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Bergamotto toccasana, in succo combatte stress e colesterolo

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E’ un ottimo anti stress, aiuta a liberare le vie respiratorie e combatte il colesterolo cattivo. Sono le tante proprietà del bergamotto, un agrume che si sta facendo strada non solo nel comparto alimentare ma anche in quello farmaceutico, usato da almeno tre secoli nella preparazione dei profumi. Uno studio condotto dall’Università di Roma Tor Vergata, infatti, ha dimostrato che assumere succo di bergamotto genera ”un significativo aumento di colesterolo HDL (quello buono) e una diminuzione dell’LDL (quello cattivo)’‘; una conferma significativa da parte del mondo della ricerca, che ha certificato le proprietà benefiche del ”frutto della salute”.

Se l’olio essenziale si ricava dalla buccia del bergamotto, da qualche anno si è scoperto che è il succo del frutto ad avere proprietà naturali anticolesterolo. E’ iniziata così la commercializzazione del frutto fresco e del suo succo, così come si fa con limoni e mandarini.

I GIUDICI: “FORMIGONI CORROTTO CON ALMENO SEI MILIONI DI EURO”, CASO MAUGERI, LE MOTIVAZIONI DELLA CONDANNA A SEI ANNI!

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Nessuna attenuante. Sono durissime le parole dei giudici che hanno condannato a sei anni Roberto Formigoni per il caso Maugeri.
Nessuna attenuante, perché dal processo sono emersi “gravi fatti posti in essere dalla più alta carica politica della Regione Lombardia per un lungo periodo di tempo, con particolare pervicacia”, con “palese abuso delle sue funzioni” e “in modo particolarmente callido e spregiudicato, per fini marcatamente di lucro e con grave danno per la Regione”.
Il Tribunale di Milano “ritiene che le utilità corrisposte a Formigoni in esecuzione dell’accordo corruttivo, tra il 2006 ed il 2011, siano stimabili nell’ordine di almeno sei milioni di euro, a fronte di circa 120 milioni di euro e di circa 180 milioni di euro che, nello stesso periodo, vengono erogati dalla Regione rispettivamente a Fondazione Salvatore Maugeri e Ospedale San Raffaele”.
Secondo i giudici “sotto il profilo cronologico si sottolinea il quasi parallelismo tra le erogazioni” a Fondazione Maugeri e al San Raffaele e “le erogazioni delle utilità“. Il Tribunale fa una serie di esempi come “le vacanze di Capodanno 2006/2007 (…) coeve all’intervento di Formigoni per la reintroduzione delle funzioni non tariffabili” che hanno comportato un incremento dei rimborsi alla Maugeri.
Oppure, sostiene il collegio, l’ex governatore “fruisce del grosso delle utilità (vacanze e viaggi, contanti, villa in Sardegna) dal Capodanno 2007 in poi.
Proprio in quell’anno (…) – si legge sempre nelle motivazioni – si verifica l’intervento di Formigoni per garantire che la legge no profit venga approvata con un testo favorevole” all’ente con sede a Pavia e al San Raffaele “che avevano, all’epoca, più pressanti necessita finanziarie.
