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Salute - page 9

Mal di schiena per 15 milioni di italiani: importante eseguire ginnastica posturale

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Il mal di schiena è causato da molti fattori, sicuramente uno di questi è il sovrappeso,una postura scorretta, attività sportiva scorretta, e parecchia sedentarietà. Queste sono fondamentalmente le cause maggiori del mal di schiena che può essere cervicale, dorsale o lombare ma spesso il mal di schiena con dolore lombare.

“15 milioni di italiani soffrono di mal di schiena”. Lo dicono gli specialisti del campo (Gruppo Italiano Scoliosi), ed è una statistica incontrovertibile. Considerando che in Italia siamo all’incirca 60 milioni, vuol dire che il 25% della nostra popolazione soffre di questi tipi di dolori. Un numero elevatissimo di queste persone combatte e non riesce a “sconfiggere” fastidi continui e invalidanti. Un buon metodo per cercare di combattere e superare le algie della colonna è sottoporsi a corsi di ginnastica posturale.

Cos’è la posturale?
La ginnastica posturale è un metodo fondato sulle più innovative analisi di teoria e metodologia dell’allenamento, fisiologia applicata al movimento umano e biomeccanica. I problemi della postura, i dolori, gli indolenzimenti sono sempre esistiti. Nella società moderna però sono andati aggravandosi, tanto da diventare un vero e proprio limite. Il protrarsi di posizioni “sbagliate”, di posture ingiuste e l’aumentata abitudine nel praticare attività particolarmente sedentarie ha incrementato questi nodi.

Fondamentale, per un giusto inizio della pratica posturale, è capire la causa dei dolori che si andranno a cercare di eliminare o contenere: si sta molto in piedi, molto seduti, si portano borse, tacchi, scarpe basse, si praticano sport con molto contatto o particolarmente dispendiosi…
Grazie agli studi svolti negli ultimi 20 anni è ormai evidente che i problemi legati a cervicalgia, lombalgia, sciatalgia, tendinite derivano da una postura scorretta.
La ginnastica posturale si incentra su posizioni che assumiamo giornalmente, associate ai dolori che altrettanto quotidianamente si ripresentano.

La posturale per prevenire i dolori

L’errore più comune che si commette è, però, tanto evidente quanto stupidamente incorreggibile: non preveniamo mai, ma curiamo molto.
La prevenzione è l’ultimo dei pensieri degli italiani, tanto che la ginnastica posturale, a scopo non terapeutico, è praticamente inutilizzata.
Questo porta molto spesso a dover intervenire sui pazienti in condizioni di dolori esagerati o con enormi limiti di mobilità. La ginnastica posturale invece andrebbe utilizzata principalmente per evitare dolori e fastidi che soprattutto in particolari soggetti tendono a presentarsi in maniera ineluttabile.
È stato provato che soggetti che si allenano durante l’arco della vita e che sviluppano in maniera corretta i muscoli della schiena, delle spalle, e gli addominali difficilmente presentano problemi legati alla postura.

Rivolgersi a professionisti
Ormai su internet è facile trovare ogni tipo di rimedio a qualsiasi tipo di problema. Il più grande errore che si può commettere è cominciare ad incamminarsi per una strada che non si conosce: si rischierebbe di fare più danni rispetto al non fare nulla.
È fondamentale ricordare che per praticare in maniera corretta la ginnastica posturale sono necessarie specifiche conoscenze di fisiologia e anatomia. Per questo è bene rivolgersi a fisioterapisti o professionisti qualificati, che sappiano indicarvi i migliori esercizi e le modalità di svolgimento. Anche per chi non vuole effettuare un intero corso in palestra è opportuno rivolgersi a un professionista che vi faccia percepire il vostro corpo nella maniera ottimale.

Impegno, fatica e dedizione
Al contrario di quanto si possa immaginare, osservando esercizi dal vivo o in video, la ginnastica posturale non è una passeggiata. Una seduta di mezz’ora è molto dispendiosa e performante se ben effettuata! Questa attività richiede quindi, come qualsiasi altro tipo di “sport”, dedizione, impegno e sacrificio per poter raggiungere risultati ottimali. Approcciarsi a questa ginnastica è quindi, soprattutto in via preventiva, altamente consigliato. Altrimenti i dolori alla schiena, al collo o alle spalle saranno sempre presenti. Poi non dite che non ve l’avevo detto…

Caso di meningite alle Eolie, è un ragazzo 24enne

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C’è un caso di meningite alle Eolie. E’ stato segnalato dalla guardia medica di Vulcano e successivamente confermato dai medici del “Papardo” di Messina dove è ricoverato. Il giovane aveva trascorso una serata in discoteca, a Lipari. Dopo aver accusato un malore è stato visitato dapprima all’Ospedale Fogliani di Milazzo. I medici sono ottimisti ma il ragazzo rimane sotto controllo, secondo il protocollo previsto in questi casi, vista la viralità della malattia. A quanto pare si tratterebbe di una infezione di tipo batterico.

Le malattie infettive spesso causano fenomeni di allarme più o meno giustificati, accompagnati dalla diffusione, attraverso la televisione e le prime pagine dei giornali, di preoccupanti notizie di ricoveri, situazioni di contagio e decessi, come è di recente avvenuto per la meningite meningococcica.

Il termine meningite è generico ed indica un’infiammazione delle meningi, le membrane che avvolgono e proteggono cervello e midollo spinale. La meningite è generalmente di origine infettiva, determinata cioè da virus, batteri o funghi, ma può essere causata meno frequentemente da neoplasie, fenomeni autoimmunitari o dall’assunzione di alcuni farmaci.
Tra le forme infettive, quella più frequente e di solito meno grave, è la forma virale, dovuta a virus di comune diffusione, come i virus influenzali o gli herpes virus.

Questa forma non è contagiosa, perché dovuta all’eccezionale superamento della barriera emato-encefalica da parte del germe, a causa della presenza nel soggetto colpito, in quel particolare momento, di alcune condizioni predisponenti, come uno stato, anche transitorio, di immunodepressione; se lo stesso virus infettasse un altro soggetto, provocherebbe l’insorgenza della sola malattia di base; ad esempio, nel caso di un virus influenzale, comparirebbero solo i sintomi dell’influenza.

Il meningococco, invece, è un batterio che causa elettivamente la meningite; quindi venendo a contatto con un soggetto ammalato di meningite meningococcica e contagiandosi attraverso le goccioline respiratorie, si correrebbe il rischio di sviluppare proprio questa malattia, che di solito si manifesta, con sintomi caratteristici, dopo un periodo di incubazione variabile da 1 a 10 giorni.

Quando il batterio dal rinofaringe, dove è comunemente ospitato in soggetti portatori sani (in Italia il 10-20% della popolazione generale), raggiunge le meningi, provoca un’infiammazione che si manifesta in maniera acuta con febbre, cefalea intensa, rigidità nucale, nausea, vomito e spesso anche macchie cutanee (maculopapule o petecchie); nei casi fulminanti possono verificarsi porpora, shock, coma e morte.

Il malato è contagioso durante la fase acuta dei sintomi e nei giorni immediatamente precedenti l’esordio, ma cessa di esserlo dopo 24 ore dall’inizio di un adeguato trattamento con antibiotici. La contagiosità è comunque bassa; la meningite da meningococco viene, infatti, generalmente trasmessa solo a chi ha avuto un contatto stretto (conviventi o casi di esposizione diretta alle secrezioni attraverso baci, condivisione di spazzolino da denti, posate, ecc.) con il malato nei 10 giorni precedenti l’inizio dei sintomi.

In questi casi è importante effettuare una profilassi con antibiotici, cominciandola entro 48 ore dall’ultimo contatto con il malato, ed attuare la sorveglianza sanitaria per i successivi dieci giorni, in modo da individuare e trattare immediatamente eventuali casi secondari.
I batteri che causano la meningite, ed in particolare il meningococco, non possono vivere a lungo fuori dell’organismo umano, per cui facendo arieggiare i locali e provvedendo alla loro accurata pulizia, se ne causa l’inattivazione.

Ecco dieci cose da sapere sulla meningite in Italia, soprattutto sulla forma più aggressiva, quella di natura batterica, e sulle vaccinazioni disponibili per prevenirla. L’analisi dei dati conferma che non esiste alcuna evidenza di emergenza di sanità pubblica a livello nazionale. È importante seguire il calendario vaccinale e consultare sempre il proprio medico in merito all’opportunità e alle tempistiche delle vaccinazioni. A cura di: Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità (ISS) e Agenzia italiana del farmaco (AIFA).

