Quotidiano Telematico di Viterbo

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Viterbo News - page 30

Bufera a Roma Tre, si dimette il rettore Panizza

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Roma Tre è senza Rettore. Si è infatti dimesso Mario Panizza che ricopriva la carica dal 2013. A dare notizia del suo addio è stato lo stesso Panizza con una lettera ai docenti, al personale tecnico, amministrativo e bibliotecario e ai rappresentanti degli studenti. Nella lettera ha comunicato di avere inviato alla ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, una formale lettera di dimissioni.

“Cari Colleghi, Personale TAB, Studenti,
dopo quattro anni di intenso lavoro, finora condiviso, partecipato e pieno di soddisfazioni, prendo atto dell’impossibilità di dare attuazione esecutiva ad alcune azioni – tra cui un possibile importante finanziamento del Ministero per il miglioramento delle nostre infrastrutture – che ritengo qualificanti per il raggiungimento degli obiettivi del Piano di programmazione triennale, già approvato all’unanimità dagli Organi collegiali.
Considerando perciò impossibile procedere alla realizzazione di quanto mi ero impegnato a perseguire, intendo concludere in anticipo il mio mandato.
Ho inviato pertanto, in data 30 maggio 2017, alla Ministra On. Valeria Fedeli formale lettera di dimissioni da Rettore dell’Università Roma Tre. Sono in attesa di comunicazione a riguardo.
Mario Panizza”.

Secondo quanto si apprende alla base dell’addio ci sarebbero state le frizioni con il Cda in merito al voto per ottenere lo stanziamento di alcuni fondi del Miur per costruire alloggi per studenti all’interno di un edificio dell’ex Mattatoio.

L’Università però smentisce questa ricostruzione: “Commenti, indiscrezioni, o retroscena, come quelli pubblicati oggi nella cronaca di Roma del quotidiano “La Repubblica”, sono da intendersi come iniziative e posizioni personali dei loro autori. L’ateneo prende atto di quanto scritto dal rettore, che resta in carica fino all’eventuale decreto di accettazione delle dimissioni da parte della ministra Fedeli continuando a svolgere le sue funzioni istituzionali, garantendo in tal modo a Roma Tre il regolare svolgimento delle attività attinenti alla Didattica, alla Ricerca e all’Amministrazione”.

 

 

“Così io e la squadra di Ultimo giurammo di catturare Riina, la Belva: ora non gli regalino la libertà”

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Roberto Longu ha 54 anni, portati atleticamente, e fa il security manager. Nel 1993 il suo nome di battaglia era Omar, e il suo mestiere il maresciallo dell’Arma. Era la mattina del 15 gennaio del 1993 quando a Palermo lui e Vikingo attaccano l’autista di un’utilitaria, Salvatore Biondino, mentre il capitano Ultimo e Arciere, alla fine di un’indagine durata sette mesi, mettono spalle a terra, sull’asfalto della rotonda dell’Agip, il “capo dei capi”, Salvatore Riina, detto Totò: era l'”inafferrabile di Cosa Nostra”, latitante da 24 anni. E adesso, che la Cassazione spiega che il boss dei corleonesi può finire di scontare la pena a casa, che cosa pensa un cacciatore di latitanti? “Una cacciatore di latitanti non odia nessuno, fa il suo lavoro contro l’avversario, chiunque sia”.

Però…
“Però al di là di Totò Riina e di chiunque, esiste, o dovrebbe esistere, la certezza della pena. Se una persona è stata condannata a dieci anni, sconta dieci anni. Se ha più ergastoli, sconta l’ergastolo, anche se si hanno 85 anni e si è malati. Nelle condizioni più umane possibili, ma ergastolo è”.
Tra di voi della squadra non la pensate tutti allo stesso modo, qualcuno tra voi sostiene che l’ideale sarebbe rilasciarlo e controllarlo sino all’ultimo respiro…
“Dal punto di vista operativo ha ragione questo collega, sarebbe giusto anche per stabilire se Riina sia ancora il capo dei capi oppure no, e lo si capirebbe in termini oggettivi. Dà ancora ordini e qualcuno li esegue? E chi? Ma se parliamo di giustizia, e non di tattiche, mi sarei aspettato dalla Cassazione un altro discorso. Magari un “costruiamo un ospedale bellissimo per gli ergastolani anziani e malati, ma le nostre sentenze, emesse in nome del popolo italiano e passate in giudicato, vanno rispettate. Sino in fondo””.