E’ significativo, in particolare – proseguono i giudici – che la giunta regionale recepisca le modifiche alla legge sui no profit favorevoli alle due fondazioni in data 22.6.2007 e che Daccò acquisti Ojala (imbarcazione poi utilizzata quasi esclusivamente da Formigoni) proprio in data 28.6.2007″.
“Gli ingenti capitali investiti”, sottolinea il Tribunale parlando del faccendiere Pierangelo Daccò e dall’ex assessore Antonio Simone “per garantire a Formigoni vacanze in località esclusive, disponibilità di imbarcazioni di lusso, uso di dimore di pregio, un altissimo tenore di vita, cene di rappresentanza e viaggi su aerei privati sono del tutto esorbitanti un qualsiasi normale rapporto di amicizia (sia pure con persone molto facoltose) e trovano, viceversa, sotto il profilo quantitativo e temporale, una logica spiegazione proprio nella remunerazione che i privati riconoscono al pubblico ufficiale quale corrispettivo al mercimonio delle funzioni”. Per i giudici, “l’evidenza delle prove raccolte smentisce in radice la tesi della difesa di Formigoni, secondo cui le c.d. ‘utilita del Presidente’ non sarebbero aItro che omaggi e regalie rientranti nell’ambito di un normale rapporto di amicizia tra Formigoni e Daccò″.
L’inventario delle regalie. In un capitolo delle quasi 700 pagine di motivazioni, vengono esaminate una ad una “le utilità percepite dal Presidente Formigoni, suddividendole in alcune macrocategorie per comodità espositiva: imbarcazioni; vacanze di Capodanno ed altri viaggi; villa in Arzachena – Località Li Liccioli; denaro contante; finanziamento elettorale di 600.000 euro”.
A differenza di quanto sostenuto dall’accusa, che ha contestato all’ex governatore una corruzione da oltre 8 milioni, per i giudici (che hanno confiscato a suo carico 6,6 milioni come prezzo delle presunte tangenti) “non rientrano nel novero delle utilità di Formigoni le cene in ristoranti di lusso organizzate da Daccò in onore del Presidente della Regione”.
“Pur avendo tali cene, indubbiamente, un ritorno in termini di immagine per Formigoni – si legge nelle carte – esse rispondevano anche al tornaconto di Daccò, che in questo modo accreditava (soprattutto agli occhi dei funzionari della Regione e dei Direttori Generali) la sua immagine di imprenditore del settore Sanità molto vicino al Presidente”.
Il 22 dicembre la decima sezione penale (giudici La Rocca-Minerva-Formentin) hanno condannato l’ex Governatore a 6 anni per corruzione, mentre i pm chiedevano nove anni. I giudici hanno condannato anche il faccendiere Pierangelo Daccò (9 anni e 2 mesi), l’ex assessore lombardo Antonio Simone (8 anni e 8 mesi), l’ex direttore amministrativo della Maugeri Costantino Passarino (7 anni) e l’imprenditore Carlo Farina (3 anni e 4 mesi). Assolti invece l’ex direttore generale della sanità lombarda Carlo Lucchina, l’ex segretario generale del Pirellone Nicola Maria Sanese, l’ex dirigente regionale Alessandra Massei, l’ex moglie di Simone Carla Vites e Alberto Perego, amico storico dell’ex presidente lombardo.

