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Salute - page 4

Gli anziani dormono poco e male

in italia/Salute by

Pur essendo una condizione spesso sottovalutata, la privazione del sonno può avere conseguenze pericolose per tutti, contribuendo ad aumentare il rischio che insorgano altre patologie, dal diabete all’ictus, ma anche infarto e ipertensione, colpendo anche le funzioni cognitive. Questo è quanto ci fanno sapere gli esperti che hanno partecipato al Congresso della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg) di Napoli durante il quale sono state esaminate le caratteristiche principali del riposo notturno degli over 65. In questo modo contribuirà comunque a raggiungere un monte ore sufficiente da destinare al riposo.

Raffaele Antonelli Incalzi, gerontologo del Campus Biomedico di Roma, spiega: “Dopo i 65 anni, la quantità di sonno necessaria a stare bene si riduce sensibilmente e fisiologicamente”. Se da adulti non bisogna scendere sotto le sei ore a notte e in media se ne devono dormire da sette a nove per stare bene, in un anziano si può scendere a cinque ore senza ripercussioni. Riguardo ai motivi, appaiono diversi tra donne e uomini. Tali disturbi posspono manifestarsi ad esempio nel fare fatica ad addormentarsi la sera oppure nel risvegliarsi frequentemente nel corso della notte.

Il problema più evidente, quindi, è la qualità del sonno, spesso disturbato e caratterizzato da micro-risvegli: “Questi non incidono sulla durata complessiva del riposo, ma lasciano la sensazione di non aver dormito abbastanza“. Tra le conseguenze, ci sono il tono dell’umore, che si abbassa, una maggiore propensione all’affaticamento e un aumento della distrazione.

“Per tornare a dormire bene occorre prendere piccole precauzioni e sfatare alcune leggende metropolitane – spiega Nicola Ferrara, ordinario di medicina interna e geriatria all’Università Federico II di Napoli e presidente della Sigg-“. In particolare i farmaci anti-sonno sono i beta-bloccanti e i diuretici.

In comune per entrambi i sessi ci sono gli effetti negativi del poco sonno, nonostante sia stato riscontrato che negli anziani le ore di riposo necessarie siano inferiori rispetto ai giovani.

Una valutazione attenta delle terapie in corso, con un’eventuale modifica, può a volte essere risolutiva. La melatoninainvece può essere d’aiuto in alcuni casi, mentre non vi sono prove a sostegno dell’efficacia della valeriana.

Molta importanza per migliorare la qualità del sonno degli anziani viene data allo stile di vita, consigliando la pratica, a giorni alterni, di un’attività fisica dolce per almeno 30-40 minuti e di una alimentazione controllata a cena che tenga anche conto del fatto che l’assunzione di carboidrati facilita il sonno. “L’importante è non trascurare mai un disturbo del sonno, perché può essere la spia o la prima manifestazione di altre malattie”.

Sesso orale fai attenzione: può provocare il cancro

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Il papilloma virus e la più comune infezione sessualmente trasmessa. Questi infezione tanto frequente che quasi tutti gli uomini e le donne sessualmente attivi contraggono l’infezione una volta nella vita. Alcuni tipi papilloma virus possono causare il cancro del collo dell’utero, del pene, dell’anno e della faringe. Negli ultimi vent’anni in Europa i casi di tumore dovuti al papilloma virus sono diminuiti, tuttavia in Italia ogni anno ci sono circa 1500 decessi per cancro della cervice uterina e 3509 diagnosi. Oggi esiste un vaccino efficace per contrastare l’infezione da HPV.

Ma come dire nel papilloma virus? Si prende per via sessuale, anche se non necessariamente in seguito al rapporto completo, in alcuni casi di infezione da HPV guariscono spontaneamente, in altri casi invece, si possono sviluppare lesioni del sistema che nel corso del tempo si tramutano in cancro. Come si cura? Il vaccino non cura le lesioni già presenti, che devono essere trattate e rimosse dal medico specialista, ginecologo, è specialista in malattie veneree. Il vaccino previene l’infezione più pericolosi, quindi, riduce sensibilmente il rischio di sviluppare il tumore.

Il cancro orofaringeo da Papilloma virus (Hpv) sembra essere più comune negli uomini che nella propria vita hanno praticato sesso orale con più partner. A rivelarlo è una ricerca della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, pubblicata sulla rivista medica Annals of Oncology. Tra le cause che concorrono ad alzare i livelli di rischio rientra anche il fumo.

Rischi più alti del 15%

I ricercatori hanno preso in esame i dati di oltre 13mila persone che si sono sottoposte al test orale per l’Hpv. I dati hanno evidenziato come il virus fosse presente nell’1% delle donne e nel 6% degli uomini. I ricercatori hanno scoperto che tra i fattori di rischio cancro vi sia anche il sesso orale che sembra essere un tipo di rapporto particolarmente “adatto” alla trasmissione del Papilloma virus. I problemi maggiori si presentano negli uomini con più di cinque partner e fumatori: in questo caso le percentuali di rischio si aggirano intorno al 15%. Meno rischi, invece, per le donne (3%) che hanno avuto oltre 10 partner nell’arco della vita.

Uomini bersaglio del Papilloma virus

Le infezioni da Papilloma virus non sono molto comuni, ma negli ultimi anni hanno fatto segnare una crescita e, nell’80% dei casi colpiscono gli uomini. Come sottolinea Amber D’Souza, una delle principali firme della ricerca, lo studio della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health fornisce dati interessanti e utili per cercare di comprendere quali siano i soggetti maggiormente a rischio. Il tutto, ovviamente, per permettere di attuare migliori e più tempestive strategie di diagnosi precoce per questo tipo di tumori.

Papilloma virus
L’infezione da papilloma virus (HPV) gioca un ruolo cruciale nello sviluppo del tumore della cervice uterina e oggi si ritiene che svolga un ruolo importante anche nell’eziopatogenesi dei tumori del cavo orale e dell’orofaringe. Attualmente rappresenta la causa di circa il 35 per cento dei tumori dell’orofaringe in Italia, con un costante incremento. Negli Stati Uniti la situazione è ben peggiore e sta raggiungendo livelli endemici (70 per cento dei tumori dell’orofaringe). Il gruppo di virus conosciuto come HPV trova un ambiente fertile nelle membrane umide, tra cui il collo dell’utero, la bocca e la gola, e a rischio sono chiaramente anche gli uomini. Le neoplasie del cavo orale colpiscono dunque particolari categorie e in questa ottica è più che mai fondamentale una capillare opera di sensibilizzazione.

Cose il tumore della cavità orale?
È un tumore che si sviluppa nella bocca o cavità orale, cioè nel tratto iniziale del tubo digerente che si estende dalle labbra fino al velopendulo, che divide la bocca dalla faringe. La cavità orale propriamente detta è uno spazio le cui pareti sono schematicamente così rappresentate: anteriormente dalle labbra; posteriormente dalla porzione muscolare del palato o palato molle che termina con un prolungamento centrale, l’ugola o velopendulo; in alto dalla porzione ossea del palato chiamata palato duro; in basso dal pavimento della bocca e dalla lingua; lateralmente dalle guance.

Complessivamente i tumori orofaringei rappresentano il 5% dei tumori nell’uomo e l’1% nella donna. In quest’ultima, tuttavia, l’incidenza di questo tumore è lentamente ma progressivamente aumentata a causa del maggior consumo di tabacco verificatosi nell’ultimo ventennio.
Annualmente in Italia si registrano circa 8.000 nuovi casi e circa 3.000 decessi (uno ogni tre ore).

Da quali cellule origina?
In oltre il 90% dei casi il tumore della cavità orale origina dalla trasformazione tumorale delle cellule di rivestimento della bocca. Poiché all’osservazione microscopica le suddette cellule tumorali hanno l’aspetto di squame, questi tumori sono definiti carcinomi a cellule squamose. Essi sono localizzati nel 30-40% dei casi sulla lingua, nel 25-30% sotto di essa sul pavimento della bocca e nel 25-30% nella parte confinante con la faringe.

Quali sono i fattori di rischio?
ETÀ
La mucosa con il tempo perde alcune proprietà difensive nei confronti degli stimoli ambientali nocivi e di conseguenza l’età è di per sé un fattore di rischio, con una maggior incidenza per tale forma tumorale fra i 50 e i 70 anni.
STILI DI VITA
Tabacco. Il consumo di tabacco rappresenta il principale fattore di rischio per il tumore della bocca. Non esistono sigarette “light” meno dannose né un modo meno nocivo di fumare: molti studi hanno infatti dimostrato che i fumatori di sigaro e pipa sono soggetti allo stesso rischio di tumore del cavo orale di chi fuma sigarette.
Più di 4000 sono le sostanze presenti nel tabacco e derivanti dalla sua combustione. Molte sono tossiche e irritanti; più di 50 sono cancerogene. Oltre a ciò va considerato il danno fisico sulle mucose della bocca causato dall’elevata temperatura del fumo di sigaretta.
L’effetto cancerogeno del tabacco non si esplica solo attraverso la sua combustione. Anche la masticazione di tale sostanza rappresenta un fattore di rischio, come dimostrato dall’elevata incidenza nei Paesi, dove questa abitudine voluttuaria è estremamente diffusa.
Alcol. L’abuso di alcol è un altro importante fattore di rischio per l’insorgenza di questo tumore. Esso agisce attraverso un duplice meccanismo: da un lato, infatti, facilita la solubilizzazione nella saliva delle sostanze cancerogene contenute nel tabacco, dall’altro, provocando un danno al fegato, potrebbe diminuire anche la potente capacità detossificante di quest’organo. Per tali motivi l’incidenza di tale forma tumorale è più elevata nel Nord-Est del nostro Paese ove maggiore è il consumo di alcol.

MICROTRAUMI E SCADENTI CONDIZIONI ORALI
I microtraumi continui, causati da protesi dentarie non idonee, denti scheggiati o fratturati, insieme ad una cattiva igiene orale e a ripetuti fenomeni infiammatori, sono fortemente associati all’insorgenza di questo tumore.
CARENZE VITAMINICHE
Questo fattore attualmente ha una ridotta responsabilità nei Paesi Occidentali, anche in rapporto alle migliori condizioni alimentari. Tuttavia va considerato che, ancora oggi, il danno epatico conseguente al consumo di alcol e l’alimentazione non corretta, principalmente in quanto povera di frutta e verdura, possono essere causa di carenze vitaminiche.
FATTORI AMBIENTALI
Tra questi hanno un ruolo particolare la luce ultravioletta solare e i raggi ultravioletti artificiali di lampade e lettini abbronzanti. L’eccessiva esposizione a tali radiazioni è infatti fortemente associata alla comparsa di carcinomi delle labbra, soprattutto del labbro inferiore come riscontrato in alcune categorie di lavoratori (marinai, agricoltori) e in soggetti che praticano attività sportive all’aria aperta.
INFEZIONI
Sono soprattutto quelle causate da alcuni virus quali i Papillomavirus, responsabili dell’insorgenza di formazioni precancerose nella cavità orale.

Come si sviluppa?
Il tumore della bocca è spesso preceduto o accompagnato da alcune lesioni, clinicamente benigne, ma che hanno una significativa probabilità di trasformarsi, con frequenza variabile, in carcinoma. Tali lesioni, che vengono pertanto definite precancerose, si presentano sotto forma di macchie o placche resistenti e non asportabili con il raschiamento, di colore bianco o rosso (quest’ultime meno frequenti ma più pericolose), denominate rispettivamente Leucoplachie ed Eritroplachie.

A tal proposito, va inoltre menzionato il Lichen Planus, una malattia sistemica che colpisce circa il 2% della popolazione e che può manifestarsi in forma generalizzata sul tessuto cutaneo e/o in alcune zone specifiche, tra le quali la bocca, degenerando, nell’1-3% dei casi, in forma tumorale. Si tratta di una malattia non infettiva che, quando riscontrata all’interno del cavo orale, assume di solito l’aspetto di un reticolo a raggi biancastri simile ad una foglia (da qui il termine Lichen).

Poiché la degenerazione neoplastica delle lesioni precancerose avviene in genere lentamente negli anni, la loro diagnosi precoce e la successiva rimozione portano alla completa guarigione, con conseguente diminuzione dell’incidenza e della mortalità per questo tumore.

E possibile prevenire il tumore della cavità orale?
Assolutamente Sì!!
Il tumore della bocca è tra i più prevenibili sia mediante la Prevenzione Primaria sia con la Prevenzione Secondaria.
Prevenzione Primaria: consiste nell’eliminazione dei fattori di rischio. Si attua, pertanto, modificando il proprio stile di vita, se non idoneo per il mantenimento della salute, attraverso: l’eliminazione del fumo, il miglioramento dell’alimentazione da un punto di vista qualitativo e quantitativo, il consumo moderato di alcol, la pratica di una costante igiene orale e un’adeguata protezione in caso di esposizione protratta alle radiazioni ultraviolette del sole o di lampade e lettini abbronzanti.
Prevenzione Secondaria: mira a diagnosticare e rimuovere le lesioni precancerose ed i carcinomi nelle fasi più precoci.
Insieme al dentista e allo stomatologo, il paziente stesso può svolgere un ruolo determinante in questo tipo di prevenzione, eseguendo l’autoesame della bocca (vedi pag.10).
Farmacoprevenzione: ha la finalità di prevenire la comparsa di un tumore somministrando sostanze contenenti elementi naturali o di sintesi.
Per questi tumori non esiste evidenza che la somministrazione di sostanze di sintesi abbia un effetto protettivo. Come per altri tumori, invece, sono protettivi tutti i micronutrienti contenuti in frutta e verdure fresche.

Quali sono i segni e i sintomi che devono indurre a visita medica?
SINTOMI INIZIALI
I sintomi delle precancerosi e degli stadi iniziali del tumore sono di solito sfumati e sfuggenti:
• modesto dolore;
• bruciore;
• senso di corpo estraneo;
• fugaci e transitori episodi di sanguinamelo.
In questa fase, il tumore può presentarsi sotto forma di piccole piaghe, tumefazioni di bocca, faccia o collo in lenta costante crescita, piccole croste sulle labbra o ancora macchie di colore bianco o rosso, facilmente sanguinanti.
L’aspetto che il Paziente o il Medico nota è di solito un’ulcerazione o una tumefazione poco dolenti con margini irregolari.

SINTOMI TARDIVI
I sintomi del tumore negli stadi avanzati sono invece più evidenti:
• frequenti emorragie;
• difficoltà nel parlare, deglutire e masticare;
• alitosi.
L’aspetto delle lesioni in questo stadio è costituito per lo più da vaste e profonde ulcerazioni a cratere, sanguinanti, o da tumefazioni talvolta di estese proporzioni, che intaccano le strutture anatomiche adiacenti.
Spesso vi si associano anche deformità facciali e un rigonfiamento del collo per la presenza di linfonodi infiammatori o infiltrati dalle cellule neoplastiche.
C’è da chiedersi come sia possibile ancora oggi assistere a tale evoluzione senza che vi sia stata la possibilità di porre prima la diagnosi e provvedere con la terapia adatta: forse la modesta sintomatologia soggettiva e la scarsa conoscenza del problema influiscono sul ritardo diagnostico che è poi alla base della gravità della patologia, costringendo a procedere con interventi più demolitivi.

Vaccino contro papilloma virus: scoppia un’infuocata polemica

“I più in là grandi virologi mondiali affermano le evidenze scientifiche dimostrano quanto a stile inconfutabile alla maniera di l’anti Hpv sia eclettico un magnifico saggio certezza e una straordinaria potere – aggiunge -. ciò accade particolare quando medici e scienziati tutti atteggiamento del orbe terracqueo, e quando le fondamenti internazionali e nazionali sono impegnate quanto a una campo mediatica a complicità della aiuto pubblica, per fortuna rimbeccare ai falsi miti degli anti vax, sfruttano fobia e arretratezza per fortuna documentare i a recedere ai vaccini“. “Per questo presentero’ un’interrogazione urgente per verificare la correttezza della trasmissione ‘Report’ andata in onda ieri sera sul vaccino contro il Papilloma Virus”.

Stasera il servizio pubblico manderà in onda durante i Tg dei servizi per parlare di vaccini mentre “Report” ha aperto un’istruttoria per fare luce sul programma.

Ebbene, questo virus è il peggiore femminicida in circolazione nel nostro paese: “con il cancro che provoca, nel 2017 ucciderà solo nel nostro paese 2900 donne”.

Dunque ci ha rimesso. Me lo avevano segnalato in molti, indignati, e ho deciso di guardarlo. “È incomprensibile”, continua Palù, “che da un lato lo Stato impegni le sue risorse per sostenere le vaccinazioni e per informare correttamente la popolazione e dall’altro finanzi con i nostri soldi (canone tv) un servizio pubblico che mette sullo stesso piano la verità scientifica e ipotesi aleatorie”. Cosi’ il sentore del Pd Francesco Verducci, vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai.

In mattinata si era espresso anche il dottor Roberto Burioni, professore del San Raffaele di Milano che sta portando avanti una grande battaglia contro gli antivaccinisti. Ci sono in gioco vite e destini di milioni di persone. “Spero che il dg Campo Dall’Orto e Raitre trovino il modo per riparare al danno fatto, magari concordando una campagna con il ministero della Sanita'”.

Nell’era dei social abbiamo preso le dichiarazioni (da entrambi i profili) di uno dei medici che da sempre si è esposto a favore della scienza e dei vaccini, Roberto Burioni, e di uno dei giornalisti che, nel mare magnum dell’informazione “mordi e fuggi”, ha ancora ben saldi i principi dei doveri di chi lavorare per dare notizie, Enrico Mentana. “Viva servizio pubblico italiano” twitta Ricciardi.

La novità, ora, è che anche la Rai ritiene intollerabile quanto mandato in ondata, tanto che nella serata di martedì si sono diffuse voci sulla possibile sospensione della trasmissione.

A margine della polemica è infine intervenuta la Rai, diramando un comunicato stampa in cui specifica che la televisione di Stato è da sempre dalla parte della scienza: “Rai è da sempre a supporto delle campagne vaccinali“. I vaccini sono un fondamento della medicina moderna che non può essere messo in discussione.

COS’E’ IL PAPILLOMA VIRUS (HPV)? Si tratta di un virus molto diffuso; ne esistono numerosi tipi, di cui più di 40 possono provocare infezioni all’apparato genitale femminile. 13 di questi sono considerati “ad alto rischio” in quanto potrebbero causare alterazioni delle cellule e raramente evolvere in lesioni tumorali. Generalmente queste infezioni sono transitorie, non danno alcun sintomo e circa il 90% guarisce spontaneamente.

COME SI TRASMETTE IL PAPILLOMA VIRUS? Il Papilloma virus si trasmette con i rapporti sessuali, anche non completi. L’uso del profilattico riduce notevolmente, ma non impedisce, la trasmissione del virus in quanto questo può essere presente anche in zone della pelle non protette dal profilattico.

COSA POSSONO PROVOCARE I PAPILLOMA VIRUS NELLA DONNA? Provocano la più comune infezione sessualmente trasmessa soprattutto prima dei 25 anni. Alcuni tipi di HPV, in particolare il 16 e il 18, possono provocare, anche se raramente, alterazioni cellulari del collo dell’utero che, se persistenti e non trattate, possono lentamente evolvere in tumore. E’ necessario ricordare che oltre il 70% dei tumori del collo dell’utero è dovuto ad una infezione persistente da HPV 16 e 18. Dall’infezione allo sviluppo del tumore possono passare molti anni, anche venti. Altri fattori che possono favorire l’insorgenza del tumore, oltre alla infezione persistente da HPV 16 e 18, sono: il fumo di sigaretta, l’uso prolungato di contraccettivi orali e l’infezione contemporanea con il virus HIV.

L’INFEZIONE DA PAPILLOMAVIRUS COLPISCE SOLO LE DONNE? No, l’infezione può essere contratta anche dagli uomini, ma molto raramente provoca alterazioni di tipo tumorale ai genitali maschili.

COME SI CURA L’INFEZIONE DA PAPILLOMA VIRUS? Non esiste una cura in grado di eliminare il virus, pertanto è importante poter diagnosticare tempestivamente le alterazioni delle cellule del collo dell’utero, che talora il virus HPV può causare, eseguendo regolarmente il Pap test. In questo modo ci si potrà accorgere per tempo di eventuali lesioni sospette del collo dell’utero che possono essere o controllate o eventualmente trattate.

SI PUO’ PREVENIRE L’INFEZIONE DA HPV? Si. Esistono in commercio 2 tipi di vaccino contro l’HPV: il Cervarix ed il Gardasil. Il Cervarix protegge esclusivamente contro i tipi HPV 16 e 18, il Gardasil, in uso nei Servizi sanitari della Regione Lazio, invece protegge anche dai tipi 6 ed 11 che causano i condilomi genitali.

COSA SONO I CONDILOMI GENITALI? I condilomi, piccole escrescenze benigne rosee, lisce o a forma di “creste di gallo”, si presentano isolate o a gruppi; si localizzano prevalentemente sui genitali esterni ed intorno all’ano. I condilomi sono indolore e solo occasionalmente danno prurito. Esistono trattamenti efficaci per curarli e non si trasformano in tumori. I condilomi sono conseguenti ad una infezione trasmessa con i rapporti sessuali. L’uso del profilattico non protegge completamente in quanto le aree a rischio di infezione si trovano anche al di fuori delle aree coperte.

IL VACCINO E’ SICURO? Sì, il vaccino è sicuro in quanto non contiene il virus vivo attenuato, ma particelle sintetiche simili all’involucro esterno del virus. Per questo non c’è nessuna possibilità di infezione causata dal vaccino. Le reazioni avverse gravi alla somministrazione del vaccino sono estremamente rare. Più comune è il dolore nella zona dell’iniezione; talvolta si possono osservare effetti collaterali quali febbre, nausea, vertigini, mal di testa e dolori articolari; generalmente comunque sono sintomi di lieve entità e di breve durata.

IL VACCINO E’ EFFICACE? Da tutti gli studi clinici è emerso che il vaccino, se somministrato quando la donna non ha ancora avuto contatto con il virus, assicura una protezione molto elevata (90-100%) nei confronti delle infezioni da HPV 16 e 18 e delle lesioni pre-tumorali da essi provocate. Poiché circa il 30% dei tumori del collo dell’utero non è provocato dagli HPV 16 e 18 contenuti nel vaccino, è comunque importante eseguire regolarmente il Pap test anche dopo essersi vaccinate.

