, squilibrio microbico riferito alle superfici o all’interno del corpo, ma particolarmente rilevante per l’intestino. Diversi fattori sono in grado di indurre disbiosi (dieta non corretta, assunzione prolungata di antibiotici, eccessiva assunzione di alcol etc.). In corso di disbiosi si verifica un minore controllo della crescita reciproca dei batteri, con il prevalere di microrganismi “aggressivi” che danneggiano i componenti “vantaggiosi”. In buona sostanza quando si instaura una disbiosi, organismi di solito a bassa virulenza posso alterare lo stato della nutrizione (per esempio produzione eccessiva, non controllata, di prodotti tossici) o causare alterazioni nella risposta immunitaria. Clinicamente correlati a stati di disbiosi si osservano vari disturbi: digestione lenta con senso di gonfiore addominale, fenomeni infiammatori (gastro-enterocoliti), condizioni favorevoli per lo sviluppo di flora fungina. Non ultimo, il possibile rischio di favorire intolleranze alimentari. Fenomeni importanti di disbiosi possono essere correlati anche a sviluppo di neoplasie del tratto gastro-intestinale. Una considerazione importante emerge da questi dati e riguarda, per esempio, il concetto di impiego di antibiotici “ad ampio spettro”. Questo limite funzionale deriva dall’uso comune che viene prescritto nelle frequenti infezioni delle vie respiratorie. Ma poiché gli antibiotici rappresentano una causa di disbiosi è probabile che l’approccio all’ampio spettro venga in parte superato, considerando più razionale una molecola con “gut-specificity”. Un lavoro interessante (N Eng J Med 2014;25:2526-8) è stato pubblicato sul tema del rapporto tra microbiota, antibiotici e obesità (Microbiota, antibiotics and obesity di T. Jess). In questo paper un dato interessante emerge sul ruolo svolto dagli antibiotici in termini di risposta immunitaria e metabolismo; le conseguenze non sarebbero dirette ma secondarie a l’interazione tra antibiotici con il microbiota intestinale.

Dieta del riso integrale: perdere 13 kg in un mese, come funziona

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Quanti di voi hanno accumulato dei chili durante queste festività natalizie? Adesso che tutto è finito, ciò che rimane sono questi letti accumulati Per colpa delle grandi abbuffate di Natale e Capodanno. Se anche voi volete provare a eliminare questi chili nel giro di poco tempo, questo articolo sarà sicuramente al caso vostro. Oggi Vogliamo parlarvi di una dieta a base di riso integrale che pare posso permettere di perdere fino a 13 kg in un solo mese. Per chi non lo sapesse il riso è un ingrediente molto utile per poter perdere peso velocemente senza dover soffrire la fame, soprattutto senza dover rinunciare ad una alimentazione completa visto che il riso contiene davvero innumerevoli proprietà nutrizionali.

In realtà non esiste Soltanto un tipo di riso. quanto diverse forme da quello bianco, considerato un alimento detox ma ricco di amido, a quello integrale che possiede molte fibre e soprattutto è importante per regolarizzare l’intestino. La dieta di cui stiamo parlando è comunque una dieta particolarmente restrittiva e quindi per questo motivo prima di iniziare È sempre bene consultare il proprio medico. Curiosi di capire in cosa consiste questa dieta del riso integrale? Innanzitutto sappiate che va fatta per 9 giorni, i quali saranno suddivisi in un periodo di 3 giorni e relative a ciascun tipo di alimento ovvero 3 giorni di riso integrale 3 di pollo e 3 di mele. Vediamo più nello specifico il menù di questa dieta a base di riso integrale.

La colazione prevede un bicchiere di acqua con del succo del limone, a scelta poi un caffè o del tè rigorosamente senza zucchero, una mela da 200 grammi cotta al forno o al microonde. Possibile volendo aggiungere anche un po’ di cannella per insaporirla. Per chi volesse fare una colazione più sostanziosa, è possibile mangiare già di prima mattina 30 grammi di riso integrale, 100 grammi di mela a pezzetti cotta in circa 300 ml di acqua fino a che il riso non sia ben cotto frullando il tutto per ottenere una crema e servirla con un po’ di cannella e arancia grattugiata.