Nuovo trauma per Boldrini: la lista “Fascismo e Libertà” elegge 3 esponenti, il PD scatena l’inferno

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Il caso-Sermide aveva allarmato Laura Bordini e il ministero degli Interni Marco Minniti, che avevano esautorato la commissione elettorale che si era permessa di ammettere la  Fasci italiani del Lavoro di Fiamma Negrini alle elezioni del piccolo paesino, consentendo così l’elezione di un consigliere comunale. – scrive Il Secolo D’Italia – Ma nel Bresciano, a Mura e a Chiari, un’altra lista che si ispira al Ventennio, “Fascismo e Libertà”, fa scattare la stessa ondata di indignazione e gli appelli al boicottaggio o all’esautorazione degli eletti.

Il problema è che i voti, questi neofascisti – nella definizione del Pd – li hanno presi davvero, quanto basta per far aprire al Viminale un’istruttoria per valutare l’elezione di tre esponenti di “Fascismo e Libertà”, a Mura, in una lista con il simbolo della lista di Psn, un fascio littorio che secondo il movimento sarebbe invece ispirato a Mazzini.

“Il nostro simbolo non propriamente un fascio littorio (illegale in base alla XII Disposizione transitoria), ma un fascio repubblicano, utilizzato da Giuseppe Mazzini per la Repubblica Romana creata nel 1848, oltre ad essere l’emblema nazionale della Francia, del Camerun, del Canton San Gallo (Svizzera), della Polizia Nazionale di Norvegia ed altri”, spiegano gli esponenti di “Fascismo e libertà”.

Eluana Englaro, Regione Lombardia deve risarcire il padre. Il Consiglio di Stato: “Doveva far staccare il sondino”

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La Regione Lombardia deve risarcire Beppino Englaro perché non si fece carico di trovare una struttura pubblica nella quale ricoverare sua figlia Eluana per sospendere il trattamento di sostegno vitale. I giudici scrivono, insomma, che spettava alla Regione far staccare il sondino che alimentava la giovane lecchese.

Una volta stabilito in sede civile, con sentenza della Cassazione, il diritto e le volontà di Eluana, “non poteva ragionevolmente porsi in dubbio l’obbligo della Regione di adottare tramite proprie strutture le misure corrispondenti al consenso informato espresso dalla persona”, si legge nelle 56 pagine della sentenza del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso della Regione, già condanna dal Tar nell’aprile 2016.

Rifiutando il ricovero, invece, la Lombardia costrinse il padre a trasferire Eluana in una struttura privata a Udine dove la ragazza è morta il 9 febbraio 2009. A Beppino Englaro spettano 132.965,78 euro per danno patrimoniale e e non patrimoniale più il pagamento delle spese legali. I giudici hanno rilevato che il diritto di rifiutare le cure, riconosciuto ad Eluana dalla Corte di Cassazione, e, in sede di rinvio, dalla Corte di appello di Milano, “è un diritto di libertà assoluto, efficace erga omnes. Pertanto, si tratta di una posizione giuridica che può essere fatta valere nei confronti di chiunque intrattenga il rapporto di cura con la persona, sia nell’ambito di strutture sanitarie pubbliche che di soggetti privati”.

La Regione Lombardia, dopo 17 anni di cure a Eluana, “era tenuta a continuare a fornirle la propria prestazione sanitaria, anche se in modo diverso rispetto al passato, dando doverosa attuazione alla volontà espressa dalla stessa persona assistita, nell’esercizio del proprio diritto fondamentale all’autodeterminazione terapeutica”.

L’atteggiamento della Regione ha causato un danno alla famiglia Englaro e quindi il risarcimento del danno non muta “ed è pari alla somma complessiva di 132.965,78 euro, oltre accessori, di cui 12.965,78 a titolo di danno patrimoniale e di 120.000 a titolo di danno non patrimoniale con l’aggiunta di interessi e rivalutazione”. Dopo aver appreso della pronuncia favorevole del Consiglio di Stato, Vittorio Angiolini, legale del padre della ragazza morta dopo 17 anni di coma vegetativo, ha espresso “soddisfazione per la sentenza” spiegando che alla luce di quanto stabilito dai giudici in appello “se non fosse stato presentato il ricorso, si sarebbero risparmiati soldi dei cittadini”.

“Provvederemo a dare corso alla sentenza secondo i termini di legge”, ha annunciato la Regione. Le pronunce dei giudici, spiega l’assessore al Welfare Giulio Gallera, “non si commentano, ma si attuano, per questo, ancorché i fatti oggetto della sentenza di oggi siano imputabili alla precedente amministrazione, procederemo al risarcimento di Beppino Englaro”.

 

Sicurezza, dotazioni patacca agli agenti. Cantone boccia le gare del Viminale: “Prezzi gonfiati e scarsa trasparenza”

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Dieci anni fa era lo scandalo delle divise acquistate in stock dalla Polonia con un risparmio più che altro sulla grammatica: sul retro c’era scritto “Polizzia” con una “z” di troppo. Furono buttate tenendo le scarpe che avevano però i numeri spaiati: il 44 col 41 e così via. Poi hanno continuato a piovere fondine, cinturoni e divise. E se oggi metti in fila cinque agenti della stessa unità coi pantaloni nuovi di zecca è facile che non ce ne sia uno dello stesso colore: grigio, azzurro e carta da zucchero. Ma questo è colore, appunto, il problema sono i kit antisommossa da aggiustare col cacciavite, i caschi ignifughi che alla prova del fuoco si fondono come una latta e i giubbotti antiproiettile da 610 euro l’uno che al balipedio del Banco nazionale di prova non hanno retto pallottole né armi da taglio.