QUANTO DURA L’EFFICACIA DEL VACCINO? Gli studi attualmente disponibili assicurano una protezione per almeno i 9 anni successivi alla vaccinazione. In futuro la prosecuzione degli studi fornirà informazioni sulla ulteriore durata della protezione e sulla eventuale necessità di una dose di richiamo.

PER CHI E’ RACCOMANDATA LA VACCINAZIONE? Il vaccino ha lo scopo di prevenire l’infezione, non di curarla: è opportuno quindi somministrarlo prima del possibile contatto con il virus, cioè prima dell’inizio dei rapporti sessuali. Se una ragazza è già entrata in contatto con il virus l’efficacia della vaccinazione nel prevenire le infezioni e le lesioni pretumorali da HPV16 e 18 si riduce notevolmente scendendo a circa il 40%.

A CHI E’ RIVOLTA LA VACCINAZIONE GRATUITA? Il Servizio Sanitario garantisce la vaccinazione gratuita a tutte le ragazze nel corso del dodicesimo anno di vita (cioè dal compimento degli 11 anni). L’Azienda Sanitaria di residenza invita le ragazze interessate ad effettuare la vaccinazione con una lettera inviata a domicilio.

CHE COSA OFFRE IL SERVIZIO SANITARIO ALLE RAGAZZE ED ALLE DONNE OLTRE I 12 ANNI ? Attualmente le ragazze che non si fossero vaccinate durante il 12° anno di età possono vaccinarsi gratuitamente fino al compimento del 19° anno di età nei Servizi vaccinali della ASL. Studi clinici hanno dimostrato che il vaccino è efficace e sicuro anche per le donne fino a 45 anni, per il vaccino quadrivalente, o 55 anni per il bivalente. Va sottolineato comunque che l’efficacia decresce notevolmente dopo l’inizio dei rapporti sessuali. Non si giustifica pertanto da parte del Servizio Sanitario una offerta sistematica del vaccino a queste donne, che possono comunque effettuare la vaccinazione a prezzo agevolato nel Servizio vaccinali della Asl (vedi la tabella seguente).

CHI, DOVE E COME SI ESEGUE LA VACCINAZIONE? La vaccinazione è eseguita dagli operatori sanitari degli ambulatori vaccinali delle ASL (vedi la tabella seguente). Il vaccino viene somministrato in due iniezioni intramuscolari nel muscolo della parte alta del braccio (deltoide) da eseguire nell’arco di sei mesi (3 dosi per le ragazze di età superiore ai 14 anni).

E’ PREVISTA LA VACCINAZIONE NEI MASCHI? Attualmente alcune regioni italiane, ma non il Lazio, offrono la vaccinazione anche ai maschi. Infatti é stata dimostrata l’efficacia del vaccino nel prevenire le lesioni tumorali del pene, della zona anale e perineale provocate dal Papilloma virus, eliminando così anche il rischio di contagio durante i rapporti sessuali.

SI PUO’ ESEGUIRE LA VACCINAZIONE IN CASO DI GRAVIDANZA? Il vaccino non deve essere somministrato alle donne in gravidanza perché gli studi clinici effettuati fino ad ora non hanno ancora prodotto risultati conclusivi in merito. Se una ragazza rimane incinta dopo aver iniziato il ciclo vaccinale, deve aspettare la fine della gravidanza prima di completarlo.

SE SI E’ VACCINATE E’ NECESSARIO COMUNQUE ESEGUIRE IL PAP TEST? Il vaccino protegge dai Papillomavirus tipo 16 e 18, più frequentemente responsabili del tumore della cervice uterina. Il Pap test invece permette di evidenziare le alterazioni cellulari del collo dell’utero, anche quelle provocate da altri tipi di HPV non contenuti nel vaccino. Il Pap test, quindi, continuerà a essere un controllo indispensabile per ogni donna. L’associazione della vaccinazione e del Pap test rappresenta oggi la modalità più efficace e completa per la prevenzione del tumore del collo dell’utero: il vaccino non sostituisce lo screening con il Pap test e lo screening non sostituisce il vaccino, bensì è raccomandata la loro integrazione. La ASL Roma C ha in corso un Programma di screening per la prevenzione e la diagnosi precoce dei tumori del collo dell’utero che prevede l’invito a eseguire un Pap test ogni tre anni a tutte le donne dai 25 ai 64 anni, come raccomandato dalle Linee Guida nazionali e internazionali. Le donne interessate possono telefonare, per prenotare l’esame, al Numero Verde 800405051 del programma di screening dal lunedì al venerdì dalle ore 8.00 alle ore 18.00.

Introduzione alle 100 domande sull’HPV Che cosa sono le 100 domande sull’HPV?

♦ Sono tre documenti di domande e risposte sul papilloma virus umano (HPV).
♦ Due sono rivolti sia alle utenti sia agli operatori dei programmi di screening per la prevenzione del tumore del collo dell’utero, dei consultori e degli ambulatori vaccinali. Un documento è rivolto ai soli operatori. I tre documenti sono i seguenti:
Alcune informazioni sul virus HPV: informazioni brevi per le utenti Altre informazioni sul virus HPV: informazioni approfondite per le utenti Virus HPV: informazioni per gli operatori
I documenti si possono scaricare dai siti dell’Osservatorio Nazionale Screening e del GISCi. Che cosa è l’HPV?
♦ E’ un virus associato in modo causale al cancro della cervice ed è presente praticamente in tutti i tumori invasivi. Negli ultimi anni è diventato disponibile un test per la sua identificazione. Dal febbraio 2007 è disponibile un vaccino preventivo.
Perché fare le 100 domande sull’HPV?
♦ Da gennaio 2008 è partita la vaccinazione gratuita per le ragazze nel 12° anno di vita. Attualmente il test HPV è raccomandato come test di screening primario, come test di triage di ASC-US, e in altri contesti particolari.
♦ Anche oggi sia le utenti sia gli operatori degli screening si devono confrontare con domande sull’HPV, non tutte di facile risposta. A parte poche eccezioni, non è facile trovare in rete un’informazione di qualità e in lingua italiana sul papillomavirus.
♦ L’HPV comporta anche sfide comunicative non indifferenti, legate a due tematiche difficili come le malattie sessualmente trasmissibili e i tumori. Alcuni studi evidenziano che, comunque utilizzato, il test HPV tende a indurre un preciso carico d’ansia, aggiuntivo rispetto a quello legato alla diagnosi di Pap-test anormale. Questa consapevolezza ha spinto i ricercatori ad analizzare il fenomeno e far emergere indicazioni utili su come comunicare sul- l’HPV, in particolare cercando di individuare temi e domande chiave sull’HPV.
Come è nato il Progetto 100 domande?
♦ L’Osservatorio Nazionale Screening ha tra i suoi scopi quello di promuovere la qualità della comunicazione. Nel 2003 ha favorito la nascita del Gruppo di lavoro interscreening sulla comunicazione (GDLIS), che raccoglie operatori di GISCi GISMa e GISCoR.
♦ Tra gli obiettivi del GDLIS c’è quello di sviluppare un’informazione di qualità sugli screening oncologici. I primi due progetti realizzati riguardano l’HPV e lo screening del carcinoma del colon retto.
Sono davvero 100 le 100 domande?
♦ No, ma continuano a crescere e potrebbero diventare molte di più.
♦ Inoltre, questo titolo ci piaceva molto. Usarlo è stato anche un modo per riconoscere il contributo dato allo screening da due documenti, che sono stati una risorsa preziosa per molti operatori.

A chi sono destinate?
♦ Due documenti sono destinati sia alle utenti sia agli operatori: uno contiene le informazioni brevi sull’HPVun altro delle informazioni più estese.
♦ Il terzo documento contiene informazioni specifiche per gli operatori.
Quale è l’obiettivo delle 100 domande?
♦ Fornire alle utenti e agli operatori dei programmi di screening citologico, dei consultori e degli ambulatori vaccinali un’informazione di qualità sull’HPV.
Che cosa vuol dire una informazione di qualità?
♦ Una informazione di qualità deve essere chiara, accessibile, aggiornata, basata sull’evidenza, trasparente sui propri limiti e capace di indicare ulteriori fonti di informazione. Deve inoltre identificare chiaramente i propri destinatari e obiettivi, e fornire informazioni coerenti con questi dal punto di vista grafico, dei contenuti e del linguaggio.
♦ Idealmente, dovrebbe essere sviluppata assieme ai destinatari, o comunque aver messo in atto un meccanismo di verifica con questi.
♦ Sottolineiamo però che l’informazione scritta non è mai sostitutiva di una buona comunicazione interpersonale, ma complementare ad essa.
Come sono state sviluppate Alcune informazioni sull’esame per il papilloma virus, le informazioni brevi sull’HPV?
♦ Il documento Alcune informazioni sull’esame per il papilloma virus utilizza i risultati della revisione dei materiali informativi utilizzati nel triage per l’HPV dello screening citologico di Firenze.
♦ L’indagine è stata condotta mediante gruppi focus con utenti, una tecnica di ricerca qualitativa che esamina nel corso di una discussione guidata da un moderatore il maggior numero di aspetti, positivi e negativi, associati a un argomento di cui tutti i partecipanti hanno esperienza specifica.
♦ Tra febbraio e giugno 2006 sono stati effettuati sei gruppi focus della durata di circa 1 ora e mezzo ciascuno.
Quali sono stati i risultati di questa prima fase del lavoro?
♦ L’indagine ha confermato la difficoltà di comunicare sull’HPV. I materiali testati sono risultati scarsamente comprensibili e capaci di provocare ansia e disagio. L’incomprensibilità è risultata collegata al lessico utilizzato, alla lunghezza del testo, al numero dei temi trattati, alla loro sequenza logica e alla frammentazione con cui le informazioni erano fornite nel corso del triage. Il disagio era acuito dal fatto che l’invito a eseguire il test non forniva informazioni sul virus né consentiva di ottenerle tramite un front office telefonico.
♦ L’ansia osservata nelle utenti era provocata dalla difficoltà di capire i punti chiave dell’informazione fornita e di contestualizzare il reale rischio di tumore e le modalità del contagio. Tali risultati sono in linea con quanto sottolineato successivamente da uno studio analogo.
Il nuovo materiale è risultato comprensibile?
♦ Dall’indagine è emerso che le informazioni brevi sull’HPV diventano comprensibili solo quando sono sintetiche e concentrate sugli aspetti essenziali della sequenza infezione-cancro.
♦ E’ anche importante che le informazioni siano fornite assieme all’invito a eseguire il test HPV e che specifichino come se ne possano ottenere altre di più approfondite.
Come sono state sviluppate le informazioni più estese per le utenti e quelle per gli operatori?
♦ La prima fase del lavoro aveva identificato una serie di domande sull’HPV aggiuntive rispetto a quelle contenute nel materiale di base. Le utenti avevano considerato queste domande rilevanti ma ritenevano che le risposte dovessero essere fornite a voce dagli operatori oppure che fossero disponibili in rete.
♦ Nell’autunno del 2006 si è riunito un gruppo di operatori con esperienza diretta del contatto con le utenti degli screening. Il gruppo ha completato la lista delle domande supplementari e ha formulato la prima bozza delle risposte.
♦ Queste risposte sono state testate in due ulteriori gruppi focus che si sono tenuti a Rimini alla fine del 2006.
♦ Il gruppo ha anche sottolineato la necessità di formulare un documento informativo specifico per gli operatori, complementare ma più approfondito rispetto ai due documenti per le utenti.
♦ Nel 2007 sono stati completati il documento esteso per utenti e quello per operatori. Tutti i materiali sono stati rivisti dagli altri membri del gruppo, a cui è stato richiesto un particolare rigore nella verifica della correttezza dei contenuti.
Da chi è formato il gruppo di lavoro delle 100 domande HPV?
♦ E’ formato da operatori con diversi profili professionali: infermieri, ostetriche, biologi, ginecologi, patologi, oncologi, epidemiologi, medici di sanità pubblica, la maggior parte membri del GISCi.
♦ Gli operatori sono coinvolti nello screening con varie modalità: dal contatto diretto con le utenti nei front office telefonici e negli ambulatori di 1° e di 2° livello alla gestione dei programmi di screening e alla partecipazione a studi sull’HPV.
Che tipo di donne hanno partecipato ai gruppi focus?
♦ In totale 62 donne hanno partecipato a otto gruppi focus. L’età media era di 46 anni ( la più giovane e 73 la più anziana). Il 41 % era inferiore ai 45 anni.
♦ Il 3% aveva completato le elementari, il 21% le medie inferiori, il 56% le medie superiori. Il 20% era laureato.
♦ Il 71% aveva un’occupazione, il 25% erano casalinghe, il 2% pensionate, il 2% studentesse.
Come è proseguito il lavoro delle 100 domande HPV?
♦ Dal 2007 abbiamo aggiornato le 100 domande 7 volte. Inoltre, nel 2008 e nel 2009 abbiamo ritestato le informazioni brevi in altri tre gruppi focus con utenti.
Che difficoltà ha presentato questo lavoro?
♦ Abbiamo cercato di coniugare la correttezza dei contenuti con la loro rilevanza per i destinatari (utenti e operatori) e la loro comprensibilità da parte di questi.

Sei pazienti contagiati dalla scabbia: sintomi e cura

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All’ospedale Don Uva di Foggia sei pazienti sono stati contagiati dalla scabbia. D’altronde in questi ultimi anni si assiste a una sorta di revival di malattie infettive quali ad esempio la tubercolosi che ormai eravamo convinti di aver relegato in un passato ormai lontano. Ed invece i microrganismi sono pur sempre presenti nell’ambiente, per cui se si presentano condizioni favorevoli al loro sviluppo possono tornare a virulentarsi. In particolare stando a quanto si apprende, sei ospiti del don Uva di Foggia sono stati contagiati dalla scabbia. La conferma arriva dal direttore sanitario della struttura Rosario Garofalo:

“Confermo che abbiamo avuto alcuni casi di scabbia già segnalati dal medico di reparto alla Asl e per cui è in atto la profilassi. Non è poi così raro, in luoghi in cui si vive insieme può succedere”. Ed ancora: “E’ tutto sotto controllo, l’abbiamo scoperto qualche giorno fa, stiamo facendo le cure necessarie, ci vorranno almeno due settimane”. Intanto il contagio non è avvenuto per una presunta scarsa igiene nella struttura sanitaria come in molti hanno ipotizzato. La scabbia è una delle tre malattie della pelle più comune tra i bambini. Si tratta di una patologia dermatologica causata da un acaro, Sarcoptes scabiei hominis, che si manifesta con un forte prurito soprattutto di notte quando si è sotto le lenzuola perché l’attività degli acari aumenta in presenza di calore. A livello della pelle si possono presentare macchie rosse che sono causa di piaghe e croste se vengono grattate. Il contagio avviene attraverso il contatto stretto e prolungato. La scabbia si cura mediante l’applicazione per via topica di creme e lozioni a base di benzoato di benzile.

Inoltre è necessario procedere a un accurato lavaggio di asciugamani, biancheria e indumenti e anche degli oggetti con cui viene a contatto la persona infetta.

La scabbia è un’infestazione il cui agente eziologico è Sarcoptes scabiei var. homini, un acaro parassita. Il suo ciclo evolutivo si compie interamente nell’uomo: la femmina gravida dell’acaro penetra nella cute, scava i cunicoli e depone 2-3 uova al giorno per tutta la durata della sua vita che è di circa 6 settimane. Il processo maturativo si completa in 2 settimane. Il sintomo caratteristico della scabbia è il prurito, mentre il segno clinico esclusivo della scabbia è il cunicolo, che appare come una sottile rilevatezza lineare della cute, di 2-5 mm di lunghezza. La scabbia è un problema di sanità pubblica nei paesi in via di sviluppo, ma presente anche nei paesi sviluppati.

La prevalenza a livello mondiale è stimata in circa 300 milioni di casi ogni anno.2 Tra i fattori che favoriscono la sua diffusione vanno segnalati: lo scarso livello igienico, la promiscuità, la permanenza presso strutture socio-assistenziali. La scabbia può causare epidemie negli ospedali e nelle strutture a lunga degenza, perché si trasmette attraverso i contatti interpersonali e il numero elevato di individui immunodepressi e di soggetti in età avanzata facilita la sua diffusione. Inoltre il contagio viene favorito dal lungo periodo di incubazione, durante il quale le persone possono essere contagiose e dal fatto che spesso si hanno ritardi nella diagnosi perché può essere facilmente scambiata per altre patologie cutanee.2-4 La scabbia è un’infestazione il cui agente eziologico è il Sarcoptes scabiei var. homini, un acaro parassita. Il suo ciclo evolutivo si compie interamente nell’uomo: la femmina gravida dell’acaro penetra nella cute, scava i cunicoli e depone 2-3 uova al giorno per tutta la durata della sua vita che è di circa 6 settimane.

Il processo maturativo si completa in 2 settimane e solamente il 10% delle uova va incontro a maturazione.Il periodo di incubazione prima della comparsa dei sintomi è di circa 3-4 settimane, nella prima infestazione, tempo necessario perché l’ospite si sensibilizzi agli antigeni dell’acaro,1,2 ma può essere relativamente breve da 1 a 3 giorni, nei casi di reinfestazione. Manifestazioni cliniche Il sintomo caratteristico della scabbia è il prurito, indice di una reazione di ipersensibilità ad antigeni dell’acaro. Il prurito ha una tipica acutizzazione notturna. Il segno clinico esclusivo della scabbia è il cunicolo, che appare come una sottile rilevatezza lineare della cute, di 2-5 mm di lunghezza, osservabile in alcune aree quali gli spazi interdigitali delle mani (figura 1), la superficie flessoria del polso, i gomiti, il pilastro anteriore delle ascelle, l’ombelico, i fianchi e gluteo, la regione mammaria.

Piccole vescicole con contenuto sieroso possono essere presenti all’estremità dei cunicoli o, separatamente, nelle stesse sedi. Sono caratteristiche le vescicole e le papule a livello addominale (area della cintura). I noduli sono un altro segno clinico della scabbia: sono rilevatezze cutanee, spesso ricoperte da squamo-croste, visibili soprattutto a livello genitale (asta, glande e scroto) nel maschio e a livello dei glutei e dei pilastri ascellari. Sono notevolmente pruriginosi, istologicamente sono costituiti da un infiltrato linfoistiocitario e rappresentano una prolungata reazione di ipersensibilità ritardata. Nei bambini e nei neonati si possono osservare lesioni aspecifiche. Nei bambini i cunicoli possono essere tipicamente evidenti anche a livello palmare e plantare. Lesioni come vescicole, pustole e noduli possono essere distribuiti in forme atipiche (sulle mani e sui piedi).2,6 Nei neonati spesso sono coinvolti il volto, il collo e il cuoio capelluto.

Come si trasmette la scabbia? La fonte più comune di trasmissione della scabbia è il contatto prolungato con un individuo infestato. Occorrono da 15-20 minuti di contatto perché si verifichi la trasmissione diretta. La trasmissione intrafamiliare è frequente.1 Tuttavia, è in crescita la trasmissione tra gli individui che vivono o frequentano comunità, dove il contatto tra le persone è ravvicinato (istituti di lunga degenza, asili nido, eccetera). 1,4 Il contagio può avvenire nei bambini delle scuole materne attraverso la compresenza nei lettini durante il riposino, oppure scambiando abiti o cappelli; il contagio in una classe elementare è estremamente improbabile. I bambini sono altamente suscettibili a causa del loro contatto ravvicinato con genitori e fratelli e della pelle che ha lo strato corneo più sottile. Il contagio indiretto è raro,1 può avvenire attraverso il passaggio dell’acaro alla biancheria e lenzuola se sono stati contaminati da poco dal malato; in genere la sopravvivenza lontano dalla cute dell’uomo è al massimo di una giornata per l’acaro, e di circa 10 giorni per le uova.2 Nella scabbia classica l’ambiente ha un ruolo minore nella trasmissione, il numero di acari per paziente è di 10-15 rispetto ai due milioni presenti nei pazienti con scabbia norvegese. I numerosi acari trovati nei pazienti con scabbia norvegese favoriscono la trasmissione attraverso l’ambiente.

Diagnosi La diagnosi clinica è il principale metodo di accertamento della malattia. Si basa sulla presenza dei cunicoli sulla pelle, correlata alle caratteristiche cliniche come la presenza di prurito in altri membri della famiglia, prurito che peggiora di notte, e la distribuzione anatomica delle lesioni. La maggiore difficoltà diagnostica è dovuta alle manifestazioni atipiche (per esempio nei bambini e anziani) e l’assenza di prurito nella scabbia norvegese. La diagnosi clinica è confermata dall’esame microscopico diretto del materiale ottenuto dal raschiato cutaneo, nel quale si individua la presenza dell’acaro, di feci o uova. 1,2,5 Nuovi metodi come la dermoscopia o il test del nastro adesivo possono aumentare la sensibilità del test sul raschiato cutaneo e limitano i falsi negativi.

Dormire male, per 10 milioni di anziani è il problema maggiore

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I disturbi del sonno sono frequenti tra gli anziani. La difficoltà non è solo quella di riuscire ad addormentarsi ma anche quella di avere un sonno costante e non svegliarsi durante la notte. Dall’ultimo Congresso della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria è emerso che sono oltre dieci milioni gli over 65 che hanno difficoltà ad addormentarsi. Le cause sono spesso associate ad una alimentazione troppo pesante o ad alcuni acciacchi, specie nelle donne.

Con l’aumentare dell’età la quantità di sonno necessaria a stare bene si riduce sensibilmente e fisiologicamente , tant’è che si può scendere fino a 5 ore di sonno, senza particolari ripercussioni. Il vero problema piuttosto è la qualità del sonno dell’anziano. Tutto questo ha conseguenze sullo stato di salute generale che va dalle alterazioni dell’umore all’affaticabilità, dalla ridotta capacità di concentrazione all’aumento del rischio di cadute. Lo scarso sonno è inoltre un fattore di rischio anche per il decadimento cognitivo correlato all’età.

I motivi dei disturbi durante il sonno variano a seconda del sesso: il 73% degli uomini si sveglia per andare in bagno mentre il 90% delle donne interrompono il sonno a causa di pensieri, ansie e preoccupazioni. Tra i consigli per migliorare il sonno, almeno 30-40 minuti al giorno di attività motoria, oppure l’assunzione di carboidrati la sera.

