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Drammatica vigilia del ‘Clássico’ per la grande famiglia polisportiva del Porto che, ieri mattina, ha perso Alfredo Quintana, il portiere della propria squadra di pallamano: «Una notizia che non avremmo mai voluto dare», ha fatto sapere il club lusitano prima di comunicare la decisione del presidente Pinto da Costa di ritirare per sempre la numero 1. Quintana, vittima lunedì scorso di un arresto cardiaco, era un vero e proprio mito biancoblu: «Dedichiamo a lui questa vittoria», si era limitato a dire Matheus Uribe, alla fine della gara contro il Marítimo disputata lo stesso giorno. Mercoledì scorso, poi, alla fine dell’allenamento, Sergio Conceiçao e i suoi uomini si erano fatti fotografare con la sua maglia, sicuri che si sarebbe risvegliato: «Preghiamo tutti per lui».

Abituati alla pressione

Ed è proprio con la testa «alla famiglia di Quintana» che l’avversario della Juventus negli ottavi di finale di Champions si è preparato alla prima delle tre finali che lo attendono nei prossimi dieci giorni. I dieci punti di svantaggio rispetto allo Sporting rendono il ‘Clássico’ di stasera ancor più importante del solito. Una vera e propria finale per i dragoes: «Possiamo conquistare tre punti e impedire che lo faccia il nostro rivale diretto – ha sottolineato Conceiçao in sala stampa – . Sì, è molto importante, anche se nel girone di ritorno tutte le gare hanno un peso specifico diverso rispetto all’andata. Pressione? Siamo abituati a giocare in Champions sia partite a eliminazione diretta che finali. L’unica pressione che abbiamo è quella di sempre: rappresentare un club come il Porto, ma è una gran bella pressione che ci piace avere». Allo stesso tempo, il tecnico ha provato a spostare l’attenzione sulla capolista con una frecciatina, mascherata da complimento: «Lo Sporting è molto pragmatico e sa quello che vuole dal proprio gioco: rendere la vita difficile all’avversario. Si difende con molti calciatori. È facile da smontare e da studiare, sebbene nel calcio la semplicità sia, talvolta, la cosa più difficile da ottenere. Ed è per questo che se non giocheremo una grande gara sarà complicato batterli». Provocazione incassata con stile dal tecnico biancoverde, Ruben Amorim: «Sì, è vero. Gli esperti sanno bene come giocheremo al Dragao. Tuttavia, se è vero che il Porto ci conosce, anche noi conosciamo loro…».

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E’ “solo” un terzo posto, ma a livello simbolico vale molto più del secondo e per certi versi quanto il primo. E sarebbe stato così anche se fosse stato il quarto posto. Quel che conta è chi la occupa, quella posizione nella classifica marcatori di tutti i tempi (considerando club e Nazionali maggiori): Edson Arantes do Nascimento, ovvero Pelé, ovvero colui che si divide con Maradona la maggior parte dei voti nella impossibile elezione del miglior calciatore di tutti i tempi.

Questa sera contro il Verona Cristiano Ronaldo ha per la prima volta l’occasione di raggiungerlo o superarlo, senza bisogno di compiere un exploit raro anche per lui, tipo segnare quattro o cinque gol (cosa comunque riuscitagli 10 volte e che contro il Crotone avrebbe anche potuto ripetere per l’undicesima). Al Bentegodi gli “basterà” una doppietta per agganciare O Rei, una tripletta per completare il sorpasso. “Basterà” tra virgolette ben marcate, perché segnare più di un gol alla squadra di Ivan Juric è tutt’altro che facile.

Però segnare più di un gol è pur sempre qualcosa che CR7 ha già fatto 194 volte: 138 doppiette, 46 triplette, otto poker e due cinquine. Firmando quattro triplette contro l’Atletico Madrid di Simeone, certo non una squadra citata spesso come esempio di perforabilità difensiva. E se è vero che di triplette in maglia bianconera ne ha realizzate solo due, di doppiette in questa stagione ne ha già griffate nove.

Aggancio e sorpasso a Pelé stasera al Bentegodi, dunque, non sono certo una formalità, ma un’ipotesi concreta sì. Un aggancio e un sorpasso che sono comunque solo questione di tempo (ma alla Juventus in emergenza che scenderà in campo a Verona farebbero tremendamente comodo stasera) e che non significano automaticamente un sorpasso un’ipotetica graduatoria dei più forti di tutti i tempi. Fosse solo questione di numeri Maradona, 346 reti, non entrerebbe neppure nella discussione.

Superare Pelé, però, rappresenta comunque un momento simbolico importante nella scalata di Cristiano Ronaldo all’Olimpo calcistico, un’ulteriore allargamento dell’impronta che sta lasciando nella storia del calcio e la cui portata, già enorme, si potrà valutare davvero soltanto quando si sarà ritirato.

Un sorpasso che rafforza anche un legame tra i due fuoriclasse, frutto non solo della stima del brasiliano per il portoghese («E’ più forte di Messi», si è più volte pronunciato O Rei sul dualismo che ricalca quasi quello tra lui e Maradona), ma anche di tanti punti in comune.