Esempi passati e recenti della logica del “massimo ribasso” applicata alla spesa per “materiali di armamento, equipaggiamenti e indumenti speciali per l’operatività della Polizia di Stato”. Una voce del bilancio del Ministero degli Interni che effettivamente è scesa dai 18 milioni del 2016 agli 8 previsti per quest’anno e per il 2018. Il problema è che vestendo da capo a piedi gli agenti con indumenti e dotazioni di sicurezza che ne mettano a rischio l’incolumità forse si spende meno, ma non meglio. I sindacati lo denunciano da tempo, ora è l’Anac a dire qualcosa in merito: il vero problema sono le gare. Non di un ente qualunque ma del Viminale.

L’Anticorruzione ha pubblicato una delibera dell’8 giugno nella quale ricostruisce quattro procedure d’acquisto del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Viminale riscontrando per ciascuna una o più violazioni al codice degli appalti e alle annesse regole di trasparenza e concorrenza, nonché una rassegnazione alla logica del massimo ribasso che non garantisce certo prodotti e materiali di miglior qualità ma i più scadenti. Raffaele Cantone che la firma non lo scrive così esplicitamente, ma il rischio di partite fallate nasce da un “sistema” fallato.

Le urgenze finte per bypassare le gare
Tutto parte dalla concorrenza. Dal sospetto degli esclusi. Sulla base di alcune segnalazioni l’Anac ha iniziato a passare a raggi x le determine a contrarre del DPS. Ebbene dall’attività di vigilanza su quattro esposti emerge l’anomalo gonfiarsi dei prezzi, l’inadeguata programmazione della spesa, la mancanza di trasparenza, concorrenza e rotazione tra imprese che vengono invitate direttamente alle procedure negoziate dove spesso cambiano perfino i capitolati tecnici e di prezzo, in danno delle ditte che non avevano partecipato o erano state escluse. In alcuni casi non viene neppure esperita una ricognizione sul mercato per sapere se esistono sul mercato prodotti e materiali migliorativi allo stesso prezzo.

Nella gara per l’acquisto di 2.300 giubbotti antiproiettile la stazione appaltante di fatto si appoggia all’aggiudicatario di un’analoga gara bandita dal Comando generale della Guardia di Finanza. Dove sta il problema? A detta dell’Anac il criterio d’urgenza che ha permesso al Viminale di bypassare la gara non c’era affatto: è vero che le piastre balistiche scadevano il 31 dicembre del 2014 ed era necessario provvedere tempestivamente alla sostituzione, ma il ministero sa benissimo che scadono ogni 10 anni e dunque sa anche quanti capi deve sostituire ogni anno.

“All’epoca mancavano i fondi”, ribatte l’amministrazione. L’Anac replica che la “estrema urgenza” deriva solo dall’inadeguata programmazione della spesa. Peraltro il Codice dei contratti pubblici consente, in particolari circostanze, di evitate la gara, “ma non di affidare una fornitura ad un operatore economico precedentemente selezionato da un soggetto terzo”. Perché? Perché così facendo gli obblighi di garantire libera concorrenza, parità di trattamento, trasparenza e bla bla bla finiscono in capo a un’amministrazione diversa da quella effettivamente titolare dell’appalto: insomma la stessa legittimità e regolarità delle procedure viene appaltata, per proprietà transitiva.