Per quanto riguarda il pranzo e la cena è possibile mangiare 50 grammi di riso integrale con 200 grammi di petto di pollo magro, oppure petto di tacchino. Se non si preferisce la carne e invece si vuole mangiare del pesce, è possibile pranzare con 150 grammi di tonno al naturale o di merluzzo da preparare grigliati oppure al cartoccio con un contorno di insalata verde, condita con un cucchiaino di olio e aceto di mele oppure rucola e spinaci crudi. Riguardo lo spuntino, sia quello di metà mattinata che quello del pomeriggio, prevede 100 grammi di mela cotta o cruda accompagnata da un bicchiere di acqua e succo di limone.

LE PROPRIETA’ NUTRIZIONALI E SALUTISTICHE DEL RISO

Riso integrale, riso nero e riso rosso sono ricchi di polifenoli, composti bioattivi con proprietà antiinfiammatorie che possono contribuire alla prevenzione di malattie croniche. Lo ha stabilito un nuovo studio coordinato dall’Ente Nazionale Risi e realizzato in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi e il Dipartimento di Bioscienze dell’Università di Milano. Lo studio ha dato origine alla pubblicazione del volume della Fondazione Umberto Veronesi “Il riso. Un cereale da riscoprire”, presentato oggi a Milano. Lo studio, pubblicato quest’anno su “Universal Journal of Agricultural Research”, ha evidenziato (utilizzando un modello cellulare in vitro) come i polifenoli svolgano una potente azione antiinfiammatoria, quasi dimezzando i livelli della proteina iNOS, uno dei mediatori dell’infiammazione. L’infiammazione cronica è anche associata a sovrappeso, obesità e invecchiamento e favorisce malattie croniche come cancro e malattie cardiovascolari. L’assunzione di composti antiinfiammatori come i polifenoli contenuti nel riso integrale e, in particolare, nei risi pigmentati, può aiutarci a ridurre il rischio di incorrere nell’infiammazione cronica. Prediligere il consumo di cereali integrali aiuta infatti a ridurre l’incidenza non solo di malattie cardiovascolari, ma anche di obesità e diabete di tipo 2.

In Italia le vendite di riso integrale nella Grande Distribuzione sono raddoppiate dal 2013 al 2016: da 3 a 7,5 milioni di chilogrammi, corrispondenti in valore a 9 e 20 milioni di euro (dati IRI sul totale della Gdo, inclusi i Discount). La superficie coltivata per i soli risi pigmentati è aumentata tra il 2013 e il 2016 da 614 a 1929 ettari (dati Ente Risi). L’Italia è il maggior produttore europeo di riso con i suoi 234 mila ettari coltivati a riso, 4.265 aziende risicole, 100 industrie risiere, per un fatturato annuo di 1 miliardo di euro. Il volume della Fondazione Umberto Veronesi “Il riso. Un cereale da riscoprire” parte dalla storia del riso per poi presentare le sue varietà, i metodi di coltivazione, il rapporto tra risicoltura e sostenibilità, la composizione nutrizionale del chicco di riso, il riso nella dieta mediterranea, le proprietà nutritive e salutistiche del riso, le ricette ed altro ancora.

Il volume sarà distribuito gratuitamente da Ente Risi agli Istituti di Agraria, alle Scuole di Gastronomia e alle Università con specializzazioni di pertinenza. E’ scaricabile gratuitamente dal sito http://www.enterisi.it/servizi/notizie/notizie_homepage.aspx, oppure richiederlo alla Fondazione Veronesi ( info@fondazioneveronesi.it ). “Ente Nazionale Risi, ente pubblico economico a carattere interprofessionale, desiderava pubblicare un volume sulle proprietà nutritive e benefiche del riso e sul suo inserimento nella dieta alimentare – ha dichiarato Paolo Carrà, Presidente dell’Ente Nazionale Risi – Abbiamo chiesto aiuto ad un’istituzione nel campo dell’informazione scientifica, la Fondazione Umberto Veronesi, con la quale è nata una collaborazione con il supporto dell’Università di Milano. Ne è nata una pubblicazione completa e di facile lettura”. La Fondazione Umberto Veronesi da anni pubblica la collana “La salute in tavola. I consigli alimentari della Fondazione Umberto Veronesi” dedicata alla sana alimentazione. Il nuovo volumetto vuole essere d’aiuto per capire come e perché il riso può mantenere in salute ed il ruolo delle sostanze nutritive e protettive in esso contenute, come ha spiegato Chiara Tonelli, Presidente del Comitato Scientifico di Fondazione Umberto Veronesi e Professore Ordinario di Genetica, Università degli Studi di Milano: “Tra i cereali, il riso occupa un posto di primaria importanza nella Dieta Mediterranea ed è sempre maggiore l’interesse sia del consumatore sia della comunità scientifica sulle proprietà salutari del riso integrale e dei risi pigmentati che possono essere considerati come veri e propri cibi funzionali ricchi di polifenoli.