L’unica risposta che Repubblica ha ricevuto da Ultimo è “il perfetto silenzio della neve”: secondo lei, che vuol dire?
“Che non ci sono più parole, questo è un mondo dove i valori, compreso il rispetto della legalità, non raramente si congelano “.

Da giornalista, ho la certezza, basata su fonti affidabili e risalenti a quell’epoca, che la cattura di Riina sia stata un’operazione pulita, ma poi è stata sporcata da più mani. Come mai, secondo lei?
“Noi eravamo un gruppo d’eccellenza, non di schiavi al comando di un capo, non esiste eccellenza tra gli schiavi, ognuno diceva e dice ancora oggi la sua. In trasparenza. E ho sempre pensato che l’arrivo improvviso del pentito Balduccio Di Maggio, quando noi eravamo già vicinissimi alla cattura, ci avrebbe in fondo danneggiato…”.

Può rispondere a una vecchia curiosità? Onestamente, da chi è stata presa la decisione di provare ad acchiappare Riina?
“Siamo stati noi e basta, ma se lo scrive la prenderanno per pazzo. C’era stato l’attentato a Giovanni Falcone e ci siamo detti: “E adesso noi che possiamo fare?”. “Andiamo a catturare Riina” era l’unica risposta, sulla bara dei morti. Ci siamo fatti autorizzare e siamo scesi, ma come Crimor di Milano avevamo già studiato a memoria molte inchieste e carte giudiziarie. Ma, ripeto, se scrive l’operazione nasce dal capitano Sergio De Caprio e da quattro straccioni di carabinieri di strada non vorranno crederci. Ma è solo per politica, per l’ambizione di alcuni magistrati che nelle loro carriere hanno combinato di concreto quasi zero contro la mafia. Falcone stesso non era amato, quando andava a Milano parlava solo con Ilda Boccassini, a Palermo non ricordiamo nemmeno quanti nemici aveva tra i suoi colleghi”.

1992, voi del Crimor vi mettete dietro i macellai, in tutti i sensi, chiamati Ganci…
“Sì, eravamo così arrivati nella zona delle villette dove Riina abitava, quando compare il pentito Di Maggio e racconta che andava a prelevare il boss alla rotonda dell’Agip. Ma Riina ci arrivava per conto suo, mica era scemo. Questo Di Maggio dormiva nelle camerate dell’Arma, finché qualcuno di noi si scoccia: “Ma che cazzo fa questo qui tutto il giorno? Dorme sempre, noi sputiamo sangue da mesi, almeno facciamogli vedere i filmati che abbiamo girato”. E così lui ha riconosciuto, in motorino, i figli di Riina, e la mattina dopo alle 7 piazziamo il pentito sul furgone dei controlli. Se vede Riina ce lo deve indicare”.

Ma lui non vede arrivare Riina…
“No, alle 8 meno 5 arriva una Citroen, a bordo c’è Biondino, coinvolto nelle stragi Falcone e Borsellino. Di Maggio lo riconosce, il cancello si apre, si chiude, poco dopo la Citroen ricompare, stavolta con due a bordo. Ci siamo. “È uscito Sbirulino”, dice la radio e noi decidiamo di attaccare alla rotonda. Quando con Arciere prendo Biondino, e lo giriamo, m’è scoppiato cuore. Non assomigliava alle foto segnaletiche. La strada sino alla caserma Carini m’è sembrata lunga 3mila chilometri, non sapevo che anche ammanettato nella macchina con Vikingo e il capitano il prigioniero aveva ammesso, “Sono Totò Riina” “.