Il farwest delle forniture
La disamina di Cantone accende un faro anche sul farwest delle imprese che operano nella fornitura di equipaggiamenti e indumenti operativi. Alcune società vengono escluse per grossolane incongruenze tecniche e assenze di requisiti base per partecipare. E tuttavia, se la gara va deserta, vengono invitate a ritentare e magari si aggiudicano l’appalto. Del resto non c’è indagine di mercato, non viene utilizzata una lista di concorrenti formata con lo stesso criterio per garantire la più ampia partecipazione e una reale rispondenza tra le specifiche tecniche della fornitura e il relativo prezzo. L’unico criterio resta il prezzo più basso.

Esempi? Nella gara per 40mila cinturoni bandita a marzo 2016 si presentano sei aziende che via via vengono escluse o si autoescludono. Una non aveva la certificazione Uni9001:2008 (oggi si potrebbe richiedere quella aggiornata del 2015, ma è un dettaglio), una non ha integrato le informazioni, la terza era ammessa con riserva ed è stata esclusa perché sulla fondina aveva un marchio riconducibile a un’altra società che pure partecipava alla gara (sic) e per “difetto dei requisiti richiesti”. Nello stesso raggruppamento ce n’era una risultata “carente della licenzia prefettizia”: non aveva neppure il pedigree per oprare questo settore. Per fortuna c’è l’ultima, ma anche questa viene esclusa: la fondina che proponeva, messa alla prova, “ha evidenziato una sostanziale incompatibilità funzionale e operativa rispetto alla destinazione d’uso finale”. Escluse una dopo l’altra, l’amministrazione invia alle stesse società e a quelle che avevano mostrato interesse l’invito a una seconda procedura negoziata. Alla fine vince il fornitore bocciato per “sostanziale incompatibilità funzionale e operativa”, ma con un ribasso sul prezzo del 39,18%.

Quelli che sanno, che fanno?
Alcuni operatori, come in questo caso, denunciano all’Ana;  altri si sfogano nell’anonimato: “Il nostro settore – racconta il titolare di una media impresa italiana – è specializzato quanto spregiudicato: alcune società riescono a condizionare in partenza le gare lavorando con gli uffici tecnici del Ministero che emettono capitolati con requisiti e specifiche tecniche tali da individuare un operatore specifico ed escludere gli altri. Altre si impongono in forza di prezzi molto aggressivi perché tramite joint venture con ditte estere si approvvigionano di materiale balistico che costa meno ma non ha la stessa qualità tecnica del capitolato: alle prove di collaudo portano materiali che soddisfano i requisiti, in fase di consegna portano prodotti più economici che arrivano dal Pakistan o dalla Cina”.

Ai sindacalisti cadono le braccia: “L’istruttoria dell’Anac descrive un ginepraio di appalti opachi che gli agenti scontano a suon di partite fallate”, spiega Filippo Bertolami, vice questore e sindacalista che ha spesso denunciato anomalie nei dispositivi consegnati, come i giubbotti, ottenendo in cambio richieste di sospensione da parte dei vertici della Polizia. “Sono i danni dei burocrati della sicurezza. Chi fa i capitolati non sa cosa sia il servizio in strada e non capisce che un agente mal equipaggiato è un agente insicuro. A Milano un tizio armato di coltelli ha messo in difficoltà due militari e un poliziotto solo perché non avevano i guanti antitaglio per il corpo a corpo, ci rendiamo conto?”. Il messaggio è per i vertici: “Minniti e Gabrielli attivassero il neo-costituito “ufficio affari interni” e rimuovano questi ‘dirigenti scienziati’, corresponsabili di continui default a danno della sicurezza proprio di chi dovrebbe garantire quella di tutti”. Bertolami fa poi l’esempio di Polfer e Polaria che da 30 anni hanno le stesse divise ordinarie: “In tutto il mondo gli agenti alle stazioni sono a rischio attacchi, ma i nostri vanno ancora in giro con in giacca e cravatta, scarpine da cerimonia, bottoni dorati e cinturoni con pendagli”.