Dopo i 65 anni di età diminuisce il tempo necessario passato a dormire per il proprio benessere fino a scendere sotto le sei ore di sonno, come spiega Raffaele Antonelli Incalzi, presidente eletto Sigg: “Con l’andare degli anni la sincronizzazione dell’orologio biologico con il ciclo luce-buio si indebolisce e capita più spesso di appisolarsi anche di giorno: il numero totale di ore di sonno perciò di fatto non cambia molto, ma la percezione è un declino del benessere perché restare svegli a lungo di notte è spiacevole e il sonno notturno è più riposante”.

“Per tornare a dormire bene occorre prendere piccole precauzioni e sfatare alcune leggende metropolitane – spiega Nicola Ferrara, ordinario di medicina interna e geriatria all’Università Federico II di Napoli e presidente della Sigg-. Innanzitutto, può essere necessario rivedere le terapie in corso. Molti farmaci assunti durante la terza possono compromettere il sonno: è il caso di beta-bloccanti e dei diuretici. Poi ce ne sono altri che possono indurre sonnolenza: come gli antidepressivi e i farmaci che assumono i parkinsoniani”.

Davvero gli anziani dormono poche ore? l’importanza del sonno

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Spesso si sente dire che gli anziani dormono poco. C’è qualche persona attempata, invece, che dice di dormire molto. Ma insomma, chi è avanti con l’età dorme poco o molto? Il problema, in realtà, non sarebbe la quantità delle ore dedicate al sonno ma la qualità. La maggioranza degli anziani tende a svegliarsi molte volte di notte, oppure il risveglio è unico ma antecedente all’alba. Strano, visto che gli anziani non devono più recarsi al lavoro.

Pennichella dopo pranzo non è un problema

Dati alla mano, sono più di 10 milioni gli anziani che dormono male. I risvegli notturni, per molti, sono frequenti. Sono gli over 65 quelli che hanno più problemi durante le ore notturne. Le ragioni sono diverse.

Nel corso della conferenza della Società italiana di Gerontologia e Geriatria, che si è tenuta a Napoli recentemente, è stato sottolineato che gli uomini tendono generalmente ad addormentarsi tardi perché mangiano di più, rispetto alle donne. A mandare a letto tardi quest’ultime, invece, sarebbero preoccupazioni, agitazione e problemi.

Sia uomini che donne over 65 dedicano del tempo alla pennichella pomeridiana. Non è questa, secondo gli esperti, a rovinare il sonno notturno. Chi è abituato a schiacciare un pisolino dopo pranzo, dunque, può continuare a farlo; anzi ciò permette di raggiungere il monte ore di sonno necessarie per una discreta qualità della vita.

Raffaele Antonelli Incalzi, coordinatore dell’unità operativa complessa di gerontologia del Campus biomedico di Roma, afferma che dopo i 65 anni il numero delle ore di sonno per stare in salute diminuisce fisiologicamente e sensibilmente.

Un adulto dovrebbe dormire almeno 6 ore a notte, anche se la quantità ottimale di ore di sonno oscilla tra le 7 e le 9. Un anziano, invece, può dormire anche 5 ore a notte: ciò non cagiona assolutamente danni alla salute.

Disturbi del sonno non vanno sottovalutati

Gli anziani tendono a svegliarsi spesso di notte. In riferimento ai piccoli e numerosi risvegli notturni, Antonelli Incalzi ha detto: ‘Questi non incidono sulla durata complessiva del riposo, ma lasciano la sensazione di non aver dormito abbastanza’.

Cosa fare allora per aiutare gli anziani a migliorare la qualità del sonno? Secondo gli esperti non bisogna ricorrere ai farmaci ma a prodotti come la melatonina e la valeriana.

Una cosa è certa: i disturbi del sonno non vanno mai sottovalutati perché potrebbero essere avvisaglie di malattie anche gravi.

Perché è importante dormire bene

Il sonno è indispensabile per la nostra sopravvivenza. Dormire fa bene al nostro fìsico, ma soprattutto al nostro cervello. Un buon sonno permette il recupero delle energie, ma anche il consolidamento della memoria dei fatti significativi e la rimozione di ricordi irrilevanti.
Mentre dormiamo inoltre, l’ipofisi rilascia grandi quantità di ormoni della crescita, necessari per i processi fisiologici alla base del mantenimento in piena efficienza del sistema immunitario, nervoso, muscolare e osseo. il risultato?

Al risveglio ci sentiremo meglio, renderemo di più nel lavoro e nel tempo libero, avremo una memoria di ferro e ci manterremo giovani più a lungo.
Perché il sonno ristori davvero, però, deve assicurare un riposo completo. Per raggiungere questo obiettivo devono essere soddisfatte alcune importanti condizioni. Eccole riassunte in questa guida.

Cosa succede se dormiamo poco e male

Le preoccupazioni, le tensioni per gli impegni da affrontare il giorno successivo, un disturbo fìsico oppure la malattia condizionano negativamente il nostro risposo. Se non dormiamo bene possono insorgere conseguenze pericolose per la nostra salute.

Varie ricerche hanno appurato che una notte di veglia produce:
• lentezza di riflessi: rischio per incidenti sul lavoro, domestici e al volante (oltre al rischio di incidenti automobilistici dovuti a colpi di sonno)
• decadimento dei rendimenti nelle attività diurne, con conseguente diminuzione delle prestazioni e della produttività sul lavoro o a scuola
• perdita di memoria
• irritabilità e disturbi dell’umore
• indebolimento del sistema immunitario: basta aver dormito male per una notte, per ridurre del 25% o più la reattività del sistema immunitario nel giorno seguente.
La ricorrenza durante le settimane di notti anche solo parzialmente insonni intensifica tutti questi effetti e inoltre produce invecchiamento precoce e la possibile insorgenza di problemi di ordine psicologico, come ansia o depressione.

Le regole base per dormire bene

Per essere ristoratore il sonno deve essere stabile e profondo, goduto possibilmente in un ambiente protetto e confortevole.
Ma non solo, il sonno è influenzato dal nostro stile di vita: il nostro comportamento durante il giorno, e in particolare nelle ore che precedono l’ora di coricarsi, può influenzare la qualità del nostro riposo notturno.

Ecco quali regole è importante seguire per ottenere un sonno di buona qualità.
Sono regole semplici che tutti possiamo seguire, che portano nella maggior parte dei casi a migliorare, se non risolvere, anche i problemi di insonnia.

1. Utilizzare la stanza in cui si dorme solo per dormire: evitare dunque attività come la lettura, lo studio, l’utilizzo del computer, guardare il televisore; la camera da letto deve essere il luogo in cui si stabilisce quella condizione di relax capace di favorire l’inizio ed il mantenimento del sonno.
2. La stanza in cui si dorme deve essere confortevole ed adatta al sonno: sufficientemente buia, silenziosa, con una temperatura ottimale (evitare eccesso di caldo o di freddo), non troppo secca né troppo umida.
Il letto ed il materasso devono essere comodi, adatti alle esigenze di ognuno di noi. Il sistema letto, composto da materasso, base di sostegno e cuscino, deve sorreggere

correttamente la colonna vertebrale per favorire il completo rilassamento del corpo. Un sistema letto inadeguato costringe ad una continua ricerca della posizione più comoda con la conseguenza sgradevole di continui micro risvegli.

3. Evitare di assumere nelle ore tardo-pomeridiane e serali bevande stimolanti e a base di caffeina (caffè, tè, cioccolata, etc.).

4. Evitare pasti serali abbondanti, molto calorici o ad alto contenuto proteico (carne, pesce); invece una dieta a base di zuccheri (in particolare zuccheri complessi: amidi del riso e della pasta) favorisce l’innesco e il mantenimento del sonno.

5. Evitare di assumere nelle ore serali o, peggio, a scopo ipnoinducente, bevande alcoliche (vino, birra, superalcolici). L’alcol è un sedativo, ma la sua azione è molto rapida: dopo aver velocemente favorito il sonno, l’alcol facilita risvegli nel corso del riposo notturno.
6. Evitare il fumo di tabacco nelle ore serali: l’assunzione di nicotina ha effetti eccitanti sul sistema nervoso centrale. Inoltre il fumo ha effetti irritanti e congestionanti sulle vie respiratorie e può quindi favorire la comparsa di disturbi respiratori durante il sonno.
7. Evitare pisolini diurni, eccetto un breve sonnellino post- prandiale (al massimo di 30 minuti). Evitare in particolare sonnellini dopo cena, magari sul divano, nella fascia oraria prima di coricarsi.

8. Evitare, nelle ore prima di coricarsi, l’esercizio fìsico di medio-alta intensità (ad esempio in palestra). L’esercizio fìsico e’ invece auspicabile nel tardo pomeriggio.

9. Evitare di impegnarsi in attività che risultino particolarmente coinvolgenti sul piano mentale e/o emotivo (studio, lavoro al computer, video-giochi, etc.) prima di coricarsi.

10. docce calde prima di coricarsi, se non a distanza di 1-2 ore dall’ora in cui andiamo a dormire. La regolazione della temperatura corporea è strettamente connessa con quella del ciclo sonno/veglia: alla diminuzione della temperatura corrisponde un aumento della propensione al sonno.
11. Tentare, per quanto possibile, di coricarsi la sera e di alzarsi al mattino ad orari regolari, cercando di assecondare la tendenza naturale del sonno. Tali orari andrebbero rispettati anche nei fìne settimana e nei giorni di riposo o di vacanza.
12. Rimanere a letto solo il tempo necessario per dormire. In caso di difficoltà nel prendere sonno, non restare a letto per più di 10 minuti, ma alzarsi e svolgere attività rilassanti fìno a quando non si percepisce sonnolenza. Al mattino al risveglio, non restare a letto più del necessario.

Alla ricerca della posizione più comoda per dormire

Una corretta posizione per dormire prevede che ogni parte del corpo sia sostenuta in maniera adeguata e che la colonna vertebrale mantenga la forma naturale che ha in posizione eretta.
Questo importante compito è affidato in gran parte al nostro letto e in particolare al materasso, che se
inadeguato costringe ad una continua ricerca della posizione più comoda, con conseguenti risvegli incessanti durante la notte che compromettono la qualità del sonno.
Le posizioni più frequentemente assunte per dormire sono la prona (a pancia in giù), la supina (sulla schiena) e la laterale, generalmente la preferita dalla maggior parte delle persone.
Vantaggi e svantaggi delle diverse posizioni
Posizione prona (a pancia in giù)
Corretta per la distribuzione dei pesi, è la peggiore in relazione alla spina dorsale, anche quando il sistema letto è di buona qualità, perché accentua la lordosi lombare (arco convesso verso il fronte del corpo nella zona lombare).

Posizione supina (sulla schiena)
il maggior vantaggio di questa posizione è che la superficie d’appoggio del corpo al sistema letto è la più ampia possibile, quindi la stabilità è ottimale. La spina dorsale può avere una corretta lordosi (archi convessi verso il fronte del corpo nei tratti cervicale e lombare) e cifosi (toracica e sacro-coccigea – archi convessi verso il dorso), a condizione che le caratteristiche del sistema letto siano corrette.
Posizione laterale
La maggior parte delle persone preferisce questa postura, che non a caso è anche quella dei feti nel ventre materno e quella degli astronauti in assenza di gravità. L’unico svantaggio di questa posizione è la sua instabilità, causata dal baricentro alto. Per questo motivo le braccia e le gambe spesso vengono sfalsate allo scopo di ricercare una maggiore superficie di contatto con il sistema letto.

L’insonnia: cos’è e come sconfìggerla

L’insonnia è quella condizione che ci rende difficile addormentarci la sera, ci fa risvegliare nel mezzo della notte, ci impedisce di riprendere a dormire durante la notte o ci fa destare troppo presto al mattino.
Spesso si accompagna a sonno leggero e di scarsa qualità, non ristoratore.
Diventa un problema di marcata entità quando si sperimenta difficoltà a iniziare o a mantenere il sonno per tre o più notti a settimana e cronico quando tali difficoltà persistono per più di tre mesi.
Quali sono le principali cause?
• Stress, ansia e depressione sono le più comuni cause dell’insonnia.
• Problemi medici che possono disturbare il sonno con i loro sintomi, per esempio con il dolore, con i trattamenti usati per alleviarli o con lo stress emotivo associato alla malattia.
• Alcuni farmaci che possono avere l’insonnia tra i loro effetti collaterali.
• Uso eccessivo di caffè, nicotina e alcol
• Altri disturbi del sonno, come la sindrome delle gambe senza riposo o le apnee morfeiche (difficoltà respiratoria durante il sonno).

Quali sono I trattamenti più appropriati?

il primo passo è quello di identificare e curare la causa che ha provocato il disturbo (per esempio il dolore o la depressione).
Se l’insonnia persiste, due sono le possibilità di trattamento: le terapie farmacologiche e quelle non farmacologiche, tra cui interventi sul comportamento.
Per le terapie farmacologiche/non farmacologiche mirate è bene rivolgersi a medici specializzati presso i Centri di medicina del Sonno accreditati, in grado di fare diagnosi accurate e proporre la cura appropriata.
Esistono poi numerosi metodi per correggere alcuni comportamenti scorretti che possono causare o peggiorare l’insonnia. Ecco qui le principali raccomandazioni:
• imparate a rilassarvi. Alcuni esercizi di rilassamento possono aiutare nel ridurre la tensione fisica, o allontanare le preoccupazioni che si affacciano nel momento dell’addormentamento.
• Datevi un’ora di tempo per distendervi prima di coricarvi. Usate questo momento semplicemente per rilassarvi. Evitate di pensare agli eventi accaduti durante la giornata. Piuttosto scrivete su un diario le vostre preoccupazioni e organizzate un altro momento per rifletterci sopra.

Il sonno è un bisogno primario per il nostro organismo, eppure ci siamo mai chiesti che cosa è, a cosa serve e perché per molti di noi rappresenta un problema? Probabilmente non si ha una sufficiente “cultura del sonno” che ci porti a considerarlo come un’esperienza fondamentale per la nostra salute. Spesso sentiamo dire che per stare in salute è necessario osservare una dieta equilibrata e fare esercizio fisico ma non viene mai fatto alcun riferimento al sonno. Forse il concetto che bisogna dormire bene fa così tanto parte della nostra quotidianità che tendiamo a darlo per scontato. Capita pertanto, che molte persone non percepiscano l’importanza del sonno e l’eventuale difficoltà nel riposare fino a che non sono esauste. È sufficiente a questo punto passare qualche notte insonne, magari a “contare le pecore”, per rendersi conto di quanto sia stretto il legame tra il sonno e la qualità della vita. La mancanza di sonno ci rende poco efficienti nel lavoro, irritabili e poco propensi alla socialità, pericolosi alla guida, ma anche più vulnerabili alle malattie. Purtroppo l’organizzazione delle nostre attività, siano esse ludiche o lavorative, sembra essere fatta per non dormire, o meglio continuiamo ogni giorno a lesinare sul sonno perché c’è sempre qualcosa in più da fare, da vedere o da provare. La deprivazione del sonno cronica sta diventando un tratto tipico della vita contemporanea e la dimostrazione di questo è che sempre più persone quando sono sveglie hanno sonno e si sentono stanche. È importante prendere nella giusta considerazione i primi segnali di una cattiva qualità del sonno. Se li trascuriamo si finisce, infatti, per peggiorare la situazione e fare proprie cattive abitudini che poi sono difficili da perdere. Cercheremo con questo breve scritto di interessare e sensibilizzare il lettore riguardo l’importanza del sonno per una migliore qualità della vita. Vorremmo, inoltre focalizzare la nostra attenzione al sonno delle donne che sono toccate in modo particolare da questa problematica anche in funzione del loro stile di vita e del contesto ambientale e/o professionale in cui oggi vivono.

Dormire bene, dormire male Dott. Giuseppe Ventriglia – Responsabile Nazionale Area Formazione SIMG Cos’è il sonno? Un buon sonno (ristoratore e di durata sufficiente) è necessario per il benessere e per affrontare adeguatamente gli impegni del giorno. Il bisogno di sonno è molto diverso da una persona all’altra, ma in genere varia tra le 6 e le 9 ore anche se esistono individui che vivono bene dormendo, talvolta per tutta la vita, solo pochissime ore. È noto anche che i bambini piccoli dormono moltissimo e che il sonno diventa “normalmente” sempre più breve con l’avanzare dell’età. Gli studiosi hanno scoperto che il sonno non è una condizione passiva ed inerte interposta tra le attività fisiche e mentali che si susseguono nel giorno. Al contrario, sappiamo oggi che il cervello durante il sonno ha un’attività piuttosto intensa e svolge funzioni di particolare importanza per il mantenimento dell’equilibrio fisico e psichico della persona: il corpo e la mente riposano, le informazioni apprese vengono consolidate ed anche l’umore migliora. Del resto ciascuno di noi ha avuto modo di verificare che in mancanza di sonno calano l’attenzione, la concentrazione e la memoria, si diventa più irritabili ed ansiosi, compaiono problemi anche a livello corporeo (mal di testa, disturbi digestivi, ecc.), ci si sente stanchi ed assonnati fino al punto di andare incontro a problemi sul lavoro e nelle attività domestiche. Interessante poi quanto si è scoperto nella donna in età fertile, in cui il sonno è di grande importanza per il mantenimento dell’equilibrio ormonale e della capacità riproduttiva.

Cos’è l’insonnia? Per insonnia si intende la compromissione del sonno notturno che provoca, nelle successive ore diurne, conseguenze importanti quali sonnolenza, irritabilità, ansia e difficoltà di concentrazione. L’insonnia costituisce talvolta un disturbo passeggero, legato ad esempio alla preoccupazione per un impegno importante, un esame, un colloquio di lavoro, ma in molti casi rappresenta un problema rilevante di salute, ossia una vera propria malattia. Si sa che lo stress, il rumore, il dolore e molte malattie sono nemiche del “buon dormire”, ma esistono comportamenti che possono favorire od ostacolare l’inizio ed il mantenimento del sonno notturno e che è importante conoscere in modo da creare intorno a sé le migliori condizioni per ottenere un sonno ristoratore (vedi pag. 7). Sono tante le persone che riferiscono di non dormire bene. Secondo alcune ricerche la metà circa della popolazione ha problemi di sonno, anche se le forme più gravi di insonnia sono fortunatamente molto meno frequenti. Di sicuro si sa che questo disturbo compare più spesso nelle donne e nelle persone in età avanzata. Ma si sa anche che tante, troppe persone cercano di affrontarlo da sole, senza il consiglio di persone esperte o, peggio ancora, usando farmaci magari prescritti dal medico, ma assumendoli in maniera scorretta.

Da dove origina l’insonnia? Vi sono persone la cui insonnia deriva direttamente da malattie e problemi di salute ben identificabili: sono le condizioni che gli esperti chiamano di “insonnia secondaria”. Nella maggioranza dei casi, invece, questa correlazione non esiste: sono i casi denominati “insonnia primaria”, molto frequenti e frutto per lo più del perdurare di situazioni che alterano il sonno accoppiate a persistenti stati di tensione emotiva e di reazioni personali negative alla perdita stessa del sonno. Una specie di “cane che si morde la coda” e che ha come risultato finale un’insonnia che continua a lungo nel tempo. L’insonnia, detto in altre parole, può essere considerata come il frutto dell’interazione tra fattori “predisponenti” (che aumentano la probabilità che compaia l’insonnia), fattori “precipitanti” (che possono scatenare l’insonnia, ad esempio un divorzio, la perdita di una persona importante, un grave problema familiare o lavorativo o di salute) e fattori “cronicizzanti” che contribuiscono a far perdurare nel tempo o ad aggravare l’insonnia. Questi ultimi, sono di grande importanza perché si tratta per lo più di abitudini nocive per il sonno che, volendo, potrebbero essere corrette.

I tipi di insonnia L’insonnia, però, non è sempre uguale, in quanto ci sono persone che hanno difficoltà ad addormentarsi (cosiddetta insonnia iniziale), altre che si svegliano una o più volte nel cuore della notte e magari fanno fatica a riaddormentarsi (insonnia intermedia) ed altri infine che si svegliano con notevole anticipo rispetto a quanto stabilito (insonnia terminale). Molto più raramente l’insonnia riguarda tutte le fasi del sonno, ed il paziente trascorre, come si suol dire, la “notte in bianco”. In ogni caso, è sempre importante capire se l’insonnia si limiti a dare problemi di notte (sonno disturbato) e se invece essa sia la causa di più o meno gravi disturbi anche durante il giorno (stanchezza, disturbi dell’attenzione e della memoria, ansia ed irritabilità, umore depresso e sonnolenza). Questo elemento è importante per la successiva scelta del trattamento necessario.

Esiste un’insonnia “normale”? Esistono condizioni di particolare stress (preoccupazioni familiari, lavorative o scolastiche) che possono produrre un’insonnia. In questi casi il disturbo del sonno è da considerare come un “normale” evento, che se è transitorio e non provoca disturbo al soggetto, può anche non richiedere trattamenti con farmaci dal momento che, una volta superato l’evento che lo ha provocato, l’insonnia tende a risolversi. Quando invece il disturbo perdura, può essere utile un periodo di cura scegliendo i prodotti in base all’intensità dell’insonnia ed ai disagi provocati. In questo tipo di insonnia potrebbero essere particolarmente indicate le piante officinali, sia per la loro “delicata” azione, sia per la relativa “normalità” del problema per il quale il trattamento farmacologico, in genere, potrebbe essere perfino eccessivo.

Quando parlarne con il medico? Quando le difficoltà del sonno compaiono per più giorni nella settimana e durano a lungo nel tempo, o quando ci si accorge che a causa della mancanza di sonno compaiono sonnolenza diurna, colpi di sonno alla guida, stanchezza, stato di ansia, distrazione e scarsa concentrazione nelle proprie attività, allora bisogna parlarne con il medico per trovare le cause e le opportune soluzioni. Così pure è bene sapere che esistono sostanze e malattie capaci di alterare il sonno: è dunque buona norma riferire al medico la comparsa di un’insonnia se si stanno assumendo farmaci o quando si è affetti da qualche problema di salute.

