Funivia Stresa-Alpino Mottarone, ultime notizie

E’ stato un disastro, un terribile disastro”. Matteo Gasparini, responsabile del Soccorso Alpino, ha commentato così il tremendo incidente avvenuto domenica 23 maggio lungo la linea della funivia Stresa-Alpino Mottarone, in provincia di Verbania. Una cabina con a bordo quindici turisti è improvvisamente precipitata a terra.

Era quasi giunta in vetta, mancavano 100 metri all’ultimo pilone, quando la fune dell’impianto ha ceduto proprio nel punto in cui la cabina corre più staccata da terra. Dopo il tremendo impatto al suolo, la cabina è rotolata verso la valle fino a schiantarsi contro un albero.

Durante la caduta alcuni corpi sono stati sbalzati fuori. Matteo Gasparini e un’altra trentina di uomini sono intervenuti subito. «Non sapevamo dove guardare, la cabina era pressoché disintegrata. Abbiamo dovuto cercare nel bosco, anche a più di cento metri di distanza.

Cinque cadaveri erano accanto alla carcassa della funivia, gli altri non sapevamo dove. Con le mani abbiamo spostato tronchi e arbusti per cercare i corpi, senza neppure sapere quanti potessero essere. Ci siamo trovati di fronte a una scena apocalittica, abbiamo lavorato fianco a fianco noi del Soccorso Alpino, i vigili del fuoco, i carabinieri e i poliziotti.

Bisognava fare in fretta». L’impegno dei soccorritori, però, non è bastato a evitare un bilancio spaventoso: nel bosco sono state recuperate 8 salme, altre 5 nella cabina. Dalle macerie sono stati estratti anche due bambini di 5 anni in gravissime condizioni.

Uno, purtroppo, è morto dopo poche ore. Tutte le salme sono state riportate a valle e composte negli obitori di Stresa e Verbania, a disposizione dell’autorità giudiziaria. Il procuratore capo di Verbania, Olimpia Bossi, dopo aver disposto il sequestro dell’impianto, ha annunciato che è stata aperta un’inchiesta per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose. Il procuratore ha aggiunto: «Ci sono poi reati colposi di attentato alla sicurezza dei trasporti che dobbiamo verificare».

Eitan Biran, nato in Israele ma cresciuto a Pavia, è il nome del piccolo sopravvissuto al momento dello schianto. La sua famiglia invece non c’è più. Il papà Amit Biram, 30 anni, la mamma Tal Peleg, 27 anni, e il fratellino Tom, di 2 anni soltanto, sono tutti morti nell’incidente.

I loro corpi sono stati trovati lontano dalla funivia. La mamma stringeva ancora al petto il bimbo più piccolo, come per proteggerlo. Era una famiglia israeliana che aveva scelto l’Italia come Paese d’adozione. A Pavia, Amit Biram aveva studiato Medicina e Chirurgia, poi si era sposato in Israele e aveva convinto la moglie Tal a trasferirsi in Italia.

La coppia era tornata in Israele soltanto in occasione dei parti dei due figli. Amit e Tal erano profondamente legati anche dalla fede religiosa. Una fede che per la coppia rappresentava anche un impegno, tanto che Amit Biram aveva accettato l’incarico di responsabile per la sicurezza della comunità ebraica di Milano.

Un ruolo particolarmente delicato, specie in questo periodo. Per tale motivo l’inchiesta su quanto accaduto sul Mottarone potrebbe riservare ulteriori e nuovi sviluppi. Indagare anche partendo dal ruolo ricoperto nella comunità ebraica dal trentenne israeliano è, allo stato dei fatti, quantomeno un atto dovuto. La famigliola aveva lasciato Pavia proprio domenica 23 maggio per fare una gita in montagna, programmata già da alcuni giorni insieme ai bisnonni, Itshak Cohen, 81 anni, e sua moglie Barbara Konisky, 71, genitori di Tal, deceduti anche loro. I due anziani erano arrivati appositamente da Tel Aviv per trascorrere una vacanza con i nipotini.


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