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Marco Pantani, il Pirata è stato ucciso, non ha assunto droghe e in quella stanza c’erano tanti soldi

Dopo 17 anni, e per la terza volta, la procura di Rimini indaga sulla morte di Marco Pantani, trovato senza vita il 14 febbraio 2004 nel residence Le Rose di Rimini per un’overdose di psicofarmaci e cocaina, come stabilì l’autopsia. L’ipotesi di reato è di omicidio a carico di ignoti, e il fascicolo, di cui si viene a sapere solo in questi giorni, è stato aperto nel 2019 dopo l’invio di una informativa della Commissione parlamentare antimafia. «La procura ha ricominciato a indagare nel 2019, in silenzio, senza lasciar trapelare nulla, come è giusto che sia», spiega l’avvocato Fiorenzo Alessi, che con il figlio Alberto è il legale della famiglia del Pirata di Cesenatico da settembre scorso.

Decisive nella riapertura del caso pure alcune dichiarazioni del gennaio 2020 di Fabio Miradossa, lo spacciatore che nel 2004 confessò con Ciro Veneruso di aver venduto l’ultima dose a Pantani. Convocato dalla Commissione antimafia per l’inchiesta sulla sospensione del ciclista dal Giro d’Italia a Madonna di Campiglio nel 1999 per un ematocrito superiore a quello consentito, Miradossa parlò di omicidio a proposito della morte di Pantani.

«Marco è stato ucciso, l’ho conosciuto cinque, sei mesi prima che morisse, e di certo non mi è sembrata una persona che si volesse uccidere. Era perennemente alla ricerca della verità sui fatti di Madonna di Campiglio, ha sempre detto che non si era dopato», ha raccontato. E ancora, riferendosi al suo patteggiamento del 2005: «La procura non voleva ascoltare la mia verità e io sono stato costretto a patteggiare.

Marco non ha consumato droga in quella camera, non era il suo modus operandi. Non è morto per droga. Nella stanza c’erano tanti soldi e sono scomparsi. Chi li ha presi?». Altre argomentazioni, quelle che rispondevano alla richiesta del presidente della commissione parlamentare di spiegare perché Pantani sarebbe stato ucciso e da chi, sono state secretate su richiesta dello stesso Miradossa e sono nella disponibilità dei pm di Rimini. L’ipotesi dell’omicidio del campione di Cesenatico era emersa nel 2014, quando mamma Tonina e papà Paolo, evidenziando incongruenze nelle indagini, ottennero la riapertura del caso, che dopo due anni fu archiviato per la seconda volta (poi inutilmente contestato in Cassazione).

La conclusione dei giudici è che l’ipotesi di omicidio fosse «una mera e fantasiosa congettura», e che la morte fosse stata causata dall’assunzione «certamente volontaria di dosi massicce di cocaina e antidepressivi ». Questa volta però l’indagine, coordinata dalla procuratrice Elisabetta Melotti, non è partita da un esposto dei Pantani. «Credo che le dichiarazioni di Miradossa vadano chiarite, magari poi non porteranno a nulla. Tonina Pantani è già stata ascoltata dalla procura, ora bisogna dare il tempo ai pm di valutare», dice l’avvocato Alessi, familiare con il mondo del ciclismo per via di suo padre che fu nel Giro della nazionale azzurra su pista negli anni Cinquanta, per averlo praticato per un certo periodo e per motivi professionali, da quando nel 2000 è stata varata la legge sul doping. «Conoscevo Marco e la sua famiglia, ma in questi anni ho avuto molti scontri con Tonina Pantani, che mi riteneva un nemico per le mie critiche al suo approccio a questa brutta storia», spiega.

«Da una parte una serie di pronunce definitive che dicono che è fantasiosa l’ipotesi di omicidio, dall’altra una madre che, parlando solitamente per interposta persona, ha spesso criticato l’operato di inquirenti e magistrati. Uno scontro cercato e voluto con la procura che ho sempre fatto fatica a capire». Poi qualcosa è cambiato, perché la signora Pantani dopo 17 anni decide di voler conoscere di persona Paolo Gengarelli, il magistrato titolare della prima inchiesta per la morte del figlio. «Mi chiamò, mi disse di aver sognato Marco che le diceva di incontrare Gengarelli, mi chiese se potevo fare qualcosa. Così si sono visti, e finalmente Tonina ha capito che persona era quella che indagò nel 2004. Oggi vuole solo comprendere o, per dirla con le sue parole, mettersi il cuore in pace. Sapere se suo figlio è morto ammazzato o per un mix di cocaina e di antidepressivi. E qualunque sia la verità, la accetterà».


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