Quali sono i rimedi per l’insonnia? Quando l’insonnia è conseguente ad una precisa malattia, la cura coincide con quella della condizione che la provoca. In tutti gli altri casi, il primo passo è verificare il rispetto delle “regole” del sonno.

Se il problema persiste sarà necessario consultare un esperto (il proprio medico o il farmacista) al fine di individuare le condizioni che possono giovarsi dell’azione positiva sull’ansia e sul sonno di un integratore a base di piante officinali, oppure da trattare necessariamente con farmaci. Tra le piante officinali che facilitano il sonno o che agiscono sull’ansia e sugli stati di tensione emotiva vi sono: Passiflora, Valeriana, Escolzia, Melissa, Griffonia, Luppolo e Biancospino.

I farmaci indicati per queste situazioni appartengono alla categorie delle cosiddette benzodiazepine e sostanze affini. Questi sono scelti dal medico con cura, in relazione alla loro diversa durata d’azione sul sonno. Ci sono farmaci più adatti a chi fa fatica ad iniziare il sonno, a chi si sveglia più volte di notte o a chi dorme bene ma si sveglia troppo presto al mattino.

Perché i medici sono spesso restii a prescrivere i sedativi per l’insonnia? Molti medici appaiono particolarmente attenti nella prescrizione dei farmaci in grado di ridurre l’ansia e di indurre il sonno (benzodiazepine e simili). La ragione c’è ed è legata alla necessità di farne possibilmente un uso limitato nel tempo, cauto e magari anche “al bisogno”, evitando si assumere questi farmaci per molti giorni consecutivi, quasi fosse “una cura”, onde evitare pericolosi effetti indesiderati (specie negli anziani) e pericolose condizioni di dipendenza o di abuso.

Dormire bene è importantissimo: consigli utili per migliorare la qualità del sonno L’alimentazione Di sera evita pasti troppo abbondanti e ricchi di grassi e di carne; se hai fame all’ora di andare a dormire, fai uno spuntino leggero, per evitare problemi di digestione; evita, di sera, caffè, thè, coca-cola e cioccolata; evita i superalcolici che non favoriscono affatto un buon sonno. Il fumo di tabacco Evitalo sempre, ma specialmente alla sera. L’attività fisica Bene farla regolarmente durante il giorno ma bisogna evitare gli esercizi fisici impegnativi verso sera. Le attività della sera Prima di andare a letto, non dedicarti ad attività particolarmente impegnative sul piano mentale o emotivo quali lo studio, le attività di progettazione, il lavoro al computer e simili. I sonnellini Sono da evitare durante il giorno ma, in particolare, sono deleteri quelli del dopo-cena davanti al televisore. La stanza in cui si dorme È bene che sia buia e lontana dai rumori, non troppo fredda ma neppure troppo calda. Il bagno caldo serale Può essere un’abitudine rilassante specie se fa parte della routine serale. Gli orari del sonno Per quanto possibile, vai a letto e cerca di svegliarti sempre alla stessa ora, anche durante il fine settimana e indipendentemente da quanto hai dormito di notte; non dormire più a lungo al mattino, se hai dormito poco. In caso di risveglio precoce Se apriamo gli occhi prima che suoni la sveglia, è bene alzarsi dal letto, accendere la luce o aprire le finestre e iniziare la propria giornata. Se non si riesce a dormire Evitare di guardare continuamente l’orologio e rigirarsi nel letto; meglio alzarsi e dedicarsi ad attività rilassanti, evitare di pensare al lavoro ed alle cose da fare o lasciate in sospeso. Prepararsi al sonno Cercare di rilassarsi il più possibile prima di andare a letto, anche facendo gli stessi gesti e le stesse cose, come fosse un rituale; andare a letto solo quando si è veramente assonnati.

Quanti Italiani soffrono di disturbi del sonno a cura di O.N.Da Secondo l’AIMS (Associazione Italiana per la Medicina del Sonno)* sono circa 12 milioni gli italiani che soffrono di insonnia o di disturbi ad essa correlati, all’origine anche di depressione, stanchezza diurna e pessima qualità della vita. Questo dato è emerso dallo Studio Morfeo 2, la più vasta indagine nazionale condotta sui problemi di insonnia, conclusasi nel 2008, e che ha coinvolto, oltre all’AIMS, 18 Centri di Medicina del Sonno, oltre 600 medici di medicina generale e più di 11.000 pazienti. Per non avere conseguenze sullo stato di salute generale, l’insonnia dovrebbe essere passeggera; per gli Italiani sta assumendo invece caratteristiche di cronicità: il 67% degli insonni ne soffre da più di un anno e l’80% ne avverte le ripercussioni durante il giorno con manifestazioni che vanno da tensione nervosa, a irritabilità e segni di depressione, fino a difficoltà di concentrazione o di memoria, specie il giorno successivo alla notte in bianco. Ad essere colpite maggiormente da questi disturbi sono le donne, specie tra i 45 e i 54 anni (quindi nel momento della menopausa), in cui a soffrirne sono all’incirca il 70%. Un problema che avvertono con prevalenza le divorziate (70%), seguite dalle single (55,3% contro il 44% degli uomini) e in percentuale minore le sposate (49% contro il 40 % degli uomini). Oggi si dormono in media 7 ore e un quarto a notte, un numero che per molte persone può essere insufficiente per far riposare l’organismo. I rischi? Molteplici. L’insonnia ed il cattivo riposo hanno importanti ripercussioni anche sullo stato lavorativo, di sicurezza e di salute di che ne soffre. Il 53% di chi dorme male si assenterà dal lavoro per malattia, il doppio rispetto a chi scivola tranquillamente tra le braccia di Morfeo, mentre ancora troppo grave resta il bilancio per incidenti, la cui concausa può essere proprio l’insonnia: più del 50% in ambiente lavorativo ed oltre 50.000 sulla strada. Non da meno sono i rischi per la salute con innanzitutto un calo di produttività durante il giorno, che può arrivare a toccare vette del 50%, un indebolimento delle difese immunitarie e una maggiore predisposizione alle malattie cardiovascolari. Infatti dormire poco fa aumentare la pressione del sangue e costringe il cuore ad un superlavoro. Se si soffre d’insonnia occorre curarla. Eppure lo Studio Morfeo 2 rivela, sotto questo aspetto, che gli italiani non ne sono pienamente consapevoli: il 56% non sono in trattamento, il 40,5% rifiuta le cure e il 7,3% ricorre al fai da te. Invece è fondamentale tenere presente che la diagnosi precoce e il trattamento tempestivo dei disturbi del sonno ne prevengono l’aggravamento e il presentarsi di tutte quelle complicanze che sono legate alla cronica privazione di sonno: invecchiamento precoce, disturbi psicologici e comportamentali, ipertensione arteriosa e maggior rischio di patologie cardiovascolari. Si ringrazia per la consulenza la Professoressa Rosalia Silvestri, dell’Associazione Italiana di Medicina del Sonno, Responsabile della Commissione Sonno Donna.

Disturbi del sonno nella donna

Il corpo ha bisogno di pause e di riposo per poter svolgere attività di recupero, riparazione e rilassamento. Un sonno carente può provocare disturbi alla salute. I primi segnali della mancanza di un buon riposo sono visibili, a livello fisico, con borse sotto gli occhi, pelle poco luminosa, palpebre appesantite e afflosciate, stanchezza e, a livello comportamentale, con un aumentato stato di ansia, irritabilità e nervosismo. I disturbi del sonno che possono manifestarsi con la difficoltà ad addormentarsi, a riposare bene o non a sufficienza, sono piuttosto diffusi e si possono verificare a qualsiasi età. Idealmente il sonno dovrebbe comprendere un terzo del giorno (un’ora di sonno ogni due di veglia). Oggi, tuttavia, la quantità di sonno si è mediamente ridotta di un’ora e mezzo con importanti ripercussioni sulla salute fisica e psichica. Questo è vero in modo particolare per la donna, quando risente delle modificazioni ormonali della menopausa, ma anche dei nuovi stili di vita e delle nuove condizioni ambientali o professionali e riduce la quantità di ore di sonno, che per molte di loro è al di sotto della soglia critica delle sei ore, potendo così arrivare ad una deprivazione cronica del sonno che può diventare il detonatore di disturbi somatici fino alla malattia. L’importanza di un buon sonno Il sonno costituisce una componente essenziale della salute neurovegetativa e somatica, emotivo-affettiva e cognitiva. Infatti, durante il sonno il cervello sincronizza i bioritmi esseziali per la salute (pressione arteriosa, frequenza cardiaca, temperatura corporea, ritmo sonno-veglia, bioritmi ormonali, ma anche il tono muscolare) ottimizzandone i valori e riducendo i livelli degli ormoni d’allarme, adrenalina e cortisolo. In età fertile, nella donna regola la circadianità e i bioritmi endocrini e neurochimici finalizzati alla riproduzione. Inoltre il sonno contribuisce al benessere che alimenta il desiderio di vita svolgendo un’azione stabilizzatrice nella regolazione del tono dell’umore, migliorando e riducendo i livelli di ansia e di irritabilità. A livello cognitivo, in particolare nella fase REM, il sonno trasforma le tracce di memoria a breve termine in tracce a lungo termine. Ha un ruolo essenziale nel recupero della stanchezza e dell’usura del giorno, sia a livello metabolico che biologico e psichico.

Le alterazioni del sonno Le alterazioni del sonno si possono classificare in quattro tipi: 1. quantitative, in cui sono ridotte le ore di sonno. 2. qualitative, sindromi da fasi del sonno avanzate o ritardate e disturbi cronobiologici transitori; 3. parasonnie, che includono i disturbi del risveglio con sonnambulismo, con o senza apnea ostruttiva e i disturbi comportamentali associati a fase REM. Si tratta di norma dell’insieme di fenomeni non desiderati prevalentemente legati ai sogni che avvengono maggiormente nell’infanzia e nell’adolescenza. 4. altre alterazioni: insonnia severa, epilessie notturne, disturbi del sonno con movimenti ritmici. Di seguito la nostra attenzione resterà focalizzata sul sonno delle donne e come questo possa subire delle alterazioni in corrispondenza di determinati periodi e condizioni caratteristici proprio dell’universo femminile.

Alterazioni del sonno in gravidanza Normalmente una donna in attesa, soddisfatta della sua gravidanza, gode di una migliore qualità del sonno grazie all’effetto sedativo degli alti livelli di progesterone e del suo metabolita, l’allopregnenolone. Problemi relativi alla gravidanza (desiderata o meno), alla situazione di coppia e familiare, a eventuali difficoltà economiche e all’ambiente familiare possono poi modificare anche radicalmente il favorevole effetto endocrino del progesterone. Le più frequenti alterazioni del sonno in gravidanza riguardano il russare e le apnee; entrambi possono essere indicatori di un maggiore rischio di ipertensione in gravidanza, pertanto la qualità del sonno può essere preziosa per la diagnosi precoce di importanti patologie connesse allo stato gravidico.

Alterazioni del sonno in menopausa L’alterazione della qualità e della quantità delle ore di riposo effettivo in menopausa è causata dalle fluttuazioni estrogeniche. Esse possono avere conseguenze importanti sulla vita quotidiana e sulla salute con: riduzione del tono dell’umore e compromissione della memoria, riduzione dell’energia vitale, aumento dell’astenia e del senso di affaticabilità. Inoltre la carenza di sonno può associarsi ad un aumento dell’appetito per cibi ad alto contenuto calorico, ricchi di zuccheri e grassi; in queste condizioni aumenta infatti la secrezione di ghrelina, il neuropeptide che acuisce il senso di appetito e si riduce la leptina che dà invece il senso di sazietà. Questo spiega perché le donne che dormono poco e/o male hanno tendenza ad ingrassare e fanno più fatica a seguire in modo consistente una dieta, specie in peri e postmenopausa. In ultimo si può osservare un aumento della sensibilità al dolore, caduta del desiderio sessuale e alterazione della circadianità dei bioritmi cardiovascolari. Le perdita della circadianità pressoria, che normalmente ha un minimo verso le tre o le quattro del mattino, associata ai disturbi del sonno, anticipa e predice la comparsa di ipertensione severa in postmenopausa.

Alterazioni del sonno e ciclo mestruale Disturbi del ritmo sonno-veglia, specie nelle donne turniste, potrebbero essere associati a irregolarità mestruali e a cicli significativamente più lunghi. Questi ultimi potrebbero indicare maggiori irregolarità nelle sincronia neuroendocrina che coordina l’ovulazione con possibili anovularità o fasi luteali inadeguate che possono tradursi in ridotta fertilità o in alterazioni della sessualità. Alterazioni del sonno e sessualità Le implicazioni del sonno per la vita sessuale sono duplici: da un lato le conseguenze che la deprivazione cronica di sonno ha sulla riduzione dell’energia vitale, sull’abbassamento del tono dell’umore e sull’aumento della irritabilità, dall’altro la ripercussione sul desiderio e sull’eccitazione mentale che rallenta il circuito della funzionalità sessuale. Alterazioni del sonno, alterazione dei bioritmi endocrini e rischi oncologici Un aspetto critico dell’alterazione del sonno riguarda il possibile rischio oncologico. Sono in corso studi volti a determinare se l’alterazione dei normali ritmi cardiani possano aumentare il rischio di sviluppare un tumore. I soggetti impegnati nel lavoro notturno possono avere alterati i livelli notturni di melatonina e i profili degli ormoni riproduttivi che potrebbero aumentare il rischio di malattie correlate agli ormoni, tra cui il tumore della mammella e del colon.

Il sonno e l’alimentazione

Abbiamo più volte accennato al fatto che alcuni neurotrasmettitori (sostanze chimiche che modificano la trasmissione di un impulso tra i nervi o tra un nervo ed un muscolo) e alcuni ormoni sono responsabili del funzionamento del ciclo del sonno, ma non è stato detto che la loro attività può essere condizionata da alcuni nutrienti provenienti dalla nostra alimentazione. Ecco la ragione per cui l’alimentazione influenza la qualità e la quantità del sonno. Oltre al tipo di cibo che mangiamo, incidono sull’insorgenza dei disturbi del sonno anche le abitudini alimentari, la combinazione degli alimenti e le porzioni assunte. In particolare, i fattori che possono alterare il ciclo sonno/veglia correlabili alle abitudini nutrizionali sono: • Poco tempo per mangiare: lo stress o l’ansia modificano il ritmo circadiano che controlla il ciclo orario della liberazione degli ormoni e dei neurotrasmettitori che regolano il tempo di sonno e veglia. Alcune situazioni di vita quotidiana possono alterare questo equilibrio: ad esempio, i lunghi viaggi, gli orari di lavoro notturni, i lavori a turno, la tensione nervosa accumulata si ripercuotono negativamente sia sulla qualità del sonno che sulle abitudini alimentari (scelta di alimenti meno nutrienti e più calorici). Il non avere orari fissi né per dormire né per mangiare porta a uno scarso controllo delle funzioni generali dell’organismo. • Pasti abbondanti o poco frequenti durante la giornata: pasti abbondanti e particolarmente ricchi di proteine (carne, uova,e alcuni pesci) e grassi (formaggi grassi e i fritti), consumati di sera, causano nelle ore notturne una maggiore secrezione (superiore al normale) di acido cloridrico nello stomaco e un aumento del pH acido dello stomaco, specialmente se la cena è accompagnata da alcool e caffè. L’eccesso di proteine durante la cena porta a una diminuzione nella sintesi di serotonina (sostanza chimica ampiamente distribuita nell’organismo, specialmente nel cervello con funzione di neurotrasmettitore) e ad un aumento della produzione di adrenalina (ormone prodotto dalla midollare surrenale), condizione questa che attiva un maggiore stato di allerta nell’organismo. In queste circostanze, la digestione si rende più difficile e più lenta, la difficoltà ad addormentarsi aumenta e può dare adito a sintomi quali acidità, reflusso, nausea e sensazione di vomito, specie se ci si corica con lo stomaco troppo pieno e subito dopo aver mangiato. Anche in questo caso, dunque, si abbassa la qualità del sonno e del riposo. • Mangiare pasti troppo distanti l’uno dall’altro: passare molte ore senza mangiare causa un aumento della temperatura corporea che rende più difficile il sonno. • Cibi troppo conditi ed eccitanti: cibi piccanti, caffeina, thè, cioccolata e ginseng sono sostanze che danno euforia e stimolano le connessioni nervose del cervello. Anche l’assunzione di alcool, specie in quantitativi eccessivi, distrugge totalmente il ciclo circadiano e non permette un riposo salutare. • Intolleranze alimentari: le persone allergiche ad alcuni alimenti o a certi aminoacidi, quali fenilalanina, istamina o tiramina, che sono alla base della sintesi di adrenalina e noradrenalina, combattono spesso con sintomi gastrici che alterano il ciclo del sonno. Consigli nutrizionali per dormire meglio Come abbiamo visto, alcuni alimenti per la loro composizione e il quantitativo delle porzioni assunte influiscono sulla quantità e sulla qualità del sonno. Gli alimenti che partecipano alla sintesi di ormoni e neurotrasmettitori come la dopamina, l’adrenalina e le noradrenaline rendono più difficile il sonno, quelli che invece aiutano la regolazione della melatonina e della serotonina lo favoriscono. Pertanto, specie alla sera, sarà utile prevedere il consumo di cibi ricchi di triptofano, un aminoacido essenziale (componente delle proteine) utile per la formazione di melatonina e serotonina, che in natura è contenuto in alimenti come: latte, banane, avocado, ananas, fagioli secchi, frumento integrale, ceci, fave secche, lenticchie, piselli, spinaci, arachidi, mandorle, nocciole, formaggio, uova, carne e pesce. Ma per garantire al nostro corpo una buona qualità del sonno occorre fornire anche un apporto adeguato di altri componenti nutrizionali: • Carboidrati (zuccheri) i quali stimolano l’insulina nel pancreas, un ormone che aumenta la disponibilità del triptofano necessario per formare serotonina. Bisogna però scegliere fra carboidrati complessi (pane, riso, patate, pasta) e non carboidrati semplici (zucchero, dolci, ecc). • Vitamine: le vitamine B1 e B6, necessarie per la biosintesi di serotonina interferiscono in parte nelle funzioni di sonno/veglia. Un eccesso di zucchero e dolci diminuisce la biodisponibilità della vitamina B6. • Calcio e magnesio: un adeguato apporto giornaliero di queste sostanze consente di dormire e riposare meglio durante la notte. A che ora cenare? Studi scientifici hanno dimostrato che l’orario in cui si cena non ha relazione diretta con il sonno, ma occorrerebbe tuttavia cenare sempre alla stessa ora per abituare il corpo a orari fissi: più essi saranno regolari, più facile sarà per l’organismo regolarsi con il ritmo circadiano. Quanto mangiare? Mangiare, né troppo e né poco. Una regola d’oro da tenere a mente è il quantitativo di cibo che si mangia a cena. Mangiare troppo o poco è in entrambi i casi un ottimo modo per prevedere una nottata in bianco. Dopo cena si deve essere sazi ma non appesantiti. È bene cenare circa 4 ore prima di coricarsi, evitando quindi di andare a dormire subito dopo il pasto.

I trattamenti per i disturbi del sonno a cura di Apoteca Natura Tutti gli argomenti fin qui trattati evidenziano come il sonno rivesta una posizione centrale nel determinare lo stato di salute di tutti noi. Evidenze scientifiche ci hanno dimostrato che la scarsa qualità del riposo può essere correlata con l’insorgenza di irritabilità, ansia e depressione, malattie cardiocircolatorie e gastrointestinali. È fondamentale quindi, prendere nella giusta considerazione i primi segnali di una cattiva qualità del sonno e intervenire tempestivamente con scelte terapeutiche efficaci e sicure, individuate sulla base della singola condizione che genera il disturbo. Come già anticipato il primo passo è verificare il rispetto delle regole di “igiene del sonno” e soprattutto quando il problema persiste è opportuno confrontarsi con il medico di famiglia o con uno specialista (farmacista o altro operatore sanitario) per scegliere il trattamento più adatto alla propria situazione, sia esso fitoterapico o per i casi più gravi farmacologico. Nei paragrafi che seguono prenderemo in considerazione i principali trattamenti per i disturbi del sonno proponendo una guida pratica che possa rispondere alle più comuni richieste di informazioni su questo argomento specifico.

Dormire bene ci aiuta a vivere meglio

Che cosa è il sonno II sonno nel passato è stato definito come una periodica interruzione dello stato di veglia e generalmente si pensa che esso rappresenti un sorta di attesa passiva interposta tra le tipiche attività fisiche e mentali della veglia. Al contrario oggi sappiamo che il cervello durante il sonno è tutt’altro che a riposo, che ha un’attività piuttosto intensa differenziata nelle diverse fasi REM e non-REM e che la sua attività metabolica è superiore allo stato di veglia, come documentato dal maggiore consumo di ossigeno. Quello che ancora non conosciamo in tutti i dettagli sono le particolari funzioni svolte dal sonno, anche se c’è generale consenso sulla la sua grande importanza per favorire l’equilibrio fisico e neuropsichico della persona: durante il sonno il corpo e la mente riposano, le informazioni apprese vengono consolidate ed anche l’umore migliora. Altrettanto interessante poi quanto scoperto nella donna in età fertile per la quale il sonno è importante anche per il mantenimento degli equilibri ormonali e della capacità riproduttiva.

Fino alla metà del secolo scorso si pensava che il sonno fosse un fenomeno unitario, fisiologicamente passivo e con funzione essenzialmente ristoratrice. Solo nel 1953 si riuscì a dimostrare grazie a registrazioni elettroencefalografiche (EEG) che il sonno è composto in realtà da differenti stadi che compaiono in una sequenza caratteristica durante la notte. Il ciclo sonno-veglia nell’uomo è costituito da tre fasi maggiori: la veglia, il sonno ad onde lente o sonno nonREM, ed il sonno con movimento oculari rapidi o sonno REM. Sonno REM e sonno non-REM si alternano in maniera ciclica durante tutto il tempo passato a dormire e, sebbene non sia ancora chiaro perché questo avvenga, è noto che l’assenza degli stadi del sonno o l’irregolarità degli stessi sono associate a disturbi del sonno. Il sonno non-REM è costituito da 4 stadi ed è caratterizzato da un profondo stato di addormentamento. Durante la prima ora dopo essersi coricati si scende progressivamente nei successivi stadi del sonno non-REM. Questa fase rivela un calo generale dell’attività del cervello, del tono muscolare, diminuiscono i movimenti corporei, la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca, il respiro, l’attività metabolica e la temperatura. È la fase di recupero dell’organismo. Dopo un periodo di sonno a onde lente si passa nella fase del sonno REM. L’attività cerebrale è in estremo fermento, aumenta la pressione sanguigna, la frequenza cardiaca e il metabolismo raggiungono quasi i livelli dello stato di veglia. Inoltre come indicato dall’acronimo (REM Rapid Eyes Movement = Rapidi movimento oculari) questo stato del sonno è caratterizzato da rapidi movimenti degli occhi. In questa fase si sogna. Il cervello è bombardato da stimoli che non provengono dall’esterno bensì dal suo interno. Questa è la fase dove si elaborano le informazioni acquisite durante il giorno e si consolidano i ricordi.