L’analisi dell’Anac, così impietosa, finirà all’attenzione del ministro dell’Interno. Si apprestano a scrivere un’interrogazione a Minniti i deputati di Alternativa Libera Marco Baldassarre e Tancredi Turco: “E’ inconcepibile – attaccano – che il Viminale non sia capace di acquistare i giubbotti antiproiettile per la Polizia di Stato, oltre ad altro materiale, senza violare il codice degli appalti. E’ una condotta che lede il diritto dei cittadini a veder spesi bene i propri soldi e quello delle forze dell’ordine ad essere approvvigionate di equipaggiamenti fondamentali, in tempi ragionevoli”.

Notte di terrore per la ragazzina che si difende così

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Notte di violenza a Roma, al quartiere Montesacro. Una ragazzina di 16 anni ha subìto un tentativo di stupro mentre tornava verso casa. L’adolescente si è però difesa, accoltellando il suo aggressore con un coltellino che aveva in tasca. L’uomo, un cittadino bengalese di 30 anni, è adesso ricoverato in gravi condizioni all’ospedale, dov’è piantonato in stato di arresto per il tentativo di violenza sessuale.

A riportare la notizia il quotidiano “Il Messaggero”. La ragazzina vittima del tentativo di violenza è stata bloccata dal 30enne, che le ha stretto i fianchi. A quel punto però è arrivata la reazione della giovane: usando il coltellino che aveva con sé ha iniziato a sferrare una serie di fendenti all’indirizzo del suo aggressore, nel tentativo di divincolarsi dalla sua morsa. Le coltellate hanno raggiunto l’uomo vicino all’inguine, recidendogli l’arteria femorale, importante vaso sanguigno. L’uomo ha perso molto sangue e si trova ora piantonato in ospedale.

Roma, l’ironia di Marra su Virginia Raggi: “È da esame psicologico”

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“Mi sta addebitando che non sono stato sufficientemente chiaro, aperto. Che non gliel’ho detto dieci volte invece di nove. (Raggi, ndr) mi sta dando dello scorretto”. È nelle nuove intercettazioni dei carabinieri del nucleo investigativo di Roma l’ennesima prova che Raffaele Marra ha partecipato all’iter che si è concluso con la promozione del fratello Renato alla direzione Turismo del Campidoglio. Un fatto che cozza con quanto sostenuto dalla sindaca Virginia Raggi nella relazione inviata all’Anac subito dopo la nomina. Quell’atto, il documento spedito all’Anticorruzione con cui si è assunta tutta la responsabilità della scelta coprendo l’ex collaboratore, ora rischia di costarle il rinvio a giudizio per falso.

L’ex braccio destro della prima cittadina grillina si confida prima con l’assessore al Commercio Adriano Meloni e poi con l’amica Concetta, conoscenza in comune con l’ex vicesindaco e attuale assessore allo Sport Daniele Frongia. L’ex capo del personale a loro racconta che la prima cittadina pentastellata “è arrabbiatissima. Addirittura ha usato parole del tipo ‘me l’hai messa in c…'”. Poi ridacchia. Ma, come dimostra il turpiloquio, l’inquilina di Palazzo Senatorio è davvero fuori di sé: “È arrabbiata perché non gliel’ho detto sufficientemente. Dice ‘ma non me l’ha fatto capire bene, non me l’ha detto con quella chiarezza che mi serviva. Mi doveva svegliare’. E vabbè, ‘a prossima volta faccio un esame psicologico pe’ capi’ come te lo devo dire. È ‘na follia, guarda”.