1. C’è oggi un’emergenza meningite?
Non c’è attualmente un’epidemia di meningite. In base ai dati dell’ISS, nel 2015 e nel 2016 si sono verificati in Italia quasi 200 casi per anno di malattia invasiva da meningococco, la maggior parte dei quali causati dai sierogruppi B e C. L’andamento rispecchia il trend degli ultimi anni. In generale, la letalità riguarda il 10% dei casi.
Il vaccino va somministrato solo alle fasce di popolazione raccomandate e ai gruppi a rischio, per mantenere alta la protezione collettiva e individuale dalla malattia. La diffusione della meningite in generale è bassa ed è rimasta costante negli ultimi cinque anni.
L’unica variazione epidemiologica negli ultimi due anni riguarda il focolaio di meningococco C presente in Toscana che è però circoscritto in un’area specifica nella quale la Regione ha immediatamente predisposto l’offerta gratuita della vaccinazione ad una ampia quota della popolazione.
2. Quali batteri causano la meningite?
Tra gli agenti batterici che causano la meningite il più temuto è Neisseria meningitidis (meningococco), oltre a Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e Haemophilus influenzae. Del meningococco esistono diversi sierogruppi, dei quali i più diffusi sono: A, B, C, Y, W135, X.
Il più aggressivo è il meningococco di sierogruppo C, che insieme al B è il più frequente in Italia e in Europa.
3. Quali sono le fasce più a rischio di contrarre l’infezione causata dai diversi tipi di meningococco?
I bambini piccoli (al di sotto dei 5 anni di età) e gli adolescenti, ma anche i giovani adulti sono a rischio più elevato di contrarre infezione e malattia. Per quanto riguarda il sierogruppo B, la maggior parte dei casi si concentra fra i bambini più piccoli, al di sotto dell’anno di età.

4. Quali sono i vaccini anti-meningococco a disposizione ed esattamente contro quali ceppi?
Esistono tre tipi di vaccino anti-meningococco:
• il vaccino coniugato contro il meningococco di sierogruppo C (MenC): è il più frequentemente utilizzato e protegge solo dal sierogruppo C
• il vaccino coniugato tetravalente: protegge dai sierogruppi A, C, W e Y
• il vaccino contro il meningococco di sierogruppo B: protegge esclusivamente contro questo sierogruppo.
5. Sono obbligatori o raccomandati?
I vaccini anti-meningococco sono vaccini raccomandati.
Sono tutti inseriti nel nuovo Calendario vaccinale LEA, incluso nel Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-2019, ed è previsto siano offerti gratuitamente a specifiche fasce di popolazione, che sono quelle a maggior rischio di infezione.
La scheda vaccinale in vigore prevede:
• la vaccinazione contro il meningococco B nei bambini nel corso del 1° anno di vita (3 dosi al 3°, 4°, 6° mese di vita e 1 richiamo al 13° mese)
• la vaccinazione anti-meningococco C nei bambini che abbiano compiuto un anno di età (1 dose al 13°-15° mese)
• la vaccinazione con vaccino coniugato tetravalente nell’adolescenza, sia come richiamo per chi è già stato vaccinato contro il meningococco C da piccolo sia per chi non è mai stato vaccinato.
Al di fuori delle fasce di età sopracitate, il vaccino è fortemente raccomandato in persone a rischio perché affette da alcune patologie (talassemia, diabete, malattie epatiche croniche gravi, immunodeficienze congenite o acquisite, asplenia, etc.) ed è consigliato anche in presenza di particolari condizioni (lattanti che frequentano gli asili nido, ragazzi che vivono in collegi o dormono in dormitori, reclute militari, e per chiunque debba recarsi in Regioni del mondo dove la malattia meningococcica è comune, come ad esempio alcune zone dell’Africa).

6. Quali sono gratuiti e quali a carico del cittadino?
I vaccini contro la meningite inseriti nel nuovo Calendario vaccinale LEA, incluso nel Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-2019, sono gratuiti per specifiche fasce di popolazione, che sono quelle a maggior rischio di infezione.
In particolare:
• la vaccinazione contro il meningococco B è gratuita per i bambini nel corso del 1° anno di vita (3 dosi al 3°, 4°, 6° mese di vita e 1 richiamo al 13° mese)
• la vaccinazione anti-meningococco C è gratuita per i bambini che hanno compiuto un anno di età (1 dose al 13°-15° mese)
• la vaccinazione con vaccino coniugato tetravalente è gratuita per gli adolescenti, sia come richiamo per chi è già stato vaccinato contro il meningococco C da piccolo sia per chi non è mai stato vaccinato.
La vaccinazione contro il meningococco B prevede dosaggi diversi a seconda dell’età in cui si inizia a vaccinare, anche se il vaccino è indicato soprattutto al di sotto di un anno di età.
Per quanto riguarda i vaccini contro gli altri agenti batterici della meningite, la vaccinazione contro Haemophilus influenzae tipo b (emofilo tipo b) è solitamente effettuata, gratuitamente, insieme a quella antitetanica, antidifterica, antipertosse, antipolio e antiepatite B, al 3°, 5° e 11° mese di vita del bambino, come da calendario vaccinale italiano. Non sono necessari ulteriori richiami.
La vaccinazione contro lo Streptococcus pneumoniae (pneumococco) è offerta gratuitamente e il calendario nazionale prevede la somministrazione di tre dosi: al 3°, 5° e 11° mese di vita del bambino. Il nuovo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale ne prevede l’offerta attiva e gratuita anche ai soggetti di 65 anni di età.

7. Quanto dura l’effetto della protezione vaccinale?
Generalmente, la durata della protezione dipende dal tipo di vaccino e dall’età in cui viene somministrato. Infatti, mentre alcuni vaccini, come quello anti-epatite B, conferiscono una protezione duratura lungo tutto l’arco della vita, per altri vaccini, come quelli contro difterite e tetano, sono raccomandati richiami decennali. Riguardo ai vaccini anti-meningococcici, i dati attualmente disponibili in letteratura non consentono di stabilire la necessità di un richiamo. In Italia, con il nuovo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale, è stata inserita una dose di richiamo nell’adolescenza in quanto è un’età a maggior rischio (seppure sempre molto basso) rispetto al resto della popolazione, per rafforzare la risposta immunitaria ad una eventuale infezione.
8. Qual è il valore del richiamo vaccinale?
Il richiamo di una vaccinazione permette di mantenere elevata la protezione immunitaria individuale nei confronti di una specifica malattia infettiva e garantire, qualora i livelli di copertura vaccinale siano elevati, anche nella popolazione generale l’instaurarsi della cosiddetta immunità di gregge, una specie di scudo di protezione, essenziale a limitare la circolazione di un determinato microbo ed evitare il riemergere di malattie ormai sotto controllo, difendendo così anche le fasce di popolazione più vulnerabili come anziani, bambini molto piccoli ancora non completamente vaccinati e soggetti a rischio.
9. Negli adolescenti va fatta la vaccinazione? E se è stata fatta a un anno di età va fatto un richiamo?
La vaccinazione anti-meningococcica con vaccino tetravalente è raccomandata agli adolescenti, in quanto rientrano tra le categorie a maggiore rischio di contagio, sebbene limitato rispetto ad altre malattie infettive molto più contagiose, come influenza e morbillo. Il nuovo Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale raccomanda la vaccinazione nell’adolescenza anche per chi sia stato vaccinato contro il meningococco C da piccolo. Nell’evenienza di soggetti già vaccinati, la dose di richiamo serve a rafforzare la risposta immunitaria ad una eventuale infezione.

Colesterolo buono diventa un killer silenzioso: studio Shock

in italia/Salute by

Attraverso l’analisi statistica dei dati di 116mila persone è emerso che elevate concentrazioni di colesterolo ‘buono’ o HDL sono associate a un rischio superiore di mortalità: 106% per gli uomini e 68% per le donne.

La scienza ci insegna, che specialmente nel settore medico non esistono verità assolute. Le scoperte nell’ambito scientifico sono lunghe e difficili da verificare e molte volte vengono smentite dagli stessi scienziati aprendo innumerevoli dibattiti in merito.Alzati da tavola con la panza piena all’ottanta. Questa frase dunque, è un invito a non abbuffarsi ma starsene a tavola con ancora un po’ di appetito. Perché è così importante questa frase? Perché è stata adottata come avere il proprio stile di vita degli abitanti di un’isola giapponese, che fanno di questo invito alla restrizione calorica uno stile di vita.

Il colesterolo è una molecola della classe degli steroli è definito un grasso anomalo. Quello alimentare rappresenta un 30% di quello presente nell’organismo umano, mentre nell’Africa subsahariana è molto basso. Colesterolo sono: Olio di fegato di merluzzo, il burro, il cervello, il tuorlo d’uovo, tutto il latte la carne di manzo, lo strutto, il latte. Il picco massimo il mio cervello con un bel 25% di colesterolo nonostante rappresenti soltanto il 2% del nostro corpo.Tutti parlano male del colesterolo, la pubblicità è contro il colesterolo il tuo medico e contro il colesterolo e alla fine dopo 50 anni di questa tortura mediatica è ovvio che il colesterolo è diventata un accezione negativa. In realtà, è tutt’altra cosa, intanto possiamo dirvi che il precursore degli ormoni corticosurrenali, il cortisone, l’aldosterone il quale importantissimo per il nostro corpo in grado di regolamentare l’acqua dell’organismo, è il precursore del progesterone, è il precursore del testosterone della vitamina D3.

I valori del colesterolo fanno molto bassi alla nascita mentre man mano che si cresce aumentano, perché succede questo? Perché è presente nella struttura di membrane cellulari.

Gli esperti ritengono che nel sangue ci dovrebbe essere un adeguato livello di colesterolo ‘buono’ (almeno 60 mg per decilitro di sangue) perché solo così si allontana il rischio di attacchi cardiaci. Ciò era stato sostenuto fino alle recenti ricerche, secondo cui anche il colesterolo ‘buono’ si può rivelare un’insidia per qualche paziente. Insomma, sembra che certi pazienti aumentino il rischio di malattie cardiache. Cosa fare, dunque?