Perché si dorme?

Per sentirsi freschi e riposati durante il giorno e quindi pronti ad affrontare adeguatamente gli impegni quotidiani, la maggior parte delle persone adulte ha bisogno di dormire per 7-8 ore ogni notte, anche se vi sono differenze individuali per cui ad esempio alcune persone vivono bene dormendo solo pochissime ore. Il bisogno di sonno è molto maggiore nei bambini (i neonati dormono circa 17 ore) mentre è noto che andando avanti con l’età si tende a dormire meno profondamente e per periodi più brevi. Il sonno è presente in tutti i mammiferi e, probabilmente, in tutti i vertebrati. Noi tutti proviamo un profondo desiderio di dormire dopo un lungo e forzato periodo di veglia e, come evidenziato anche da numerosi studi, una prolungata astinenza dal sonno può avere esiti davvero dannosi per la salute. Passiamo dormendo circa un terzo della nostra esistenza e il sonno ci è così tanto indispensabile da non potergli resistere, ma nonostante questo le ragioni per cui si dorme restano ancora in parte da comprendere, e come sostenuto da numerosi studiosi, riuscire a spiegare perché si dorme è una delle più grandi questioni ancora aperte della biologia. Sulla base di quanto possiamo osservare analizzando le conseguenze della mancanza di sonno (stanchezza, scarsa concentrazione e memoria, riduzione della capacità di giudizio, alterazione dei tempi di reazione, del tono dell’umore e di altre funzioni fisiologiche) potremmo affermare che durante il sonno:

A) Il corpo recupera Per riuscire a far fronte ai bisogni energetici e metabolici dello stato di veglia durante il sonno si svolgono le seguenti funzioni:

1. Funzione termoregolatrice e di conservazione dell’energia 6 (riduzione del dispendio energetico per mantenere costante la temperatura);

2. Riposo e recupero (ripristino dei processi fisiologici e biochimici, sincronizzazione dei bioritmi essenziali per la salute, riduzione dei livelli degli ormoni dello stressadrenalina e cortisolo, riduzione del metabolismo)

b) Il cervello e le funzioni mentali si ricaricano

1. Consolidamento delle informazioni apprese durante la veglia

2. Recupero e ottimizzazione delle performance cognitive

3. Stabilizzazione e regolazione del tono dell’umore migliorando e riducendo i livelli d’ansia e irritabilità

4. Plasticità neuronale (miglioramento della efficacia della trasmissione) Qualunque sia la ragione del dormire è evidente che il sonno negli uomini è necessario per vivere bene, per garantire il “funzionamento” del proprio corpo e per la propria sicurezza.

Sta meglio chi dorme bene Un sonno regolare è utile per favorire il funzionamento appropriato dell’organismo e per una buona qualità della vita. L’organismo ha bisogno di pause e di riposo per poter svolgere attività di recupero e rilassamento. Quando si vuole essere produttivi nel lavoro come nello studio non c’è niente di meglio da fare se non una bella dormita. Questa favorirà la concentrazione e l’apprendimento e promuoverà i processi di memorizzazione. Dormire bene contribuisce inoltre al benessere che alimenta il desiderio di vita, è importante per favorire le relazioni sociali svolgendo un’azione stabilizzatrice nella regolazione del tono dell’umore, migliorando e riducendo i livelli di ansia e irritabilità. Anche le performance fisiche, la resistenza allo stress e alle malattie sono migliorate da una buona qualità del sonno. In modo particolare i bambini, soprattutto nei primi anni di vita, dovrebbero dedicare molto tempo al sonno; infatti il raggiungimento di un ritmo adeguato ed il regolare susseguirsi delle fasi e degli stadi del sonno sembrano essere fondamentali per un loro adeguato sviluppo neuro-comportamentale. Alterazioni persistenti del ritmo sonno-veglia possono infatti avere influenze negative sui processi cognitivi ed affettivo-relazionali del bambino. Le manifestazioni comportamentali dovute alla mancanza di sonno (ipereccitabilità, iperattività, capricci e crisi di pianto) variano in maniera importante in rapporto non solo all’età ma anche al grado di sviluppo del bambino. Molti studi hanno indagato le conseguenze della cronica mancanza di sonno nel bambino in età scolare e nell’adolescente evidenziando delle influenze negative, di vario grado, sul successo scolastico e sul comportamento. Da non sottovalutare poi che un disturbo persistente del sonno del bambino può creare le condizioni per cui possa restare un “cattivo dormitore” anche da adulto. Non dimentichiamo inoltre che i disturbi del sonno dei bambini possono alterare in maniera importante anche i ritmi sonno-veglia dei genitori che rischiano di andare incontro ad uno stato di cronica deprivazione di sonno, modificando in qualche modo le abitudini di tutta la famiglia. Probabilmente però non abbiamo sufficiente consapevolezza dell’importanza del sonno per la nostra salute. L’organizzazione delle nostre attività, siano esse ludiche o lavorative, sembra essere fatta per non dormire, o meglio continuiamo ogni giorno a lesinare sul sonno perché c’è sempre qualcosa in più da fare, da vedere o da provare. La deprivazione cronica del sonno sta diventando un tratto tipico della vita contemporanea e la dimostrazione di questo è che sempre più persone quando sono sveglie hanno sonno e si sentono stanche.

Quante ore dobbiamo dormire per notte? Ognuno di noi dorme in modo diverso e ha le sue precise abitudini. Le ore di riposo, la qualità e il passaggio da una sua fase all’altra del sonno sono caratteristiche molto soggettive che cambiano da persona a persona. Queste stesse caratteristiche possono evolversi e cambiare anche nella stessa persona, in funzione dell’età o per l’influenza di fattori ambientali e sociali. C’è chi, ad esempio, preferisce alzarsi presto e chi tardi; alcuni sono soddisfatti solo dopo molte ore di sonno, altri preferiscono dormire poco. È stato dimostrato che il ritmo sonno-veglia varia notevolmente con l’età: il neonato dorme fino a 20 ore al giorno, l’adulto circa 8, l’anziano non più di 6. I bambini necessitano di più ore di riposo probabilmente perché durante il sonno l’organismo produce degli ormoni necessari alla crescita. Le donne in generale dormono meno degli uomini loro coetanei. Persino i cambiamenti ormonali della gravidanza possono in qualche modo indurre dei cambiamenti del ritmo sonnoveglia. Tutti questi aspetti devono essere tenuti in considerazione per non confondere una variabilità biologica, assolutamente normale, con una situazione di disturbo.

Quando dormire è un problema Dormire male costituisce talvolta un disturbo passeggero legato a preoccupazioni contingenti, ma in molti casi può diventare un problema rilevante di salute cioè una vera e propria malattia: l’insonnia. Si sa che il dolore, lo stress, il rumore come anche molte malattie sono nemiche del “buon dormire”, ma esistono anche comportamenti che possono favorire od ostacolare l’inizio ed il mantenimento del sonno notturno che è importante conoscere per creare intorno a se le migliori condizioni per un sonno ristoratore. Sono davvero tante le persone che riferiscono di non dormire bene. Secondo alcune ricerche circa la metà della popolazione ha problemi di sonno, anche se le forme più gravi di insonnia sono fortunatamente molto meno frequenti. Quante volte ci è capitato di dire “Stanotte non sono riuscito a chiudere occhio…”, magari durante l’estate quando anche di notte le temperature rimangono troppo elevate, o quando si è impegnati a studiare per un esame o nella professione a realizzare progetti tanto complessi da tenerci la mente occupata anche di notte. Niente di preoccupante se questo disagio si esaurisce in una notte o poco più, ma cosa succede se comincia a presentarsi con una certa continuità? Ogni qualvolta percepiamo il nostro sonno come insufficiente o poco riposante, evidenziamo una difficoltà a dormire bene che, inevitabilmente, avrà delle ricadute sulla qualità della nostra vita. La mancanza di sonno ed il cattivo riposo hanno importanti ripercussioni sullo stato lavorativo, sulla sicurezza e sulla salute di chi ne soffre. Si stima che il 53% di chi dorme male si assenterà dal lavoro per malattia il doppio rispetto a chi non ha questo disturbo. Purtroppo è grave anche il bilancio per gli incidenti, la cui concausa può essere proprio l’insonnia: più del 50% in ambiente lavorativo ed oltre 50.000 sulla strada (Studio Morfeo 2). Il sonno e la salute fisica sono strettamente collegati infatti numerosi studi scientifici dimostrano che chi dorme male ha maggiore probabilità di manifestare innanzitutto un calo di produttività durante il giorno, che può arrivare a toccare vette del 50%, un indebolimento delle difese immunitarie e anche una maggiore predisposizione alle malattie cardiovascolari. Infatti dormire poco fa aumentare la pressione del sangue e costringe il cuore ad un superlavoro. Di sicuro si sa che sono le donne a soffrire con maggiore frequenza di questo disturbo insieme alle persone in età avanzata. Ma si sa anche che purtroppo tante persone cercano di affrontare questa condizione da sole, senza il consiglio di persone esperte o, peggio ancora, usando farmaci prescritti dal medico, ma assumendoli in maniera scorretta.

I disturbi del sonno non sono tutti uguali Molto spesso i disturbi del sonno vengono definiti con il termine generico di “insonnia”. Per insonnia si intende l’esperienza di un sonno insufficiente o di scarsa qualità dovuto a difficoltà ad addormentarsi (cosiddetta insonnia iniziale), e/o a mantenere il sonno, per cui ci si sveglia una o più volte nel cuore della notte e magari si fa fatica a riaddormentarsi (insonnia intermedia), oppure alla tendenza a svegliarsi con notevole anticipo rispetto a quanto stabilito (insonnia terminale). Molto più raramente l’insonnia riguarda tutte le fasi del sonno, e si trascorre, come si suol dire, la “notte in bianco”. È molto importante per poter scegliere il rimedio più adatto per ogni disturbo del sonno capire se questo si limita a dare problemi notturni (sonno disturbato) oppure se esso è causa di più o meno gravi disturbi durante il giorno come sonnolenza, astenia, difficoltà di concentrazione e irritabilità. Possiamo distinguere i disturbi del sonno anche sulla base delle  cause che possono generarli, in questo caso parliamo di “insonnia secondaria” quando i disturbi del sonno derivano direttamente da malattie e problemi di salute ben identificabili, definiamo invece “insonnia primaria” tutti i casi in cui questa correlazione non c’è. L’insonnia primaria è quella più frequente ed è il frutto dell’interazione tra fattori “predisponenti” (che aumentano la probabilità che compaia l’insonnia), fattori “precipitanti” (che possono scatenare l’insonnia, ad esempio un divorzio, la perdita di una persona importante, un grave problema familiare o lavorativo o di salute) e fattori “cronicizzanti” che contribuiscono a far perdurare nel tempo o ad aggravare l’insonnia . Questi ultimi sono di grande importanza perché si tratta per lo più di abitudini nocive per il sonno che, volendo, potrebbero essere corrette (vedi regole per dormire bene).

Esistono disturbi del sonno da considerare “normali”? Il disturbo del sonno è da considerare come un “normale” evento se è prodotto da condizioni di particolare stress (preoccupazioni familiari, lavorative o scolastiche) ed è transitorio quindi non provoca disturbo al soggetto. In questo caso può anche non richiedere trattamenti con farmaci dal momento che, una volta superato l’evento che lo ha provocato, l’insonnia tende a risolversi. Quando invece il disturbo perdura, può essere utile un periodo di cura scegliendo i rimedi in base all’intensità dell’insonnia ed ai disagi provocati. In questo tipo di insonnia potrebbero essere particolarmente indicate le piante officinali, con la loro azione completa ma “delicata” adatta a tutti i casi in cui il problema si mantiene in una relativa “normalità” tale che il trattamento farmacologico, in genere, potrebbe essere eccessivo. Quando le difficoltà del sonno compaiono per più giorni nella settimana e durano a lungo nel tempo, e in particolare quando 14 ci si accorge che a causa della mancanza di sonno compaiono sonnolenza diurna, colpi di sonno alla guida, stanchezza, stato di ansia, distrazione e scarsa concentrazione nelle proprie attività, allora bisogna parlarne con il medico per trovare le cause e le opportune soluzioni. Da ricordare in questi casi che esistono sostanze e malattie capaci di alterare il sonno: è dunque buona norma riferire al medico la comparsa di un’insonnia se si stanno assumendo farmaci o quando si è affetti da qualche problema di salute.

I rimedi a cui ricorrere quando si dorme male I disturbi del sonno come abbiamo già descritto sono oggi molto spesso sottovalutati considerandoli come un fenomeno “normale” o un leggero fastidio passeggero anche quando durano diversi giorni o settimane o si presentano a scadenze regolari e ravvicinate. Pensiamo che bere più caffè il giorno dopo che non abbiamo dormito ci aiuterà a superare tutti i possibili fastidi, senza sapere che in questo modo si può accumulare un debito di sonno importante ed aggravare il rischio di una cronicizzazione del disturbo. È di fondamentale importanza prendere nella giusta considerazione i primi segnali di una cattiva qualità del sonno e intervenire quanto più tempestivamente possibile con scelte terapeutiche efficaci e sicure individuate sulla base della singola condizione che genera il disturbo. Quando dormire male è conseguente ad una precisa malattia, la cura coincide con quella della condizione che lo ha provocato. In tutti gli altri casi, il primo passo è verificare il rispetto delle “regole” del sonno. Se il problema persiste è opportuno confrontarsi con il medico di famiglia o con uno specialista (farmacista o altro operatore sanitario) per scegliere il trattamento più adatto alla propria situazione sia esso fitoterapico o per i casi più gravi farmacologico. Nei paragrafi che seguono pertanto prenderemo in considerazione i principali trattamenti per i disturbi del sonno proponendo una guida pratica che possa rispondere alle più comuni richieste di informazioni su questo argomento specifico.

Un buon riposo si può costruire anche durante il giorno: semplici regole per dormire bene Tanti piccoli comportamenti che si consumano durante la giornata possono essere molto importanti per favorire un sonno realmente ristoratore. Stili di vita non corretti e vari fattori ambientali possono infl uenzare molto la quantità ma ancora di più la qualità del nostro sonno. Di seguito quindi riportiamo alcune regole e consigli da seguire quotidianamente che possono essere molto utili per riuscire a trascorre una “buona notte”. L’alimentazione: di sera evita pasti troppo abbondanti e ricchi di grassi e di carne; se hai fame all’ora di andare a dormire, fai uno spuntino leggero, per evitare problemi di digestione; evita, di sera, caffè, the, coca-cola e cioccolata; evita i superalcolici che non favoriscono affatto un buon sonno. Il fumo di tabacco: evitalo sempre, ma specialmente alla sera. L’attività fi sica: è bene farla regolarmente durante il giorno ma bisogna evitare gli esercizi fi sici impegnativi verso sera. Le attività della sera: prima di andare a letto, non dedicarti ad attività particolarmente impegnative sul piano mentale o emotivo quali lo studio, le attività di progettazione, il lavoro al computer e simili. I sonnellini: sono da evitare durante il giorno ma , i n particolare, sono deleteri quelli del dopo-cena davanti al televisore.

La stanza in cui si dorme: è bene che sia buia e lontana dai rumori, non troppo fredda ma neppure troppo calda. Il bagno caldo serale: può essere un’abitudine rilassante specie se fa parte della routine serale. Gli orari del sonno: per quanto possibile, vai a letto e cerca di svegliarti sempre alla stessa ora, anche durante il fine settimana e indipendentemente da quanto hai dormito di notte; non dormire più a lungo al mattino, se hai dormito poco. In caso di risveglio precoce: se apriamo gli occhi prima che suoni la sveglia, è bene alzarsi dal letto, accendere la luce o aprire le finestre e iniziare la propria giornata. Se non si riesce a dormire: evitare di guardare continuamente l’orologio e rigirarsi nel letto; meglio alzarsi e dedicarsi ad attività rilassanti, evitare di pensare al lavoro ed alle cose da fare o lasciate in sospeso. Prepararsi al sonno: cercare di rilassarsi il più possibile prima di andare a letto, anche facendo gli stessi gesti e le stesse cose, come fosse un rituale; andare a letto solo quando si è veramente assonnati.

Consigli utili quando a non dormire è il bambino I genitori dovrebbero creare un rituale per il tempo che precede l’andare a letto in modo da fare associare l’andare a letto con una esperienza piacevole. Far associare al bambino il letto con il sonno. Cercare di fare addormentare il bambino nel suo lettino, evitando di addormentarlo altrove o magari in braccio. Uscire dalla stanza prima che il bambino sia addormentato per fare in modo che il bambino sperimenti la sua capacità di addormentarsi da solo. Se il bambino piange, tornare nella stanza per infondergli fiducia, spiegandogli che non lo stiamo abbandonando ma che deve imparare a dormire tutto da solo. Escludere la presenza di disturbi clinici (coliche gassose, malattie ricorrenti, reflusso gastroesofageo…). Programmare la notte come tempo dedicato al sonno: non stimolare con giochi troppo eccitanti il bambino di notte. La stanza del bambino deve essere confortevole, poco rumorosa, poco illuminata e con una temperatura mantenuta sui 20° C. L’orario dell’addormentamento serale e del risveglio mattutino dovrebbero essere mantenuti costanti. Non mandare il bambino a letto affamato. Evitare di farlo bere troppo prima di andare a letto o durante la notte. Cibi e bevande che contengono caffeina e teofi llina non dovrebbero essere assunti di sera.

Le piante medicinali per favorire il sonno e il rilassamento A completamento dei consigli per l’adozione di stili di vita che favoriscano una migliore “igiene” del sonno, può essere particolarmente utile considerare la possibilità di assumere integratori a base di piante medicinali che favoriscano la qualità e la quantità del sonno e della veglia. Le piante medicinali possono essere considerate un intervento ideale per chi lamenta un sonno poco riposante o comunque insufficiente che non necessiti di interventi terapeutici “assolutamente efficaci” sin dalla prima somministrazione o quando nell’insonnia cronica ci si trovi in assenza di sintomi diurni rilevanti di intensità tale da richiedere il ricorso a farmaci. Utilizzate da migliaia di anni per il trattamento dei disturbi del sonno di adulti e bambini le piante medicinali, come indicato da dati ricavati dall’uso tradizionale e dalla letteratura scientifica, sono caratterizzate da una buona effi cacia, accompagnata da una altrettanto buona tollerabilità e sicurezza d’uso. Il sonno è un processo fi siologico complesso la cui qualità deve essere valutata sulla base di numerosi parametri che riguardano la qualità della vita di giorno e di notte. Le piante medicinali grazie alla moltitudine di sostanze funzionali che contengono sono in grado di agire oltre che sulla qualità e quantità del sonno anche sulle cause del problema che si presentano di giorno (agitazione, irritabilità, basso tono dell’umore, scarsa capacità di concentrazione, spasmi gastro-intestinali…) riuscendo ad interrompere il circolo vizioso che si instaura nel tempo e mantiene il disturbo fi no a renderlo cronico. Alcune piante medicinali abbinano all’azione sul sonno anche quella spasmolitica e rilassante, prestandosi molto bene a trattare varie combinazioni di disturbi (spasmi minori, distensione epigastrica, ni di disturbi (spasmi minori, distensione epigastrica, 20 disturbi digestivi, irritabilità ecc..) che spesso accompagnano chi ha difficoltà a dormire, in modo particolare possono essere indicate nel trattamento dei disturbi del sonno della prima infanzia. Per i bambini più piccoli ad esempio può essere utile associare una pianta a blanda azione sedativa come la Passiflora, indicata per il trattamento della tensione nervosa, irrequietezza e irritabilità, associate a difficoltà ad addormentarsi, alla Camomilla, utile per disturbi gastrointestinali quali spasmi minori, distensione epigastrica, flatulenza ed eruttazione, e/o alla Melissa indicata per l’irrequietezza, l’irritabilità ed i disturbi digestivi, i disturbi d’ansia e l’insonnia. Da rimarcare inoltre, che le piante medicinali sono caratterizzate da un ottimo profilo di sicurezza (condizione indispensabile per l’uso nei bambini) e nessuna di quelle comunemente usate, causa sonnolenza durante il giorno, quando utilizzate alle dosi raccomandate. Le piante medicinali esplicano al meglio il loro effetto quando assunte regolarmente e con costanza. Una delle loro caratteristiche più interessanti è che hanno una influenza sul sonno più dolce, delicata e ritardata nel tempo di quella dei farmaci. Il lento e graduale sviluppo dell’effetto può essere utile per promuovere e consolidare in chi dorme male il desiderio di partecipare attivamente a programmi per l’acquisizione di buone regole sull’igiene del sonno, training di rilassamento ecc. Questo è particolarmente dimostrato per la Valeriana, ma si applica a tutte le piante medicinali ad effetto sedativo ed ipnotico. Da sole o in combinazione le piante medicinali vanno assunte circa mezzora/un’ora prima di andare a dormire se si intende intervenire solo sui disturbi del sonno. Se invece si è in presenza di problemi diurni (irritabilità, basso tono dell’umore, scarsa concentrazione…), è possibile assumere una dose anche al mattino. Per valutare appieno i vantaggi dell’uso di una combinazione di piante, il trattamento dovrebbe essere continuato per almeno 15-20 giorni. 21 In caso di risultato positivo si può continuare anche per periodi consecutivi di qualche mese. Le più interessanti, per le loro azioni, per le prove di effi cacia sinora raccolte e per il profi lo di sicurezza sono la Passiflora (Passiflora incarnata), la Valeriana (Valeriana offi cinalis), la Melissa (Melissa offi cinalis), l’Escolzia (Eschscholzia californica) e la Camomilla (Chamomilla recutita). Queste piante vengono usate sia singola.