La vostra si chiamava “operazione Belva” e la belva era lui, giusto?
“Esatto, era lui. Ma era ed è un essere umano, esattamente come la mafia è un fenomeno umano, e lo diceva Falcone. Perciò, non mi stupisce che un avvocato faccia il suo mestiere spiegando di guardare all’uomo Riina e non ai suoi reati, ma lo Stato deve guardare ai reati, al ravvedimento, alla collaborazione di Riina. Altrimenti di motivi per regalare la libertà alle persone che non se la sono guadagnata se possono trovare mille”.

Truffe telefoniche, i numeri da non richiamare per nessun motivo

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Non ci si può distrarre un attimo che un’altra truffa è in agguato. Questa ricorda tanto i virus che parecchi anni fa rubavano traffico quando si doveva ancora comporre un numero di telefono per usare Internet. Il modem si attivava tramite un virus e si collegava al web da solo.

Qui i ladri non si affidano a sofisticati virus, ma sperano solo nella buona fede, nella cortesia e nella gentilezza delle persone. Che è persino peggio. Squilla il telefono, il numero inizia con uno 02 – quindi proviene dall’area di Milano in Italia – e potrebbe essere un amico, un parente, un collega, un’azienda a cui avete inviato un curriculum, un cliente: potrebbe essere, insomma, chiunque. Peccato che cade la linea o si è persa la telefonata. Cosa fa una persona in questo caso? Richiama… vuoi per curiosità vuoi per educazione. E qual è la ricompensa: viene derubato fino a esaurire la ricarica del suo cellulare.

Basta truffe!!

Sì, perché il numero mascherato dietro un innocuo prefisso 02 nasconde in realtà un sistema in grado di addebitarci costi esorbitanti. Non è una novità. Le prime segnalazioni di questi numeri truffa sono iniziate mesi fa tanto che hanno attirato l’attenzione della Polizia di Stato. Sia ben chiaro: la truffa scatta solo se si richiama questo numero sospetto, non se si risponde… anche perché tutto lo stratagemma è studiato per far cadere la linea e aspettare che dall’altro capo del telefono qualcuno abbocchi. I numeri “incriminati” che imperversavano la scorsa estate erano: +39 02 692927527 ; +39 02 22198700; +39 02 80887028; +39 02 80887589 e +39 02 80886927. Ma sono solo degli esempi, perché i numeri truffa potrebbero essere molti di più e anche in arrivo da distretti telefonici diversi da quello di Milano. Nel caso vi capitasse di ricevere spesso e volentieri chiamate da numeri “anomali”, potrete sempre bloccarli: cliccate sull’immagine seguente e sfogliate la gallery per scoprire le migliori app adatte allo scopo.

Donna preoccupata al telefono

Truffa che può colpire tutti

Il trambusto scatenato sui social e dal passaparola è stato talmente pervasivo che, non solo è intervenuta la Polizia di Stato, ma anche l’Autorità Garante delle Comunicazioni (Agcom) che ha addirittura aperto un’istruttoria. Agcom e gli operatori telefonici continuano a brancolare nel buio perché non sono ancora riusciti a capire come funzioni questo stratagemma in grado di violare le reti cellulari, e quindi, la sicurezza degli utenti. Il consiglio, purtroppo, è scontato: evitate di rispondere a numeri sconosciuti, e soprattutto, non richiamateli. Se qualcuno vuole parlare con voi, vi richiamerà (prima o poi).

“Pedopornografia, la fonte involontaria sono i social in cui genitori postano le foto dei figli”

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Sono passati vent’anni, eppure sembra un secolo. Era l’8 maggio 1997 quando entrava in vigore la prima legge sulla privacy: da allora la protezione dei dati è diventata parte integrante del nostro essere cittadini, ma resta la frontiera su cui si gioca buona parte del nostro futuro e si combattono nuove sfide, dalla lotta al terrorismo allo strapotere dei giganti del web, dal cybercrime alla pedopornografia, che dilaga con l’involontario contributo di genitori incauti.

