Alba Parietti agguerrita e stizzita con Dagospia

Alla fine, bene così. Se Oggi non avesse pubblicato, due settimane fa, le “prove” del vezzo di Alba Parietti di migliorare le foto che pubblica su Instagram (con mail stizzita di Alba a Dagospia), questa chiacchierata non ci sarebbe stata e non avremmo potuto raccontare cosa c’è dietro quella scelta e perché la protagonista la rivendica anche se potrebbe mostrarsi così com’è. «Peraltro, io una pancia come quella nelle vostre foto non l’avevo neanche quando ero incinta. Avete scelto le foto in cui stavo peggio o le avete peggiorate », dice Alba.

Posso escluderlo. «Ma il punto non è neanche quello. Il punto è: chi, a qualsiasi età, mette sui social una foto in cui non si piace? È sempre stato così. Negli Anni 90 sapevi che i paparazzi ti davano la caccia, magari per far emergere di te un’immagine peggiore della realtà. Allora ti mettevi d’accordo con uno di loro, gli dicevi dove ti avrebbe trovata e a che ora e – in cambio della dritta – gli chiedevi un occhio di riguardo nella scelta delle foto per i giornali. Qual è il tradimento?». C’è trucco, non c’è inganno, insomma. Solo una domanda: perché ritoccare? È già bella così… «Sono vanitosa e con gli anni lo divento di più, perché l’età rende più deboli, specie se hai avuto una carriera in cui l’aspetto contava.

Ma è da quando avevo 35 anni che mi sento dire che sono vecchia. L’età non è una colpa e l’alternativa non è migliore. Sottolinearla è becero. Una fan mi ha scritto: “Grazie Alba, mi hai tolto la paura di invecchiare”. E sono contenta. Ma io quella paura lì ce l’ho, invece». Non crede che se lei sdoganasse le foto non ritoccate aiuterebbe a smontare l’obbligo alla perfezione che vessa anche i non vip? «Ho uno spiccato senso dell’estetica, per me una foto, ruga o non ruga, deve essere innanzitutto bella per me, quindi non la metto se mostra inutilmente difetti che ho. Il fatto che io mi esponga a 59 anni è già un contributo.

Potrei fare quello che lei suggerisce, ma mi violenterei perché non sarebbe la mia natura, che è estremamente vanitosa. Don Gallo mi disse che gli ricordavo le sue trans, che pur di non rinunciare alla propria identità pagavano prezzi altissimi sul lavoro e nella società. Io mi sono costruita la mia esistenza da sola, senza padrini né padroni. Ho sempre messo la faccia su battaglie e diritti. Ma ho una debolezza – la vanità – e a fare la paladina del “mostriamoci come siamo” non sarei io, non sarei credibile. E soprattutto non mi va. Sono ridicola sul piano estetico? E chi stabilisce cos’è ridicolo? Io per esempio trovo ridicolo chi si prostituisce intellettualmente.

Tutti vorremmo essere come Meryl Streep e Jane Fonda, che mandano messaggi straordinari indipendenti dall’età. Ma ognuno fa il suo in base alla propria natura. Nella vita devi accontentare te, l’asticella del compromesso la fissi tu; è una conquista dell’età». Quando l’ha acquisita? «Anni fa, Jane Fonda disse che uno dei momenti più felici della sua vita fu quando per la prima volta, dopo il divorzio da Ted Turner, capì di bastare a se stessa. È successo anche a me, a 50 anni. Dopo una vita in cui ero stata sempre in coppia, ho capito che da sola stavo bene, non dovevo accettare nulla di meno di quel che pensavo di meritare, potevo capire le ragioni di tutti senza rinunciare alla dignità».

Tv, politica, finanza, accademia. Tra lavoro e amori ha frequentato ambienti diversi. Quale quello in cui è stato più difficile essere credibile e far “dimenticare” di essere una donna di spettacolo? «Stefano (Bonaga, ndr) è un filosofo straordinario, le nostre frequentazioni erano altissime e Bologna è città che accoglie e non giudica. Nella Milano della finanza frequentata con Jody Vender invece è stato terribile. Là, la donna di spettacolo è la caduta di stile nella biografia altrimenti perfetta di un manager. Passare dal Sole24Ore a Novella2000 per loro è un trauma. Chi mi ha fatto stare più a mio agio è stato Giuseppe Lanza di Scalea: si divertiva a stare un passo indietro rispetto alla mia visibilità. Poi è stato complicato con i musicisti impegnati: soffrivano il fatto che il loro pubblico non accettasse la loro relazione con me. I fan di De André padre, integralisti che lo vedevano come un guru eremita, non accettavano io stessi con Cristiano.

Essere fedele a me stessa mi è costato qualche amore, le pare che mi tradisco per un ritocco a una foto?». Colpa dei giornali, quindi, che mostrano debolezze e scivoloni? «È un cane che si morde la coda, i giornali fanno parte del gioco, nel bene come nel male. Certo, con le donne c’è un accanimento maggiore: ricorda per caso paginate in cui si alluda all’età di un George Clooney (mio coetaneo) o di un altro sessantenne?» Ci occupiamo anche dei chili presi o persi da Renzi o Salvini. Di un Russell Crowe alla deriva… «Ma sono casi eclatanti. Con gli uomini non c’è mai quel continuo sottolineare il tempo che passa, come fosse il solo metro di giudizio su una persona. Ma il vero problema è la mentalità». In che senso? «Tutte le minoranze discriminate – gay, afroamericani – sono riuscite a fare lobby per cui oggi se ne tocchi uno si rivoltano tutti.

Le donne no. Le donne non fanno rete, fanno lotte individuali. Ci sono le eccezioni non giudicanti, capaci di essere solidali con le altre donne, come Luciana Littizzetto o Michela Murgia. Ma sono eccezioni. Per questo le donne restano un bersaglio. E quelle belle ancora di più. Se la battuta che la Hunziker ha fatto sulla Botteri l’avesse fatta la Botteri sulla Hunziker, avremmo assistito alle stesse polemiche? È come se ogni paura – della bruttezza, della vecchiaia – dovesse essere esorcizzata passando sulle donne. Specie se indipendenti, autonome. La libertà non viene perdonata alle donne. Per questo spesso quelle più autonome tendono a dissimulare ogni debolezza. Quindi, rivendicare la mia vanità, il mio desiderio di apparire bella, è in realtà un atto di forza: sono così risolta da concedermi di essere vanitosa. Perché dovrei cedere a quello che gli altri pensano sia giusto io faccia con le mie foto? Avevo tre anni, mio padre mi aveva sgridato e dato uno schiaffo dicendo “chiedi scusa!” e io risposi “non posso!”. Non “non voglio”, “non posso” ».

Author: Emanuela Buzzetti

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