Le parti più esterne del seme sono ricche di fibra, di minerali, vitamine e di tutti quei composti bioattivi, come i polifenoli, che si stanno rivelando preziosi alleati nella prevenzione delle malattie croniche così diffuse nella nostra società”. Il riso rappresenta il terzo cereale più importante a livello mondiale. Il riso lavorato bianco resta quello più consumato, ma è sempre maggiore l’interesse sia del consumatore sia della comunità scientifica sulle proprietà salutari del riso integrale e dei risi pigmentati, come il riso rosso e il riso nero. “Riso integrale, riso nero e riso rosso sono circa quattro volte più ricchi di fibra rispetto a riso lavorato bianco e riso parboiled, in quanto subiscono un minor grado di lavorazione e quindi mantengono una maggiore quantità di tessuti esterni del chicco di riso – ha sottolineato Katia Petroni, Professore Associato di Genetica, Università degli Studi di Milano – Nel nostro studio è stato visto che riso rosso e nero hanno un maggiore potere antiossidante rispetto agli altri tipi di riso, grazie al loro maggiore contenuto in flavonoidi e polifenoli. In particolare, il riso nero contiene principalmente antocianine (pigmenti viola presenti anche in molta frutta e verdura) e il riso rosso contiene alchilresorcinoli accanto alle pro-antocianidine che ne conferiscono il colore rosso”.

Anche il riso lavorato o bianco è raccomandato per una alimentazione sana, grazie alla sua elevata digeribilità che ne consente l’utilizzo nei baby foods (sotto forma di farina di riso è uno dei primi alimenti che viene assunto dai bambini nella fase di svezzamento) ed è raccomandato per celiaci e sportivi, come ha ricordato Cinzia Simonelli, Responsabile Qualità del Laboratorio Chimico Merceologico dell’Ente Nazionale Risi: “Costituisce uno degli alimenti base nella dieta dei celiaci in quanto privo di glutine ed è una fonte di energia immediata per gli sportivi in quanto le dimensioni ridottissime di amido ne permettono una rapida digestione e una veloce disponibilità energetica (più del pane e della pasta)”. Il riso è inserito tra i pasti principali nella piramide alimentare della Dieta Mediterranea, insieme a pasta, pane e altri cereali, ed occupa un posto d’onore nella tradizione culinaria italiana (si pensi al risotto che è un piatto italiano tipico quanto originale). Le tante varietà del riso contribuiscono alla preparazione di una vasta gamma di preparazione in cucina, dall’antipasto al dolce. Nel volume della Fondazione Umberto Veronesi vengono presentate le ricette a base di riso di Marco Bianchi, chef, divulgatore scientifico e personaggio televisivo.Per info www.enterisi.it

Pavia, grazie ai suoi 85.000 ettari coltivati a risaia e 4 milioni e 865 mila quintali di produzione totale, è la provincia con la maggiore percentuale di coltivazione a riso in Italia e il primo produttore a livello nazionale ed europeo. La pianura che comprende la Lomellina e la Bassa Pavese (o Pavese tout court) — a nord del territorio provinciale, divise dal corso del Ticino e delimitate entrambe a sud dal Po — una regione amena e affascinante, costellata di belle cittadine ricche di storia e tradizioni, è a tutti gli effetti la “terra del riso”.
Il tranquillo paesaggio e i grandi specchi d’acqua che lo caratterizzano quando le risaie sono allagate non sono “naturali”: tutto è stato costruito, trasformato e organizzato dall’uomo con infinita pazienza.