Nell’universo digitale, in cui gli algoritmi ci `profilano´, ci rendono «omologati e omologanti», arrivando ad «annullare l’unicità della persona» e trasformandola in una «cifra per Big Data», o ci `recensiscono´ fino a creare banche dati della reputazione, la privacy si conferma un «presidio» essenziale, sottolinea con forza il Garante Antonello Soro, che nella Relazione annuale al Parlamento evidenzia i rischi sempre nuovi per la libertà e la democrazia. Nella Sala della Regina alla Camera, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla presidente della Camera Laura Boldrini, Soro entra dritto nel cuore delle cronache di questi giorni per ricordare innanzi tutto che la tutela della privacy è «indispensabile» nella lotta al terrorismo, «per rendere le attività di contrasto più risolutive, perché meno massive e quindi orientate su più congrui bersagli» e far sì che su questo fronte «siamo più efficaci, non meno liberi».

 

Poi punta il dito sui «grandi fratelli che governano la rete», quei giganti del web che dispongono «di tutti i mezzi per indirizzare la propria influenza verso ciascuno di noi, con la conseguenza che, un numero sempre più grande di persone – tendenzialmente l’umanità intera – potrà subire condizionamenti decisivi». Uno strapotere al quale non bisogna rassegnarsi, è il monito della Boldrini, che cita una recente intervista di Franco Bernabè per sottolineare che «Google, Apple Facebook e Microsoft, insieme, hanno una capitalizzazione di borsa equivalente al Pil della Francia», «sono più potenti dei governi» e godono di «fatturati stratosferici»: di qui il richiamo forte all’assunzione di «responsabilità», sul piano «fiscale», «lasciando risorse nei Paesi in cui fanno così lauti profitti», ma anche «editoriale».

 

Una responsabilità alla quale sono chiamate anche le aziende, che nel 2016 hanno subito danni per 9 miliardi dagli attacchi informativi, eppure «meno del 20% fa investimenti adeguati per la protezione del proprio patrimonio informativo». E sono chiamate le famiglie: la pedopornografia dilaga in rete, con 2 milioni di immagini censite lo scorso anno e la fonte involontaria – avverte il Garante – sarebbero i social network in cui genitori postano le immagini dei figli».

 

L’analisi del Garante tocca anche l’annosa questione delle intercettazioni, con l’invito ad adottare «adeguate misure di sicurezza, da parte di ciascun soggetto coinvolto in ogni fase dell’indagine», per ridurre i rischi legati alla «frammentazione dei centri di responsabilità», e il mondo dell’informazione, con il monito a considerare il «potenziale distorsivo del processo mediatico, in cui logica dell’audience e populismo penale rischiano di rendere la presunzione di colpevolezza il vero criterio di giudizio».

 

Anche la risposta alle fake news, sottolinea Soro, non va cercata nella tecnologia, né nei «tribunali della verità», ma in un «forte impegno pubblico e privato nell’educazione civica alla società digitale», nella «sistematica verifica delle fonti» e, ancora una volta, nella «forte assunzione di responsabilità da parte di ciascuno: dal singolo utente alle redazioni e, certo, ai grandi gestori della rete».

Sei mutazioni genetiche che ti danno i superpoteri

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I geni determinano il colore dei nostri occhi e dei capelli, l’altezza, la tonalità della pelle, la predisposizione ad alcune malattie. Ma specifiche varianti nella sequenza del DNA possono conferirci poteri da “supereroi”, rendendoci più resistenti ad alcuni problemi di salute, dotati di sorprendenti doti fisiche o più capaci di ottimizzare le risorse cui attingiamo tutti i giorni. Ecco allora sei mutazioni genetiche particolarmente fortunate, e le loro conseguenze.