Che cosa rigenera il cervello? Al di là dei farmaci, degli integratori, c’è un atteggiamento mentale, qualcosa che possiamo fare con noi stessi, con la nostra interiorità? Qualcosa capace di farci produrre un’energia cerebrale pulita, capace di farci scoprire i nostri talenti, le nostre attitudini? C’è qualcosa che non facciamo, visto che siamo un’epoca di gente scontenta, insoddisfatta, in balia dei disagi dell’alcol, dell’obesità, della depressione, dell’ansia? Che ne sa un tuorlo fecondato che diventerà un’aquila reale? Che ne sa una cellula fecondata di come si costruisce un essere umano? La domanda è tutta qui: esiste un’energia incontaminata, perenne, che crea l’essere che siamo, cervello compreso? Possiamo affidarci a un’energia sconosciuta? E come si fa?

Sapete quando un paziente migliora in psicoterapia? Quando smette di farsi domande… Chiedersi perché stiamo male ci conduce verso una palude energetica, dove non entra in campo quella “coscienza limpida”, così cara agli alchimisti e che sarebbe capace di veri miracoli. Per questo Lao Tseu diceva che “bisogna somigliare al neonato” (tratto da Marcel Gra-net, Il pensiero cinese, Adelphi), il quale non sa nulla, non ha imparato nulla, eppure mantiene intatte le sue caratteristiche. Mangia quando ha fame, cerca la madre quando serve e, anche se “non sa nulla dell’unione sessuale, tuttavia la sua verga si erge”.

Lao Tseu allude a saperi innati che vengono da un’energia perenne, pura, la sorgente della vita umana e della coscienza cosmica. Così tutto il lavoro diventa dimenticare. liberarsi da tutte le concezioni, di tutta quella marea di nozioni che fanno di noi “degli animali domestici”. I Saggi sono tali perché, come ribadisce Granet, sanno “evitare gli effetti nocivi della domesticazione, che la vita in società impone. Gli animali domestici muoiono prematuramente. E così gli uomini, cui le convenzioni sociali vietano di obbedire spontaneamente al ritmo della vita universale. Queste convenzioni impongono un’attività continua, interessata, estenuante”.

Non pensare, ma giocare, danzare liberi come gli uccelli nel cielo; si tratta di imparare “l’arte semplice e gioiosa di non vivere che in vista della vita” . Vuoi ripulire il cervello? Dimenticati di te, ignora quelli che chiami “i problemi”, balla davanti allo specchio fino a perderti, a imitare la danza del tuo animale preferito. A Giuliana (40 anni) veniva da ridere (lei che era stata definita da tutti la “super musona”) quando davanti allo specchio danzava immaginandosi come un’orsa, davanti al fiume, con la bocca che cercava di afferrare i salmoni.

“Ero così goffa. Dopo qualche minuto di danza da orsa, il panico volava via.”.

Annulla i ricordi, alla ricerca dell’oblio, fatti pervadere dalla sensazione del Nulla, del Silenzio che scorre dentro di noi: queste sono le leggi dell’anima, cioè di quell’energia incontaminata da cui si forma incessantemente il nostro cervello. Niente esercizi mnemonici, nessun gioco razionale, nessuna ricerca. ma l’affidarsi al regno del Vuoto, del Nulla: solo questo è il sapore del Tao.

Un giornalista mi domanda: “Da dove arriva tutta questa depressione, che coinvolge 5 milioni di italiani?”. “Abbiamo perduto il regno della Notte” ho risposto. La Signora della Notte ci avvolge nel sonno per farci dimenticare chi siamo, per farci scoprire i segreti delle Immagini, che chiamiamo Sogni. La luce impedisce ai Sogni di essere visti: stare troppo nella luce ci toglie poteri, saperi. destini. Spegne funzioni magiche come quella del Rito, del Silenzio Interiore, dove riposa l’energia creativa del cervello. Il miglior esercizio è giocare con i bambini.

Dove non ci sono progetti, aspirazioni, dove tutto va dove deve andare, dove si deve far posto alla Signora della Notte che ha trasformato la nostra cellula fecondata in un uomo, in una donna. Dimenticati di te. e la Sorgente Inesauribile ti porta nel regno del Senza Tempo, dove vive il Sogno, il gioco dei bambini, che assomiglia tanto all’estasi dei Saggi. Estasi vuol dire entrare nel potere della creazione.

Il dato è eclatante: circa una persona su due percepisce la propria mente stanca ogni giorno: è quanto emerso dal sondaggio condotto sul nostro sito www.riza.it. Questa stanchezza giornaliera si fa sentire attraverso difficoltà di concentrazione e di memoria (49%), attraverso una sonnolenza perenne (37%) e possibili errori di scrittura o dell’eloquio (14%). Gli italiani sono un popolo di cervelli stanchi, dunque? Non sempre visto che una persona su quattro si dice mentalmente con le “pile scariche” solo dopo periodi lavorativi davvero intensi: per molti di loro, però, la sonnolenza (43%) è uno dei grandi segnali che annuncia una “materia grigia” non in piena forma: anche mal di testa e astenia (39%) diventano portavoce di questa condizione.

Quando lo stress mentale avanza, “una vacanza, anche solo di un giorno” appare la grande soluzione per più di una persona su tre; anche l’esercizio fisico diventa per il 17% una valida risposta al cervello “prosciugato”, come una serata libera (14%) o un pasto come si deve (4%), senza dimenticare che per il 28% una grande risorsa rimangono le persone con cui trascorrere il tempo libero, veri e propri “spazzini” delle tossine mentali.
Il weekend rappresenta la soluzione ottimale per ciascuno, perché fonde una durata ottimale ma non “eccessiva” come può essere un vero e proprio soggiorno fuori dalle normali faccende quotidiane.

LA TENDENZA: IGNORARE TUTTI I SINTOMI E RIMUGINARE

Quando i segnali del cervello stanco si fanno sentire con insistenza, il 42% fa finta di niente perché convinto che una buona dormita notturna possa regalare un nuovo equilibrio, al contrario del 30% che tenta di “staccare subito la spina” con un po’ di sport o assumendo integratori (28%).
Attenzione anche alle reazioni che innesca percepirsi in una dimensione mentale senza forze: ansia e rimuginii attanagliano metà esatta delle persone che non trovano una via di uscita in una pausa forzata (che invece piace al 38% degli intervistati) o spostando l’attenzione verso altro (12%).
Molto dipende dalla durata in cui sentiamo memoria, concentrazione e lucidità venire meno: per tre persone su quattro questi deficit si protraggono anche per settimane, per il 16% i “vuoti” interessano una sola giornata, per uno su dieci sono addirittura solo qualche episodio.

LE RISPOSTE: PIÙ SILENZIO E NESSUNA FONTE DI DISTURBO
Una realtà molto interessante rilevata dal sondaggio condotto su www.riza. it è il tipo di “rifugio” con cui vengono affrontate le défaillance cognitive. I cali di memoria e concentrazione, la sensazione di non riuscire più a ragionare, l’impossibilità di essere creativi… ciascuna di queste condizioni porta il 39% a interrompere qualsiasi attività legata a televisione, lettura, ascolto di musica; una reazione contraria al 27% che invece sfrutta questi mezzi come possibilità di rigenerazione totale. Anche l’esercizio fisico regolare e lo sport legato al divertimento rappresentano per il 34% una fonte di benessere che ricarica il cervello in modo naturale: tra le attività fisiche più utilizzate ci sono lo jogging (27%), il tennis (14%) e la palestra (41%), anche se passeggiare rimane la reazione immediata.

I farmaci per il sonno I farmaci indicati per il trattamento dell’insonnia sono i cosidetti “ipnotici”, appartengono alla categoria delle benzodiazepine e sostanze affini, e vanno scelti con cura in relazione alla loro diversa durata d’azione sul sonno: ce ne sono infatti di più adatte a chi fa fatica ad iniziare il sonno, a chi si sveglia più volte di notte ed a chi invece dorme bene ma si sveglia troppo presto al mattino. Spesso i medici appaiono particolarmente attenti nella prescrizione dei farmaci in grado di ridurre l’ansia e di indurre il sonno (benzodiazepine e simili). La ragione c’è ed è legata alla necessità di farne possibilmente un uso limitato nel tempo, cauto e magari anche “al bisogno”, evitando si assumere questi farmaci per molti giorni consecutivi, onde evitare effetti indesiderati (specie negli anziani) e pericolose condizioni di dipendenza o di abuso. Il trattamento che generalmente viene indicato dai medici varia tra i pochi giorni e le 2-3 settimane, raramente va oltre, a questo di solito si fa seguire un breve periodo di graduale riduzione delle dosi. È comunque buona regola evitare di assumere questi farmaci senza una precisa prescrizione del medico il quale di solito li consiglia quando l’ansia o l’insonnia sono di elevata intensità o causano problemi rilevanti al paziente. E ricordarsi che non bisogna mai modificare le dosi o i tempi di cura indicati!

La Melatonina Tra i rimedi per i disturbi del sonno è utile ricordare anche la Melatonina. Questa sostanza è un ormone che nell’organismo viene prodotta da una importante ghiandola del cervello, la ghiandola pineale. È stata definita il “Dracula degli ormoni” perché viene rilasciata solo quando non c’è luce, normalmente di notte, mentre il suo rilascio risulta inibito dalla luce. Nell’organismo oltre alla regolazione del ritmo sonno-veglia la Melatonina svolge numerose funzioni interagendo con diversi sistemi metabolici (ormoni tiroidei, prolattina, ormoni riproduttivi sia maschili che femminili, cortisolo). L’uso della Melatonina viene proposto inizialmente per alleviare gli effetti del Jet Lag cioè la difficoltà a prendere sonno tipica dei viaggiatori internazionali nei quali l’attraversamento di fusi orari di alcune ore causa uno squilibrio nella loro produzione di melatonina. In pratica gli integratori di melatonina sono particolarmente efficaci quando si manifesta un’alterazione nel ritmo della sua produzione o quando l’organismo non ne produce sufficienti quantitativi. Infatti la melatonina viene anche indicata per contribuire a ridurre il tempo richiesto per prendere sonno, in modo particolare per le persone anziane, questo perché dopo i 55 anni si assiste ad un importante calo fisiologico nella produzione di questo ormone. Non ci sono evidenze invece a riguardo dell’azione della melatonina nei confronti dei sintomi diurni collegati all’insonnia come il basso tono dell’umore, irritazione e agitazione, scarsa capacità di concentrazione ecc.

Le piante per i disturbi del sonno

Natura Utilizzate da migliaia di anni per il trattamento dei disturbi del sonno di adulti e bambini, le piante medicinali (come indicato da dati ricavati dall’uso tradizionale e dalla letteratura scientifica) sono caratterizzate da una buona efficacia, tollerabilità e sicurezza d’uso. Può essere utile quindi, a completamento dei consigli per l’adozione di stili di vita che favoriscano una migliore “igiene” del sonno, aggiungere anche quelli su un integratore a base di piante medicinali che faciliti il ristabilirsi di un ritmo di sonno fisiologico. Alcune piante medicinali abbinano all’azione blandamente sedativa anche quella spasmolitica e miorilassante, prestandosi molto bene a trattare varie combinazioni di disturbi (spasmi minori, distensione epigastrica, disturbi digestivi, irritabilità ecc..) che spesso accompagnano chi ha difficoltà a dormire. Molto utile rimarcare inoltre, che le piante medicinali sono caratterizzate da un ottimo profilo di sicurezza e nessuna di quelle comunemente usate, causa sonnolenza durante il giorno, quando utilizzate nelle dosi raccomandate. Di seguito brevi annotazioni sulle principali piante medicinali utili per il trattamento dei disturbi del sonno. PASSIFLORA (Passiflora incarnata) Consigliata per bambini e adulti per favorire il riposo notturno ed il rilassamento. Questo perché, come confermano alcuni studi clinici, anche in seguito a trattamento prolungato l’azione della Passiflora appare efficace e priva di effetti collaterali. La Passiflora favorisce inoltre un’attività rilassante della muscolatura liscia del tratto gastro-intestinale e genito-urinario. Molto utilizzata anche in associazione con altre piante come Valeriana e Melissa.

VALERIANA (Valeriana officinalis) Sia la droga, che i suoi estratti vengono utilizzati ampiamente per favorire il sonno. La Valeriana è in grado di ridurre significativamente il tempo necessario all’addormentamento, inducendo un sonno fisiologico. Alle dosi raccomandate non presenta effetti collaterali, l’uso della Valeriana è controindicato nei bambini di età inferiore a 3 anni.

ESCOLZIA (Eschscholtzia californica) L’Escolzia viene utilizzata da sola o in associazione con altre piante ad azione distensiva (Passiflora, Valeriana e Melissa) per diminuire il tempo di addormentamento e migliorare la qualità del sonno, oltre che per la sua azione distensiva anche a livello gastro-intestinale.

MELISSA (Melissa officinalis) I preparati a base di Melissa hanno un’azione rilassante e distensiva. È inoltre utile per favorire il benessere gastro-intestinale, soprattutto nei soggetti particolarmente ansiosi. L’uso dei preparati a base di Melissa è da ritenere sicuro. Alle dosi raccomandate non sono noti effetti collaterali.

CAMOMILLA (Chamomilla recutita) La Camomilla è indicata in modo particolare per favorire il sonno nei bambini, risultando utile nei casi di difficoltà a dormire causati da piccoli problemi digestivi. All’azione calmante associa infatti una decisa azione protettiva delle mucose e carminativa. La Camomilla è inoltre utilizzata per uso interno per il trattamento di disturbi gastrointestinali e nella cattiva digestione.

GRIFFONIA (Griffonia simplicifolia) La tradizione popolare africana ha tramandato l’uso dei semi, ma anche di altre parti della Griffonia, per diversi disturbi. I semi di Griffonia vengono utilizzati ad esempio come afrodisiaco, per il mal di stomaco e per regolarizzare il transito intestinale. Con riferimento alla più recente letteratura scientifica invece i campi di utilizzo principali di questa pianta medicinale dipendono dalla modalità d’azione del principio attivo 5-HTP (5-idrossitriptofano). Questo è un precursore della serotonina, importante neurotrasmetittore coinvolto sia nella modulazione del tono dell’umore che nel controllo del senso di fame. Inoltre il 5-HTP è anche il precursore della melatonina. Quindi i semi della Griffonia risultano particolarmente utili per favorire la regolazione del tono dell’umore, migliorare gli stati di agitazione, la difficoltà a dormire ed il controllo del senso di fame.

LUPPOLO (Humulus lupulus) Il Luppolo viene raccomandato in caso di stati di tensione, irrequietezza e disturbi del sonno per le sue qualità sedative e calmanti. Molto utilizzato a questo scopo anche in associazione con altre piante come Valeriana e Melissa. Al Luppolo inoltre viene attribuita un’azione stomachica e aperitiva, grazie alla presenza di principi amari, che ne consigliano l’uso nei casi di digestione difficile. Considerato sicuro, non sono noti effetti collaterali di rilievo quando lo si utilizzi alle dosi raccomandate.

BIANCOSPINO (Crataegus monogyna, C. oxyacantha) Gli studi più moderni descrivono il Biancospino come una pianta principalmente indicata per i disturbi dell’apparato cardiovascolare, tuttavia l’uso tradizionale del Biancospino come pianta rilassante rimane uno dei più noti. Di interesse anche l’attività blandamente ipotensiva del Biancospino. Tra le piante rilassanti è certamente quella più indicata nei casi dove fenomeni quali palpitazioni o leggero aumento della pressione arteriosa sono causati da un periodo particolarmente stressante e per questo motivo da alcuni viene definita “Valeriana del cuore”.

I farmaci per l’insonnia

Cosa sono e come funzionano i farmaci per l’insonnia? I farmaci che riescono a facilitare l’inizio e la continuazione del sonno si definiscono ipnotici. In commercio ce ne sono di due tipi: le benzodiazepine e gli analoghi. Alcuni di loro hanno un effetto più prolungato (fino a 24 ore ed anche di più) per cui sono più adatti ai soggetti affetti da stati di ansia o agli insonni che lamentano di svegliarsi troppo presto al mattino, altri durano meno di 6 ore e grazie a questo effetto breve sono più adatti a favorire un veloce inizio del sonno. Sono farmaci che possono (e devono) essere acquistati solo con ricetta del medico, obbligo che vale per la grande maggioranza dei farmaci e che serve proprio a proteggere le persone impedendo che possano essere assunti senza l’attenta valutazione dei pro e dei contro che solo il medico curante è in grado di fare. Come si prendono? I tranquillanti si prendono durante il giorno, mentre i prodotti per l’insonnia si prendono poco prima di andare a letto. Poiché l’intensità dell’effetto può essere diverso da soggetto a soggetto, in genere il medico consiglia di iniziare con dosi ridotte che vengono aumentate solo se poco efficaci. Il trattamento dovrebbe essere il più breve possibile, generalmente tra i pochi giorni e le 2-3 settimane, raramente oltre, a cui di solito si fa seguire un breve periodo di graduale riduzione delle dosi. È comunque buona regola evitare di assumere questi farmaci senza una precisa prescrizione del medico il quale di solito li consiglia quando l’ansia o l’insonnia sono di elevata intensità o causano problemi rilevanti al paziente. Da ricordare che non bisogna mai modificare le dosi o i tempi di cura indicati! Ci sono precauzioni particolari da ricordare? È sempre importante seguire attentamente la pososologia indicata dal proprio medico curante, rispettando dosaggi e tempi di assunzione. Quando si usano questi farmaci ripetutamente per alcune settimane, può verificarsi una sorta di assuefazione, che comporta una certa perdita di efficacia delle benzodiazepine. Se poi l’uso è ancora più prolungato, si va incontro ad una vera e propria dipendenza per cui, se si sospendono di colpo, possono comparire fenomeni molto fastidiosi (cosiddetti sintomi da astinenza) quali mal di testa, dolori muscolari, stato di grande irrequietezza, irritabilità, confusione mentale e, naturalmente, peggioramento del sonno. Possono insorgere effetti indesiderati? I farmaci ipnotici possono causare effetti indesiderati di varia natura e di diversa intensità: sensazione di testa vuota, stanchezza, allungamento dei tempi di reazione, riduzione del coordinamento motorio e compromissione delle capacità intellettive. Ne deriva, tra l’altro, una condizione di minore sicurezza per l’incolumità personale, per lo svolgimento delle normali attività lavorative e domestiche e, ancor peggio, di elevato rischio per la guida dell’automobile o l’uso di macchinari delicati o pericolosi. In alcuni soggetti possono comparire, ma più raramente, mal di testa, capogiro, visione offuscata, nausea e mal di stomaco. Tutti gli effetti collaterali sono più frequenti e più rilevanti nelle persone anziane in cui, tra l’altro, possono comparire effetti paradossi per cui, invece di un effetto tranquillante, possono verificare comportamenti bizzarri o aggressivi o disinibiti o stati di ansia, irrequietezza, irritabilità e talvolta allucinazioni. Ci sono farmaci da evitare? Questi tipi di farmaci non devono mai essere assunti contemporaneamente ad altri farmaci in grado di accentuare l’azione sedativa (altri ipnotici e tranquillanti, i neurolettici, gli antidepressivi, gli antiepilettici), ad alcuni tipi di farmaci antiallergici e ad alcuni antidolorifici di elevata potenza. Ci sono problemi con cibi e bevande? La cosa più importante da ricordare quando si assumono questi farmaci è che l’alcool ne accentua molto l’effetto tranquillante: chi sta assumendo farmaci ad azione sedativa o per l’insonnia deve quindi fare estrema attenzione a non assumere bevande alcoliche, anche per evitare, tra l’altro, pericolose situazioni di rischio per la guida dell’auto o l’uso di macchinari delicati o pericolosi. Si possono assumere in gravidanza ed in allattamento? Tutti gli ipnotici sono in grado di passare nel sangue del feto per cui non sono da assumere in gravidanza (tranne casi molto particolari ed in momenti ben precisi, a giudizio del medico) per evitare conseguenze al neonato che possono essere anche particolarmente gravi. Le donne in età fertile, qualora si presentasse la necessità di assumere questi farmaci, devono avvertire il medico dell’eventuale possibilità di essere incinte o di aver programmato una gravidanza. Gli ipnotici passano nel latte materno, per cui non vanno assunti dalle mamme che allatano al seno.

Il cervello umano è costituito da cellule nervose che sono connesse fra loro in forma di reti. Queste reti sono in costante stato di attivazione elettrica e chimica. Tutti sappiamo che il cervello può vedere e percepire. Ma non è altrettanto noto che può anche avvertire dolore, e che le sue reazioni chimiche lo aiutano nel controllarne gli spiacevoli effetti. Inoltre possiede numerose aree dedicate a coordinare i nostri movimenti al fine di espletare azioni complesse in maniera indipendente o comunque “parallela” alla nostra volontà. Questa complessità è garantita dalla diversa specializzazione dei neuroni. Ad esempio i neuroni sensitivi sono specializzati nel rilevare gli stimoli esterni e nel rispondere ad essi, regolando di fatto i nostri cinque sensi. I motoneuroni invece sono responsabili di tutte le forme di comportamento, compreso per esempio il linguaggio o il controllo muscolare. Il gruppo più numeroso di cellule, infine, è costituito dagli interneuroni, che mediano i riflessi ma sono implicati anche nelle funzioni cerebrali superiori. Tutte le nostre capacità di apprendimento, di interazione con il mondo che ci circonda e di controllo del nostro corpo sono garantite dalla continua collaborazione fra queste diverse reti nervose, che possono incrinarsi quando sono stressate.

UN SOVRACCARICO CONTINUO
Ma cosa significa che un cervello è stressato? Lo stress è semplicemente la capacità di reazione del cervello agli stimoli, diventa negativo quando la struttura cerebrale non riesce più a elaborare strategie corrette per relazionarsi con il mondo. È in questo caso che le aree cerebrali coinvolte danno input per una sovraproduzione dell’ormone cortisolo, che serve a mantenerci in uno stato di “allerta” (aumentando pressione, dilatazione dei bronchi, percezione visiva e prontezza mentale). Il punto è che tale stato di allerta non può durare a lungo, e deve essere seguito da una fase di “recupero” delle energie, altrimenti l’organismo entra in modalità “esaurimento”.