Per natura questa terra ricca di corsi d’acqua e di risorgive è stata per secoli in parte paludosa e in parte arida a causa di numerosi dossi sabbiosi di origine eolica, ma le comunità di monaci nel Medioevo, la colonizzazione feudale e le grandi riforme agronomiche introdotte dagli Sforza, che sperimentarono la coltivazione del riso, hanno fatto della zona un mosaico di fertilissimi campi. Al servizio di questa estensione di coltivazioni è stato organizzato un complesso sistema di rogge e canali e sono sorte le cascine, prima fortificate con castelli a loro difesa, poi a corte chiusa, tipici insediamenti dell’agricoltura industrializzata della Pianura Padana.

Il riso fu importato in Italia dagli Àrabi che lo introdussero in Sicilia nell’VIII secolo, da qui arrivò in Lombardia nel ’400, grazie a Galeazzo Maria Sforza. Si hanno documenti che testimoniano di un dono, nel 1475, di sei sacchi di riso da parte degli Sforza ai Duchi d’Este affinché si coltivasse il riso anche nel delta del Po. La coltivazione avviene in quattro fasi. La prima, in primavera, consiste nella preparazione del terreno con Paratura, l’affinatura e la concimazione; la seconda è la sommersione dei campi grazie a un complesso sistema di canali, dopodiché, nella terza fase, si effettua la semina a spaglio. Da parecchi anni ha preso piede anche la tecnica della semina in asciutta, a file interrate e con macchine di precisione, utilizzando mediamente 200-250 kg di semente per ettaro. Ai primi di giugno comincia l’operazione di eliminazione di erbe infestanti attraverso 1’utdizzo di diserbanti sempre più rispettosi dell’ambiente e della sicurezza alimentare. L’ultima fase, tra settembre e ottobre, è la raccolta del riso con macchine mietitrebbiatrici che separano la granella dalla paglia. Il prodotto raccolto viene essiccato per essere conservato e successivamente lavorato.

La lavorazione del riso prevede dapprima la pulitura dei chicchi del risone (cariossidi) per ehminare polveri, terra, frammenti metallici, eccetera. Poi la sbramatura, cioè la liberazione della cariosside dalla lolla ottenendo il riso integrale o semigreggio. Quindi la sbiancatura, ossia Pelminazione del germe e dei diversi strati che rivestono il riso integrale.
In Itaha le varietà più diffuse sono divise in quattro diverse categorie merceologi- che — tondo, fino, semifino e superfino — in base ad alcune caratteristiche dei chicchi (lunghezza, larghezza, spessore, forma, peso, ecc.).

Il riso tondo ha chicchi piccoli e tondeggianti. Quello fino ha chicchi affusolati e lunghi. Il semifino è caratterizzato da chicchi tondeggianti, semiallungati e di media grandezza. Infine, il riso superfino ha chicchi grandi e molto lunghi.
Sono circa 1700 le aziende risicole presenti sul territorio della Provincia di Pavia e le principali varietà di riso coltivate sono il Camaroli, il Vialone nano, FArbo- rio, il Baldo, il Balilla, il Gladio, il Loto, il Roma, il Sant’Andrea e il Selenio. Negli ultimi anni si è notata una progressiva sostituzione delle varietà tradizionali a favore di quelle caratterizzate da un livello qualitativo superiore.

Si tratta di un riso caratterizzato da chicchi lunghi e affusolati che occupa, insieme al Vialone nano, i livelli qualitativi più alti della produzione italiana. Dopo l’Arborio è la varietà più consumata in Italia. La pianta è di taglia alta, con nodi e interno di di colore verde scuro, con striature rosse. Foghe larghe di colore verde e pannocchia lunga, pendula e aperta. La spighetta, dalla villosità media, è lungamente aristata di colore rosso-rame. II ciclo vegetativo è medio-tardivo. II granello lavorato è uno dei più grandi tra quelli in coltivazione e possiede caratteristiche tali da farlo classificare nella categoria dei super- fini. II Carnaroli presenta una perla centrale (parte del granello con un diverso addensamento del parenchima amidaceo) molto estesa.
L’amido del riso Carnaroli ha una composizione particolare (è molto ricco di amilosio) che rende i chicchi decisamente consistenti e assicura perdite minime durante la cottura, garantendo nel contempo una buona capacità di assorbimento, tenuta della cottura e separazione tra i singoli granelli anche quando la preparazione non viene consumata appena pronta. Per tale motivo è uno dei preferiti dalla cucina professionale ed è ideale per le preparazioni gastronomiche impegnative, per i risotti più raffinati e per le insalate di riso.