Anche se inverosimili sono proprio questi i risultati di una ricerca condotta da un team di scienziati danesi, pubblicando quanto scoperto sulla prestigiosa rivista European Heart Journal, spiegando come è possibile avanzare in modo molto significativo la possibilità di morte prematura anziché il contrario.

Nel mondo una grande quantità di persone combattono giornalmente contro il colesterolo alto, un problema dovuto maggiormente all’obesità, e ad una alimentazione del tutto sbagliata, accompagnata da una scarsa attività fisica  e per evitare di ricorrere ai medicinali, sul web da tempo è in atto una continua ricerca su quelli che possono essere i rimedi naturali per contrastare il colesterolo cattivo LDL che con il passare del tempo tende ad occludere le arterie, a differenza di quello buono che tende invece a ripulire le vene o almeno è questa la funzione che fino ad oggi gli è stata attribuita.

Per tanti anni la comunità medica ha ritenuto che alti livelli di colesterolo cattivo potessero essere ottimali per tenere sotto controllo i livelli di colesterolo LDL o cattivo e proteggere dalle malattie dell’apparato cardiovascolare. Ora i ricercatori in questione, ovvero i ricercatori dell’Università di Copenaghen in Danimarca si sono occupati di tracciare una connessione tra alti livelli di HDL e l’eccessiva mortalità tra la popolazione generale, mostrando che il colesterolo buono potrebbe rivelarsi cattivo.A guidare il team di ricerca è stato il dottor Christian M.Madsen del Dipartimento di biochimica clinica dell’Università insieme al professor Børge Nordestgaard, del Dipartimento di Medicina Clinica dell’Università.

I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a oltre 116.000 persone, le quali sono state eseguite dal punto di vista clinico per un periodo di circa 6 mesi durante i quali 10500 partecipanti sono morti; durante questo periodo, inoltre, i partecipanti sono stati sottoposti ad esami del sangue a digiuno per rilevare e misurare i livelli di colesterolo e i risultati sono stati sorprendenti visto che i ricercatori li hanno controllati per fattori confondenti che possono essere noti fattori di morte come età, indice di massa corporea, vizio del fumo e dell’alcol, diabete attività fisica e tanti altri ancora.

Al termine dello studio si è rivelato che lo 0,4% degli uomini e lo 0,3% delle donne, avevano livelli molto elevati di HDL nel loro sangue; gli uomini con i livelli estremi di HDL nel sangue avevano una probabilità del 100% maggiore di morire prematuramente rispetto agli uomini con livelli normali di colesterolo buono, mentre le donne con livelli estremamente elevati di colesterolo HDL avevano il 68% ha più probabilità di morire prematuramente rispetto alle donne con livelli normali. Dunque, sulla base di questi dati i ricercatori pensano che sia il caso di sfatare il credo comune che più alti sono i livelli di colesterolo HDL, meglio è per la salute dell’uomo.

Abbassare e mantenere il proprio livello di colesterolo ad un valore “ideale” consente di ridurre in misura significativa il rischio di gravi malattie cardiovascolari.

Ma tale valore non è uguale per tutti ed è tanto più basso quanto più esistono altri fattori di rischio.

Un’alimentazione adeguata e un’attività fisica regolare rimangono in ogni caso indispensabili. Se ciò non consente di raggiungere il tasso di colesterolo desiderato, definito per ogni singolo paziente – cosa frequente in presenza di svariati altri fattori di rischio – il medico aggiungerà una terapia farmacologica

Che cos’è l’ipercolesterolemia?

L’ipercolesterolemia è definita come la presenza di un eccesso di colesterolo nel sangue. Il prelievo di sangue, che consente di dosare i lipidi (o grassi) in circolazione, deve essere compiuto dopo 12 ore di digiuno. Il bilancio di base, effettuato in ambito diagnostico o di controllo, comprende il dosaggio del colesterolo totale, dei trigliceridi, del colesterolo HDL (il colesterolo “buono” ) e del colesterolo LDL (il colesterolo “cattivo”).

In un paziente che non presenti nessun altro fattore di rischio vascolare, il bilancio è considerato normale se:

– il colesterolo LDL è inferiore a 160 mg/dl,

– i trigliceridi sono inferiori a 150 mg/dl

– il colesterolo HDL è superiore a 40 mg/dl.

Se il primo esame è normale, è sufficiente ripetere il controllo ogni 5 anni, salvo un caso di eventi particolari.

Se si rileva un’anomalia, occorre invece procedere ad un nuovo dosaggio. Se l’ipercolesterolemia è confermata, il livello fino al quale è auspicabile ridurre il colesterolo sarà determinato in funzione della presenza di altri fattori di rischio cardiovascolare.

Perché è necessario evitare gli eccessi di colesterolo?

L’eccesso di colesterolo in circolazione favorisce la formazione di accumuli di grasso (o placche) sulle pareti delle arterie. Questa malattia arteriosa (aterosclerosi) è all’origine di gravi complicazioni, quali:

– le affezioni coronariche, responsabili dell’angina pectoris e dell’infarto del miocardio;

– gli ictus, con conseguenze di tipo emiplegico;

– l’arteriopatia cronica degli arti inferiori, che può provocare ulcere cutanee o una notevole limitazione della attività. Lottare contro l’aterosclerosi permette di prevenire o di ritardare la comparsa di queste malattie cardiovascolari, principale causa di mortalità nei paesi industrializzati.

In che modo il medico stabilisce l’obiettivo da raggiungere?

Il rischio cardiovascolare complessivo di ciascun paziente determina l’obiettivo prefissato: più il rischio è elevato, più il livello di colesterolo LDL da raggiungere sarà basso.

I fattori di rischio di cui il medico deve tenere conto per stabilire un obiettivo in termini di colesterolo LDL sono i seguenti:

– l’età (più di 50 anni per l’uomo e più di 60 anni per la donna);

– antecedenti famigliari di malattia coronarica precoce: infarto miocardico o morte improvvisa prima dei 55 anni del padre o di un parente di 1° grado, prima dei 65 anni della madre o di una parente di 1° grado;

– il fumo, praticato o interrotto da meno di 3 anni;

– l’ipertensione arteriosa permanente;

– il diabete di tipo 2;

– un tasso di colesterolo HDL < 40 mg/dl.

II rischio cardiovascolare è considerato basso in assenza di fattori di rischio e le concentrazioni di colesterolo LDL devono semplicemente scendere al di sotto di 220 mg/dl.

Il rischio cardiovascolare è detto intermedio se esiste almeno un altro fattore di rischio. Più questi fattori sono numerosi, più il valore del colesterolo LDL dovrà essere basso:

– inferiore a 190 mg/dl in presenza di uno di questi fattori;

– inferiore a 160 mg/dl se esistono due fattori associati;

– inferiore a 130 mg/dl in presenza di più di due o molteplici fattori di rischio.

Il rischio elevato riguarda coloro che hanno un antecedente di malattia cardiovascolare conclamata (sindrome coronarica o ictus) o che presentano rischi equivalenti (in particolare, il diabete di tipo 2 è considerato ad alto rischio quando è associato ad una microalbuminuria o ad altri due fattori di rischio). In tal caso, l’obiettivo deve essere quello di abbassare il colesterolo LDL al di sotto di 100 mg/dl.

Stile di vita

Dopo aver parlato dell’alimentazione quotidiana, diamo un rapido sguardo anche allo stile di vita. Vizi come fumo, alcol, caffè e droghe ricreative peggiorano ovviamente la tua salute. Vita stressante, sovrappeso, assunzione di farmaci e mancanza di esercizio sono fattori aggiuntivi. Esaminiamoli per capire chiaramente quale impatto hanno sul nostro benessere.

Benefici dell’esercizio
L’esercizio è il più importante fattore dello stile di vita da considerare. Il tuo lavoro comporta attività fisica? Fai qualche sport durante la settimana, come golf o tennis, per tenerti in forma? Sei iscritto a una palestra o hai in casa un’attrezzatura sportiva? Frequenti una piscina coperta? Fai una passeggiata ogni giorno? Per molte persone, camminare è l’attività più pratica, efficace e piacevole. Puoi ridurre i lipidi nel sangue e abbassare la pressione senza apportare cambiamenti nella tua dieta, semplicemente camminando mezz’ora al giorno. Sono stati condotti numerosi studi sulle proprietà ipocolesterolemizzanti di qualunque esercizio, anche per i giovani.

Presso la scuola medica di un’università in Turchia (Indian Journal of Physiology & Pharmacology, 1999, vol. 43), fu dimostrato che uomini di qualsiasi età che si esercitavano regolarmente avevano livelli più bassi di colesterolo totale e LDL, e più alti di HDL, meno grasso corporeo e in generale un minor rischio di cardiopatie coronariche. Presso l’Università del Maryland (Medical Science Sports Exercise, 1994) venne condotto uno studio a lungo termine della durata di dieci mesi su uomini anziani obesi. Ai soggetti fu prescritta una combinazione di dieta ipocalorica ed esercizio. Ovviamente persero peso e grasso corporeo, i loro livelli di colesterolo totale, LDL e trigliceridi diminuirono, e quelli di HDL aumentarono. La stessa università (Metabolism & Clinical Experiments, 1999, condusse un altro studio di nove mesi su uomini di mezza età in sovrappeso.