Diabete, nelle donne è molto più pericoloso che negli uomini: ecco perchè

in Attualità/Salute by

Martedì 14 novembre 2017, in occasione della Giornata Mondiale del Diabete, l’Ospedale di Cremona organizza nell’atrio principale punti informazione e consulenza, dalle ore 9 alle 13. Gli operatori del Centro Diabetologico (Medici Diabetologi, Infermieri e Dietista), in collaborazione con l’Associazione Diabetici Cremonesi, saranno a disposizione per consulenze informative gratuite in merito alla prevenzione e cura della malattia diabetica. Entra e Leggi

Acqua minerale contaminata: Otto lotti ritirati

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Il Ministero della salute ha pubblicato il richiamo di otto lotti di acqua minerale prodotta da Fonte Cutolo Rionero in Vulture (Potenza) per la possibile presenza di Pseudomonas aeruginosa.

Ad essere interessati dal richiamo sono esclusivamente i lotti numero LR7248C con scadenza 05-09-2018; LR7249C con scadenza 06-09-2018; LR7250C con scadenza 07-09-2018; LR7251C con scadenza 08-09-2018; LR7252C con scadenza 09-09-2018; LR7253C con scadenza 10-09-2018; LR7254C con scadenza 11-09-2018; LR7255C con scadenza 12-09-2018.

I lotti interessati dal richiamo sono stati distribuiti solo nel sud Italia, nelle regioni Campania, Puglia, Basilicata e Calabria.

“La decisione è stata presa a seguito dei campionamenti svolti dall’ASP Basilicata e dall’ARPAB, presso un serbatoio dello stabilimento di Atella (Potenza) – dichiara l’azienda a Il Fatto Alimentare – Come misura precauzionale a tutela della sicurezza dei propri consumatori la Società ha deciso di ritirare il prodotto finito confezionato dalla data di campionamento che ha evidenziato l’anomalia, fino alla data di comunicazione della non conformità”.

I consumatori sono invitati a riconsegnare il prodotto presso il negozio d’acquisto.

L’azienda produttrice ha precisato che  i lotti oggetto di ritiro sono stati distribuiti solo in Italia ed è “assolutamente estranea al richiamo di bottiglie di acqua minerale naturale proveniente dal territorio nazionale e distribuita presso altri Stati europei (Belgio)”.

INFEZIONI DA PSEUDOMONAS
Lo Pseudomonas aeruginosa, bacillo mobile gram -, è un patogeno opportunista che frequentemente provoca infezioni nosocomiali.

Gli Pseudomonas sono ubiquitari e preferiscono gli ambienti umidi. Nell’uomo la specie più comune è lo P. aeruginosa. Altre specie che talora possono provocare infezioni umane sono le seguenti: P. paucimobilis, P. putida, P. fluorescens e P. acidovorans. Lo P. aeruginosa si può ritrovare occasionalmente nelle regioni ascellare e anogenitale di una cute normale ma solo di rado nelle feci, a meno che non sia stata somministrata una terapia antibiotica. Il microrganismo è spesso un contaminante di lesioni popolate da microrganismi più virulenti, ma talvolta provoca infezione in tessuti esposti all’ambiente esterno. Le infezioni da Pseudomonas di solito si verificano negli ospedali, dove i microrganismi si ritrovano di frequente nei lavandini, nelle soluzioni antisettiche e nei recipienti per urine. Si può verificare la trasmissione ai pazienti da parte del personale sanitario sano, soprattutto nel caso degli ustionati e nei reparti di terapia intensiva neonatale. Altre specie,
precedentemente classificate come Pseudomonas, sono importanti patogeni nosocomiali, quali la Burkholderia cepacia e lo Stenotrophomonas maltophilia.
La maggior parte delle infezioni provocate dallo P. aeruginosa si verifica in pazienti ospedalizzati debilitati o immunocompromessi. Lo P. aeruginosa è la seconda causa più frequente di infezioni nei reparti di terapia intensiva e una frequente causa di polmoniti associate ai ventilatori. Oltre ad acquisire infezioni in ambito ospedaliero, i pazienti con infezione da HIV sono a rischio di acquisire in comunità infezioni da P. aeruginosa e spesso, quando contraggono l’infezione, presentano segni di infezione da HIV avanzata.
Le infezioni da Pseudomonas possono presentarsi in molte sedi anatomiche come cute, tessuti sottocutanei, ossa, orecchie, occhi, tratto urinario e valvole cardiache. La sede varia a seconda della porta d’ingresso e della vulnerabilità del paziente. Negli ustionati la regione al di sotto dell’escara si può infiltrare in modo abbondante con i microrganismi e servire da focolaio per una successiva batteriemia, rappresentando una complicanza delle ustioni spesso letale. Una batteriemia senza un focolaio urinario evidenziabile, soprattutto se dovuta a specie di Pseudomonas diverse dallo P. aeruginosa, deve far pensare alla possibilità di un’avvenuta contaminazione EV dei liquidi, dei farmaci o degli antisettici usati per l’applicazione di cateteri EV. Nei pazienti con infezione da HIV, lo Pseudomonas determina più frequentemente polmonite o sinusite.

Sintomi e segni
Il quadro clinico dipende dalla sede interessata. Nei pazienti ricoverati in ospedale si può verificare un’infezione polmonare associata a intubazione endotracheale, tracheotomia o
trattamento RPPI quando lo Pseudomonas si sia unito ad altri bacilli gram – a colonizzare l’orofaringe. La bronchite da Pseudomonas è frequente nel decorso tardivo della fibrosi cistica; i germi isolati presentano una caratteristica morfologia mucoide delle colonie.
L’isolamento dello Pseudomonas nel sangue è frequente nelle ustioni e nei pazienti con tumori maligni. La presentazione clinica è quella di una sepsi da gram -, talvolta con l’aggiunta di ecthyma gangrenosum, caratterizzato da aree nero-violacee, di circa 1 cm di diametro, con centro ulcerato ed eritema circostante che generalmente si rinviene nelle zone ascellari o anogenitali.
Lo Pseudomonas è causa frequente di IVU, specialmente in pazienti sottoposti a manipolazioni urologiche, affetti da uropatie ostruttive o che abbiano ricevuto antibiotici ad ampio spettro. La forma più frequente di infezione auricolare dovuta allo Pseudomonas è l’otite esterna con secrezione purulenta che si riscontra spesso nei climi tropicali. Una forma più grave, chiamata otite esterna maligna, può svilupparsi nei diabetici; si manifesta con un dolore acuto all’orecchio, spesso con paralisi unilaterale del nervo cranico e richiede una terapia parenterale. Un interessamento dell’occhio da parte dello Pseudomonas spesso si presenta come un’ulcerazione corneale conseguente a traumi, ma in alcuni casi la contaminazione si ha anche a partire da lenti a contatto o dai liquidi utilizzati per il loro uso.Il microrganismo può essere rinvenuto in fistole secernenti, specie dopo traumi o ferite da punta profonde ai piedi. Il liquido di drenaggio spesso ha un dolce odore di frutta. Molte di queste ferite da punta esitano in cellulite e osteomielite da P. aeruginosa e possono richiedere, in aggiunta agli antibiotici, una tempestiva toletta chirurgica. Di rado lo Pseudomonas provoca endocardite: ciò avviene su protesi valvolari oppure nei pazienti che abbiano subito un intervento chirurgico a cuore aperto o anche sulle valvole naturali in chi fa uso di droghe EV. L’endocardite destra può essere curata con terapia medica, ma se l’infezione interessa la mitrale, le valvole aortiche o valvole protesiche, si dovrà spesso procedere all’asportazione della valvola infetta.

Terapia
Quando l’infezione è localizzata ed esterna, è efficace un trattamento con irrigazioni di acido acetico all’1% o con agenti topici, come polimixina B o colistina. Il tessuto necrotico deve essere eliminato e gli ascessi drenati. Quando invece è necessaria terapia parenterale la tobramicina o la gentamicina sono in grado di curare la maggior parte delle specie di Pseudomonas.. Il dosaggio va anche ridotto in caso di insufficienza renale. Nella terapia di infezioni da Pseudomonas che presentino resistenza enzimatica alla tobramicina e alla gentamicina si dovrà usare l’amikacina. Molti esperti raccomandano di trattare le infezioni gravi da Pseudomonas con un aminoglicoside associato a un antibiotico b-lattamico. Diverse penicilline, tra cui ticarcillina, piperacillina, mezlocillina e azlocillina, sono efficaci nei confronti dello Pseudomonas. Altri farmaci dotati di un’eccellente attività sono il ceftazidime, il cefepime, l’aztreonam, l’imipenem, il meropenem e la ciprofloxacina.
Nelle infezioni sistemiche, o nei pazienti granulocitopenici, a una delle penicilline efficaci si dovrà associare un aminoglicoside attivo contro lo Pseudomonas. Nei pazienti neutropenici, con funzionalità renale al limite, sono ugualmente adeguate combinazioni terapeutiche senza aminoglicosidi, quali doppio b-lattamico o un b- lattamico insieme a un fluorochinolonico. Le IVU possono essere trattate con indanil-carbenecillina PO o con ciprofloxacina o altri fluorochinolonici. Tuttavia, i fluorochinolonici non devono essere somministrati ai bambini per via dei potenziali effetti sulla cartilagine. Quando vengono utilizzati due farmaci antipseudomonas, durante il trattamento è più rara la comparsa di ceppi resistenti.

Pseudomonas aeruginosa è un batterò Gram- negativo, aerobio, filiforme, appartenente alla famiglia delle Pseudomonacee. La famiglia include anche le Xanthomonas che assieme alle Pseudomonas formano il gruppo di batteri conosciuti con lo stesso nome di Pseudomonas. Questi batteri risiedono comunemente in acqua e terreno e si trovano regolarmente sia sulla superficie delle piante che sugli animali. Le Pseudomonas sono meglio conosciute ai microbiologi come patogeni delle piante piuttosto che degli animali, tuttavia tre specie di Pseudomonas sono patogene anche per gli uomini.

La P. aeruginosa è l’archetipo del patogeno opportunistico per l’essere umano. Il batterio non è quasi mai in grado di infettare un tessuto sano, tuttavia non esiste pressoché alcun tessuto che non sia in grado di infettare se le sue difese siano state, in qualche modo, compromesse. P. aeruginosa provoca infezioni del tratto urinario, infezioni dell’apparato respiratorio, dermatiti, infezioni ai tessuti molli, batteriemia (contaminazione batterica del flusso sanguigno) ed una lunga serie di infezioni sistemiche (che interessano tutto il corpo) particolarmente nei pazienti con gravi ustioni ed in quelli affetti da immuno-soppressione causata da AIDS o da cancro.
La P. mallei provoca nei cavalli la malattia conosciuta come cimurro (un’infezione polmonare) e l’infezione può essere trasmessa agli esseri umani. La P. pseudomallei è il patogeno della melioidosi, un’infezione tropicale spesso fatale che attacca uomini ed altri mammiferi. È anche un patogeno opportunistico che si contrae con la contaminazione delle ferite con fango o terreno.
In natura, il batterio della P. può essere trovato sia racchiuso in biofilm, fissato a superfici o substrati, sia come singola cellula particolarmente attiva, mobile e veloce come nessun’altra in acqua.
Pseudomonas aeruginosa possiede un’alta versatilità metabolica (caratteristica per la quale le Pseudomonas sono famose). Si può riprodurre in più di trenta composti organici senza specifiche esigenze. Spesso è stato osservato uno sviluppo di Pseudomonas anche in acqua distillata, ciò evidenzia la minima necessità di elementi nutrizionali. La temperatura ideale di crescita è di 37° C ma si può sviluppare fino a 42° C. La sua tolleranza rispetto ad un vasto spettro di condizioni fisiche, compresa la temperatura, contribuiscono al suo successo come patogeno opportunistico.
La P. aeruginosa è nota per la sua resistenza agli antibiotici data all’effetto barriera determinato dalla sua membrana esterna, ed è per questo un patogeno particolarmente pericoloso. Il batterio tende inoltre a colonizzare le superfici con un biofilm rendendo in tal modo le cellule resistenti alle dosi terapeutiche degli antibiotici. Vivendo in natura nel terreno ha inoltre sviluppato una resistenza a vari antibiotici di origine naturale (es. quelli prodotti dalle muffe). Solo pochi antibiotici sono efficaci contro la Pseudomonas aeruginosa, compreso il fluoroquinolo, il gentamicin e l’imipenem, e talvolta nemmeno questi antibiotici sono efficaci con tutti i ceppi. Talora la P. aeruginosa è presente come parte della normale flora batterica umana, sebbene la colonizzazione di individui sani al di fuori dell’ambiente ospedaliero sia relativamente bassa. Nonostante la colonizzazione preceda solitamente l’infezione da P. aeruginosa, l’esatta origine e le modalità di trasmissione del patogeno spesso non sono chiare a causa della sua ubiquitaria presenza nell’ambiente. P. aeruginosa è innanzitutto un patogeno nosocomiale (intendendo con ciò un’infezione contratta nell’ambiente ospedaliero). Secondo i CDC di Atlanta (i Centri per il Controllo e la Prevenzione dalle Infezioni degli Stati Uniti) l’incidenza generale delle infezioni da P. aeruginosa negli ospedali statunitensi è intorno allo 0,4% (4 ogni 1000 dimessi); si tratta del quarto batterio maggiormente isolato tra i patogeni nosocomiali, nonché causa di circa il 10 % di tutte le infezioni contratte in ospedale. P. aeruginosa produce due tossine proteiche extracellulari, Exoenyme S e Exotoxin A. in conclusione, data la sua vasta presenza ambientale e l’alta resistenza agli antibiotici, un’efficace disinfezione di superfici e strumenti è pratica essenziale per assicurare il contenimento dell’incidenza delle infezioni nosocomiali.

ACQUE MINERALI: CONSUMI E COMMERCI

L’acqua minerale è un tipo di acqua sorgiva, solitamente commercializzato in bottiglia.
Secondo il D.L. 25/01/92 n. 105 le acque minerali sono: “acque che, avendo origine da una falda e da un giacimento sotterraneo provengono da una sorgente o più sorgenti naturali o perforate e che hanno caratteristiche
igieniche particolari e proprietà favorevoli alla salute (…..) Si distinguono
dalle ordinarie acque potabili per la loro purezza originaria e la loro conservazione, per il tenore in minerali, oligoelementi e/o altri costituenti e i
loro effetti (…..). Sono vietati i trattamenti di potabilizzazione, l’aggiunta di
sostanze battericide o batteriostatiche e qualunque trattamento suscettibile di modificare il microbismo dell’acqua minerale naturale”.
Le “acque invece destinate al consumo umano” secondo il D.Lgs. 31/2001 sono “le acque trattate o non trattate, destinate ad uso potabile, per la preparazione di cibi e bevande o usi domestici, a prescindere dalla loro origine, siano esse fornite tramite una rete di distribuzione, mediante cisterne, in bottiglie o in contenitori..
Acqua minerale: la storia
Il “De aere, aquae et locis” di Ippocrate fu, probabilmente, il più antico libro sull’argomento, dove si discute delle particolari proprietà delle varie acque.
Galeno invece parla delle virtù delle acque minerali nel “De sanitate”. Celso raccomanda il bagno caldo nelle affezioni del colon, nelle febbri, nelle coliche di fegato. Plinio il Vecchio classificò le acque minerali in diverse categorie attribuendo a ciascuna di esse un diverso potere medicamentoso.
Nel Medioevo si osserva un iniziale abbandono legato essenzialmente a motivi religiosi: il Cristianesimo vedeva in genere come sconvenienti le pratiche igieniche, avversate pure da alcuni Padri della Chiesa; vi fu però successivamente una riscoperta delle proprietà curative delle acque termali che proseguì per tutto il Rinascimento.
Illustre paziente delle terme di Fiuggi fu Michelangelo, affetto (e guarito) dal “mal della pietra”.
E’ conseguente a questi precedenti storici la particolare cultura e la particolare sensibilità’ esistente in Italia sulle problematiche delle acque minerali, problematiche che in altre nazioni non sono avvertite o non lo sono state abbastanza da giustificare ricerche, studi o legislazioni particolari nel settore.
L’idrologia medica si basa essenzialmente su basi empiriche, ma si tratta di un empirismo che pone le sue basi in millenni di osservazione. L’azione biologica delle varie acque su alcune funzioni organiche è certamente indiscutibile. Negli ultimi due secoli sono aumentati, pur rimanendo circoscritti essenzialmente all’Italia, gli studi tendenti a fornire una base scientifica alle osservazioni cliniche empiriche. Dal 1800 inoltre vengono monitorate sistematicamente le composizioni chimico-fisiche delle fonti più importanti.
Classificazione
• Parametri chimici
Le acque possono essere classificate in base a:
Contenuto salino:
• minimamente mineralizzate: il residuo fisso a 180°C è inferiore a 50 mg/l.
• oligominerali (o leggermente mineralizzate): il residuo fisso è compreso tra 50 e 500 mg/l.
• minerali (ricche di sali minerali): il residuo fisso è superiore a 1500 mg/l.

L’alto contenuto di sali in queste ultime acque (minerali propriamente dette) fa sì che siano indicate di solito per particolari trattamenti specifici da farsi solitamente dietro controllo medico.
Temperatura
• Fredde (Temperatura inferiore ai 20°);
• Ipotermali (Temperatura compresa tra 20°-30°);
• Omeotermali (30°-40°); Ipertermali (superiori a 40°).

Pressione osmotica
o in base alla concentrazione salina valutata sulla presenza dell’anione preponderante:
• Bicarbonate se prevale il bicarbonato.
• Clorurate se prevale il cloruro.
• Solfate se prevale il solfato
• Sulfuree se prevale il sulfidrile
Può essere valutato anche il catione più rappresentato di tipo alcalino o alcalino terroso per cui possono esserci acque aniono-alcaline e alcalino- terrose ecc…
• Parametri microbiologici
I controlli microbiologici eseguiti dagli organi sanitari competenti su campioni prelevati presso le captazioni, le linee di imbottigliamento, ai depositi (sia dello stabilimento che della distribuzione) ed ai punti di vendita prevedono la determinazione dei parametri indicati negli articoli 9 e 10 del D.M. 542/92 e nella circolare del Ministero della Sanità n. 17 del 13.09.91 . In quest’ultima, come nel D.M. 13.01.1993, sono riportati in dettaglio le modalità di prelievo e le metodiche da impiegare nella determinazione dei parametri.
Le Aziende produttrici nell’ambito delle procedure di autocontrollo igienico della produzione ricercano solitamente tutti i parametri nei campioni prelevati alla captazione, mentre all’uscita della catena d’imbottigliamento e su almeno due punti dell’impianto sono testati con maggiore frequenza: carica batterica totale, Staphylococcus aureus, Pseudomonas aeruginosa e Coliformi.
All’acqua minerale si richiede, dunque, l’assenza dei Coliformi, Streptococchi fecali, Spore di Clostridi solfito-riduttori, Pseudomonas aeruginosa e Staphylococcus aureus mentre per la carica microbica, costituita da batteri innocui, autoctoni, saprofiti, caratterizzanti (Alcaligenes, Flavobacterium, Xanthomonas, Chromobacterium, ecc.) sono riportati valori indicativi di riferimento, ma non limiti di concentrazione distinti alla captazione, dopo l’imbottigliamento e durante la fase di commercializzazione. Anche se una carica batterica elevata non causa problemi diretti alla salute, può tuttavia, per la produzione di sostanze indesiderate (metaboliti), conferire all’acqua odori e sapori sgradevoli. E’ dunque importante avere una carica iniziale molto bassa e monitorarla nel tempo, mediante indagini analitiche continue, atte a registrare gli eventuali cambiamenti verificatisi.
Effetti sulla salute umana
• Effetti benefici
Le acque clorosodiche o salse: risulterebbe un’azione prevalente sulle vie biliari e sul fegato, con effetto idrocoleretico lento e protratto di tipo fisiologico. Aumenterebbe anche l’escrezione di colesterolo e di acidi biliari. E’ stata riscontrata un’attivazione di alcuni sistemi enzimatici con un miglioramento della funzionalità dell’epatocita.
Le acque bicarbonate avrebbero prevalentemente un’azione a carico del fegato e delle vie biliari e sembrano attivare la funzione epatica con mutamento dell’assetto enzimatico cellulare. Agiscono sulla coleresi con un aumento della secrezione biliare, di colesterolo e acidi biliari.
Le acque salso-bromo-iodiche avrebbero azione coleretica sulle vie biliari e riducono l’assorbimento intestinale di colesterolo.
Le acque salso-solfato-alcaline (Montecatini) avrebbero un’azione colagoga, coleretica e colecistocinetica, ed eserciterebbero un’azione equilibratrice sulle funzioni secretorie, colitiche e peptiche. Sono controindicate negli ipertesi per l’elevato contenuto di sodio; sono indicate nel diabete associato a turbe del metabolismo lipidico.
Le acque bicarbonato-solfato-alcaline e alcalino-terrose (Chianciano, Ischia, San Pellegrino ecc.) agirebbero sulla motilità e sulla secrezione dello stomaco e dell’intestino, possiedono una spiccata azione coleretica, colagoga e colecistocinetica con effetti lassativi, anticolecistici e antispastici. Favoriscono l’azione epatica e biliare.
Le acque sulfuree (Salsomaggiore, Telese, Castellamare di Stabia, Sirmione) esplicherebbero la loro azione in rapporto alla quantità di zolfo e sembra che svolgano effetti normalizzatori sulla glicemia e sul ricambio glicidico, con meccanismo sconosciuto. Si è ipotizzato un aumento del glutatione ridotto e quindi una difesa delle cellule contro lo stress ossidativo.