Fisici, intanto: come Ronaldo, Pelé era un superatleta. «Due cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti», sottolineava Gianni Brera. Entrambi sia rapidi nel breve sia veloci in allungo, sia potenti che agili, entrambi talmente esplosivi in elevazione e capaci di rimanere come sospesi in aria da lasciare a bocca aperta. Su un telaio atletico fantastico, entrambi hanno ricevuto in dono e coltivato un talento enorme e totale, che ha permesso loro di dribblare avversari su avversari e di segnare tanto in ogni modo: di destro e di sinistro, di potenza e di precisione, su punizione e su rigore, di testa e in rovesciata.

Due emblemi di perfezione che hanno esaltato i tifosi dei loro club e delle loro Nazionali, trionfando in entrambi i contesti. Ronaldo regalando finalmente due trofei, l’Europeo 2016 e la Nations League 2019, a una Nazione che non ne aveva mai vinti.

Pelé cancellando, appena diciassettenne, il dramma della finale mondiale persa al Maracanà dal Brasile nel 1950 e trascinandolo al primo successo nel 1958. E vincendo poi altri due Mondiali, ‘62 e ‘70, nelle successive tre edizioni. Due parallele che presto si incroceranno, con il sorpasso di CR7 su O Rei. La Juventus ha bisogno che presto significhi stasera. E nel momento del bisogno, di solito, Ronaldo c’è.

La data del recupero con il Napoli (17 marzo) ha regalato un nuovo impegno, che porta a una striscia di otto partite in un mese – tra febbraio e marzo – dopo le dieci a cavallo di 30 giorni tra gennaio e febbraio. Un ciclo che una squadra come la Juventus abitualmente affronterebbe a cuor leggero, ma che nella contingenza attuale occorre avvicinare con molta cautela. Gli infortunati sono attualmente sei e per uno squalificato che torna (Rabiot) un altro che esce (Danilo).

Condizioni complicate, che costringono Andrea Pirlo a regalare la prima convocazione ad Alejandro Marques e a Marley Aké (che si vanno aggiungere al già nutrito gruppo degli Under 23: otto in totale). E avversario complicato perché, esperienza sul campo insegna, affrontare una squadra di Ivan Juric è come incrociare una formazione del di lui maestro Gian Piero Gasperini.

Ovvero: ci si accomoda sulla sedia del dentista, citando Pep Guardiola. «Sarà una partita molto difficile e molto fisica – commenta il tecnico bianconero -. Il Verona gioca un ottimo calcio, fatto di uno contro uno. Dovremo stare molto attenti alla loro fisicità, corsa e trame di gioco. Stanno facendo molto bene, ci aspetterà una partita molto tosta».

Una partita da affrontare con molti assenti per infortunio, in ogni reparto, oltre al già citato Danilo: Bonucci, Chiellini e Cuadrado in difesa, Arthur a centrocampo, Morata e Dybala in attacco. Dietro Pirlo considera il 2002 Dragusin («Può essere un opzione sin dall’inizio») ma ieri ha provato il trio Demiral-De Ligt-Alex Sandro, con Chiesa a destra in versione simil Cuadrado («Gioca bene su entrambi i lati, magari a destra si trova meglio perché è la sua zona e riesce ad andare sul suo piede per i cross»).

A centrocampo rilancerà Bernardeschi («È uno dei pochi che sta sempre bene e quindi ha tante possibilità di giocare dal 1’») sulla fascia sinistra, mentre in attacco il partner di Ronaldo sarà nuovamente Kulusevski, visto il citomegalovirus che tormenta Morata e il ginocchio dolorante di Dybala («Non è a rischio operazione», avanti con terapie e differenziato, come comunicato dalla società): «Gli chiediamo un gioco leggermente diverso dalle sue caratteristiche – così Pirlo su Kulusevski -, ma lo sta facendo bene e lo ha fatto in altre occasioni quando era a Parma».

Come uscire quindi stasera dalle insidie di Juric? Il tecnico juventino ha le idee ben chiare: «Non dobbiamo farci sorprendere dalla loro fisicità, l’abbiamo preparata in questo modo sapendo che giocano un calcio in stile Atalanta. Sappiamo che ci verranno addosso dal primo all’ultimo minuto.

Dovremo giocare l’uno per l’altro con scambi veloci e attaccare lo spazio: quando giochi uomo contro uomo lo spazio da attaccare c’è sempre. C’è stato un giorno più per recuperare completamente, speriamo di essere brillanti. Abbiamo fatto poche rotazioni, per mancanza di alternative, normale che venga a mancare un po’ di energia».

Nonostante calendario fitto e rosa all’osso, Pirlo chiede un cambio di passo ai suoi. Per una Juventus più da versione Champions: «In campionato il ritmo è lento, in Europa la palla va due volte più veloce. Noi lavoriamo perché la trasmissione del passaggio avvenga alla stessa alta velocità in Serie A come in Champions. Certo, è dura lavorare quando ti ritrovi con sei, sette uomini dopo le partite, ma sapevamo già da inizio stagione che sarebbe stato complicato con tutte queste partite ravvicinate.

Io sto bene, mi cambierei e giocherei al posto di qualcuno, ma non è possibile… Vado avanti senza pensare a quelli che abbiamo fuori, ma cercando di far rendere al meglio chi è a disposizione». Con il dovere di fare risultato a Verona per mettere pressione sull’Inter capolista, oggi distante 8 punti: «Noi nello spogliatoio continuiamo a parlare dello scudetto, resta un obiettivo. Dobbiamo continuare a voler raggiungerlo perché è alla nostra portata. Siamo la Juventus, l’obbligo è continuare a lottare fino alla fine».


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