Questa volta, i ricercatori prescrissero ai pazienti la dieta raccomandata dall’American Heart Association (AHA), che non è affatto rigida o difficile da seguire, e regolare esercizio aerobico. I risultati ottenuti furono gli stessi del precedente studio, e la salute degli uomini migliorò notevolmente. I medici del Centro per le malattie degli adulti a Osaka (Domyaku Koka, 1994,) fecero camminare ogni giorno quattrocentocinquantanove uomini sani di mezza età. Nessun cambiamento nella dieta o nello stile di vita, nessun integratore, soltanto passeggiate. Come risultato, i livelli di HDL aumentarono, e il rischio di cardiopatie coronariche diminuì quasi immediatamente. Presso l’Università di Padova (Journal of Sports Medicine, 1991), a giovani atleti d’ambo i sessi furono prescritti esercizi aerobici o di resistenza. Nei soggetti vennero riscontrati evidenti benefici, a prescindere dal tipo di attività. In questi giovani sani e ben allenati furono riscontrati come di consueto un abbassamento dei livelli di CT, LDL e TG, e un aumento di quelli di HDL. Uno studio analogo fu condotto all’Università del Vermont (Metabolism & Clinical Experiment, 1992).

Anche in questo caso, i ricercatori osservarono che il tipo di esercizio – aerobico o di resistenza – non ha importanza, perché si ottengono sostanzialmente gli stessi benefici cardiovascolari. Essi dichiararono: “I giovani che si dedicano a esercizi aerobici e quelli che praticano allenamento di resistenza presentano entrambi profili di rischio di cardiopatie vascolari migliori rispetto ai coetanei non allenati, e questo appare legato al loro basso livello di adiposità (massa grassa) e di assunzione di grassi alimentari”.

Presso l’Università di Pittsburgh (Journal of Sports Medicine, 1995), a gruppi di donne in premenopausa e in postmenopausa venne chiesto di camminare ogni giorno. Quelle in postmenopausa avevano un’età media di cinquantacinque anni e ben il 38 per cento di grasso corporeo! I medici dichiararono: “Un unico, ma intenso periodo di camminate può influire notevolmente sul profilo ematico dei lipidi sia delle donne in premenopausa che di quelle in postmenopausa”. Alla Texas A&M University (Journal of Applied Physiology, 1995), a uomini di mezza età furono prescritti programmi di esercizi a breve termine, con i consueti risultati positivi. “Questi dati”, sottolinearono i ricercatori, “dimostrano che una sola seduta di esercizi, effettuata da uomini ipercolesterolemici e privi di allenamento, modifica le concentrazioni ematiche di lipidi e apolipoproteine”. Nota che parlarono di un’unica seduta. L’esercizio è una terapia efficace.
Sai già che l’esercizio fisico fa bene e riduce i grassi nel sangue anche senza modificare la dieta. Pensa cosa potrà fare una passeggiata quotidiana quando apporterai qualche cambiamento nell’alimentazione e assumerai integratori sperimentati!

Assunzione di farmaci e droghe ricreazionali

Gli americani assumono molti più farmaci tossici di qualunque altro popolo. Il danno provocato è incalcolabile. Oltre duecentomila persone muoiono ogni anno a causa di questi abomini sintetici. Oggi, i più diffusi sono gli antidepressivi e altri psicofarmaci. Non si devono prendere medicinali se non in rare occasioni, come oppiacei per alleviare temporaneamente il dolore o insulina per i diabetici di tipo 1, il cui pancreas non produce più questo ormone. Non puoi avvelenare la via verso la salute. Esiste una cura naturale per tutte le condizioni mediche.
In America si consumano anche molte più droghe ricreative che in ogni altro Paese. La più usata è la marijuana, ma per fortuna i suoi effetti fisici sono limitati. Quelli negativi sono psicologici. I farmaci oppiacei dilagano, specialmente l’idrocodone, Vantidolorifìco più prescritto negli Stati Uniti. L’elenco include antidepressivi e stimolanti. La cocaina è ancora estremamente diffusa, nonostante il prezzo elevato. Le anfetamine di ogni genere sono ampiamente consumate. L’ecstasy è molto popolare. Le droghe psichedeliche sono state per lo più abbandonate. Siamo la nazione più drogata della Terra. Si tratta semplicemente di un sintomo di profonda infelicità e insoddisfazione nella nostra vita.

Fumo
Un terzo degli americani adulti fuma. Il fumo è associato a molte serie patologie, compresi diversi tumori. Ovviamente, non occorre fornire prove dei suoi effetti letali. I più completi e autorevoli studi sul cuore, come quello dei Sette Paesi e di Helsinki, li hanno ripetutamente dimostrati. Il fumo peggiora il profilo ematico dei lipidi, è una delle principali cause di cardiopatie coronariche e abbrevia la durata della vita. Il National Cholesterol Education Program pubblicò un lungo rapporto (Archives of International Medicine, 1988, vol. 148) su tutti gli aspetti della pericolosa ipercolesterolemia. Esaminando il fumo come fattore, i ricercatori scoprirono che tra gli uomini con i livelli di colesterolo più bassi il tasso di mortalità era di 1,6 decessi per mille se non fumavano, ma del 6,3 in caso contrario. Tra quelli con i livelli più alti, l’incidenza era del 6,4 per mille se non fumavano, ma addirittura del 21,4 se erano fumatori. Il problema è che la nicotina dà una tale dipendenza che è molto difficile smettere. Non c’è motivo di citare una serie di studi per dimostrare ciò che è già evidente. Il fumo è una delle maggiori cause di cardiopatie, altera i livelli degli steroidi, ha innumerevoli effetti negativi sulla salute e provoca una morte prematura. Se vuoi vivere un’esistenza lunga, sana e attiva, ed evitare patologie cardiache e arteriose, devi smettere di fumare. È molto importante notare che una volta smesso, la tua salute migliorerà assai rapidamente. Ti avvicinerai ben presto allo stesso livello di rischio di CPC (cardiopatie coronariche) di chi non ha mai fumato. Non è mai troppo tardi per smettere, e in poco tempo puoi annullare la maggior parte del danno che hai prodotto.
Caffeina
La ricerca ha dimostrato che il caffè, o la caffeina sotto qualunque forma (come bevande energetiche, guaranina, matè), è molto più nocivo di quanto potresti pensare. I tipi non filtrato, preparato con la caffettiera francese ed espresso sono anche peggiori, a causa della presenza
degli oli tossici cafestolo e kaweolo. La caffeina è la droga psicoattiva più diffusa al mondo. Dà assuefazione, ed è facile diventarne dipendenti. È legale, economica, popolare e socialmente accettabile. Ha effetti estremamente negativi sui livelli di colesterolo e trigliceridi, e ancor più dannosi sui valori glicemici e insulinici. Contribuisce all’ipertensione, che è la condizione medica più comune. Studi che dimostrano tutto questo sono stati condotti presso istituti come la Nordic School of Public Health in Svezia, l’Istituto nazionale olandese di sanità pubblica e il King’s College a Londra. Una sola tazza di caffè o una dose di caffeina al giorno è sufficiente a rovinare la salute e abbreviare la vita. Se sei schiavo della caffeina, ammetti la tua dipendenza e liberatene.
Alcol
L’alcol rappresenta un problema molto più complesso. Nella maggior parte dei Paesi esiste un grave problema legato al suo consumo. Nessun’altra droga al mondo causa, neanche lontanamente, i danni dovuti al consumo di alcol. Tutti gli studi più importanti hanno dimostrato che il bere eccessivo (ovvero più di due drink al giorno o un’abbondante bevuta anche una sola volta alla settimana) è uno dei principali fattori di rischio di cardiopatie coronariche. Le donne sono molto più sensibili all’alcol rispetto agli uomini. Secondo alcuni studi, le persone che bevono soltanto uno o due drink al giorno (e non superano mai tale quantità) dovrebbero soffrire meno di cardiopatie, avere livelli di colesterolo più bassi e vivere più a lungo di quelle astemie. In realtà, l’alcol, anche assunto con moderazione, non rientra in un sano stile di vita. Bevendo solo un paio di drink al giorno puoi non nuocere al tuo profilo lipidico ematico o non aumentare il rischio di cardiopatie, ma vi saranno altri danni. Superare questa quantità o bere abbondantemente una volta alla settimana aumenterà i tuoi livelli di colesterolo, e avrai maggiori probabilità di soffrire di disturbi cardiaci e arteriosi. Tieni presente che è stato dimostrato che perfino uno o due bicchieri al giorno aumentano il rischio di altre patologie. L’alcol è un veleno, non un “paradosso francese”.
Conclusione
Le prove dell’importanza di un sano stile di vita sono ormai schiaccianti. Fumo, alcol, droghe, cattive abitudini alimentari e mancanza di attività fisica sono fattori determinanti associati a diversi seri problemi di salute, come cancro, patologie cardiovascolari e obesità. Sappiamo che le malattie legate allo stile di vita stanno ponendo un peso crescente sui sistemi sanitari di tutto il mondo. La migliore risposta è la prevenzione. Possiamo prevenire questi disturbi apportando piccole modifiche al nostro comportamento, incluso quello alimentare, e facendo esercizio fisico. Simili cambiamenti possono favorire una salute migliore. È solo questione di impegno.