Le acque oligominerali (Fiuggi) sarebbero rapidamente assorbite dal tubo digerente e rapidamente eliminate attraverso i reni provocando un aumento della diuresi. Aumentano l’eliminazione quindi delle scorie azotate (azoto e acido urico) e esplicano un’azione di lavaggio e di decongestione delle vie urinarie. Gli effetti durano a lungo anche dopo la sospensione della terapia. Una delle principali indicazioni è la calcolosi urinaria nonché diatesi urica e ossalica. Sono controindicate nelle glomerulonefriti croniche e nella glomerulonefrosi, nella insufficienza renale grave, nella cirrosi epatica scitica e nell’insufficienza cardiaca.
• Effetti negativi
A queste indicazioni “ufficiali” si aggiungono, purtroppo, tutta una serie di “pseudoindicazioni” caldeggiate dai mass-media e dalle Societa’ commerciali ma prive di ogni validità, neppure presunta: è ovvio ad esempio che tali acque non aiutano affatto a dimagrire…
L’acqua più adatta per la maggioranza dei soggetti è quella ricca di calcio e di sali, con qualche avvertenza:
Il ferro dovrebbe essere inferiore a 1 mg/l., tranne casi particolari.
I solfati dovrebbero restare sotto i 50 mg./l, a meno che si voglia un particolare effetto terapeutico.
II fluoro non deve superare 1,7 mg/l. Il magnesio manifesta effetti lassativi sopra i 50 mg.
Il sodio dovrebbe attestarsi intorno ai 20 mg./l
Nitrati, nitriti, ammoniaca, piombo, cadmio: indicano la presenza di sostanze inquinanti nell’ acqua. Sono tollerati entro certi valori, ma sarebbe meglio che non fossero presenti.
Gli effetti negativi sono riconducibili anche al tipo di materiale impiegato per l’imbottigliamento. Infatti fino agli anni ottanta veniva utilizzato il Mvc (monovinilcloruro), gas incolore fondamentale per la produzione di Pvc (polivinilcloruro), sostanza plastica di cui sono fatti moltissimi prodotti comuni della nostra vita quotidiana. Secondo alcuni studi epidemiologici risulta essere cancerogeno. Nel libro “La fabbrica dei veleni”, si narra co me il Cloruro di Vinile abbia avuto notevoli ripercussioni sulla salute umana (molti operai malati e morti di angiosarcoma epatico). La IARC classifica la sostanza come sicuramente cancerogena.
Negli anni „69 e „70, in Italia e proprio all’interno delle aziende, il professor Viola della Solvay Italia, nell’industria di Rosignano Marittimo a Livorno, osservando gli operai dell’azienda aveva cominciato a produrre e diffondere in alcuni convegni dati molto preoccupanti sulla cancerogenicità del Cloruro di Vinile.

Nel 1972 invece è la stessa Montedison a finanziare l’attività di ricerca del Prof. Maltoni a Bologna sulla eventuale cancerogenicità e sulla esposizione degli operai al Cloruro di Vinile. Il risultato di tutto ciò convince le aziende che la migliore linea di intervento è che non si parli di queste ricerche, meglio ridimensionare gli studi e comunque non dare risonanza alle denunce, soprattutto del dottor Viola. Il lavoro di Viola era stato più che sufficiente per allarmare il mondo intero, ma non aveva prodotto effetti perchè si era deciso a tacere in accordo con le grandi aziende italiane, quali la Montedison, Montefiore e Enichem, e gli altri vertici del resto del mondo “…mettendo il bavaglio all’informazione, per di più senza adottare nessun provvedimento.”
Sarebbe quindi degli anni „72-„73 il patto di segretezza affinchè gli studi di Maltoni non venissero diffusi. Le più importanti aziende chimiche mondiali avrebbero sottoscritto e partecipato a questo patto.
Alla luce di ciò è immediato pensare che utilizzare contenitori e bottiglie costituiti con determinate sostanze possa risultare dannoso per la salute umana.
Dalla sorgente al consumatore
Le acque minerali sono sostanzialmente acque sotterranee di origine meteorica che durante il tragitto nel sottosuolo si depurano e si mineralizzano acquisendo quei peculiari caratteri chimici, fisici e organolettici che ne determinano le proprietà di costanza nella composizione e di purezza batteriologica che, unitamente alle proprietà terapeutiche sono i requisiti fondamentali che un’acqua minerale ad uso termale deve possedere.
• Composizione dell’acqua di sorgente
La composizione dell’ acqua dipende da:
Regime pluviometrico della zona di ricarica.
Natura delle rocce e dei sedimenti che determinano i coefficienti di infiltrazione e di solubilizzazione dai quali dipendono la potenzialità di ricarica del bacino e la tipologia dei sali rilasciati all’ acqua.
Attività antropiche presenti nel territorio
Variazioni termiche incontrate durante il percorso
Pressioni parziali dei gas nel sottosuolo
Sostanze chimiche presenti nelle acque meteoriche da cui hanno origine caratteristiche acide dell’ acqua piovana che conferiscono ad essa potere aggressivo verso materiali a comportamento basico come i carbonati.

Tempo di permanenza dell’ acqua nell’ acquifero fondamentale per creare condizioni di equilibrio. A periodi di permanenza maggiori corrispondono acque più saline. Condizioni rapide non favoriscono i processi di mineralizzazione e di autodepurazione.
Modificazioni chimiche e chimicofisiche. Avvengono all’ interno della falda e dipendono dall’ equilibrio redox, dal Ph, dalle condizioni di temperatura e di pressione, dal tipo di attività biologica in atto, da processi di attacco chimico, di scambio ionico, di solubilizzazione o di precipitazione di sali poco solubili per variazione deli equilibri di saturazione.
• Captazione
La captazione può avvenire tramite sorgente o tramite pozzo perforato, In entrambi i casi è necessario proteggere la presa con lavori di impermeabilizzazione, con la canalizzazione e l’ allontanamento delle acque superficiali al fine di evitare contaminazioni causate da infiltrazioni.
• Stabilimento di imbottigliamento
Devono seguire una certa prassi come stabilito dalle Leggi Regionali.
Lo stabilimento deve trovarsi il più possibile vicino ai punti di prelievo dell’ acqua al fine di ottenere una gestione più sicura della risorsa idrica nonché un risparmio economico.
Inoltre deve possedere le seguenti caratteristiche: laboratori per
l’effettuazione di analisi batteriologiche, chimico fisiche, locali di lavorazione, area adibita a magazzino per lo stoccaggio del prodotto confezionato.
Si devono valutare le caratteristiche ambientali circostanti.
Il Trasporto dell’ acqua dal punto di prelievo a quello di imbottigliamento deve avere tubazioni di collegamento brevi, materiali idonei, atossici ed asettici che assicurino che l’ acqua mantenga le sue caratteristiche non venendo in contatto con nessun agente esterno.
I materiali delle tubazioni devono essere di acciaio inox o di PEAD (polietilene ad alta densità) che ha le stesse caratteristiche di resistenza dell’ acciaio ma con il vantaggio della mancanza dei punti di saldatura risultando più lisce ed uniformi.
L’imbottigliamento viene eseguito attraverso una tecnica semplice e interamente automatizzata: le bottiglie, accuratamente lavate e sterilizzate, passano su un nastro trasportatore fino alle macchine riempitrici, alimentate con l’acqua della sorgente (questa viene addizionata con anidride carbonica per il tipo “gassato”), poi passano alle macchine tappatrici ed etichettatrici. Occorre tenere presente che non sono permesse molte operazioni sulle acque minerali: ad esempio si possono far decantare per eliminare alcuni composti come ferro e zolfo e naturalmente aggiungere anidride carbonica, ma non è affatto lecito fare trattamenti di potabilizzazione o battericidi.
• Imballaggi
Gli imballaggi di acqua minerale inizialmente erano in bottiglie di vetro fino alla fine degli anni ’60 che hanno visto la comparsa del PVC (polivinilcloruro) che ha cominciato gradatamente a sostituire il vetro, materiale più sano ma sicuramente più costoso, pesante e scomodo nella gestione del vuoto a rendere.
Il cloruro di polivinile, noto anche come polivinilcloruro o con la corrispondente sigla PVC, è il polimero del cloruro di vinile. È il polimero più importante della serie ottenuta da monomeri vinilici ed è una delle materie plastiche di maggior consumo al mondo.
Puro, è un materiale rigido; deve la sua versatilità applicativa alla possibilità di essere miscelato anche in proporzioni elevate a prodotti plastificanti quali ad esempio gli esteri dell’acido ftalico che lo rendono flessibile e modellabile o a composti inorganici.
Viene considerato stabile e sicuro nelle applicazioni tecnologiche, a temperatura ambiente, ma uno smaltimento non corretto può essere molto pericoloso: la combustione del PVC libera composti cancerogeni a base di cloro (diossine e furani) e genera acido muriatico in forma gassosa, uno dei responsabili delle piogge acide.
Da diverso tempo non è consentito l’uso per gli alimenti.
Successivamente, negli anni ’80 sono arrivate le bottiglie di PET (polietilene terftalato) che hanno ormai rimpiazzato completamente quelle in PVC, mentre quelle in vetro sono ormai in via di estinzione, resistendo solo in qualche nicchia di mercato vantando proprietà “terapeutiche”.
Il PET, fa parte della famiglia dei poliesteri, è una resina termoplastica composta da ftalati adatta al contatto alimentare.
La compatibilità del PET al contatto con gli alimenti (così come di tutte le materie plastiche) è sancita dalla Direttiva 2002/72/CE della Commissione Europea e successive modifiche (l’ultimo emendamento in vigore è il EC No 975/2009). Si continuano comunque ad effettuare indagini per la verifica di eventuali nuovi rischi per la salute nei prodotti usati come contenitori per alimenti.
Il PET si decompone alla temperatura di 340 °C, con formazione di acetaldeide e altri composti.

Una volta raccolte, le varie forme di PET vengono mandate ai centri di riciclaggio dove vengono fatte passare attraverso delle macine che convertono il materiale in forma di polvere. Questa polvere attraversa poi un processo di separazione e pulitura che rimuove tutte le particelle estranee come carta, metalli o altri materiali plastici.
Essendo stato ripulito, in accordo alle specificazioni del mercato, il PET recuperato viene venduto ai produttori che lo convertono in una varietà di prodotti come tappeti, cinturini e contenitori per usi non alimentari.
Esistono, tuttavia, due processi di depolimerizzazione (metanolisi e glicolisi), disponibili sul mercato, in grado di riportare la polvere di PET ripulita allo stato di monomero o di materia prima originale. Questo materiale può essere purificato e successivamente riutilizzato per la produzione di PET ad uso alimentare.
• Trasporto delle bottiglie
Il trasporto delle bottiglie avviene principalmente su gomma attraverso migliaia di tir che ogni giorno trasportano tonnellate di acque in bottiglia anche con destinazioni molto lontane rispetto a quella di origine. Un’idea dei “movimenti d’acqua” nel nostro Paese, che vede coinvolte le prime 15 marche nazionali, ci viene fornita da Altreconomia che ha realizzato una mappa delle distanze esistenti tra le sorgenti e le maggiori città italiane.
Per esempio l’acqua Lilia dalle fonti del Vulture (Basilicata) percorre 847 km per arrivare a Genova e 861 per raggiungere Milano. Al contrario, l’acqua Levissima, dall’arco alpino, per raggiungere i supermercati di Napoli compie 894 Km, la Sant’Antonio ne impiega 814.
E se prendiamo in considerazione le stesse fonti alpine e calcoliamo le distanze tra queste e le regioni ancora più a Sud, (come la Puglia ad esempio) i chilometri salgono fino a 1000, per non parlare poi del tragitto che compiono per arrivare sino a Palermo (1500 Km circa).
• Consumi e commerci
Col miglioramento della condizione economica delle famiglie e con il diffondersi di timori legati all’inquinamento idrico, l’acqua minerale ha trovato anno dopo anno un posto sempre più importante nell’alimentazione quotidiana. I motivi per i quali l’acqua minerale riscontra un simile successo vanno poi ricercati nella massiccia campagna pubblicitaria intrapresa dai produttori, i quali tendono a valorizzare sempre più le presunte virtù benefiche delle loro acque. Quest’eccessiva rivalutazione a fini commerciali si associa poi ad un diffuso timore per la salute dei nostri fiumi, sempre più esposti ad agenti inquinanti agricoli ed industriali.
L’acqua minerale rimane la bevanda più diffusa in Italia (con una penetrazione del 98% delle famiglie italiane) ed anche la bevanda più consumata in assoluto. Secondo una recente indagine di GfK Eurisko e Gfk Panel Services, condotta per conto di Mineracqua (l’associazione dei produttori di acqua minerale), l’acqua minerale viene acquistata sulla base di motivazioni che fanno riferimento principalmente a due aree: il gusto e la salute.
Questi due elementi emergono soprattutto nel confronto con l’acqua del rubinetto. Sul piano del gusto l’acqua minerale confezionata è più gradevole dell’acqua del rubinetto che risulta più pesante e con un gusto sgradevole di cloro. Sul piano salutistico l’acqua minerale confezionata è migliore di quella del rubinetto perché ha un gusto migliore, contribuisce maggiormente al benessere fisico ed è sicura e controllata.
Gli italiani sono i terzi consumatori al mondo di acqua in bottiglia. Con 204,8 litri pro-capite bevuti nel 2007, risultano i primi consumatori tra i paesi industrializzati. Un mercato probabilmente non giustificato in quanto le caratteristiche quantitative e qualitative dell’offerta di acqua per fini potabili sono sicuramente migliori dei primi due paesi consumatori (Emirati Arabi e Messico) L’importanza del fenomeno del mercato delle acque minerali in Italia è confermato anche dall’indagine ISTAT sugli aspetti della vita quotidiana delle famiglie. L’istituto di statistica rileva che l’88,6 per cento delle persone di 14 anni e più dichiara di bere acqua minerale. A livello di ripartizione territoriale, nel Nord-Ovest si concentra la più alta quota di persone che bevono acqua minerale (92,8 per cento) mentre la quota più bassa si registra nel Sud (83,7 per cento).

Questi dati rilevano come sia alta la disponibilità degli italiani a pagare un servizio di cui già dispongono. Infatti, la copertura del servizio idrico integrato ormai raggiunge la quasi totalità delle utenze domestiche con costi relativamente contenuti rispetto alla media degli altri paesi. L’acqua offerta, poi, ha buone performance qualitative garantite da un sistema di controlli efficiente e ormai consolidato. La qualità dell’acqua che sgorga dai rubinetti di ogni casa non giustifica pertanto un ricorso così massiccio al consumo di acqua in bottiglia, presente sul mercato ad un prezzo molto più alto rispetto a quella del servizio idrico, senza contare la difficoltà a prelevare un prodotto dai punti vendita dedicati in sostituzione di quello direttamente disponibile dal rubinetto di casa.
La disponibilità a pagare le acque in bottiglia in Italia sostiene un mercato le cui cifre sono ragguardevoli. Relativamente alle sole acque minerali, che sono parte dell’insieme delle acque in bottiglia risulta che al 2007 si contavano 321 marche per un giro di affari complessivo di 2.5 miliardi di euro.
Impatto ambientale
L’impatto ambientale dovuto agli imballaggi di acqua minerale inizia con la sua produzione, continua con il trasporto di milioni di bottiglie ogni giorno, sino ad arrivare alla fase finale che deve prevedere uno smaltimento/riuso controllato e non la dispersione nell’ambiente.
Basti pensare che per produrre 1kg PET da cui hanno origine 25 bottiglie da
1.5 Litri, sono richiesti: 17,5 litri di H2O + 2 kg petrolio.
Inoltre un autotreno carico immette nell’ambiente circa 1300 kg di CO2/1000 km e oltre l’80% dell’acqua minerale viaggia su gomma.
La produzione di acque in bottiglia (Italia 2007) è stata di 12.400.000.000 di litri di cui l’80% confezionata in contenitori di PET (il rimanente 20% in vetro), ciò significa 6.400.000.000di contenitori plastici da
1.5 Litri.
Sapendo che una bottiglia da 1,5 litri in PET pesa mediamente 40g, la massa complessiva delle bottiglie di acqua minerale prodotte annualmente in Italia è pari a 255.000 tonnellate.
Se tutte le bottiglie di acqua minerale prodotte annualmente in Italia venissero compresse e sistemate in piano, occuperebbero una superficie di oltre 25 km2 (3750 campi da calcio regolamentari).
Ogni anno nel mondo vengono prodotti 300 milioni di tonnellate di materiali plastici, in Italia 1,7 milioni di tonnellate di bottiglie di plastica, il cui riciclaggio spesso non è sostenibile economicamente per il basso costo del materiale soprattutto rispetto al volume che esso viene ad occupare.
Il destino di molte di quelle tonnellate di PET purtroppo è quello di finire comunque agli inceneritori; da qui, durante la combustione, enormi quantità di diossina, acido cloridrico e metalli pesanti vengono rilasciate nell’atmosfera mentre almeno 1/3 del materiale bruciato rimane come residuo da smaltire in discarica.
Per non parlare delle bottiglie che vengono abbandonate nell’ambiente dove impiegano milioni di anni a decomporsi o sono buttate in mare causando spesso la morte di diverse specie animali.
Il potere inquinante del PET è incrementato anche dall’energia che si brucia per produrlo. Per produrre 1000 bottiglie, infatti, occorrono 6,2 GJ. Moltiplicando questo valore per 1535 (la quantità prodotta in un anno) si arriva a impiegare 9517 GJ.
Un altro dato allarmante è rappresentato dal trasporto delle acque minerali che avviene principalmente su gomma promuovendo così il traffico di migliaia e migliaia di TIR, considerando anche il fatto che almeno 1/4 dell’acqua minerale ha come destinazione una nazione diversa da quella di origine. Ciò porta ad un significativo incremento dell’inquinamento atmosferico dovuto all’immissione nell’aria di inquinanti derivanti dal traffico veicolare. Infatti i veicoli pesanti, ovvero quelli coinvolti nel trasporto delle bottiglie d’acqua, rappresentano il 23% delle emissioni di PM10 da trasporto stradale.
Dal produttore al grossista, dal grossista al commerciante, dal commerciante al consumatore: sono tanti i Km percorsi, la benzina o il gasolio bruciato, le tonnellate di ossido di carbonio liberato nell’atmosfera, gli ettolitri di olio esausto da smaltire… con tutte le relative conseguenze per la salute e per l’ ambiente.
Una valida alternativa: il vetro
Una valida alternativa all’utilizzo della plastica è sicuramente il vetro che è interamente riciclabile.
Il riciclo del vetro è un processo ecologico perché riduce la massa dei rifiuti solidi urbani con un risparmio dei costi di smaltimento e di necessità di discariche.
Esso è un materiale inerte,cioè non contamina l’ambiente.
Il vetro può essere rifuso infinite volte conservando le sue proprietà.
La rifusione del rottame vetroso riduce l’utilizzo di materie prime con notevole riduzione delle attività d’estrazione delle rispettive cave tutelando e conservando così il territorio.
Inoltre riduce anche il consumo d’energia: ogni tonnellata di rottame rifuso permette di risparmiare 1,2 tonnellate di materie prime e circa 100 chili di combustibile .
Oltre al risparmio energetico, il rottame riduce l’inquinamento dei fumi di combustione, in particolare di CO2, uno dei gas che provoca l’ Effetto serra.
Il pianeta in cui viviamo è molto inquinato e per aiutarlo bisognerebbe essere più puliti e riciclare gli oggetti che non ci servono più. La raccolta differenziata è molto importante sia per l’ambiente e sia perché riciclando i materiali si risparmia.
Per capire quanto si risparmia riciclando il vetro basti pensare che per produrre un chilo di vetro si consumano 500 chili di petrolio mentre se ne consumano solo 350 grammi se si usa il vetro riciclato.
Per ogni tonnellata di vetro riciclato si risparmai tanta energia quanta quella che si riduce togliendo 1,7 milioni di macchine dalle strade.
Nel periodo 2000-2007 la raccolta e il riciclo di rifiuti di vetro in Italia hanno generato un attivo di 1,2 miliardi di euro. Sotto il profilo energetico, invece, nel 2008 il riciclo del vetro ha permesso risparmi pari a circa 2 milioni di barili di petrolio e una riduzione totale di emissioni per circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2, corrispondenti all’inquinamento prodotto dalla circolazione per un anno di circa 1 milione di vetture Euro4 di piccola cilindrata con una percorrenza media di 15 Km.
Conclusioni
Vale la pena ricordare che il riciclo consente un risparmio di materie prime, una conseguente riduzione significativa del fabbisogno energetico (per la produzione degli imballaggi in plastica) e delle emissioni inquinanti in atmosfera. Stando ai dati contenuti nel libro “Il riciclo ecoefficiente” dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia, l’utilizzo di Pet riciclato per la produzione di nuovi imballaggi consente, rispetto alla produzione da materia vergine, un risparmio in termini di emissioni di CO2 del 95% e un risparmio energetico del 93%.
Inoltre, se proprio non si può fare a meno dell’acqua imbottigliata, può essere utile attuare una forma di consumo critico, per rendere meno impattante, sotto il profilo ambientale, il suo utilizzo. Un esempio di consumo critico potrebbe essere rappresentato dall’acquisto di acqua imbottigliata proveniente da fonti regionali. Oppure si potrebbero
premiare, attraverso gli acquisti, quelle ditte che commercializzano l’acqua all’interno di contenitori in vetro e organizzano un sistema di raccolta del vuoto.
Un’altra iniziativa importante è la raccolta differenziata che è il modo migliore per preservare e mantenere le risorse naturali, a nostro vantaggio ma soprattutto delle generazioni future: riusare, riutilizzare e valorizzare i rifiuti, contribuisce ad un grosso risparmio energetico ma soprattutto a restituirci e conservare un ambiente “naturalmente” più ricco.

Bodybuilder infila il pene nel bilanciere e rimane incastrato

in Attualità/Salute by

Per un’assurda vicenda quella caduta in Germania. Medici del pronto soccorso si sono visti arrivare un uomo in preda al panico molto imbarazzato. Dopo avere spiegato la situazione nello sportello dell’accettazione, l’uomo è stato immediatamente fatto entrare in una delle stanze attrezzate per il primo soccorso, quando i medici hanno chiesto all’uomo di spiegare il problema, i medici non potevano vedere i loro occhi.

L’incidente, come riporta la pagina Facebook dei vigili del fuoco della città, è successo lo scorso 15 settembre: un uomo, visibilmente imbarazzato, si è presentato al pronto soccorso riferendo di aver avuto un problema in palestra. In realtà, quello che lui aveva presentato come un incidente, non aveva nulla di accidentale. I medici hanno chiamato i vigili del fuoco e la squadra ha dovuto lavorare per tre ore prima di riuscire a liberare il pene dal disco da 2.5 chili. Entra e Leggi

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