L’attività fisica migliora la produttività: fino al +50% dopo l’allenamento

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L’attività fisica ha effetti diretti sulla produttività al lavoro che aumenta dal 20 al 50% dopo un allenamento. Non a caso gli effetti del movimento, ‘motore’ di ossigenazione cerebrale e del rilascio di endorfine e neurotrofine, vengono studiati da anni anche in questo campo. E non a caso non mancano le aziende, anche italiane, che hanno previsto palestre attrezzate per i dipendenti. Lo ha raccontato Annamaria Crespi, pedagogista, coach e ideatrice del Metodo Wal. “Dopo i primi studi e le osservazione sul cervello delle persone anziane, siamo passati all’utilizzo della camminata con cuffie in cui si ascoltano lezioni di vario tipo sui ragazzi per saggiarne l’efficacia sull’apprendimento, e ora siamo approdati all’uso nelle aziende in cui i manager aumentano la propria capacità di apprendere e utilizzare ciò che hanno imparato grazie al nostro training strutturato”.

Uno studio condotto dalla Bristo​l​ University su 200 lavoratori di tre società, ricorda Crespi, “ha valutato i risultati lavorativi nei giorni in cui si allenavano e in quelli in cui non facevano attività fisica. I risultati sono stati sorprendenti anche agli occhi dei ricercatori: nei giorni in cui i volontari si allenavano la concentrazione sul lavoro aumentava del 21%, il 22% finiva il lavoro in tempo, il 25% si concedeva meno pause e il 41% dichiarava di sentirsi più motivato”. Mentre un’altra indagine su 683 lavoratori registrava una maggiore produttività anche dopo soli 30 minuti di esercizio. Si ritiene che un esercizio vigoroso sia il più adatto a dare la carica, mentre gli scienziati hanno scoperto che è vero esattamente il contrario: il tipo migliore di esercizio sembra essere quello a basso impatto, come una camminata a ritmo regolare o 20 minuti in bicicletta con una pedalata costante. Per ciò che riguarda la durata, l’ideale sono 30 minuti al giorno. L’American College of Sports Medicine raccomanda di non superare i 10 minuti a sessione di incremento. E aggiunge che poco è meglio di nulla.

L’attività fisica regolare migliora anche l’abilità nella gestione del tempo e nel rispetto delle scadenze. Gli effetti, oltre che cognitivi, si estendono alla sfera emotiva: stabilizza il temperamento, aumenta la tolleranza allo stress e il senso di calma, ma aumenta le energie sul lavoro e annulla il tipico calo di performance del dopo pranzo. Lo hanno verificato all’università di Bristol, dove hanno osservato che i lavoratori facevano il 25% di pausa in meno e le aziende apprezzavano un calo di assenteismo del 22%, oltre a una diminuzione del 17% per ciò che riguarda gli incidenti sul lavoro.

I lavoratori che hanno un impiego sedentario riferiscono rigidità del collo, problemi al tunnel carpale e mal di schiena, che, è stato calcolato, costano 200 miliardi di dollari in perdita di produttività, così come calcolato dalla Labor Organization of the United Nation.

“Ecco perché Wal si propone di entrare nelle aziende e diventare uno strumento di benessere per i lavoratori”, spiega Crespi. “Wal, acronimo di Walk and Learn, è un metodo innovativo basato sulle scoperte della plasticità celebrale che dimostra come movimento e apprendimento, se esercitato insieme, si rinforzino reciprocamente. Un recentissimo studio apparso quest’anno sul ‘Journal of Applied Psysiology’ su cavie ha mostrato che l’esercizio non aumenta solo la connessione (sinapsi) tra le cellule celebrali, ma aumenta il numero di cellule staminali che daranno luogo a nuovi neuroni”. Le stesse staminali neurali che invertono i deficit di memoria e apprendimento causati dalla chemioterapia.