Ereditarietà e colesterolo alto

Alcuni di noi non riescono a mantenere un profilo colesterolemico sano soltanto con un’alimentazione corretta e un moderato esercizio. Dieta e stile di vita contribuiscono ai livelli di colesterolo, ma a volte il colesterolo alto è dovuto a fattori genetici e può rimanere tale nonostante una buona nutrizione e una ragionevole attività fisica. Si può avere una predisposizione per l’ipercolesterolemia, ed è possibile che qui l’ereditarietà svolga un ruolo. Un buon numero di persone ha livelli di colesterolo e trigliceridi geneticamente alti, superiori a 300 mg/dl. Costoro sono a grave rischio di ogni forma di CPC, cancro e diabete, e di morte prematura. Ovviamente, devono fare di più per ridurre la percentuale di lipidi nel sangue. Occorre compiere scelte alimentari migliori, aggiungere integratori, digiunare settimanalmente, non assumere farmaci, abbandonare le cattive abitudini e svolgere più attività fisica.

Alimentazione
Nessuna pianta contiene colesterolo. Lo si trova solo negli animali e nei prodotti di origine animale. Chi segue una dieta completamente vegetariana (senza uova né latticini) non ne consuma affatto. Queste persone hanno in genere livelli di circa 150 mg/dl o meno, e ogni milligrammo di colesterolo viene elaborato dal fegato dai cibi vegetali che mangiano. Gli individui con valori geneticamente alti devono smettere di consumare carne di manzo, maiale e agnello, uova, pollame, latte e latticini. Pesce e frutti di mare possono essere mangiati con moderazione, poco più di 100 grammi al giorno, se non si è allergici. Dai la preferenza a pesci e molluschi poveri di grassi.
Gli oli vegetali non contengono colesterolo, ma anche il loro consumo andrebbe molto limitato. Di solito sono ricchi di acidi grassi omega-6 e poveri di omega-3, un altro motivo per usarne meno possibile. Gli americani hanno uno squilibrio di omega-6 rispetto agli omega-3. La migliore fonte di questi ultimi è il lino, e per i casi più difficili si consiglia di
assumere 2,5 grammi (lA cucchiaino) di olio di lino refrigerato. Consulta in proposito il capitolo 9.
Latte e latticini dovrebbero essere assolutamente evitati, incluse le forme a basso o nullo contenuto di grassi, il latte scremato senza lattosio e lo yogurt. I formaggi sono pieni di lattosio e caseina. Per sostituirli, esistono numerosi e ottimi prodotti a base di soia, riso, mandorle e avena. I latticini sono la categoria alimentare più allergenica e nociva.
Integratori
È molto importante che le persone con livelli lipidici ematici particolarmente elevati assumano tutti e quattro gli “integratori fondamentali”: betasitosterolo, olio di lino, betaglucano e isoflavoni di soia. Sarebbe una buona idea raddoppiare per un anno le dosi di betasitosterolo e betaglucano portandole rispettivamente a 600 e 400 mg. La gomma di guggul dovrebbe rimanere a 250 mg (10 per cento di steroni), e gli isoflavoni di soia a 40 mg. La prima andrebbe sospesa dopo un anno.
Anche molti degli altri integratori trattati in queste pagine dovrebbero essere inclusi nel tuo programma, compresi acidofilo, betacarotene, vitamina E, FOS, aglio, L-glutammina e lecitina. Curcumina, aloe vera, gomma di guggul e di guar, e citropectina vanno assunti solo per periodi da sei a dodici mesi. Queste sostanze sono economiche e utili alla salute in molti altri modi. Prendi per un anno 3 g di TMG (trimetilglicina) al giorno per disintossicare e depurare il fegato. Poi continua ad assumerne 1 g al giorno su base permanente. Una buona funzione epatica è essenziale per avere sani livelli di lipidi ematici.
Equilibrare gli ormoni
L’equilibrio ormonale non è più un’opzione. Come si è detto nei capitoli 15 e 16, devi equilibrare i tuoi ormoni fondamentali. DHEA e testosterone sono i primi da misurare, ma non assumere integratori finché non sia stato accertato che i loro livelli sono bassi. La melatonina dovrebbe essere assunta dalle persone oltre i quarant’anni. I suoi valori possono essere verificati esaminando la saliva prelevata alle tre del mattino. Il testosterone transdermico può essere usato sia dagli uomini che dalle donne, ma in quantità differenti. Anche il pregnenolone andrebbe assunto da tutti gli ultraquarantenni. Se in persone d’ambo i sessi i livelli di estradiolo o di estrone sono troppo elevati, è possibile abbassarli apportando cambiamenti nell’alimentazione e nello stile di vita. Le donne dovrebbero controllare l’estriolo. Gli ormoni tiroidei T3 e T4 andrebbero esaminati. L’HGH (ormone della crescita umana) può essere assunto da chiunque abbia superato i cinquantanni, ma è molto costoso e andrebbe iniettato ogni giorno. Questo è l’unico libro che parla degli effetti dei nostri ormoni sui valori di colesterolo e trigliceridi. Molti medici, perfino alcuni endocrinologi, ne sono completamente
all’oscuro e non prescrivono, come dovrebbero, test dei livelli ormonali. Il colesterolo è il precursore degli altri sei ormoni.
Esercizio
Una regolare attività fisica è essenziale per abbassare il colesterolo. La maggior parte delle organizzazioni per la sanità raccomandano un minimo di trenta minuti al giorno di esercizio da moderato a intenso, come camminare, fare jogging, andare in bicicletta o fare giardinaggio per contribuire a ridurre i valori colesterolemici. Chi combatte il colesterolo geneticamente alto deve svolgere ogni giorno più attività fisica di altri. L’ideale sarebbero esercizi sia aerobici che di resistenza. Un modo per ottenere buoni risultati è cercare di perdere o mantenere il peso. Se sei in sovrappeso, aumenti la quantità di LDL nel sangue. Le persone con livelli lipidici ematici particolarmente elevati devono dimagrire fino a ottenere un peso normale.
Digiuno settimanale
È stato dimostrato che un digiuno a intervalli regolari abbassa i livelli di colesterolo nel sangue. Inoltre, riduce la glicemia e i trigliceridi, e fa perdere peso. Digiunare settimanalmente non è un’opzione. Bere solo acqua e non mangiare nulla per 24 ore una volta alla settimana è di grande aiuto. Il digiuno fa venire appetito e, come reazione, l’organismo rilascia più colesterolo. Fissa un giorno della settimana in cui non mangerai nulla da una cena alla successiva.
Conclusione
Se anomalie genetiche inducono il tuo corpo a produrre colesterolo in eccesso o gli impediscono di assorbirlo, abbassarne i livelli è certamente più problematico. Tuttavia, ciò non significa che sia impossibile, ma solo che occorre un impegno maggiore per conquistare un sano stile di vita. La soluzione di casi difficili richiede più tempo, attenzione e applicazione.

West Nile: morto l’anziano colpito dal virus

in Salute by

Un anziano di 78 anni residente a Pieve di Cento è morto nella giornata di ieri all’ospedale di Cona in provincia di Ferrara a causa delle conseguenze della West Nile contratta da una zanzara.Il virus del Nilo occidentale, è un arbovirus della famiglia dei Flaviviridae genere flavivirus appartenente al IV gruppo dei virus; le modalità di trasmissione del virus del Nilo è rappresentata da diverse specie di zanzare, che sono il primo vettore e tra queste, pare rivesta un ruolo primario il genere Culex.

Il periodo di incubazione della malattia, ovvero il periodo compreso tra l’infezione e lo sviluppo dei primi segni e sintomi, è tipicamente compreso tra 2 e 15 giorni. I sintomi tipici della West Nile sono rappresentati dalla comparsa iniziale delle febbre moderata che in genere perdura dai tre ai sei giorni e ad essa si associa un senso di malessere generalizzato, anoressia, nausea, cefalea, mal di schiena, mialgie, atralgie, tosse, eruzione cutanee, linfadenopatia e dispnea.

Come già detto, nel nostro paese e nello specifico a Pieve di Cento si è registrata la prima vittima, ovvero un anziano signore di 78 anni che aveva contratto il virus. Dall’11 agosto l’anziano signore pare stesse lottando per la vita al Sant’Anna, ma nella mattinata di sabato, per improvvise complicazioni è deceduto; l’anziano signore morto all’ospedale di Cona Corrado Gamberini, era molto conosciuto nel suo paese, ovvero Pieve di Cento, dove abitava con la moglie Maria Zizza in un’abitazione sita in via Poggetto n 6. Gamberini, oltre alla moglie lascia anche i cognati e i nipoti, le figlie Lorena e Loredana.

“Un momento davvero difficile per noi siamo veramente molto scossi e provati. È come vivere in incubo da cui non è possibile svegliarsi. Tutto sembra non avere un senso. Tutto è partito dalla puntura di una zanzara, che gli ha trasmesso la malattia. È la zanzara culex, la zanzara nostrana”, ha spiegato una delle figlie. Inizialmente si era ipotizzato che Gamberini fosse stato punto da un insetto mentre era lontano da casa, ma la figlia ha chiesto che venga fatta chiarezza e nello specifico ha riferito che non sembra possibile il fatto che il padre possa aver contratto il virus a Reggio Emilia, dove si era recato per sottoporsi a delle cure dentistiche nel periodo antecedente alla malattia, perchè andava soltanto nelle ore centrali del giorno.

“Non ha fatto altri viaggi o altri giri. Quindi come abbiamo riferito ai dottori può essere accaduto solo qui, a Pieve. I medici ci hanno detto che l’Emilia Romagna è ovunque, qualche zona di più, qualche altra di meno, un bacino di diffusione. Non capisco perché l’Asl e le istituzioni non si facciano promotori di una campagna di sensibilizzazione e di informazione su come prevenire il virus West Nile. La gente deve essere consapevole della sua esistenza e di come difendersi”, ha dichiarato ancora la figlia.