IL GENE DEL VELOCISTA. Tutti noi abbiamo il gene ACTN3, ma una variante di esso è responsabile di una maggiore capacità di “sprint” dei corridori, perché codifica per una proteina – la alfa-actinina-3 – che controlla le fibre muscolari a contrazione veloce. Uno studio del 2008 ha dimostrato che questa variante allelica (gli alleli sono le due o più forme alternative dello stesso gene), detta R, è presente in almeno una copia nel 95% dei velocisti, e in due copie nel 50% di essi.

Al contrario, i fondisti (gli atleti specializzati in gare di resistenza) presentano in più alta percentuale la seconda variante allelica, detta X. Questa determina l’assenza dell’alfa-actinina-3, che concorre alla formazione di muscoli “lenti”, più adatti a sostenere uno sforzo prolungato.

Alcune varianti genetiche favoriscono le fibre muscolari adatte a gare di velocità. Altre, quelle lente tipiche delle performance di resistenza.

QUELLI CHE NON DORMONO MAI (O QUASI). Immaginate di potervi sentire del tutto ricaricati dopo 4 ore di sonno: questa capacità – ciclicamente vantata da politici, imprenditori o scienziati – è stata associata a una serie di varianti genetiche, in particolare a carico del gene hDEC2. La capacità di rigenerarsi con solo una manciata di ore a notte sembrerebbe quindi un dono di famiglia, anche se alla lunga, dormire troppo poco ha effetti molto negativi sulla salute.

IL DONO DEI SUPERTASTAR. Un quarto della popolazione mondiale assapora ogni boccone con una maggiore intensità: sono i supertaster, più inclini a zuccherare il caffè e ad evitare cibi molto grassi. Sembra che questa capacità sia legata a una variante del gene TAS2R38, che codifica per i recettori del sapore amaro. Un’altra variante a carico dello stesso gene è invece responsabile di capacità gustative inferiori alla media.

OSSA D’ACCIAIO. Uno scheletro straordinariamente denso, con ossa pesanti e a prova di frattura: una mutazione nel gene LRP5 rende l’ossatura praticamente indistruttibile, come hanno scoperto alcuni scienziati della Yale School of Medicine analizzando il corredo genetico di una famiglia storicamente immune da problemi alle ossa. Lo stesso gene è anche implicato in anomalie di tipo opposto, che rendono le ossa più fragili e favoriscono l’osteoporosi.

I GENI DEI CAFFEINOMANI. Almeno sei varianti genetiche influenzano il modo in cui il nostro corpo reagisce alla caffeina, e spiegano perché uno stesso dosaggio di caffè sortisca effetti diversi su ciascuno. Due di queste, vicino ai geni BDNF e SLC6A4, influenzano gli effetti del caffè nel circuito della ricompensa – quelli che determinano la nostra voglia di berne ancora.

Altre determinano il modo in cui l’organismo metabolizza il caffè: chi lo processa più velocemente, probabilmente ne berrà di più, perché i suoi effetti passano più rapidamente. Infine, altre ancora spiegano perché alcune persone si addormentino come angioletti dopo una tazzina di espresso, mentre altre debbano interromperne l’assunzione già dopo il primo pomeriggio, se non vogliono trascorrere una notte insonne.

LE MUTAZIONI CHE PROTEGGONO IL CUORE. I livelli di colesterolo dipendono molto dall’alimentazione, ma anche la genetica fa la sua parte. Anche alcune mutazioni nel gene che codifica per la proteina di trasferimento lipidico (CETP) possono aiutare a tenere a bada il colesterolo cattivo (LDL): la carenza di questa proteina favorisce alti livelli di colesterolo “buono” HDL, che aiuta a trasferire il colesterolo fino al fegato, dove viene eliminato. Le persone con questa mutazione, quindi, risultano naturalmente protette da malattie cardiovascolari.