Marra riprende e l’amica Concetta annuisce: “O non se n’è accorta o ho comandato io. Dovevo evitare che lei potesse passa’ i guai e non gliel’ho detto. Lei la sta vivendo come un fatto personale, come se io l’avessi tradita… non proteggendola”. L’ex finanziere si difende con gli interlocutori. Non si capacita di come la sindaca Raggi, prima d’accordo nel promuovere il fratello Renato a capo dei vigili, ora sia furiosa per una gratifica di minore entità: “Che dici a fare davanti a 15 persone ‘guarda un po’ che cazzo, io non posso fa’ – perché lei dice pure le parolacce – ‘guarda un po’ che coglioni che non lo posso fa comandante sennò la stampa mi attacca’. E allora devi essere coerente!”.

Davanti all’ipotesi di un annullamento della nomina del familiare, Marra sbotta: “Revocate me. Dico ‘ho sbagliato io, ne prendo atto e andiamo avanti. Non vi faccio ricorso, revocate me'”. La ricostruzione dei vertici a porte chiuse è puntuale: “Oggi ha fatto l’ennesima riunione, si so’ appiccicati lei (Raggi, ndr) e Salvatore (l’ex capo della segreteria politica Romeo, ndr) come al solito, si so’ mandati a quel paese urlando”. Concetta riesce finalmente a intervenire: “Nessuno tra di loro pensa che tu abbia fatto un tranello”. Marra replica: “E no, lei (Raggi, ndr) dice di sì. L’ha ripetuto due, tre volte. Dice ‘perché non gliel’ho detto’. Cioè, lei voleva che la svegliassi”. Gelo: “Mo’ lei sta in fase rem, in fase di studio, sta pensando”.

A ironizzare su Virginia Raggi è l’ex braccio destro destinato a finire in manette per corruzione. Lo stesso che al telefono scherza con Romeo sulle nomine: “La sindaca è confusa”, dice il primo all’altro tra le risate di entrambi. Lo stesso che definisce “mignotte mentali” Roberta Lombardi, Carla Ruocco e Paola Taverna le ortodosse del M5S.

Nelle conversazioni con Meloni, infine, l’idea che si debba procedere a forza di querele contro i giornalisti scomodi: “Io ho fatto già 14 querele. Ma ti pare che io posso campare con le querele? … Devo querelare la Vitale (di Repubblica, ndr) perché ha scritto che non ho i titoli per fa’ il direttore … Tutte cose false che fatte arrivare sul giornale il giorno in cui c’è la polemica su mio fratello, creano ancora più sgomento”.

Sesso orale in piazza San Domenico a Napoli: fermata la ragazza protagonista del video

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La ragazza protagonista dell’episodio di sesso orale in pubblico avvenuto qualche giorno fa in piazza San Domenico, nel pieno centro storico di Napoli, sarebbe stata fermata dalla polizia per un non meglio precisato controllo. A riportare la notizia, sulla propria pagina Facebook, sono stati i ragazzi del centro sociale Ex opg occupato.

L’episodio è avvenuto ieri sera, nella stessa piazza. Secondo il racconto dei presenti, la consueta movida serale sarebbe stata improvvisamente interrotta dall’arrivo di tre moto della polizia di Stato e altre dei “falchi”, che avrebbero accerchiato due ragazzi. Alcune persone si sono avvicinate per cercare di capire cosa stesse succedendo e in pochi secondi tra la folla si è sparsa la voce che la ragazza fermata fosse proprio la protagonista del video scandalo che qualche giorno fa è finito sui social network.

La ragazza sarebbe stata bloccata per circa 40 minuti dalla polizia, che alla fine l’ha fatta salire su una volante portandola in commissariato. L’altro ragazzo fermato è stato lasciato andare. In piazza si è registrato qualche momento di tensione tra alcuni presenti che stavano filmando la scena del fermo e le forze dell’ordine, che non volevano invece che si filmasse. Secondo gli esponenti dell’Ex opg la polizia avrebbe anche strappato di mano il telefono ad alcuni ragazzi: “Un abuso bello e buono, ma sono queste le priorità della città? È questa la maniera di ‘gestire’ i territori che hanno in mente le autorità?”.

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