Adieci anni dalla prima segnalazione, il Virus West Nile è stato nuovamente rilevato sul territorio nazionale, La conoscenza dell’epidemiologia di questa zoonosi trasmessa da vettori che si manifesta in uomini e cavalli, ma che riconosce in altre specie animali il proprio serbatoio, è essenziale per scegliere gli strumenti più appropriai! per il suo controllo.

Dieci anni dopo la sua prima segnalazione  il virus West Nile (WNV) si è manifestato nuovamente in Italia. In Emilia-Romagna tra agosto e ottobre 2008 sono stati segnalati 24 casi clinici (3 decessi) in equini delle Province di Ferrara, Bologna e Modena. Il WNV è stato isolato da una gazza (Pica pica) e da una ghiandaia (Garrulus glandarìus) abbattute e positività in PCR sono state rilevate in due pool di zanzare (Culex pipiens) prelevate nelle medesime province. Per la prima volta, infine, sono stati segnalati casi umani di malattia (dati non pubblicati). Tra gli episodi italiani del 1998 e del 2008 si è verificata in Nord America una drammatica epidemia che ha trasformato la febbre da WNV da arbovirosi minore a problema rilevante di Sanità Pubblica e Sanità Pubblica Veterinaria. Nella presente nota vengono riportati gli aspetti essenziali della malattia e allo scopo di facilitarne la diagnosi. La sorveglianza passiva, infatti appare lo strumento più efficiente per riconoscere le aree interessate dalla circolazione virale.

IL VIRUS WEST NILE
Il WNV è un RNA-virus del genere Flavivirus, famiglia Flaviridae. Appartiene al complesso antigenico della Encefalite Giapponese (JE) che comprende diversi patogeni umani, quali il virus dell’Encefalite Giapponese in Asia, quello dell’Encefalite della Valle del Murray in Australia e dell’Encefalite di Saint- Louis in America . Il virus Kunjin, segnalato in Australia, è risultato essere strettamente correlato al WNV in studi filogenetici [9]. Al gruppo della JE appartengono anche altri virus, quali i virus africani Koutango, Usutu e Yaounde. Anche questi virus possono dare reazioni sierologiche crociate con il Virus West Nile. In particolare va rilevato che sieropositività per il virus Usutu sono state recentemente segnalate in Italia, in provincia di Ravenna nel 2007. Il WNV è considerato endemico nel bacino del Mediterraneo, è stato isolato in molti Paesi europei e nordafricani dagli anni sessanta agli anni ottanta, comunque solamente negli ultimi 15 anni sono stati registrati diversi focolai di una certa rilevanza; nella tabella 1 sono riassunti i dati essenziali di questi episodi.

IL CICLO DI TRASMISSIONE
Il ciclo di trasmissione naturale del WNV coinvolge zanzare, come serbatoio e vettore biologico, e uccelli come ospiti amplificatori. Il WNV è stato isolato da 11 generi diversi di zanzare, non tutte però dimostrano la medesima competenza vettoriale, in Europa e nel Bacino del Mediterraneo tale ruolo viene principalmente svolto da zanzare ornitofile del genere Culex (Cx. pipiens, Cx. modestus). I vettori si infettano e trasmettono l’infezione durante il pasto di sangue.

Si pensa che il virus entri in una nuova area attraverso gli uccelli migratori, pertanto non deve sorprendere che la maggior parte degli episodi di malattia si manifesti in aree umide o in zone vicine al delta di fiumi, dove c’è convivenza tra avifauna stanziale e migratoria e abbondante presenza del vettore. Tra gli uccelli vi sono comunque differenze di competenza, il WNV è in grado di infettare centinaia di diverse specie di uccelli, ma solamente alcune sviluppano viremia di durata (da 1 a 6 giorni post-infezione) e con titolo virale tale (>105 PFU/ml di siero) da essere infettante per il vettore. Attraverso infezioni sperimentali i passeriformi sembrano essere i più efficienti ospiti amplificatori.

Tra questi il passero domestico e lo storno potrebbero svolgere il ruolo di “ponte” tra il ciclo silvestre e quello urbano. Nelle specie di uccelli competenti vi è anche una possibilità di trasmissione diretta del virus. Il WNV è infettante per via orale ed è stato riscontrato in tamponi orali e cloacali degli uccelli infetti. È probabile pertanto che pratiche quali l’accoppiamento, l’alimentazione dei nidiacei, il cannibalismo, la predazione e la necrofagia possano permettere l’ulteriore diffusione del virus.

Molte specie di mammiferi sono sensibili all’infezione. Tutti, compreso l’uomo e il cavallo, sono però considerati ospiti a fondo cieco, in quanto in questi animali la viremia è di breve durata e con un titolo considerato non infettante per il vettore.
Anche i rettili (alligatori, serpenti e tartarughe) e le rane possono essere infettate dal WNV. Si pensa che queste specie, a causa della lunga viremia e del fatto che si ibernano, siano anche in grado di svolgere un ruolo nel mantenimento del WNV nell’ambiente. Una volta infatti passato dall’avifauna migratoria a quella stanziale, il WNV si dimostra in grado di ripresentarsi negli anni successivi. I meccanismi per l’over- wintering non sono chiariti, il virus potrebbe superare l’inverno in ospiti a lunga viremia (es. rettili) o in zanzare adulte infette svernanti. È inoltre stata dimostrata la trasmissione trans-ovari- ca del virus.

In sostanza il ciclo di trasmissione del WNV è piuttosto complesso e non ancora completamente chiarito. Implica una complessa catena di eventi, tra i quali non sono secondari l’abbondanza degli ospiti amplificatori e dei vettori, fattori climatici e stagionali e l’uso del territorio. Tutto ciò fa in modo che le epidemie da WNV siano, almeno in Europa, di limitata entità sia spaziale sia temporale, erratiche e sostanzialmente imprevedibili.

LA MALATTIA
Nell’uomo la maggior parte delle infezioni ha decorso asintomatico. In un 15- 20% dei casi invece si manifesta, dopo un periodo di incubazione di 3-15 giorni, una sindrome influenzale (febbre, mal di testa, mialgia nausea e vomito). La sindrome dura di norma 2-3 giorni. In meno dell’ 1 % dei casi invece la malattia si manifesta con sintomi neurologici (meningite o meningoencefali- te o mielite) associati a febbre elevata. I decessi sono registrati soprattutto nei soggetti di età più elevata. Sono stati segnalati casi di trasmissione diretta dell’infezione da WNV attraverso la placenta, l’allattamento al seno, le emo- trasfusioni e i trapianti di organo.

Cavallo
Anche nel cavallo la maggior parte delle infezioni da WNV ha decorso asintomatico. In poco meno del 10% dei casi però i cavalli infetti mostrano sintomatologia nervosa . Il periodo di incubazione è compreso tra i 3 e i 15 giorni post-infezione (g.p.i.), sintomi più comunemente descritti sono paresi, atassia, cadute improvvise, difficoltà nell’andatura, fascicolazione dei muscoli, digrignamento dei denti, cecità, ptosi delle labbra, ipereccitabilità o letargia.

La sintomatologia nervosa è diversa da soggetto a soggetto e dipende dall’area del sistema nervoso centrale in cui insorgono le lesioni infiammatorie (polioencefalo-mielite non suppurativa) legate alla presenza del virus. La maggior parte dei soggetti che si ammala guarisce spontaneamente; di norma il tasso di letalità (percentuale di animali malati che muoiono o vengono sottoposti a eutanasia) rimane compreso tra il 30% e il 40%. In cavalli sottoposti a infezione sperimentale, tutti i soggetti, anche quelli che non hanno mostrato viremia, hanno sieroconvertito. Le IgM rilevate mediante ELISA sono comparse a 7 g.p.i. e hanno raggiunto il picco a 13 g.p.i., mentre gli anticorpi neutralizzanti (IgG) sono comparsi tra gli 8 e i 10 g.p.i, raggiungendo il picco tra i 9 e i 13 g.p.i.. Una viremia è stata rilevata tra 1 e 6 g.p.i. e non ha mai superato le 103 PFU/ml di siero.

Uccelli
Ad eccezione di un episodio registrato in Israele nel 1998 nel quale mostrarono sintomatologia nervosa e morirono cicogne e oche domestiche, in Europa l’infezione da WNV negli uccelli decorre di norma in modo asintomatico. Al contrario, mortalità elevate di uccelli sono state registrate in Nord America, dove il virus è stato segnalato per la prima volta nel 1999 . Tra gli ordini di uccelli quelli che svolgono il ruolo di ospiti amplificatori sono i Charadriiformi (gabbiani, sterne, beccacce, chiurli) e i Passeriformi, tra i quali particolare importanza nell’ecologia del WNV rivestono soprattutto i ploceidi (passeri), gli sturnidi (storni) e i corvidi (gazze, cornacchie). Tra gli uccelli domestici un certo ruolo possono svolgere gli Anseriformi, mentre Galliformi e Columbiformi mostrano viremie di breve durata e con titoli virali non elevati. Sono quindi in grado di mantenere il virus nell’ambiente, ma non sembrano svolgere un ruolo di amplificazione.