Nuovo cerotto identifica chi soffre di apnee notturne e la loro gravità

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Non un piccolo disturbo, ma un vero e proprio problema di salute con ripercussioni importanti su molti aspetti della vita quotidiana, compresa la sicurezza al volante: l’apnea durante il sonno è un problema comune ma difficile da diagnosticare. I risultati di uno studio clinico dimostrano che un nuovo cerotto riesce, non solo a individuare chi ne soffre, ma anche a definire la gravità del problema.

Fattore di rischio per infarto del miocardio, ictus cerebrale e ipertensione arteriosa, nonché spesso associate al diabete, le Apnee Ostruttive nel Sonno (Osas), interessano il 2-4% della popolazione. Ma tra gli uomini di mezza età colpiscono una persona su 4 e solo il 17% di chi ne è colpito è consapevole e si cura. La maggior parte dei dispositivi diagnostici del sonno da usare a domicilio è difficile da usare e tende a disturbare il sonno del paziente. Di qui l’idea di un dispositivo portatile, economico e in miniatura, pesa pochi grammi e registra la pressione nasale, la saturazione dell’ossigeno del sangue, lo sforzo respiratorio, il tempo di sonno e la posizione del corpo. Nella analisi sono state incluse le registrazioni da 174 soggetti. I risultati, pubblicati sulla rivista Sleep, mostrano che il tasso di coincidenza tra diagnosi tramite cerotto e tramite sistema standard in laboratorio (polisonnografia) è stato del 87,4%. Saranno utilizzati per ottenere l’approvazione da parte dell’American Food and Drug Administration.

Una multa che ha dell’assurdo quella presa da un signora in provincia di Padova.

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La donna è stata multata per aver lasciato la portiera dell’auto aperta. Una ”distrazione” che le è costato una sanzione di 28 euro.

Ma è possibile prendere una multa per questo motivo? Secondo i Vigili di Padova la donna aveva rispettato tutte le regole del parcheggio ma lasciando la portiera aperta ha commesso una sorta di ”induzione a commettere reato”. La multa fa riferimento al comma 4 dell’articolo 158 del Codice della Strada in base al quale: “durante la sosta o la fermata il conducente deve adottare tutte le opportune cautele atte ad evitare incidenti o l’uso del veicolo senza il suo consenso“.

Non è comunque la prima volta che accade è capitato infatti ad alcuni cittadini di ricevere una multa per un finestrino abbassato.La signora pagherà la multa da brava cittadina ma giustamente un verbale così è una vergogna da denunciare.

Tra le tante stranezze del nostro paese ne aggiungiamo un’altra.

 

Meteo: impressionante ondata di caldo, rischio 40°C in tutta Italia

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Sarà un giugno rovente. Si rafforza l’anticiclone africano che nei prossimi giorni farà innalzare le temperature in tutt’Italia, con picchi fino a 40°C.

Gli ultimi aggiornamenti degli esperti meteorologi confermano che nei prossimi giorni è in arrivo una grande ondata di caldo.

La colonnina di mercurio raggiungerà picchi pazzeschi per il periodo su gran parte del Paese.

Un’ondata di caldo che inizia nel weekend e che prosegue per tutta la settimana e che potrebbe addirittura intensificarsi dopo metà mese, a causa del rafforzamento dell’anticiclone in arrivo dall’Africa.

Se questa situazione non dovesse cambiare, è facile prevedere che diverse località della Calabria, della Sicilia, della Basilicata e della Puglia potrebbero anche superare il muro dei 40°C.

Del resto, gli esperti avevano parlato di ‘fiammate africane’ e di ‘estate da record’ già qualche tempo fa. L’estate 2017 potrebbe essere all’insegna di una temperatura sopra la media per gran parte della stagione, a causa dei possibili effetti dell’alta pressione nordafricana verso il Mediterraneo centrale. Un’estate bollente, insomma, caratterizzata da intense ondate di calore. Forse addirittura la più calda di sempre.

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