Ma non basta perché il cervello, quando il corpo è in uno stato di movimento, entra in uno stato di rilassamento definito ‘flusso’ che è direttamente correlato alla creatività e alle intuizioni. Solo 30 minuti di camminata a passo regolare permettono di aumentare la produttività fino al 50% (a seconda degli studi).

“La nostra idea è che anche strumenti di movimento indoor che si possono eseguire con appositi tappeti e calzini mettono in moto a cascata sostanze neurotrofiche e possono essere facilmente messe a disposizione dei lavoratori”, conclude Crespi.

Cancro, scoperta clamorosa di due scienziati italiani

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“Abbiamo identificato come funziona un’importante alterazione genetica che causa una consistente percentuale di parecchi cancri, fra cui il glioblastoma, il più aggressivo e letale di quelli al cervello – dice Iavarone – e grazie a questa scoperta stiamo sperimentando terapie “di precisione” per bloccare lo sviluppo dei tumori”. In quel caso Iavarone, insieme a Lasorella, identificò una proteina che nasceva dalla fusione dei geni di due proteine (FGFR e TACC) e agiva come una ‘droga’ sul tumore facendolo scatenare e alimentandolo.

L’unione di due geni [VIDEO] sviluppa la neoplasia, facendo crescere le cellule cattive: questa è la caratteristica del più pericoloso e fatale dei tumori cerebrali, il glioblastoma. Risultato: ne deriva una maggiore disponibilità di energia per il moltiplicarsi e diffondersi incontrollato delle cellule tumorali. Il traguardo odierno, oltretutto, è stato preceduto da un primo step: in uno studio pubblicato sulla rivista Science nel 2012, lo stesso gruppo di ricercatori aveva scoperto la fusione di FGFR3 e TACC3 come causa del 3% dei casi di glioblastoma. La scoperta è stata pubblicata su Nature dal gruppo di ricerca della Columbia University e alla quale hanno contribuito nel dettaglio Anna Lasorella, Angelica Castano della Columbia, Stefano Pagnotta e Luciano Garofano e Luigi Cerulo, che lavorano fra la Columbia e l’Università del Sannio, Michele Ceccarelli dell’Istituto Biogem di Ariano Irpino, oltre a, ovviamente, Antonio Iavarone. I ricercatori sarebbero infatti riusciti ad individuare il meccanismo che alimenta i tumori, un “generatore di energia” che fornisce una continua ricarica masse cancerose. “FGFR3-TACC3 è probabilmente la più’ frequente fusione genica descritta finora nel cancro – osserva Antonio Iavarone, co-leader dello studio, che in questi giorni si trova in Italia -“. “Questa alterazione genica scatena un’attività abnorme dei mitocondri, organelli presenti all’interno della cellula che funzionano come centraline di produzione di energia – spiega Iavarone -“. Applicando un’ampia serie di analisi, gli scienziati hanno scoperto che Fgfr3-Tacc3 attiva una proteina chiamata Pin4.

“Sperimentazioni di farmaci che bloccano la proteina di fusione FGFR3-TACC3 sono in corso in Francia”, ha aggiunto. Dopo l’attivazione, Pin4 raggiunge altri piccoli organelli cellulari, i perossisomi, che normalmente metabolizzano grassi e producono carburante per l’attività mitocondriale.

Lo studio descrive una complessa cascata di eventi scatenati dalla presenza della fusione genica che convergono nell’aumento della attività’ mitocondriale. Si individua anche per la prima volta “il coinvolgimento dei perossisomi nell’evoluzione tumorale” e il lavoro “ci suggerisce come poter incidere sulle fonti energetiche cellulari per colpire il tumore”.

Questo richiede naturalmente la conoscenza precisa delle caratteristiche molecolari del tumore di ciascun paziente. Ipotizziamo che si possano prevenire resistenza e recidiva tumorale attraverso una simultanea inibizione del metabolismo mitocondriale e di Fgfr3-Tacc3.

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