Altri mammiferi
Il WNV infetta molte specie di mammiferi. È stato isolato da pipistrelli, scoiattoli, cani, gatti, conigli, foche e da diverse specie di ruminanti . In queste specie l’infezione decorre in genere in modo asintomatico, ma gli animali infetti siero- convertono e ciò può essere di ausilio in indagini sieroepidemiologiche.

DIAGNOSI DI LABORATORIO
Diagnosi diretta
I materiali più adatti all’isolamento virale sono rappresentati dal sistema nervoso centrale (encefalo, midollo allungato, midollo spinale, liquido cefalorachidiano) di cavalli sintomatici. Per gli uccelli gli organi dai quali è più facile l’isolamento sono cuore, cervello, fegato e rene. Per l’isolamento vengono usate in genere tessutocolture di rene di coniglio (RK-13) o di macaco verde (VERO). In genere è richiesto più di un passaggio prima che il virus mostri effetto citopatico. Sugli stessi materiali può essere anche eseguite tecniche di biologia molecolare per evidenziare il genoma virale: le più usate sono la RT- nPCR (reverse-trascription nested polyme- rase chain reaction)  o la PCR real time. L’RNA virale può anche essere evidenziato in campione di siero o sangue addizionato con EDTA, ma la breve durata della viremia permette ciò solamente nelle prime fasi dell’infezione.

Diagnosi indiretta
I test sierologici di riferimento sono l’Equine IgM capture ELISA per i sieri equini e il test di riduzione del numero delle placche (plaque reduction neutrali- sation test – PRNT) per i sieri di tutte le specie, il titolo soglia per la positività è 1:10. L’ELISA IgM è particolarmente utile per evidenziare le infezioni recenti, nel cavallo infatti le IgM sono generalmente rilevabili 7-10 g.p.i. fino a 1-2 mesi post-infezione.

PIANO NAZIONALE DI SORVEGLIANZA
Dal 2002 è istituito sul territorio nazionale un Piano di Sorveglianza nei con fronti della WND, attualmente regolamentato dal D.M. 29/11/2007. Tale piano viene svolto con l’obiettivo di rilevare precocemente la circolazione virale attraverso attività di sorveglianza passiva e attiva. Il piano nazionale presenta però alcune criticità che ne minano l’efficacia, in particolare:
1. individua come aree da monitorare una quindicina di zone umide sparse sul territorio nazionale. Queste, pur essendo tutte aree che per le loro caratteristiche ecologiche sono considerate idonee per la presenza e la propagazione del WNV, non rappresentano tutte le possibili porte di ingresso del virus sul territorio nazionale;
2. prevede come attività di sorveglianza passiva l’analisi dell’avifauna selvatica rinvenuta morta, quando, a differenza di quanto si verifica in Nord America, nel Bacino del Mediterraneo gli episodi di mortalità da WN negli uccelli selvatici sono registrati raramente;
3. prevede come principale attività di sorveglianza attiva l’impiego di polli sentinella.
Per verificare l’efficacia del sistema di sorveglianza, nelle aree a rischio, è stato inoltre previsto l’impiego di cavalli “stanziali” da utilizzare come animali sentinella. Questi vanno controllati sierologicamente due volte l’anno: all’inizio (febbraio-marzo) e alla fine (novembre-dicembre) della stagione di attività del vettore. Anche la sorveglianza passiva sindromica sui cavalli viene utilizzata allo scopo di valutare l’efficacia del piano. Quest’ultima attività di sorveglianza passiva, che ha permesso di rilevare la presenza del WNV sia nel 1998  sia nel 2008, sarebbe invece opportuno che venisse estesa a tutto il territorio nazionale.

PREVENZIONE
Le misure di prevenzione, come per tutte le malattie trasmesse da vettori, sono finalizzate a impedire il contatto tra gli animali suscettibili e i vettori infetti. A tal fine sono buone pratiche: il ricovero notturno dei cavalli all’interno delle strutture, l’uso di ventilatori, spegnere le luci all’interno delle strutture, mantenendone al contempo altre accese lontane dalle strutture di ricovero degli animali, mantenere gli uccelli fuori dalle scuderie e impedire la loro nidificazione in vicinanza o all’interno delle scuderie. Utile è anche la lotta al vettore attraverso trattamenti periodici, ma più efficaci possono essere azioni quali la rimozione di possibili luoghi di riproduzione delle zanzare (raccolte di acqua stagnante, stagni, tombini ecc.), la pulizia e lo sfalcio della vegetazione circostante le strutture. Solamente per la specie Equina sono stati sviluppati vaccini (spenti o ricombinanti) con una buona efficacia nei confronti della malattia clinica. (NdA: ora esiste un vaccino spento registrato in Italia che dovrebbe essere disponibile da giugno sul mercato).

CONCLUSIONI
Il WNV è agente di una zoonosi, endemica nel Bacino del Mediterraneo, che per motivi non ancora chiariti può improvvisamente manifestarsi verso la fine dell’estate in uccelli, cavalli e/o persone. In considerazione delle notevoli implicazioni che questa malattia ha per la Sanità Pubblica, le attività di sorveglianza nei confronti di questo agente dovrebbero essere mantenute, da giugno a ottobre, su tutto il territorio nazionale, soprattutto nelle aree adiacenti a zone umide dove transitano o nidificano uccelli migratori. A tale scopo maggiore importanza dovrebbe essere data alla sorveglianza attiva sull’avifauna stanziale e alla sorveglianza passiva sui cavalli, in quanto si sono dimostrati strumenti validi per rilevare la circolazione di ceppi patogeni. In particolare, per rendere questa ultima attività più efficace dovranno essere dedicate risorse alla formazione e motivazione degli ippiatri.

Stress da rientro: qualche consiglio su come combatterlo

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Stanchezza, difficoltà di concentrazione, mal di testa e irritabilità. Questi sono alcuni dei sintomi della cosiddetta “sindrome da rientro”, che colpisce emotivamente centinaia di persone al rientro al lavoro dopo un periodo di vacanza. L’agenzia Adnkronos ha stilato una guida per tutti gli “ammalati” da sindrome da rientro, per tornare dietro la scrivania con la giusta carica e determinazione.

Sindrome post vacanze: non c’è un rimedio universale. Un lavoratore contento del proprio mestiere raramente sarà depresso dopo le ferie. Ogni persona è diversa e vive in contesti diversi, quindi non c’è un rimedio universale alla sindrome post vacanze. Quando le ferie sono agli sgoccioli si dovrebbe, in qualche modo, tornare ‘nell’ottica lavorativa’ e abbandonare lo stile di vita vacanziero. Settembre è un ottimo mese per iniziare nuove attività e hobby, che potrebbero rivelarsi utili per contrastare quell’ansia che tende a rovinare la vita al rientro dalle ferie. Verso la metà degli anni ’80 il gruppo musicale dei Righeira aveva lanciato all’inizio della stagione estiva un “tormentone”, “L’estate sta finendo” e inevitabilmente ogni anno l’estate lascia il passo all’autunno che provoca in molte persone al rientro dalle vacanze una serie di sintomi psicosomatici poco gradevoli. Fin dai tempi di Pitagora il fenomeno della malinconia autunnale era conosciuto. Oggi si parla di “sindrome da rientro”, stanchezza, irritabilità, disturbi del sonno, tachicardia, sudorazione eccessiva, sono le manifestazioni che la caratterizzano e che coinvolgono fino al 50% delle persone una volta rientrate dalle ferie. Il disagio entro certi limiti è normale e si verifica sia perché in autunno il nostro organismo modifica la sua attività ormonale sia perché la ripresa della routine abituale costituisce un momento di transizione e di cambiamento.

Spesso le aspettative dei vacanzieri vengono disattese, a questo si aggiunge magari stress del viaggio, insomma le cose non sono andate proprio come si voleva o al contrario la vacanza è stata un sogno e il rientrare nella realtà per qualche breve tempo sembra un incubo.

Ecco allora qualche consiglio per superare il problema.

1. Pensare che i sintomi sgradevoli rientrano nella normalità e che con buona probabilità fanno parte della “sindrome da rientro”. Si consiglia di accettarli, senza assecondarli con pensieri negativi cercando altresì di riempire la mente di fantasie e prospettive ottimiste.

2. Darsi tempo e gradualità nel riprendere le attività abituali, dedicandosi al necessario riposo notturno.

3. Appuntarsi su una agenda, sul telefonino o sul computer gli impegni, gli appuntamenti e i progetti.

4. Concentrarsi su pensieri positivi e sulle opportunità che i futuro ci offrirà

5. Evitare di proiettare su famigliari o colleghi le sensazioni di inadeguatezza e disagio tipiche di questo periodo.

Mangia il pollo al ristorante e resta paralizzata per lo choc anafilattico

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Mangia pollo durante una vacanza a Budapest con le amiche ma la sua vita cambia radicalmente. Sapendo di soffrire di una severa allergia alle arachidi, porta con sé la siringa dosata con adrenalina, in caso di autoiniezione per contrastare lo shock anafilattico.

Amy avrebbe specificato ai camerieri della sua allergia chiedendo più volte conferma che nel piatto delle scelte non ci fossero arachidi nemmeno tracce, purtroppo però per una fatalità si è consumata una vera tragedia perché è bastato un morso al pollo per far scattare lo shock anafilattico. L’incredibile storia è stata resa nota al grande pubblico soltanto perché la giovane ha partecipato al programma “this morning” sul canale tv dove lavorava prima dell’incidente e nel corso di questi anni i suoi genitori hanno aperto un sito “The Amy May Trust“, per raccogliere alcune donazioni ed aiutare la giovane nella sua riabilitazione per assicurarle una vita più dignitosa. Peccato che, una volta mangiato il pollo, si è sentita male andando in arresto cardiaco per sei minuti.

Ragazza inglese mangia del pollo e finisce in sedia a rotelle per colpa di un grave choc anafilattico causato dal pollo. Sei lunghi minuti in cui non arriva ossigeno al cervello, per questo oggi la ragazza è in sedia a rotelle e non può parlare. L’inglese, quell’aprile 2014, è poi stata portata all’ospedale Peterfy di Budapest, in cui le è stato indotto il coma farmacologico per ridurre il danno cerebrale. Fa pochi movimenti con braccia, gambe e bocca, ma non è più autonoma. Per tre settimane è rimasta immobile e i medici, per lei, non nutrivano speranze di sopravvivenza. Successivamente al St. Thomas’ Hospital di Londra, dove vi trascorre 11 mesi e infine sempre nella capitale inglese al Royal Hospital di Putney.

Sindrome da rientro delle vacanze: Un italiano su 3 soffrirebbe di ansia da ritorno al lavoro

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Sei milioni e mezzo: questo il numero degli italiani che soffrono di stress da rientro. Quando ogni anno leggo queste cifre in aumento, e quando ogni fine agosto che Dio comanda, mi ritrovo a scoprire le sindromi da troppo riposo, sono psicologicamente pronta a rimandare i vacanzieri di ritorno nel posto dove meriterebbero di tornare. Ma come, sei stato a godere di due settimane al mare o in montagna, servito e riverito, ed ora ti senti spossato e depresso e non ce la fai a riprenderti? Lo stress da rientro non è una vera e propria patologia, ma ima improvvisa condizione di disagio, di astenia e malinconia che sopraggiunge dopo il relax  delle vacanze, un malessere che colpisce soprattutto coloro che tornano al lavoro dopo una lunga pausa, e che si manifesta con sintomi quali insonnia, ansia, nervosismo, spossatezza, e leggera depressione. Spesso ci si sente incapaci di concentrarsi, fisicamente appesantiti, psicologicamente non pronti, schiacciati dal senso di responsabilità e dai compiti incombenti. Anche solo trovare le bollette da pagare, accumulate nella cassetta della posta, può provocare irritabilità e uno sbalzo d’umore al negativo.
L’ultimo studio Online in proposito è di «In a bottle» {www.inabottle.it) il quale rivela che il 32% dei nostri connazionali, cioè 1 su 3, al termine della vacanza si scopre più stressato di prima, poiché il ritorno alla routine, le ansie sul lavoro e l’impatto con i colleghi provocano quei traumi che innescano la sindrome da rientro, con tutte le sue manifestazioni.

Segue puntuale l’elenco dei rimedi banali e scemi per recuperare la serenità perduta, come bere molto, mangiare bene, dormire più a lungo, farsi docce gelate dopo un’ora di yoga mattutina, non fissarsi sui social più di 30 minuti al giorno, prendersi della pause e nattìvarsi con gradualità, stare alla luce del sole e, udite udite, non dimenticare di respirare, perché al risveglio, quando ci si alza, sostiene lo studio, si respira in modo superficiale e velocemente, cosa che aumenta il senso di preoccupazione, per cui viene consigliato di eseguire esercizi di inspirazione ed espirazione profondi, di fronte ad una finestra aperta, mattina e sera, come fosse una terapia antibiotica per debellare il virus vacanziero che manifesta tenace resistenza. Lo stress, per definizione, è una risposta endocrina attivata dal sistema nervoso centrale una volta che il cervello ha stabilito di trovarsi di fronte ad una situazione appunto stressante, attivando una risposta che provoca tensione muscolare, allerta cerebrale ed accelerazione del battito cardiaco, una condizione che agli albori dell’evoluzione della specie era utile per prepararsi alla fuga o alla lotta per la sopravvivenza. Ma oggi, si cercano rimedi per sopravvivere al trauma delle vacanze, e bisogna consultare gli psicoterapeuti, leggere attentamente e seguire le loro indicazioni, che in queste settimane riempiono intere pagine di quotidiani e riviste, senza trovarne uno che abbia il coraggio e la dignità professionale di dire che lo stress da rientro è ima cosa di cui vergognarsi, che non dovrebbe impegnare alcun specialista e nemmeno un mezzo giornalista, perché dovuto a semplice frustrazione, alla consapevolezza di tornare ad una vita noiosa ed insoddisfacente, e che il vero stress è invece quello quotidiano, quello che non conosce vacanze, l’incubo della vita di tutti i giorni, quello di occuparsi delle rotture di scatole onnipresenti, e non quello che insorge dopo averle allontanate e dimenticate per breve periodo.

Invece no, siamo costretti a leggere le opinioni di tutti questi scienziati che consigliano di bere acqua minerale con spremuta di limone la mattina, per alcalinizzare il nostro sangue e recuperare i sali persi chissà dove durante Testate, e quelle dei nutrizionisti che invitano a seguire la “dieta dei biotipi”, secondo loro Tunica corretta e bilanciata, che ci rimetterà in forma e magari ci farà perdere anche qualche chilo, un risultato gratificante che ci restituirà sicuramente la perduta fiducia. Tra gli accorgimenti raccomandati non mancano quelli fonda- mentali, ovvero di non alimentare i sintomi ansiosi con pensieri negativi, e di porsi degli obiettivi per ottimizzare il tempo e sfruttare le opportunità che ci aspettano nei mesi autunnali, perché con le prime foglie che cadranno tutti i vostri sintomi saranno destinati a scomparire, ed il vostro organismo si riabituerà prontamente ai ritmi ed alle responsabilità della vita quotidiana.

Quindi lunga convalescenza, dopo diagnosi e terapie straordinarie per quella patologia diffusa e dannatamente impegnativa che vi ha colpito.
Inoltre, con mia grande meraviglia, non ho trovato, sui siti e sui media, nessun consiglio medico o scientifico, sugli accorgimenti da seguire, per coloro che le vacanze non le hanno proprio fatte, o non le hanno viste nemmeno in cartolina, perché non considerati stressati, e che quindi si devono ritenere fortunati a non aver provato quel trauma, invece di lamentarsi per non aver avuto le possibilità logistiche ed economiche di andare in ferie o per essere rimasti inchiodati al lavoro, anzi, dovrebbero essere grati alla dea fortuna per non essere stati colpiti da questa terribile sindrome del rientro, pericolosamente contagiosa, molto fastidiosa e difficile da curare.

Sulla carta le vacanze sono sempre fantastiche, perché sono un’evasione, perché salvano i matrimoni, rimettono in salute, ridonano splendore alla pelle e svuotano fa testa dai pensieri, anche se spesso nella spensieratezza si svuotano anche i portafogli, ma soprattutto le ferie comandate in famiglia rovinano i rapporti extraconiugali, che si interrompono ogni fine luglio tra polemiche e recriminazioni, e che sono i veri motivi di stress che irrompono ed amareggiano gli amanti ogni estate, provocando gelosie ed accuse reciproche.
Insomma, non c’è scampo nel mese di agosto per chi va in vacanza, lo stress è assicurato per tutti, ed ha la sua acuzie con l’incubo della sindrome del rientro, perché chi resta a casa aspetta con ansia mista a rancore il ritorno dello stressato, ed ancora prima che lui disfi le valigie del suo viaggio, gli si rivolge malignamente fa fatidica domanda: «Adesso dove andiamo in vacanza noi due?». Roba da farsi venire ima crisi isterica, o tirare qualche bestemmia, al solo pensiero di ricominciare a stressarsi.
Ma se potete restate tranquilli, non fatevi prendere dal panico o da una crisi ipertensiva, perché state invecchiando, Testate è finita, c’è ancora la crisi, la sveglia suonerà di nuovo all’alba e domani finalmente è lunedì.

Depressione: Google ti fa la diagnosi online

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Un test sulla depressione. Il colosso della tecnologia e del web ha annunciato nel corso della giornata di ieri la possibilità di verificare direttamente tramite Google Search una possibile depressione clinica.

La nuova iniziativa, riferiscono le agenzie, è il risultato della collaborazione con la ‘National Alliance on Mental Illness’ e rappresenta, per Google, una prima: finora mai il motore di ricerca aveva offerto nei suoi risultati uno strumento per valutare autonomamente la propria salute mentale.

Il questionario funziona così: digitando in Google un termine di ricerca relativo alla depressione, in cima ai risultati principali viene visualizzata una voce che chiede “Sei depresso?” Cliccando su “sì”, si aprirà il link di PHQ-9, un questionario validato che i medici possono utilizzare per aiutare a diagnosticare la depressione. “Per contribuire a sensibilizzare la consapevolezza di questa condizione, abbiamo collaborato con Google per fornire un accesso più diretto agli strumenti e alle informazioni alle persone che ne potrebbero soffrire”.

“Le statistiche mostrano che coloro che hanno sintomi di depressione sperimentano una media di un ritardo di 6-8 anni per ottenere il trattamento dopo l’inizio dei sintomi. Tuttavia, anche se questo strumento può aiutare, è importante notare che PHQ-9 non è destinato ad agire come strumento singolo per la diagnosi”, ha concluso Giliberti. Gli italiani che si ammalano sono tra il 4,4 e il 7% della popolazione e siamo secondi solo alla Germania.

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